Diario dal Tchaikovsky: The winner is…

9.23 The Courtyard, Mosca

È incredibilmente presto per questa Campana, oggi mi sono quasi svegliato ad un’ora decente, ma ieri s’è deciso con l’affascinante giornalista francese di piazzarsi in sala colazione e intercettare ogni musicista possibile. Devo ammetterlo, non mi fossi svegliato quell’ora e mezza prima mi sarei perso Mao il fanciullino completamente circondato di anziane fanz giapponesi che lo scongiuravano di avere una foto e, insomma, sono quelle cose che non vuoi perderti.

Ma non perdiamo tempo in fronzoli, ieri s’è tenuta l’ultima sera di concorso e sono stati annunciati i premi: bisogna dunque procedere con gli ultimi due concorrenti. Anche perché gli ultimi due concorrenti erano due dei migliori pianisti di tutto il concorso!

Il primo ad esibirsi è stato Mao il fanciullino, senza dubbio la vera star del concorso. Dal giovane pianista giapponese abbiamo ricevuto forse le due più incredibili prove solistiche e, devo ammetterlo, ci si aspettava moltissimo anche dalla prova finale. E la sua prova finale ha dimostrato con fermezza tutta la prodigiosa musicalità del pianista giapponese. Ma con alcune riserve. Il fanciullino ha iniziato con il Primo Concerto di Tchaikovsky (uffpuff), due accordi e già si era capito il mood dell’intera prova. A Mao Fujita manca il suonone necessario a sovrastare (o quanto meno combattere) l’orchestra nei grandi concerti tardo romantici, ma sono bastati due secondi per avere la prima boccata d’aria musicale. Il piccolo pianista non avrà il suono da gran virtuoso (ancora), ma ti dimostra costantemente che il centro della musica non è lui, ma la musica. Basta poco, una minuscola pennellata, come ad esempio diminuire lievemente la dinamica all’entrata del tema dei violini dopo una perorazione più marcata nei primissimi accordi, per capire che vi è una totale consapevolezza di ciò che accade non solo nella parte del pianoforte ma in ogni voce orchestrale. Il Tchaikovsky di Mao è rapido, fresco, elegante, a volte un poco sentimentale, ma sempre senza esagerare, e dalla tenuta ritmica ottima. Il suo controllo dello strumento è veramente incredibile a volte e gli permette di inserire i diversi elementi sempre con suono e carattere diverso, indifferente al fatto se questi arrivino dopo un tranquillo arpeggio o una scarica di ottave in fortissimo: se la frase dopo dev’essere in piano cantabile con suono morbido, ebbene sarà in piano cantabile con suono morbido. Non nego che ogni tanto avrei voluto più sinistra, più suono scuro, più definizione nel registro grave dello strumento, dal pianista un po’ troppo evitato, ma il secondo movimento è stato veramente un momento di poesia, dal  carattere ingenuo ma di una chiarezza che tradiva l’acume del fanciullino e con una delle migliori sezioni centrali che abbia mai sentito. Di nuovo: sono dettagli, ma il piccolo sclero che improvvisamente anima quel secondo movimento è un punto terribilmente difficile da fraseggiare, si trasforma subito in un chaos di volate e note veloci, nervosissimo e sovraeccitato. Non così in Mao, che ha reso certo il carattere concitato, ma mettendo tutto al proprio posto con una naturalezza impressionante. Chi l’aveva mai pensato che per chiarire il fraseggio di quella sezione bastava fare un minuscolo respiro in concomitanza con il pizzicato degli archi? In questo modo il pizzicato ti sistema l’impulso ritmico e tu cadi perfetto sulla frase successiva. Mao era un tutt’uno con l’orchestra, i suoi fraseggi quasi sempre comprendevano nel proprio arco note dell’orchestra, mostrandoti una totale unità del discorso musicale. Un po’ stanco il terzo movimento, comunque suonato splendidamente, da cui però abbiamo avuto le ottave più vertiginose del concorso, rapidissime e perfettamente definite. Serviva solo più suono e più sinistra. Ma ciò che ha fatto sul tema del Rac3 è al di là delle parole. È così facile esagerare quel tema, andare su e giù come su delle montagne russe, sforzando la linea a favore di un patetismo gratuito che non riesce ad evitare un certo tono kitsch. Non in Mao, il tema era fraseggiato con totale purezza malinconica e con un ascolto attentissimo dell’orchestra, così che il pianoforte si inserisse sempre alla perfezione nelle seconde voci relizzate ora dagli archi ora dai fiati. Il discorso per Rachmaninov è simile a quello per Tchaikovsky: più suono, più maestosità, più tensione, più sinistra, meno corsa sui climax, ma un discorso musicale coerentissimo, elegante ed espressivo, polifonicamente eccelso, tecnicamente praticamente impeccabile, sempre inserito nel discorso musicale. Ricordo ancora la cadenza del primo movimento, cantata da vero maestro in tutte le sue voci e che richiede solo più spazio e suono sul culmine per entrare nella storia, oppure la meravigliosa transizione tra secondo e terzo movimento o il fatto che il fanciullino si ostinasse a fraseggiare persino i rapidissimi ribattuti con un senso musicale supremo. Mao Fujita ha ancora da maturare ma diamine!

Mao Fujita by D'Orio
Pic by D’Orio, potevo forse finire senza?

Secondo e ultimo concorrente uno dei miei preferiti: Kenneth Broberg. Le sue Variazioni su un tema di Paganini di Rachmaninov sono state senza alcun dubbio uno dei momenti più alti di queste Finali con orchestra, affrontate con un suono che era letteralmente il doppio di quello di Mao, ma anche dalle splendide sonorità scure e in quell’ottimo equilibrio tra morbido e ruvido, con proprietà di ricerca timbrica. Tra Kenny e il brano corre evidentemente un’identità totale, che si manifestava nella perfetta caratterizzazione di ogni situazione che si alterna in queste espansive variazioni, dai guizzi nervosi e tesi ai momenti di placido respiro, fino a cavar fuori tutta l’anima americana di queste Variazioni nelle parti più ritmate, ma senza sacrificare il carattere russo o l’intensità più appassionata. Ottimo anche il suo insieme con l’orchestra, anche se Broberg non segue o asseconda l’orchestra come Mao o Kantorow, il suo naturale carattere energico lo porta automaticamente a porsi come granitico solista, anche sostenuto da questo suono ampio e definito, quasi scolpito nella roccia o intagliato nel legno. Ed anche per questo il pianista americano è riuscito a domare l’orchestra persino sui fortissimi tchaikovskiani, con un suono che è rimasto forse un po’ fisso, ma che è riuscito sempre ad emergere dalla massa sonora dell’Academic State Symphony Orchestra. Su Tchaikovsky il risultato è stato meno esaltante che su Rachmaninov. La polifonia degli accordi e delle ottave era curata con sensibilità superba e la maestosità non si faceva certo desiderare, ma al contempo dopo un primo movimento veramente ottimo (sebbene un po’ esagerato in alcuni fraseggi), non è riuscito a variare l’attacco per raggiungere quella differenza di legato e di carattere necessario per il secondo tempo. Meglio il terzo, in cui Kenny è stato l’unico a saper rendere con costanza l’energia quasi popolare e un po’ rustica della danza, ma con l’andare del concerto si è percepita la stanchezza del musicista più nella concentrazione musicale che nelle mani, che ha inserito la modalità “Resistenza” buttando tutto sulla forza. Da segnalare la possanza delle ottave, non velocissime come Mao o perfette come in Shish, ma con una mole di suono veramente impareggiabile, senza per questo perdere il senso musicale del passaggio.

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Pic by Mariko Ito

E così dunque, ci siamo. Con la prova di Broberg termina il Tchaikovsky, tempo di agguantare il gelato, mangiare ‘na roba con la affascinante francese e ridirigerci in sala per i risultati, che non si sono fatti attendere. E di questi risultati sono più che soddisfatto.

Nessun sesto posto.

Nessun quinto posto.

Tianxu An al quarto posto.

Broberg, Melnikov e Yemelyanov al terzo.

Shishkin e Mao al secondo.

Kantorow al primo.

 

Che dire, giusto, giustissimo. Personalmente avrei dato il quinto posto ad An e poi spalmato un po’ meglio gli altri concorrenti, ma effettivamente le prove di Kenny, Melny e Konsty differivano tutte molto per carattere ed elementi più o meno riusciti. Personalmente ho amato più Broberg, ma penso sia anche una questione di gusto (e considerando anche le prove solistiche). Sono felice per Quinto Dan quarto, non lo amo moltissimo ma essere riuscito a rimanere in sella dopo quanto successo in Finale non è da tutti e il pianista ha mostrato i suoi nervi d’acciaio e la grande concentrazione in tutta la prova. Shishkin, beh, lo sapete non lo amo molto. Ma il suo Tchaikovsky va rispettato per il costante crescendo che è stato e forse l’avrei visto meglio ad un terzo posto più che ad un secondo, ma son piccolezze. Per Mao sono felicissimo: se su alcune cose il fanciullino deve ancora maturare, questo secondo premio è comunque un enorme trampolino per la sua carriera, ma senza la pressione che il primo premio esige. Ora avrà tempo per continuare a crescere ma al contempo costruirsi il percorso musicale e la carriera che si merita. Primo Premio a Kantorow per me meritatissimo. Il francese si è sempre distinto per l’alto livello delle sue prove, anche solistiche, ma soprattutto per la particolarità del suo approccio: non è un pianista “standard” di quei mitragliatori seriali di note col suonone che potresti a volte trovarti, ma un artista dalla splendida musicalità che a 22 anni suona il Secondo di Tchiakovsky e il Secondo di Brahms di fila con una naturalezza di espressione e una pertinenza di carattere che ne denotano una maturità musicale sublime, oltre ad una preparazione tecnica ineccepibile. Dei vari concorrenti è l’unico che non abbia dato un solo segno di stanchezza, nonostante la titanica finale. Potrei andare avanti ancora per ora a parlare di questi risultati, ma ahimè bisogna fuggire che a breve c’è la cerimonia di consegna dei premi (nel mentre ho infilato anche un’intervista a Mao, per questo son terribilmente in ritardo [o almeno questo è ciò che mi voglio raccontare]).

E di fretta, con la corse dell’ultimo secondo e appena terminata la mia terzultima pantagruelica colazione, dico anche un addio che è più un arrivederci a voi lettori, a Mosca, da cui ripartirò dopodomani, ai concorrenti, a tutta questa musica, a questo Tchaikovsky, una delle esperienze più forti che abbia mai provato in vita mia. Nei prossimi giorni usciranno le interviste, gli articoli di commento o di resoconto, insomma ci sarà modo di calarsi ancora nei retroscena del concorso, ma così si conclude il Diario dal Tchaikovsky e questa nuova Campana dello Zio Tom: grazie, grazie a tutti voi per avermi seguito. Ci rivedremo al prossimo concorso!

