Un primo, grande passo

“Perché non apri un blog?”

Già, perché? Non mi ero mai posto la questione, semplice. E anche una volta posta la risposta è stata rapida: “Che avrò mai da raccontare?” “Scherzi? Con tutti i giri che fai, i concerti che vai a vedere, la roba che organizzi e le riflessioni musicali e non! Sarebbe bello vedere un blog di un ragazzo di ventitré anni che vive per la musica classica”

Sarà che sono facilmente suggestionabile, ma l’ho fatto. Ringrazio il ragazzo di mia sorella per avermi messo la pulce nell’orecchio e mia sorella per il nome. Come iniziare però?

Nessun primo passo è migliore del raccontare di un altro molto più importante primo passo, cui ho avuto modo di assistere sabato scorso, il 19 novembre: Alter Amy, composta dal giovane Piergiorgio Ratti, diretta dal giovane Lorenzo Passerini alla guida dell’ensemble della giovane Orchestra Antonio Vivaldi, con la direzione di produzione della giovane Olga Introzzi, il libretto e la sceneggiatura del giovane Marco Venturi e la regia dell’un po’ meno giovane Stefano Scherini. Insomma un’opera gggiovane sotto ogni aspetto.

Un viaggio di quattro ore in macchina per andare da Padova a Sondrio con Pippo (Filippo Muraro) e Lea (Leonora Armellini) per poter assistere a questo spettacolo, che si proponeva di portare una nuova concezione dell’opera in teatro. Un’unione di opera lirica, musical, musica pop, jazz, dance ed elettronica, un’alternanza tra canto lirico, canto moderno, danza, musica sinfonica, improvvisazione e recitazione. Senza dubbio un obiettivo maestoso e col rischio di terminare in un’accozzaglia informe di stili, destinati a mordersi i calcagni vicendevolmente senza mai trovare un reale contatto. Ebbene è riuscito il nostro Piergiorgio Ratti a scongiutare il rischio? Con suo grande merito sì, eccome!

Alter Amy è un primo tentativo, una grande prova di un lavoro in corso d’opera (ha-ha gioco di parole voluto!), ma può vantare l’abilità compositiva del suo ideatore: i lunghi intermezzi musicali hanno la dignità per esser riassunti in una suite da concerto; il linguaggio musicale sa veleggiare tra citazioni fondanti e mai gratuite, pur mantenendo sempre una forte personalità; le orchestrazioni sono di finissima fattura, sia che siano per l’ensemble che per le parti in elettronica; le idee motiviche e drammaturgiche sono brillanti; ma soprattutto i diversi generi musicali riescono agilmente ad integrarsi l’uno con l’altro senza quasi mai far percepire lo scarto o la gratuità della contrapposizione. Un successo totale!


Ma di cosa parlava Alter Amy? L’opera ha fatto del contrasto non solo il proprio linguaggio musicale: affiancare la diva del pop Amy Winehouse alla Bradamante dell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto è stato un’ardua sfida, risolta attraverso il furbo espediente della giovane cantante che, sfinita dall’alcol e dalle canne, si accascia sul divano e sogna. Espediente furbo anche quello del regista e ottimo attore Stefano Schierino che entra sul palco per dialogare con il direttore d’orchestra e spiegare in questo modo trama e significato con notevole autoironia. Dal suo divano, Amy proietta nell’Orlando Furioso, sorprendentemente aderente alle tematiche, tutte le proprie ansie e i propri desideri. Così il rapporto conflittuale con l’ex marito Blake si trasforma nell’eroica storia d’amore con Ruggiero, il padre despota viene rappresentato dalla strega Alcina, colpevole di aver prosciugato l’amore dalla coppia e di aver succhiato via ogni vita da Ruggiero e Bradamante, e l’incapacità di riprendere le redini della propria vita trova la propria risoluzione nell’impulso vitalistico dell’eroina onirica. Attraverso la proiezione della propria vita nella classicità, Amy trova un’alternativa alla propria condizione. Alla fine dello spettacolo resta solo l’amaro in bocca nel constatare come la cantante non abbia avuto la fortuna di sognare Bradamante nel mondo reale e, oppressa dai desideri di successo del padre, sconvolta dall’amore per Blake, tormentata dalle folli regole del mondo dello spettacolo, si sia perduta per sempre, annegata nell’alcol. Ma per il pubblico del Teatro Sociale di Sondrio è potuta rivivere ancora una sera e raccontare la propria storia con travolgente espressione: un ulteriore successo per Ratti e la sua ciurma!

Certo, molto ha ancora l’opera da crescere, per migliorare sia musicalmente che in alcune sue finezze esecutive, ma l’impulso è notevole. La produzione ha tra l’altro confermato l’acutezza delle sue scelte, anche se più dimestichezza servirà al cast per poter meglio rendere vocalmente ma soprattutto attorialmente i propri difficili ruoli. Una menzione va comunque al baritono Daniele Caputo, per il ruolo del padre di Amy e Alcina.

È stato impossibile uscire dal teatro senza avere la testa piena di domande. Questa dissolvenza dei confini operistici tradizionali può rappresentare un nuovo percorso musicale? L’unione musicale e di arti può rispondere all’esigenza di un nuovo pubblico interessato non solo ad emozionarsi con le opere del passato, ma desideroso di trovare un riflesso della propria società? È possibile creare un linguaggio musicale dotto ma capace di inserirsi nel tessuto uditivo che appartiene al mondo d’oggi? Come applicare queste idee anche a tematiche distanti dal mondo della cantante pop? Questo stile, maturato e perfezionato, potrebbe venire accettato all’interno dei più tradizionali teatri lirici? Che poi, sono i teatri lirici la giusta cornice per quest’opera?

Alter Amy ha provato a dare la sua prima risposta a questi interrogativi e se questo è solo il primo, grande passo, allora senza dubbio molti altri e sempre più grandi avranno da seguire!