Diario dal Tchaikovsky: Er Titano

10.42 The Courtyard, Mosca

Secondo giorno di Finali. In teoria questa giornata dovrebbe durare considerevolmente meno di ieri. Insomma, due candidati al posto di tre significa due interi concerti per pianoforte e orchestra in meno. E un intervallo da trenta minuti in meno. Dai che oggi riesco a cenare ad un orario decente!

Forse dovevo ricordarmi chi erano i concorrenti della prova e quali concerti avrebbero portato. Alexey Melnikov ha attaccato per primo sullo Steinway, con il Primo di Tchaikovsky. Fin da subito il suono è apparso ampio ma definito, molto proiettato in avanti e ben calibrato con l’orchestra. C’è a chi in sala questo non è piaciuto, chi l’ha trovato eccessivo, poco funzionante. A me è piaciuto assai, pur non essendo debordante e massiccio, il suono era ben scolpito e animato da ottimo respiro musicale, che si è manifestato nei rubati ben condotti e non eccessivi. Ciò che era eccessivo era a volte il fraseggio: pur senza raggiungere le smorfie di Yemelyanov, mancava a volte chiarezza nei collegamenti e le linee apparivano in alcuni casi forzate in una ricerca di espressività poco sincera. Ma eccetto questo (che è avvenuto in realtà solo in pochi momenti) il primo movimento è stato il mio preferito tra quelli finora sentiti, non impeccabile tecnicamente ma finalmente con un po’ di ricerca. Secondo movimento meno soddisfacente: ancora nessuno è riuscito a creare la dolce innocenza di quel tema (e ancor più degli accompagnamenti leggeri al pianoforte) come Yemelyanov. Terzo movimento meglio, mancava la brillantezza tecnica di Shishkin, ma c’era una ricchezza dinamica ben maggiore. Peccato per gli accenni di stanchezza, che hanno portato un po’ ad appiattire il carattere danzante proprio laddove sarebbe servito più sgargiante. Ma finora nessun concorrente mi ha ancora convinto su questo terzo tempo. Certo è che attaccare il Terzo di Rachmaninov dopo il Primo di Tchaikovsky si fa complesso. Il Rac3 è andato, direi, abbastanza bene. Purtroppo fin da subito è apparso uno dei problemi del pianista, già emerso nelle due prove precedente: corre. Dopo un primo fraseggio non fortunatissimo, con l’entrata dell’orchestra il pianista ha ingranato la quinta, buttato giù l’acceleratore e l’orchestra chi l’ha più vista? Dopo un po’ di esuberanza, comunque, il pianista ha saputo ricomporsi e regalare un Concerto piuttosto convincente: il suono scuro e a volte un po’ ruvido qui era davvero perfetto. Peccato davvero per la stanchezza, che ha tolto convinzione ed energia drammatica ai punti più tesi e imponenti, ma nonostante la tirata Melny è sempre riuscito a domare l’orchestra, riuscendo al contempo a concedersi degli splendidi respiri musicali, soprattutto nei punti appassionati o più lirici. Bene la chiusa del terzo tempo, pur senza trovare quella maestosa profondità di suono è riuscito comunque a concludere con successo e senso musicale la sua prova. Potrebbe non bastare per il podio, ma basta per sicuramente per dimostrare il musicista che è.

Purtroppo devo ammetterlo: la sua prova è letteralmente impallidita, se confrontata con quella che l’ha seguita. Alexandre Kantorow, Secondo di Tchaikovsky e Secondo di Brahms. Di fila. Ci sono sfide che un musicista si pone consapevole del rischio: o la va o la spacca. E Kantor va. Il suo suono non è nitido e distinto come quello di Melny e per poter passare sull’orchestra ha parzialmente abbandonato il suono che si era costruito per le due prove solistiche sul suo Kawai, passando qui ad un suono più brillante sullo Steinway, ma ciò che questo ventiduenne francese ha realizzato su due dei concerti più imponenti e complessi del repertorio pianistico è veramente prodigioso. Ottimo il rapporto con l’orchestra, finalmente destatasi dal suo torpore per il Secondo di Tchaikovsky, splendido il fraseggio, abilissimo nel trovare una caratterizzazione ad ogni elemento. Kantor si chiede “Perché?” quando suona. Il suo modo di gestire il discorso musicale riesce ad essere elastico e teso, un po’ come avevamo sentito nella Seconda di Brahms, senza mai esagerare, mantenendo sempre un buon gusto veramente sublime, il tutto supportato da mezzi tecnici adatti a far risaltare delle idee musicali ben studiate e preparate. Se si vuole fare il pelo nell’uovo di questo rapsodico Concerto, si potrebbe dire che di più avrebbe potuto osare in primo e terzo movimento come dinamiche e suono scuro, ma ciò che non erano i fortissimo erano i bellissimi piano e pianissimo che sono stati la prima boccata d’aria in due giorni di prove. Spettacolare la cadenza, con dei crescendo condotti con immenso desiderio erotico, e splendida anche la serenità del secondo movimento, realizzato con una sobria cantabilità beethoveniana. Splendido l’inizio del terzo movimento, con cambio d’umore e suono perfettamente riuscito, dal funzionante impulso ritmico e sempre un tutt’uno con l’orchestra: l’unico a seguire ed ascoltare veramente il gesto del direttore o il respiro dei musicisti intorno a lui. Non a caso il beffardo francese dalla faccia da sberle s’è scelto due concerti dallo spirito estremamente cameristico. Ma questo dialogo non ha smorzato l’energia profusa a piene mani nel Concerto, al punto che verso la fine di Tchaikvosky mi son seriamente chiesto se ce la facesse ad arrivare vivo fino alla fine di Brahms.

Sì, ce la fa.

Kantorow by D'Orio
Pic by D’Orio

Dopo aver meditato l’assassinio del primo corno per quell’ignobile primo solo (nessuno mi avrebbe criticato se l’avessi fatto.), ho potuto godermi l’intelligenza musicale di Kantorow. Il suono non immenso ma comunque più scuro ed appoggiato di Tchaikovsky ha lasciato spazio ad una maggiore severità tedesca, sebbene lo spirito francese del beffardo Kantor sia rimasto ben chiaro dall’inizio alla fine del concerto. In questo Brahms è continuato quel magnifico dialogo con l’orchestra iniziato con Tchaikovsky, nonostante orchestra e direttore abbiano dato veramente filo da torcere a quasi tutti i pianisti (c’è gente finita in Siberia per molto meno dell’intonazione dei corni). Il primo movimento dal sinfonico concerto brahmsiano è stato forse quello che mi è piaciuto di meno, che avrebbe beneficiato di una maggiore verticalità polifonica e maestosità sonora, ma il per fraseggio e bellezza di suono eravamo veramente su livelli altissimi. Semplicemente meraviglioso il secondo tempo, forse un po’ pesante, ma con un bel suono scuoro e dalla tesa espressione musicale: c’è una costruzione drammaturgica del discorso musicale che mostra al contempo il naturale talento del musicista e la solida preparazione dell’insegnante. Superbo il secondo tempo, in cui nelle parti più delicate Kantor ha davvero trovato una dolcezza espressiva meravigliosa, capace di esprimersi anche nei delicati accompagnamenti ai temi realizzati dall’orchestra. Molto bene il collegamento con il quarto movimento, dal tono gioco e più capriccioso che scherzoso. Qui veramente non volevo credere alle mie orecchie. Era oltre un’ora e un quarto che il pianista suonava: non un dubbio, non un’insicurezza, non un momento in cui interrompesse la concentrazione o la conduzione del respiro musicale. Questo è ciò che mi ha impressionato di più. Farcela con le mani lo posso capire, tanto allenamento, abilità nel suonare senza tensioni nervose, sapere come e dove poter riposare. È una questione di resistenza fisica, ci si allena. Ma mantenere una totale immersione nel discorso musicale in modo che quello non accusi mai alcun segno di stanchezza e riesca sempre a mantenersi fresco e spontaneo, sempre ben pensato drammaturgicamente, sempre efficace nei climax, sempre vivo insomma, ecco questo è prodigioso. Per carità, la testa è un muscolo e si allena anche quella, ma la sensazione di star assistendo a qualcosa di incredibile non te la cava nessuno. E quel quarto movimento lo era davvero, incredibile. Si potevano curare meglio alcuni dettagli di un paio di fraseggi e forse il finale poteva essere più brillante ed esplosivo, tiè. Questo è letteralmente tutto ciò che riesco a dire. Per il resto di fronte ad una simile e titanica prova mi taccio: questo secco ragazzo francese si è veramente guadagnato il titolo di Er Titano.

Spero ora che una prova simile (unita alle ottime prove precedenti!) gli valga il podio. Alexandre Kantorow ha ancora da crescere, come ci si può aspettare da un ventiduenne, ma è già un musicista vero e son piuttosto sicuro che il futuro gli riserverà le occasioni artistiche che merita.

 

 

Noi, nel mentre, ci rivediamo domani, con un po’ di malinconia. Oggi ultimo giorno di Tchaikovsky, domani ultima Campana. Ma sono contento di star finendo queste mie giornate russe con questa musica, con questi pianisti, con questa sincera emozione che deriva dal sapere di esserci, di star scoprendo tutto ciò passo per passo mentre si crea, mentre nasce. E di questo non potrò mai essere grato abbastanza.

Diario dal Tchaikovsky: Primo giorno di Finali

10.45 The Courtyard, Mosca.

Ci siamo! Finalmente posso pubblicare delle Campane che non durino 4 ore da scrivere e 5 da leggere! Forse che questo significa che adesso arriverranno in orario in prima mattinata? Poveri illusi, se non mi prendo all’ultimo e non dimostro la mia incapacità di organizzazione della mia vita come posso rappresentare al meglio la mia generazione Millennials?

Dunque bando alle ciance e mettiamoci ad osservare la giornata di ieri ora, prima di fuggire dall’hotel per cercare infine di portare i miei omaggi a Skrjabin, dopo oltre una settimana che ci provo inutile (qui per visitare un Museo li devi pregare in dialetto osseta). Per poter far stare i sette candidati nelle tre giornate di Finali con orchestra, ieri sera si sono esibiti tre pianista, ciascuno con due concerti. Una prova, questa dei due concerti, che per me è e resterà ai limiti del surreale: eseguire, che so, il Secondo di Tchaikovsky e il Terzo di Rachamninov di fila, senza pause, come fece Geniusas quattro anni fa assume più il valore di una titanica sfida contro il destino che non un’occasione per valutare il musicista. Ma d’altronde questo è un concorso russo: forse la titanica sfida contro il destino è inevitabile. Oh beh.

Il primo ad esibirsi è stato Konstantin Yemelyanov sullo Yamaha, con Terzo di Prokofiev e Primo di Tchaikovsky. Il buon Yemilio, bisogna dirlo, non ha dato la sua prova migliore. Appesantito dalla stanchezza e da incidente avvenuto alle prove di quel pomeriggio (a quanto pare il pianista si è rotto un’unghia o tagliato sul mignolo destro, ouch), il pianista russo ha iniziato Prokofiev con un po’ di timidezza (sarebbe forse stato meglio iniziare con Tchaikovsky), mostrando una certa fatica che si tramutava in pesantezza. Timido anche nelle dinamiche, che sono rimaste piuttosto appiattite per tutta la prova, ma non male nel suono, sia per ricerca di timbri che per qualità. D’altronde avevamo già avuto modo di sentire il suo suono scuro e ruvido nelle prove precedenti, peccato che non sia riuscito ad adattarlo alle esigenze di Prokofiev e più di una volta il pianista non sia riuscito a ben stagliarsi sulla pesante orchestra. In generale il Concerto è apparso piuttosto sottotono, senza particolare energia o fantasia: meglio Tchaikovsky. Anche qui non si son fatti miracoli, ma l’esecuzione è stata meglio curata e più disinvolta, anche grazie ad un migliore utilizzo di quel suono scuro di cui sopra. Veramente molto bello il secondo movimento, con splendido carattere intimo ed elegiaco. Certo, ogni tanto i fraseggi (soprattutto in primo e terzo tempo) erano veramente sovraccarichi, tesi e contorti come quando ti scappa tantissimo ma sei bloccato in coda alle poste per altre due ore. Ecco, anche meno sarebbe bastato. In generale, nonostante l’apparenza negativa di questo paragrafo, il mio parere è ballerino. Non si può dire che Yemilio abbia suonato male, ma la sua esecuzione non era nemmeno entusiasmante e sembrava più concentrato sul portare a buon compimento la prova, che non sul fare musica. D’altronde, arrivati alla fine del lungo e stressante concorso, eseguire di fila di concerti in questo modo mette veramente a dura prova la resistenza del pianista.

Dura prova che il concorrente successivo ha fieramente superato: lo sapete, non mi ritengo un grande fan del pianismo di Dmitri Shishkin, ma ieri Shish ha dato veramente il meglio di sé. Partito con il Primo di Tchaik, il pianista ha saputo trovare sul suo Steinway un suono molto più netto e definito che l’ha aiutato moltissimo a rendersi sempre ben distinguibile dall’orchestra, mai sopraffatto dalla compagine. Il tempo più spedito ha aiutato il tono per la prima volta veramente appassionato ed energico. Da lui mi sarei aspettato un Tchaikovsky molto più brillantezza (che c’era) ed eleganza, ma invece ne ha dato un’interpretazione piuttosto energica e appassionata, anche se non è riuscito a bilanciare questo nuovo carattere con un legato ben appoggiato e un tocco che sapesse concedersi delle morbidezze fondamentali nel repertorio. Molto bene però il rapporto con l’orchestra, della serata Shish è stato l’unico a riuscire a costruire un buon dialogo con loro.

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Madò le mie skill su Paint sono incredibili

Dopo un ottimo primo tempo, la batteria espressiva del pianista si è apparentemente esaurita e secondo e terzo movimento sono stati splendidamente realizzati, ma senza quello spirito musicale che, all’insegna di un’espressività piuttosto nervosa, animava le frasi del primo. Meglio il Terzo di Prokofiev: qui Shish ha potuto concentrarsi su quell’elemento meccanico che già avevamoi assaporato negli Studi op. 2. Certo, la palette timbrica è sempre abbastanza immobile e mancava quella caratterizzazione che passa dall’appassionato vibrante allo scuro grottesco, ma il suo Prokofiev è stata un’esecuzione veramente impeccabile, con una nitida precisione e un rigido controllo che avevano un che di entusiasmante. Non c’è che dire, il Concorso Tchaikovsky è stata una salita costante, da una prima prova piuttosto amorfa ad una seconda con elementi di interessi fino a questa trionfale Finale. Ormai se la gioca per il podio e vi giuro, se Shish arriva Primo metto come Immagine in evidenza dell’ultima Campana il meme di Renzi. Ecco, l’ho promesso.

 

A chiudere la serata di ieri (diamine che stanchezza) Tianxu An, il nostro amato Quinto Dan, che si conferma il candidato più gentile di tutto il Concorso (nonché l’unico che abbia dato i fiori al direttore d’orchestra). Non che ci aspettassimo la presenza di An in Finalissima: non riesco a cancellare la sensazione che il nostro karateka preferito si trovasse là soprattutto per il pianoforte che suonava, lo Yangtze River, e che il concorrente extra ammesso sia proprio lui. Ma non è questo il momento di fare complottismo, vediamo come ha effettivamente suonato il nostro An.

Quinto Dan
Cosa sarebbe la Campana senza le immagini by D’Orio?

In realtà l’inizio della sua prova è stato il teatro di un piccolo incidente: in teoria il pianista doveva iniziare con il terzo Primo Concerto di Tchaikovsky della serata. Ma per qualche ragione anche l’annunciatore si è sbagliato, l’orchestra aveva le parti di Rachmaninov (le Variazioni su un tema di Paganini) e sembrava ci fosse stato un cambio all’ultimo minuto. Peccato che quando l’orchestra ha attaccato le Rac-Paganini, il pianista sia andato nel panico più totale, aspettandosi probabilmente di iniziare con Tchaikovsy. Ecco, quel panico e quell’insicurezza hanno un po’ percorso tutte le Variazioni, non riuscendo il nostro Quinto Dan a riprendersi e a costruire una buona esecuzione, anche quando ormai lo shock dell’inversione doveva essere bello che passato. Bello però il finale. Meglio il pianista sul Concerto di Tchaikovsky, assolutamente non all’altezza di quello di Shishkin o anche di Yemelyanov (entrambi molto più solidi tecnicamente), ma dotato di alcuni buoni spunti. Il pianista cinese è bravo soprattutto a creare situazioni timbriche interessanti, a trovarse diversi suoni non sempre aiutato in realtà dal suo pianoforte, che ieri ha dato una prova non all’altezza del Concorso che lo ospita. Una cosa positiva di Quinto Dan, comunque, è che lui ci crede. Veramente. Si vedeva che ci metteva l’anima dentro e infatti alcuni punti (ad esempio le ottave dal terzo movimento) hanno saputo tirare fuori delle frasi musicali veramente espansive ed espressive. Peccato per l’assenza di dolcezza ed effusione, sia su Rac che su Tchaik, e una certa rigidezza difficile da scalzare, oltre ad un’evidente stanchezza. Sarà per la prossima volta, Quinto Dan, hai altri quattro anni per allenarti sotto una cascata.

Ultima menzione va all’orchestra: la State Academic Symphony Orchestra of Russia “Evgeny Svetlanov”, guidata dal suo direttore ospite principale Vasily Petrenko, non ha dato una prova all’altezza del Concorso. Io non so che succeda con le orchestre ai concorsi pianistici: il Tchaikovsky 2019 ha totalizzato ben oltre i dieci milioni di visualizzazioni su Medici TV, da quando è iniziato. Stiamo parlando di uno dei massimi appuntamenti musicali al mondo, che avviene una volta ogni quattro anni. Eppure un’orchestra russa che può vantare Jurowski come direttore musicale fa fatica ad eseguire con disinvoltura il Primo di Tchaikvosky e costringe il suo direttore a dover correggere il solfeggio di alcune battute del Terzo di Rachmaninov (ops, spoiler). E Petrenko è un direttore di ottimo livello, ma anche lui è apparso seguire poco i musicisti e faticare a trovare un gesto diverso, che sapesse adattarsi meglio alla varietà di caratteri e di idee che i candidati mettevano sul piatto. Per carità, il suonone sui tutti è ottimo, ma anche grazie tante, a suonar bene nel fortissimo son veramente bravi tutti. Quando però la sezione dei violoncelli si trovava ad eseguire l’espressivo tema dal Terzo di Prokofiev, beh, era da mettersi le mani nei capelli. Una menzione d’onore invece al timpanista, che ha veramente fatto miracoli, e agli ottimi violini (ambo le sezioni), solidissimi e compatti. Bene, è ora di chiuderla prima che diventi una delle mie solite recensioni. Ieri ci siamo un po’ scaldati, oggi iniziamo davvero con i musicisti che mi hanno entusiasmato in quel glorioso secondo giorno di Quarti di Semifinale: Kantorow e Melnikov oggi, Mao e Broberg (lui dal terzo giorno in realtà) domani. E la sfida è ancora tutta da vincere.

Diario dal Tchaikovsky: Come nasce il suono?

Se c’è una cosa che amo, è esplorare i backstage. Girare per i corridoi del Conservatorio, scoprire il percorso della giuria dalla Sala Grande a dove prenderanno la decisione finale, parlare con gli organizzatori, con i concorrenti, con l’ufficio stampa, cercare di capire cosa significhi trovarsi qui, quali sfide, quali emozioni. E amo soprattutto parlare con i responsabili degli strumenti, perché hanno uno sguardo ancora diverso, hanno modo di vedere ciò che io non posso: come si sviluppa il rapporto tra un candidato e lo strumento, cosa prova il pianista l’istante prima di salire sul palco, mentre io attendo placido in platea, come si crea quel suono che mi incanterà di lì a pochi secondi. Ara Vartoukian è il tecnico Steinway del Concorso Tchaikovsky. È persona sorprendentemente pacata e tranquilla, parla con tono di voce moderato e quasi sommesso, ma quando parla di pianoforti c’è qualcosa che si accende in lui. C’è una venerazione del suono, dello strumento, c’è una tendenza ossessivo-compulsiva al perfezionismo, un vivere completamente assorbiti dalla bellezza del proprio lavoro, cercando costantemente di crescere e migliorarsi non per competizione ma per amore. Non mi stupisce che la Steinway, tra tutti i suoi tecnici al mondo, abbia fatto venire per il Concorso questo mite signore direttamente dall’Australia: i ritmi del Tchaikovsky sono folli e solo chi riesce a dare quel “di più” anche in queste condizioni riesce ad emergere in quel cordiale contendersi candidati che avviene prima di ogni prova.

 

 

Partiamo dagli essenziali: chi sei?

Sono Ara Vartoukian, vengo da Sidney e sono qui per prendermi cura dello Steinway al Concorso Tchaikovsky.

 

Esattamente cosa fai al Concorso?

Il mio lavoro è accordare e preparare il pianoforte, così che sia sempre perfettamente a posto per i candidati quando devono esibirsi. Sono arrivato una settimana prima dell’inizio del Concorso, così da sistemare lo strumento. Anzi gli strumenti. C’erano due Steinway qui e li ho preparati entrambi, prima di scegliere quale dei due sarebbe stato sul palco.

 

Perché due strumenti?

Ah, semplicemente il Conservatorio ha comprato due strumenti [Cioè il Tchaikovsky ha comprato due gran coda Steinway da concorso, mi son venuti i sudori freddi, qui, pensando allo stato dei pianoforti nei Conservatori italiani, ndT], sono arrivati, li abbiamo messi in una stanza, li abbiamo provati e poi abbiamo deciso quale fosse il migliore per il concorso.

 

Quali sono le caratteristiche che cerchi in un pianoforte da concorso? Anche considerato le differenze che ci sono tra il pianismo e il repertorio di ogni concorrente!

Innanzitutto devono avere un colore piuttosto vivido. Poi non bisogna dimenticarsi che gran parte dei concorsi è per i giovani e giovani pianisti spesso non hanno l’esperienza per abituarsi ad un pianoforte in brevissimo tempo. In condizioni normali, il pianista arriva e ha la possibilità di familiarizzare con lo strumento per diverse ore, può discutere con il tecnico, capire cosa serve. Ad un concorso non c’è modo di farlo, devono trovarsi subito in sintonia, subito a proprio agio. Quindi devo preparare loro uno strumento che sappia parlare molto fretta, che suoni subito fresco, sgargiante e meccanicamente impeccabile. Specialmente nel primo round, quando suonano gli studi!

 

Quindi come procedi?

Beh, per iniziare il pianoforte è già un ottimo pianoforte, quindi il mio lavoro è sviluppare le caratteristiche insite nello strumento. Parto dai fondamentali, do una bella accordatura, tolgo la meccanica, lubrifico, pulisco, faccio tutti gli aggiustamenti del caso. Anche se è uscito perfetto dalla fabbrica, rifaccio comunque tutti i procedimenti da capo per essere sicuro. Per questo lavoro impiego in genere i primi due o tre giorni. Poi ho chiesto ad alcuni studenti del Conservatorio qui di venire a suonarlo e nel mentre lo aggiusto e sistemo la meccanica. È a questo punto che inizi a capire qual è il percorso da seguire con lo strumento. Per preparare un pianoforte ci sono tre componenti fondamentali: l’accordatura, la regolazione della meccanica e l’intonazione dei martelletti. Queste tre cose devono andare avanti contemporaneamente, non puoi trascurarne una a favore di un’altra, l’una influenza l’altra, è una combinazione. Quindi lavoro intensamente su queste tre caratteristiche, alla ricerca di un equilibri ed è quando trovi quell’equilibrio che il pianoforte inizia ad evolvere e il suono diventa più ricco e corposo.

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Qualche foto rubata ai backstage

E lo strumento si evolve anche durante il concorso?

Ah, immensamente! Se lo senti il primo giorno e lo riascolti oggi, troverai moltissime differenze. Semplicemente perché il pianoforte ama essere suonato e permette di essere suonato tanto. Anzi, più viene suonato, più il suono reagisce e diventa più libero e la meccanica più fluida. Questa è una delle bellezze dei concorsi (e degli Steinway): lo strumento migliora man mano che il concorso procede!

 

E una volta che il pianoforte è preparato come procedete durante il concorso?

Durante il concorso ci viene assegnato del tempo quotidianamente per curare lo strumento. Il programma però è serratissimo: ogni tecnico ha dalle due alle due ore e mezza, quindi dobbiamo farlo durante la notte! Abbiamo dei turni, a volte capita che ti diano il turno, per dire, dalle undici all’una e mezza, e sei fortunato, a volte quello dall’una e mezza alle tre o dalle tre alle cinque e mezza. È piuttosto stancante, ma va così: d’altronde è l’unico momento in cui i pianoforti sono liberi e sul palco ci sono cinque strumenti diversi, ognuno ha bisogno del suo tempo.

 

Effettivamente il tempo durante il giorno quasi non c’è, considerando il ritmo delle prove.

Esatto. Abbiamo solo pochi minuti per dare una sistemata rapida prima che cominci la prova o quando c’è una pausa. Se abbiamo una pausa di magari venti minuti e dopo la pausa verranno usati due strumenti diversi, quei venti minuti diventano dieci a testa. Se ne servono tre, diventano meno di sette e così via.

Per questo nella settimana precedente al Concorso cerchiamo di rendere lo strumento estremamente stabile, così che non serva fare troppo lavoro durante. E se quel lavoro dovesse servire, lo potremmo fare in fretta: impariamo a conoscere lo strumento nei suoi più piccoli dettagli, in ogni sua più specifica caratteristica, al punto da poter chiamare per nome ogni sua componente.

 

Ciò che il tecnico fa, però, non è solo prenderti cura dello strumento, ma anche del pianista! Come si è svolto questo Tchaikovsky?

Questo concorso è stato piuttosto tranquillo, devo ammetterlo, i concorrenti ci hanno chiesto solo alcuni dettagli di preparazione, chi lo voleva lievemente più leggero, chi lievemente più brillante. E poi seguendo le loro prove abbiamo cercato di regolare al meglio lo strumento per ognuno di loro. Non è stato facile, al primo round avevamo undici concorrenti!

 

E come fate quando due pianisti chiedono due cose diverse, pur esibendosi in momenti ravvicinati?

Le differenze in genere sono piuttosto sottili, ma se alcune cose le posso sistemare molto in fretta, altre hanno bisogno di tempo. Ciò significa che devo prepararmi in anticipo, devo imparare a memoria tutte le esigenze di ogni pianista, così da non perdere nemmeno un istante. Inoltre ad ogni round lo strumento è diverso. Non solo perché si evolve, ma perché io stesso lo preparo diversamente: nella prima prova, il pianoforte doveva potersi adattare ad un repertorio brillante, agile, leggero (pensa agli studi o alla sonata classica), mentre nella seconda ci sono brani molto più ampi, che permettono al suono di allargarsi ed espandersi. E per il concerto con l’orchestra lo cambio ancora per renderlo più brillante e diretto. Magari correndo il rischio di renderlo un po’ più grezzo rispetto al suono puro e meraviglioso delle prove solistiche, ma serve ovviamente un suono più grande e deciso perché passi con l’orchestra e  deve comunque poter cantare!

Uscendo dal Tchaikovsky, quali storie ti vengono in mente pensando ai pianisti pre-concorso?

Sono tante e molte mi vengono legate al Concorso di Sidney, per cui ho lavorato spesso! Lì noi tecnici stiamo nella sala verde insieme ai pianisti e il rapporto con loro è fondamentale: a volte sono così nervosi che devi parlarci, farli sentire a loro agio, aiutarli a rilassarsi. Altri invece sono così tranquilli e assorbiti in loro stessi che ti giri dall’altra parte ed eviti assolutamente di rivolger loro la parola! Mi viene in mente, del primo tipo, questo pianista, un ragazzone russo che prima di andare sul palco si era fatto due coche e tre banane per avere più energia. Col risultato che prima della sua prova stava esplodendo e quando è salito sul palco sembrava davvero stesse andando in guerra, tremando, correndo, pestando, buttando tutto sul pianoforte. E suonava così forte che ho avuto paura per il concorrente dopo, che invece era un esecutore molto più tranquillo e delicato. Così sono andato dal responsabile del broadcast (perché il Concorso viene trasmesso live) e gli ho raccontato una balla “Guarda, credo non sia corretto farlo suonare ora perché ci sono alcune note stonate, posso andare a controllare?”. Ma tra un concorrente e l’altro ci sono solo due minuti e mezzo, quindi il responsabile mi ha dato due minuti e quindici secondi per sistemare lo strumento. Sono corso sul palco, ho sistemato quattordici corde, sono scappato in sala verde, mi ha guardato e ha esclamato “due minuti e quattordici secondi”. Ogni tanto capitano questi piccoli incidenti, ma quando si risolvono bene è una gran soddisfazione!

 

E negli scorsi Tchaikovsky non è avvenuto alcun incidente?

No, è sempre stato un Concorso relativamente tranquillo da questo punto di vista. Ma mi ricordo che un anno eravamo convintissimi che si fosse rotta una corta durante la prova di una ragazza: sentivamo chiaramente il rumore della corda rotta. Quindi dopo la sua prova abbiamo fermato tutto e ci siamo messi alla ricerca, ma cerchiamo, cerchiamo e non troviamo nulla. Al secondo round, torna la stessa pianista: stesso rumore. Questa volta però mi ero preparato, mi ero infilato nel backstage per ascoltare meglio e lì ho capito. Non era una corda rotta, ma lei stessa che cantando produceva un brusio identico al rumore di una corda rotta. Non ti dico il panico prima, pensavamo si fosse rotto qualcosa direttamente nello strumento! Un’altra volta invece era la gamba sinistra del seggiolino ad essere sul punto di rompersi: e ogni volta che il pianista suonava il registro grave, la gamba si piegava di più e di più e di più e noi già lo vedevamo a terra. Fortunatamente il seggiolino resse e tra una prova e l’altra siamo scappati fuori a cambiarlo!

 

Dopo l’intervista invece cosa dovrai fare?

In questo istante ci sono le prove con l’orchestra, quindi sto ascoltando intensamente tutti i concorrenti per capire se c’è qualcosa che devo sistemare, poi faccio un check con il pianista per capirne le esigenze e così via. Al momento non mi è stato detto nulla, ma non importa, ho sentito comunque qualcosa, qui e là, che posso migliorare. Anche questo è allenamento, vado a tantissimi concerti. So che non è così comune per gli accordatori, ma in realtà mi faccio in media oltre cento concerti l’anno, una volta sono arrivato quasi a duecento. Quando mi chiamano a sistemare il pianoforte mi fermo sempre ad ascoltare, ma spesso vado anche quando non devo lavorare, per i concerti che mi interessano.

 

Quindi sei anche un amante del repertorio!

Certo! E oltre ad amare il repertorio, amo sentire i suoni che vengono creati sullo strumento. Perché è ciò che faccio: io aiuto a creare il suono. A realizzarlo poi è il pianista, ma è come se fossi il capo meccanico al Gran Premio di Formula 1. Io faccio in modo che tutto sia pronto, poi sta al pilota fare il duro lavoro!

Preparation Piano 2
La quiete prima della tempesta

Diario dal Tchaikovsky: I Finalisti

13.30 Courtyard Hotel, Mosca.

Questa sarà probabilmente la più tarda delle Campane di questi giorni moscoviti. Ma abbiate pietà, la giornata di ieri è finita direttamente nella giornata di oggi, tra momenti surreali e l’alba a Mosca alle 3 di mattina. Mentre ci si trovava a bere prosecco sotto al Conservatorio con Gadjiev, Geniushene e suo consorte. Che parlavano in russo, mentre io cercavo di impararlo per osmosi. Però ho imparato “zvuk”, suono, parola grazie alla quale, a quanto afferma Lukas, ora posso ufficialmente insegnare in Russia.

Intanto ho potuto gironzolare durante Mosca di notte solo per notare che una buona fetta di popolazione di notte ci vive perfettamente come di giorno, mangiando insalate lungo le vie del centro alle 4 di mattina come se fosse mezzogiorno. Ah, la Russia.

Bei ricordi
Dimostrazione che questa cosa è davvero avvenuta e io non stavo delirando in preda al sonno

Ma andiamo dunque al sodo! La giornata di ieri è stata l’ultima, intensa giornata di semifinali, da cui sono emersi i 7 (!) nomi che parteciperanno alle prove finali. Ma andiamo con ordine.

Il primo ad esibirsi è stato il francese Kantorow, che ha iniziato con una Rapsodia op. 79 n. 1 di Brahms dal suono ampio, anche troppo, fino al punto di mancare di compattezza. È complesso spiegare il suono del buon Kantor, ma ci proverò con una similitudine: se il pianoforte è il telefono di una doccia, il suono è l’acqua che ne esce. L’intensità con cui esce è la dinamica, la temperatura è il colore. Ora, le moderne docce consentono di cambiare non la forza, né la temperatura, bensì la modalità, ad esempio nebulizzando, distribuendo la pressione dell’acqua sull’intero telefono oppure concentrandola in un unico, diretto flutto. Ecco, il suono di Kantorow è spalmato sull’intero telefono, ampio ma non concentrato, grande ma non diretto. Questa caratteristica del suo suono, il pianista francese se la porta dietro dalla prima prova e a quanto pare è un suo fiero tratto distintivo. La Rapsodia di Brahms era in realtà suonata bene, soprattutto dalla sezione centrale in poi, e i vari episodi erano veramente ben cuciti e ricchi di dettagli, se escludiamo qualche eccesso nervoso, ma ogni tanto una maggiore compattezza avrebbe giovato al carattere brahmsiano. Discorso simile per la Seconda Sonata di Brahms (Kantor si distingue sempre per il programma interessante), su cui ha saputo realizzare elementi di mistero e al contempo appassionata foga da vero leone della tastiera, quale il giovane Brahms era. Visto il carattere stesso della capricciosa Sonata, le contrazioni lisztiane erano anche più al loro posto e il pianista francese ha saputo portare avanti l’intero brano con perfetta ed efficace drammaturgia da concerto. A seguire i tre movimenti da L’Uccello di Fuoco di Stravinskij nella trascrizione di Agosti, in cui finalmente abbiamo potuto apprezzare dal Kawai un suono più sottile, teso e tagliente, ma ricco di colori e soprattutto dal fraseggio coerente: una delle principali difficoltà della trascrizione, infatti, è rendere pianisticamente lo spezzettato fraseggio stravinskiano, così naturale negli scambi tra sezioni orchestrali, così scomodo nei salti d’ottava e di registro del pianoforte. Meravigliosa la Berceuse, statica ma non immobile, con timbri che ne mostravano la discendenza mussorgskiana, e assolutamente mozzafiato l’inizio del Finale: così dolce era quel tema nel registro centrale che sembrava davvero un corno. Brividi. Bene ma non benissimo il Notturno n. 6 op. 63 di Fauré, dal suono più intimo, ma anche qui a volte eccessivo nelle dinamiche. In ogni caso un’ottima prova, con cui il beffardo Kantor si conferma uno dei concorrenti più interessanti del Concorso.

A seguirlo era la volta di Arsenio (Tarasevich-Nikolayev), che sullo Steinway ci ha offerto una prova dal pianismo assai diverso. Il buon Arsenio è uno dei concorrenti più nobili ed aristocratici del Tchaikovsky (ben più, a mio avviso, di Shish) e la sua esecuzione dei Sei Moments musicaux di Rachmaninov non mi ha lasciato senza fiato, non mi ha trascinato in un oceano di calda espressività e tensione drammatica, ma mi ha dato un senso di ordine e di maestosità che ho sinceramente apprezzato. Un Rachmaninov sobrio fin dal delicato inizio del Primo, proseguito bene con le folate del Secondo (un po’ troppo pedalizzato e confuso nell’ampia acustica della sala), ma meno bene nel Terzo. Bella la scelta di portare a questa lentezza il Terzo Moment, ma più di una volta vi è stata una sensazione di immobilità che dava l’idea che il pianista stesse letteralmente contando i movimenti, più che inserirli sempre ben misurati ma in un discorso fluido. Meglio il Quarto, in cui Arsenio è riuscito anche ad abbandonare per qualche istante la sua compassata statura per concedersi qualche momento di slancio qui davvero fondamentale. Migliori Moments gli ultimi due (in genere quelli meno calcolati!): il Quinto veramente splendido per colori tenui e serena cantabilità, con una mano sinistra perfettamente condotta, e il Sesto ottimo per ampiezza di suono e fraseggio. Peccato per questa tendenza ad ingessare un po’ lo scorrere musicale. Bene l’Etude-Tableau op. 33 n. 3, in cui il pianista si è trovato particolarmente a suo agio nel tono contemplativo e crepuscolare. La Sesta di Prokofiev che ha concluso la prova era la dimostrazione di quanto lo stesso pianoforte e lo stesso brano possano dare due risultati completamente opposti sotto le mani di due pianisti diversi. Arsenio non è un maestro del suono sfibrato o glaciale come Gadjiev, ma per ampiezza e maestosità non ha rivali. Magnificamente tenuta insieme nella struttura, mi sono però mancate non poco le tensioni e le spigolosità che dovrebbero fare da contrasto ai momenti più caldi ed espressivi, purtroppo soffocate nell’abbondante pedale. Molto bello il secondo movimento, che ha mostrato tutto il suo carattere ballettistico. E l’elemento di danza è stato anche tenuto assai bene dal pianista nel terzo movimento, che ho preferito nella sua interpretazione rispetto a quella di Gadjiev. Nonostante la lentezza, Arsenio è riuscito sempre a far percepire il movimento di valzer, conducendo con efficacia ad entrambi i climax. Di grande effetto anche il quarto movimento, dove però mi è mancata la chiarezza e la caratterizzazione timbrica dell’italiano. In generale una Sesta un po’ romantica, ma ampia, architettonicamente ben pensata e dall’affascinante uso delle risonanze. Non male Arsenio, non mi hai fatto venire i brividi, ma mi hai convinto.

Chi mi ha fatto venire i brividi invece è stato il concorrente dopo. Ci siamo, è di nuovo il turno di Mao il fanciullino. E vi assicuro, la sala era stracolma di gente, non ho sentito così tanta aspettativa per nessun candidato finora. Si potrebbe pensare che di fronte a questa aspettativa anche la pressione sia a mille, ma già dalla spigliata camminata dalla porta allo Steinway, il ragazzo ha completamente annullato qualsiasi forma di tensione. Sedutosi, ha attaccato una Seconda di Skrjabin dal suono soffuso e dolce, liquido fino all’inverosimile ma sempre chiarissimo nel fraseggio e con gusto nei rubati. Avevo diversi dubbi su questa prova, il primo ero “Riuscirà a cambiare suono e a dare un po’ di quei colori scuri al secondo tempo?”. La risposta è sì, c’è riuscito. Il secondo tempo della Sonata è stato un prodigio per effetto turbinoso ma elegante, che poteva trovare qualche slancio più marcato, ma ha saputo differenziare il suono e trovare scure sonorità misteriose. Surreali gli arpeggi della sinistra: solo a pensarci mi viene da riascoltarmi la sua prova. Dopo Skrjabin è stata la volta della Terza di Chopin, su cui avevo il mio secondo dubbio: “Ma ce l’avrà l’imponenza romantica?” La risposta qui è “Sni”. Non nascondo che a volte una sinistra un po’ più presente e una maggiore ampiezza di suono nei punti più concitati e maestosi sarebbe servita a far da miglior contraltare al resto, ma eccetto questo fatico a trovare cose da criticare. La Sonata è stata affrontata con suono bellissimo e calibratissimo, con una disinvoltura tecnica più che trascendentale, con dei fraseggi così perfettamente coerenti e ben condotti da portarmi alle lacrime. Più maestoso ed appoggiato l’inizio del terzo tempo (ma allora ce li ha i bassi), anche se non riuscitissimo il primo cantabile, di cui si sentiva quanto in mutande lasci Chopin in quel tema, e ancora da far maturare il secondo elemento. Ma sul ritorno di A, rassicurato dalla tessitura più stratificata, Mao si è finalmente concesso quella meraviglia così attesa. Molto bene anche il finale, in cui si è trovato un sublime equilibrio da pesantezza e impulso ritmico, in cui qualche momento più teso non sarebbe stato fuori luogo, ma che ha condotto trionfalmente la Sonata alla conclusione. Pubblico in delirio. E dobbiamo ancora finire: manca la Settima di Prokofiev e il mio terzo dubbio. “Riuscirà il fanciullino a confrontarsi con il pesante repertorio russo?”. La risposta è “Sì, dannazione”. In Prokofiev Fujitara ha trovato un suono secco e netto, che gli hanno regalato una Settima veramente incredibile. Il ventenne giapponese non aveva forse la sapienza polifonica di Gugnin, ma ogni voce era fraseggiata con una chiarezza ed una felicità espressiva sempre adatte ad ogni richiesta della parte. E il fraseggio è la cosa veramente prodigiosa di questo pianista. Se leggeste i miei appunti dedicato alla sua prova vi trovereste frasi tipo “fraseggi bellissimi”, “fraseggi da panico”, “Madò che fraseggi, muoio”. Perché è così, tutto ottiene senso sotto le mani di Mao, tutto è così chiaro ed espressivo che ascoltando la sua Settima di accorgevi di relazioni tematiche mai notate, di dettagli mai considerati, di quanto geniale fosse la costruzione di Prokofiev. Non di Mao, di Prokofiev: ad emergere nella sua esecuzione non è il genio del pianista, ma il genio del compositore. E in questo sta il genio del pianista. E così bello e condotto era quel terzo tempo che ho avuto le lacrime agli occhi: chi piange durante il Precipitato? Mezza sala, apparentemente, se consideriamo la SECONDA standing ovation: è il fanciullino la vera star di questo Tchaikovsky, c’è poco da fare.

Dopo una prova simile, sfortunato il pianista che si doveva esibire. E invece Kenneth Broberg è riuscito ad arrivare e imporsi all’attenzione fin dalla Toccata e Fuga in do minore BWV 911 di Bach: vi prego qualcuno proibisca a questo pianista di fare qualsiasi cosa nella vita che non sia suonare Bach, tutto il giorno tutti i giorni. Fin dall’inizio energico, lo Steinway della Sala Grande non sembrava nemmeno lo stesso strumento di Mao, tanto sagomato e schiettamente, onestamente barocco era il suo modo di utilizzare il pianoforte. Esaltante. Meravigliosa anche la Sonata di Barber, che ha trovato un carattere completamente diversa rispetto a quella di Yemelyanov, con ritmate morbidezze che contrastavano perfettamente con i punti più siderali e un finale esplosivo. Splendido anche il secondo movimento, in cui è emerso meno il valzerino russo di Yemelyanov e molto di più il carattere americano, con splendida polifonia. Maestoso il suono e centrato il fraseggio sul terzo movimento, dai bei colori scuri e drammatici (quindi non è solo smagliante sorriso, costui) e perfettamente realizzato il carattere del soggetto della fuga, purtroppo colpita da un paio di dubbi che non hanno però destabilizzato il pianista americano. Un po’ pesante invece la Sonata op. 25 n. 2 di Metner, che ha messo a dura prova la tenuta della sala (forse anche provata dalle quattro ore di musica), ma in realtà suonata con gran virtuosismo, suono fantastico anche se un po’ troppo chiaro e brillante (ciononostante ho apprezzato un Metner con una sua identità sonora non à la Rachmaninov) e ottima consapevolezza formale. Meno buona a mio avviso la chiarezza, che non sempre riusciva a superare l’ingrata scrittura pianista per far emergere con limpidezza la complessa tessitura polifonica. Espressivi e travolgenti i climax.

Un’ora di pausa e poi si è di nuovo dentro: è il turno di Sara Daneshpour. La pianista americana si è esibita sullo Yamaha con uno dei programmi più belli di tutto il Tchaikovsky: Incises di Boulez, due brani da L’arte della fuga di Bach, la Barcarolle di Chopin e l’Ottava Sonata di Prokofiev. L’esecuzione purtroppo non è stata bene dietro al programma. Partita benissimo con Boulez, suonavo con ottimo suono e grande senso drammatico, la pianista ha iniziato a zoppicare su Bach, che mancava della chiarezza polifonica di Broberg ma sembra anche fin troppo cauto, non riuscendo a raggiungere quell’astrattismo mistico che così bene si confà al contrappunto dell’estremo capolavoro bachiano. Meglio la Barcarolle, soprattutto nel tema affrontato con leggerezza e discrezione, con bei fraseggi e un’interpretazione alquanto vaporosa ma coerente. Peccato per la graduale perdita di convinzione, che le ha smorzato la crescita verso il climax, poi non tenuto fino in fondo. Abbastanza buono Prokofiev, attaccato con il medesimo suono di Chopin, ma dal buon uso delle risonanze. Tecnicamente la pianista funziona bene, soprattutto nelle agilità, e riesce anche a dimostrare di saper trovare timbri e suoni diversi sulla tastiera, ma ogni tanto il suo discorso mi sembra non perfettamente pensato e più di una volta mi son trovato a domandarmi se la pianista si chieda i suoi “Perché” di fronte alla parte. Forse è questo che mi manca, quando cerco in questo capolavoro quella forza evocativa di situazioni, timbri e sensazioni. Ma poi mi ricordo anche quanto la tensione inibisca proprio la libertà espressiva e quanta tensione questi musicisti debbano sopportare per esibirsi su quel palco.

Certo, c’è anche chi in mezzo alla folle tensione riesce a non perdere la rotta espressiva. È stato il caso di Anna Geniushene, che ha suonato sullo Steinway l’Humoreske di Schumann, la Berceuse heroique di Debussy e l’Ottava di Prokofiev. Così ci siam sentiti tutte le Sonate di Guerra due volte e via. La sua prova è stata davvero notevole: fin dalla prima nota di Schumann, la pianista russa è riuscita a trovare quel carattere schumanniano che mi era mancato nella prova di Philippo il giorno prima, tra delicata cantabilità ed esuberanti scatti (che potevano però essere ancora più disinvolti, liberi e fantasiosi). Alla Geniushene dobbiamo alcuni dei momenti di più alta poesia del Concorso, tra la Romanza del primo turno e questa Humoreske, e per alcuni incredibili istanti tutta la Sala Grande del Conservatorio ha trattenuto il fiato. Meglio il pedale, un po’ pesante in prima prova, anche se di più si poteva fare in chiarezza in alcuni punti turbinosi. Ma devo ammettere che il livello di dettaglio e sgranatura del suo suono nelle folate era veramente impressionante. Questo soprattutto nelle dinamiche dal mezzoforte in giù: ad Anna è mancata l’energia travolgente e il coraggio di lanciarsi soprattutto con la mano destra, che più di una volta è apparsa soffocata nel tentativo di controllare al meglio la tastiera.  Ma non per questo le sono mancati gli slanci passionali o i fraseggi chiari e ben condotti: la sua prova è stata in generale una delle migliori per fluidità del discorso musicale, portato con perfettetta drammaturgia da un elemento all’altro. Tutto cadeva esattamente dove doveva cadere. Bene la Berceuse di Debussy, che poteva trovare dei colori più fantasiosi sullo strumento (è l’unico brano di Debussy ascoltato nell’intero concorso!), ma ammetto che il carattere funereo di questo atipico brano era perfettamente centrato. Molto buona la gestione dei piani sonori. L’attacco dell’Ottava di Prokofiev ha invece sancito un meraviglioso stacco: non c’era nemmeno paragone con il suono di Schumann o di Debussy, la Geniushene ha saputo trovare un suono veramente adatto ai raffinati contrasti di questa Sonata. Le cose meravigliose sono state veramente molto, ma credo ricorderò a lungo il magistrale attacco del secondo tema nel primo movimento, veramente dal nulla e con proprietà timbrica impressionante: non mi stupisco sia partito l’applauso dopo il finale del primo movimento. Bella la serena grazia del secondo movimento, la cui scorrevolezza agogica ha rafforzato il carattere di elegante e trasognata danza. Splendido anche il terzo movimento, con grande ricchezza di caratteri (da brividi il ritorno del primo tempo!) e coerenza di fraseggio. Peccato solo per qualche errore e la stanchezza nel sovrabbondante finale, che però non ha rovinato l’effetto travolgente della conclusione. Da segnalare infine che, come ho avuto modo di apprendere, lo stesso Daniil Trifonov (nelle sue evidenti giornate di 48 ore +1) sta seguendo il Concorso ed è rimasto entusiasta di fronte all’Ottava della Geniushene.

A concludere le Semifinali del Concorso Tchaikovsky 2019 il coreano Dohyun Kim, partito con una splendida Barcarolle di Chopin  che ha ben sfruttato le delicate risonanze e la chiarezza dello Yamaha. Splendide le volate, eseguite con eleganza e ben fraseggiate e bello il carattere concitato. Avevo dunque buone speranze anche per i 12 Studi op. 25 che seguivano, ma fin dal primo il pianista ha iniziato a mostrare alcuni dubbi. La scelta di portare l’op. 25 è rischiosissima, una di quelle cose che si fanno solo se sei pronto a spaccare il mondo, al primo dubbio Chopin non perdona. E così dopo un inizio ancora buono, tra l’eleganza del Primo e il cambio di tocco del Secondo, il pianista ha iniziato piano piano a correre sempre di più, sacrificando la chiarezza degli elementi tecnici per immergere tutto nel pedale o coprire con gli incisi tematici, gradualmente mangiandosi sempre più dettagli. Peccato perché elementi squisitamente musicali si potevano sentire. Meglio il Nono Studio e non troppo buttato il Decimo, ma meno riusciti gli ultimi due, tra cui il Dodicesimo affrontato con evidente nervosismo e durezza. Rincuorato dai caldi applausi del pubblico russo, però, Kim ha affrontato con rinnovata energia Petrouchka di Stravinskij, purtroppo non per molto. Ben presto nella Danza Russa e poi nel La semain grasse il pianista ha iniziato a sporcare molto, tendendosi gradualmente sempre più fino al finale, apparentemente nel panico. Come si diceva, la tensione dei concorsi è una brutta belva.

Così siamo dunque giunti al termine all’ultima, lunga Campana dedicata alle Semifinali. Ed evidentemente meno delirante e frizzante rispetto alle altre, ma beh, ho sonno, sono le quattro e sono ancora in pigiama in stanza d’albergo, la mia vita mi sta sfuggendo di mano e ancora non sono andato a portare i miei rispetti al Museo Skrjabin. È tempo dunque di commentare i risultati e affrontare finalmente il giorno col sole in fronte.

A passare sono stati Tianxu An (Quinto Dan, ma che davero?), Kenneth Broberg, Konstantin Yemelyanov, Alexandre Kantorow, Alexey Melnikov, Mao Fujita e Dmitry Shishkin. Risultati direi piuttosto soddisfacenti, eccetto un paio di esclusi (per mio gusto personae ovviamente). Per Broberg, Kantorow, Melnikov e Fujita sono pienamente d’accordo. Ottima è stata anche la prova di Yemelyanov, che si conferma un candidato assai solido e interessante. Non concordo molto su An, per quanto abbia suonato decisamente meglio in questo secondo giro e su Shishkin sapete che non sono un grande fan: se eleganza ed aristocrazia bisognava premiare, molto meglio Tarasevich-Nikolayev! Gli esclusi che poi mi dispiacciono assai sono stati Anna Geniushene, la cui prova di ieri sera mi aveva completamente convinto, e Alexander Gadjiev, che però era più prevedibile vista la natura piuttosto divisiva del suo pianismo. Ma così vanno i concorsi e a noi non resta ora che felicitarci della presenza di personalità decisamente interessanti e vedere se il fanciullino riuscirà anche in Finalissima a strappare la terza standing ovation.

Cremona Musica 2017: Un ultimo saluto ad Ivry Gitlis e riflessioni finali

Cremona Musica è finita, viva Cremona Musica!

Dopo tre giorni di tirata, scrivo questa Campana comodamente sdraiato sul mio copriletto arancione, con lo spirito gonfio di pensieri e il portafoglio sgonfio di denari.

Cremona Musica è d’altronde anche il permettersi qualche acquisto, saltellando tra uno stand e l’altro del reparto Edizioni Musicali, per tornare a Padova con nuovi libri e nuovi CD (e proseguire con la mia descoverta della musica contemporanea finlandese [dio, quanto è hipster questa cosa, mi è appena cresciuta di cinque centimetri la barba per reazione]). Esa-Pekka Salonen, è tutta colpa tua. Ma in ogni caso, la Fiera si è conclusa e se i miei piedi rigraziano, parte di me vorrebbe cibarsi di quell’aria ancora a lungo.

Perche è vero che il rumore è assordante, è vero che c’è calca (ma per chi è abituato alle dense masse di Lucca, si naviga che è un piacere), è vero che non sai mai dove sederti e finisci sempre sul prato fra i due padiglioni, però quanto si impara, quanto si pensa a Cremona!

Basti pensare alle riflessioni generate da Ivry Gitlis, che ieri ho potuto osservare per qualche minuto dar lezione a giovani violinisti (e avrei voluto assistervi per altre ore). Gitlis è stata la vera e propria star di Cremona Musica, non solo per la sua incredibile fama, ma per la sua capacità di pervadere ogni spazio (e tutti  i miei titoli) con la sua presenza ed il suo sguardo. Non puoi ignorarlo nemmeno se ci provi, questo è il suo carisma. E il suo messaggio di abbandono di ogni pretesa logica e razionale, quando ci si avvicina alla musica, ha per me trovato ulteriore carburante nella conferenza di Stuart Isacoff dedicata ai temperamenti, dimostrazione di come ogni idea di perfezione razionale venga a mancare persino nella struttura basilare della musica, cui inutilmente i secoli hanno cercato di inculcare logiche perfette persino nella distribuzione delle note.

Ma è finalmente giunto il momento di narrare brevemente della Media Lounge (nell’immagine in evidenza, una foto), per me una delle esperienza più interessanti. Quest’anno sono infatti stato invitato a far parte del gruppo di giornalisti, editori, responsabili di media vari (dalla radio alla televisione, da facebook ai blog) provenienti letteralmente dal mondo intero. Va da sè che già questo per un ragazzo di ventiquattro anni ancora studente porta un carico di interesse notevole. Attraverso le presentazioni e le brevi riflessioni dei partecipanti si è sviluppata una sorta di riflessione comune, cui ognuno portava un apporto, a volte anche critico nei confronti di chi era intervenuto prefedentemente.

La tematica principale di questa riflessione lunga tre giorni è legata alla diffusione della musica classica, argomento di cui bisogna più che mai parlare in questo preciso momento.

Parto subito con un’affermazione: non si può rendere pop la musica classica. La ragione è semplice, sono musiche nate con scopi, idee, approcci e pubblici diversi. Come si diceva anche il primo giorno: non puoi spiaccicare un concerto classico su Facebook e sperare di attrarre così nuovo pubblico, perché il format è semplicemente diverso. Al contempo, tuttavia, è necessario a mio avviso introdurre la musica classica nelle vite di chi non la conosce, di chi si barrica dietro il classico “non la capisco”, ma anche di chi, semplicemente, è curioso ma non dà seguito a questa curiosità. E questo non solo perché una buona partecipazione di pubblico è fondamentale per la sopravvivenza della nostra amata musica, ma anche perché l’esperienza musicale aiuta a crearsi uno spazio per sé nel rumoroso mondo moderno. Capire l’importanza vitale che può avere la musica (e la  classica soprattutto), tuttavia, va di pari passo col comprendere la natura profondamente diversa di chi bisogna coinvolgere. Siamo una società veloce come mai prima (anche se ogni secolo diceva la stessa cosa di quello precedente), pervasa dalla condivisione e soprattutto dall’interazione. La necessità di interazione è una delle grandi barriere della musica classica. Pensateci, ad un concerto pop o rock si ascolta, si balla, si beve birra, ci si prova con le ragazze, insomma ogni sano rito sociale.

Ed è giustissimo così!

Di fronte a questa affermazione molti potrebbero inorridire: “Ma quindi dobbiamo abbandonare il contenuto spirituale della musica e tornare alle tradizioni passate in cui si mangiava e si commerciava durante le opere?”. Normale pensarlo e normale chiudersi al nuovo, nel timore di questo rischio. Ma qui subentra ciò che ho affermato sopra: non si può rendere pop il concerto classico. È giusto puntare sulla diversità di ciò che offre il format, sull’arricchimento che ti dà un’esperienza artistica. Ma al contempo: chi ha mai affermato che il caro vecchio concerto classico debba venire soppiantato da formule pop?

Osservare, studiare e riflettere su meccanismi di marketing, evoluzioni sociali e logiche di mercato è fondamentale, così come capire cosa può applicarsi e cosa invece deve rimanere confinato ad altro. Esattamente come quando si progetta una campagna pubblicitaria sui social rispetto a quando lo si fa sui media tradizionali. Ed anche capire che la musica (tutta la musica) si fruisce su molti livelli diversi, da quello più a quello meno tecnico, che ha il suo notevole peso. È così per tutta l’arte, no? Non sono pittore e non sono storico dell’arte, eppure posso rimanere a contemplare un dipinto godendomi appieno un’esperienza artistica.

Il discorso è lungo e articolato e tira in ballo diverse professionalità, quindi anche il tradizionale pudore nei confronti dell’idea del denaro. Dopotutto, se facciamo questo lavoro, è perché ci muove una forte passione, eppure che c’è di sbagliato a pensare di guadagnarci una vita dignitosa? E chi organizza un teatro, un festival, chi ha una rivista in mano, non è forse (nei suoi limiti) un imprenditore culturale? Nel momento in cui il sostegno pubblico viene ridotto è fondamentale capirlo. Al contempo bisogna trovare l’equilibrio che permetta di raggiugere nuovi pubblici (che siano giovani, adulti, anziani o [nessuno ci pensa mai?] stranieri) senza tradire l’arte di cui ci facciamo strumento. Non solo per un discorso etico, ma anche perché le bugie hanno le gambe corte e spiaccicare format inefficaci per il solo gusto di dire “l’ho fatto”, è una mossa assai poco lungimirante. Come lo è puntare solo alla tradizione consolidata e che renda felici le innumerevoli Vecchie col Sacchetto® che popolano le sale concertistiche, senza preoccuparsi di costruire percorsi che facciano maturare l’aspettatore e lo coinvolgano in un’esperienza artistica reale, non accontendandosi dell’offrire semplice intrattenimento (e persino una gloriosa Sinfonia di Beethoven può diventarlo).

Parafrasando Tohru Sase, l’arguto direttore della rivista giapponese Sarasate, bisogna avere il coraggio di sapere che il mercato, a volte, te lo crei tu stesso. E, aggiungo io, bisogna capire come solleticare l’interesse del pubblico, guidarlo per mano nel nostro complesso mondo (avete mai provato ad immaginare quanto sia imbarazzante per uno spettatore non sapere quando applaudire?), capire quanto ci sia veramente utile ragionare sulle categorie (cosa significa musica classica, musica d’arte, musica colta? Come lo spiego?). E come dicevo più sopra, ricordarsi che la musica si fruisce a più livelli. Non ha senso pensare che tutto debbano fare divulgazione o creare format di introduzione, anzi è importante che chi vuole approfondire e specializzarsi si coordini con chi introduce e divulga, per creare quel percorso così prezioso che permetta alla musica classica di radicarsi nell’animo di sempre più persone.

Cremona Musica 2017: Ivry Gitlis e l’assenza del giudizio

Scrivo questa seconda pagina di diario dalla Media Lounge, dopo l’ultima riunione (tranquilli, arriverò anche a questo), immerso nel chaos dei padiglioni cremonesi, tra violinisti che si dilettano a provare i loro concerti preferiti (un altro Sibelius? Ancora?) e concerti di improbabili chitarristi autocompiaciuti.

Molte idee frullano in testa, ma ancora occupano un posto preminente le impressioni del secondo giorno. Quella di ieri è stata soprattutto una giornata di musica. Molti gli appuntamenti musicali che ci hanno permesso di sentire dei frammenti dell’arte di musicisti tra i più interessanti, nonostante l’ambiente “between a chemical factory and a psychiatric asylum” (cit. Itamar Golan prima del suo concerto). È stata l’occasione anche di intervistare l’interessantissimo pianista italiano (e mio concittadino) Enrico Pompili e la nota Valentina Lisitsa, famosa per aver saputo imbrigliare con arguzia e coraggio il pubblico di YouTube con video interamente dedicati al repertorio pianistico.

Ma ogni giorno di Cremona Musica 2017 porta con sè un po’ di Ivry Gitlis e ieri abbiamo avuto l’onore di vederlo premiato per la categoria Esecutore (insieme ai Corsi di Santa Cecilia per la categoria Progetto, a Stuart Isakoff per la categoria comunicazione e a Giovanni Sollima per la categoria Compositore). E in occasione di questa premiazione, oltre che poterlo sentir suonare ancora una volta, abbiamo potuto ascoltarlo parlare, con un tono più allegro e brillante rispetto alla mia intervista (forse, da buon istrione quale è, anche per la presenza del pubblico), ma complementare e incredibilmente coerente.

Di Gitlis si può dire che sia uno spirito naturale, intessuto di vita e con radici tanto nel terreno, quanto nell’aria. I suoi discorsi partono sempre da punti di vista unici e forti, che rifiutano il ricorso a delle categorie prestabilite. È una lotta, quella di questo anziano uomo che parla con lo sguardo, che smantella ogni sovrastruttura costruita da secoli di riflessioni (e comportamenti inconsapevoli). Come definire il concetto di giusto o sbagliato in musica? E soprattutto, è giusto applicarvi questi concetti? Ha senso definirli? Quanti giovani interpreti perdono le ore per raggiungere una maestria tecnica che non consiste nell’acquisire nuove potenzialità espressive, ma in una riproduzione asetticamente perfetta? Eppure questa è una necessità della contemporaneità, influenzata dal difficile ruolo dei concorsi e dalla ricerca della perfezione da parte delle case discografiche. Con sorprendente coincidenza, questo discorso è emerso anche durante l’interessante intervista con Valentina Lisitsa, che a questa domanda ha trovato una risposta. È davvero importante sentirsi “giusti” quando si suona? Non ho ancora una risposta, ma sono lieto che il compito di un critico musicale possa anche esprimersi in questi interrogativi. Anche perché il tema del giudizio è quanto mai complesso. Non è forse un’opinione già una forma di giudizio? E non è compito di un critico musicale anche l’esprimere le proprie opinioni e farsi garante di onestà e qualità?


Ma i discorsi di Gitlis riguardano un po’ tutta la vita. Quanto ci giudichiamo con severità? Quanto ci imponiamo regole estranee? Eppure alcune di queste regole sono importanti per il vivere comune. Quale dunque l’equilibrio o, come mi ha insegnato un concerto di Esa-Pekka Salonen, quale il nuovo sentiero?

Questi dubbi pervasivi si sedimentano anche nel campo dell’affettività, che Gitlis denuncia allontanarsi costantemente a causa di un sistema educativo che sembra non prevedere l’umanità. È una filosofia dell’amore, quella di Gitlis, che non si può banalizzare come una qualche stramberia new age o distorta rievocazione hippy. È un interrogativo serio: quale lo spazio per l’affetto e l’amore in un mondo che sembra sapere tutto della sua scienza, ma fatica a raggiugerlo nella sua sostanza più densa?

Tutti i discorsi fatti su questo argomento con Sofia sembrano qui trovare un ulteriore spunto, ma anche la conferma che questo desiderio di capire se si possa vivere con le regole di questo mondo, ma guardandolo in un altro modo, è una reale questione sulla quale interrogarsi.

Cremona Musica 2017: Ivry Gitlis e la forza del racconto

Dopo aver tenuto un diario di carattere tecnico come quello dal Busoni, dare lo spazio ad un diario dal carattere più narrativo e descrittivo non è semplice.

Ma qui siamo, a raccontare questo primo giorno di Cremona Musica 2017, negli ultimi momento di svacco in stanza, prima di rigettarsi nella mischia.

Le prime impressioni di Cremona Musica sono complesse: innanzitutto ti fanno male le orecchie. Immaginatevi tre padiglioni ampi, interamente riempiti di strumenti, gente e gente che suona gli strumenti. Contemporaneamente. Il premio lo vince comunque lo stand dedicato agli attrezzi di liuteria, con dimostrazione pratica di trapani su ciocchi di legno e timpani di passanti.

La seconda impressione è la sensazione di spaesamento. Cremona Musica è un po’ una Lucca Comics della musica classica ma senza i cosplayer (anche se i musicisti sono creature già sottratte al tempo di loro). Nonostante non sia sicuramente enorme come la fiera fumettistica lucchese, per un musicista è il paese dei balocchi: oltre agli strumenti si tengono appuntamenti costanti nei vari spazi, da concerti a lezioni, da workshop a presentazioni.


La terza impressione che arriva da Cremona Musica, infine, riguarda le persone. Intendo le persone che conosci in quest’occasione, di cui conosci le idee, i racconti e gli aneddoti, come Sandro Cappelletto e Leonard Bernstein, o le riflessioni sulla critica musicale con Gianluca Iavarone e Federico Capitoni o, per arrivare al titolo, il poter intervistare (anche se non è proprio il termine adatto) Ivry Gitlis. Non di una vera e propria intervista si è trattato, ma di una conversazione, che più che sulla musica, si è incentrata su tematiche interiori, come la solitudine, il rumore, i rapporti umani, anche traslati allo strumento, con il suo rifiuto di ogni etichetta e termine vuoto (“stile? cos’è lo stile? esiste?” o anche “approccio, io non ho bisogno di nessun approccio con il violino, non significa nulla”), questione che mi ha spiazzato, così abituato ad un diverso modo di vedere. Ma anche momenti buffi (“Alessandro, you look so much like a young man from the Romantic era” o anche “How old are you?” “24!” “Poor you!”) e occasioni di guardare negli occhi un uomo che nella vita ha visto tanto con uno sguardo veramente unico. L’intervista ad Ivry Gitlis uscirà fra qualche giorno su Amadeus online, e spero sinceramente di riuscire a rendere anche solo la metà di quanto ha comunicato.

Molti altri i momenti interessanti della giornata, come assistere alle masterclass dei docenti di Santa Cecilia completamente gratis, le riunioni della Media Lounge (di cui scriverò più avanti), le presentazioni di libri, festival, pianoforti che cambiano temperamento durante l’esecuzione…

Insomma, Cremona Musica è sempre un grande buffet, in cui venir trascinati per tre intensi giorni.

Diario dal Busoni: Fine del viaggio

Con la serata di ieri, 1 settembre, si è conclusa questa sessantunesima edizione del Concorso Pianistico Internazionale/Internationaler Klavierwettbewerb/International Piano Competition Ferruccio Busoni, Membro della Fédération Mondiale des Concours Internationaux de Musique, Membro della Alink-Argerich Foundation, Primo del Suo Nome, Padre di Carriere, Sfornatore di talenti (titoli che manco Daenerys Targaryen).

La Finalissima ha visto, come quasi tutti voi lettori saprete, la vittoria del croato Ivan Krpan, cui è stato dato il Primo premio. Come potrete sicuramente immaginare viste le mie precenti pagine, non mi trovo concorde in questa decisione. Ma vediamo le cose con calma.

Della prova di ieri sera, Ivan è stato sicuramente il migliore. Anna Geniushene ha purtroppo accusato pesantemente la stanchezza, offrendo una prova decisamente sottotono rispetto alle precedenti. Il suono era sempre bello e preciso, ma poco appoggiato e la stanchezza la portava a tirarsi indietro quando poteva essere più lanciata. Timbricamente interessante e dalla musicalità indubbia, la pianista russa ha eseguito un Imperatore di Beethoven con un piglio severo che non m’è dispiaciuto, ma che sarebbe stato meglio se associato anche ad una maggiore energia e libertà nei momenti gagliardi, oltre ad una maggiore pulizia tecnica e un migliore controllo delle dinamiche, nonché di legato. Con lo scrupolo e l’attenzione che la contraddistinguono, tuttavia, la sua prova è stata quella migliore per insieme con l’orchestra e dei tre è stata l’unica ad aver veramente dialogato con gli strumenti ed essersi adattata all’orchestra (e su questo ne parlerò più sotto). Terzo posto per lei (ma altri due premi speciali vinti, quindi la sentiremo di nuovo).

Più convincente la prova di Jaeyeon (sì, chiunque lo senta in streaming non concorderà, ma vi assicuro che la differenza sonora cambia tantissimo la capacità di coinvolgimento del pubblico), che non a caso ha anche vinto il Premio del Pubblico quella sera (probabilmente anche grazie alla splendida prova cameristica di due giorni prima). Il suo Quarto di Beethoven è stato il più dei tre concerti, nonostante una brutta tendenza a correre e ad essere troppo instabile di metronomo, sintomo di un’agitazione parecchio invadente. Molto bello il suono, tecnicamente più preciso di Anna (ma più evidenti gli errori fatti) e musicalmente interessante, soprattutto nelle cadenze del primo movimento. È stato l’unico della serata a raggiungermi espressivamente, ma ha avuto dei grossi problemi a relazionarsi con l’orchestra, sia per l’instabilità agogica, sia per la fretta nei dialoghi, che non dava i dovuti respiri nemmeno nel secondo movimento. Il terzo tempo è stato poi ben realizzato, ma la stanchezza (e il mal di schiena atroce) si è fatta sentire ed è mancata quel carattere spigliato e divertente così tipico del Rondò. Secondo posto per Jaeyeon.

Giungiamo infine al nostro Premio Busoni: Ivan Krpan. Che dire, il suo Quinto di Beethoven è stato il concerto più convincente ieri sera. Il suo suono riempie senza problemi il secco Teatro Comunale e si è distinto bene rispetto all’Orchestra Haydn. È stato quello che meglio ha retto tecnicamente, mostrando anche la forza di tirare dritto con determinazione dopo due quasi-vuoti che avrebbero fatto panicare chiunque. Tecnicamente brillante, buono il carattere, determinato il pianista, tutto molto bene insomma, dunque perché non condivido con il Primo premio? Molto semplice, non c’era molto altro in quell’Imperatore. Non c’era un interessante respiro musicale, ma soprattutto non c’erano cura per i dettagli e ricerca timbrica. Si potrà argomentare sul fatto che il ragazzo ha vent’anni, ma è un’argomentazione molto debole. In un’intervista che ho fatto a Mari Kodama (e che vedrete su Amadeus Online tra qualche giorno), lei giustamente ha messo in risalto la necessità di avere un Primo premio che sia già maturo e pronto per intraprendere le tournée che sono parte del Premio. Ebbene, Ivan Krpan secondo me non ha quella maturità. Tecnicamente, ad esempio, deve ancora risolvere un grande problema, ossia la tendenza a bloccare e irrigidire il polso ogni volta che tenta di andare oltre il forte, con conseguente suono metallico e pestato veramente fastidioso. Osservando le prove precedenti inoltre, non ho mai avuto la sensazione di trovarmi di fronte ad un artista unico.

Certo, la sua Semifinale è stata solida e convincente, ma la sua Finale solistica è stata affossata da una Seconda di Chopin pestata e con vuoti di memoria molto pesanti, la sua Finale cameristica è stata vissuta all’insegna della noncuranza nei confronti del Quartetto e questa Finalissima lo ha visto così indifferente all’orchestra, da coprire i soli dei legni nel primo movimento, per far risaltare un elemento di accompagnamento nel pianoforte assolutamente secondario. Certo, il pianista ha suono, ha un enorme talento tecnico e ha determinazione, ma gli manca ancora la cura del dettaglio e sembra non concepire con chiarezza il concetto di “poesia” da contrapporre al carattere più fiero che gli riesce meglio. Non mi si tiri in ballo il discorso degli anni, Julius Asal ha esattamente la stessa età e ha mostrato quanto si possa essere musicalmente maturi a vent’anni (non parliamo mica di quindicenni). Quindi devo ammettere di non condividere questa scelta, ma mi tiro anche indietro: la giuria ha le sue motivazioni.Prima fra tutte è il fatto che Krpan abbia una brillante carriera dinanzi a sé, una caratteristica che sicuramente farà onore al Concorso Busoni un giorno. Il discorso del suono è poi veramente più importante di quanto non gli si dia credito. Essere capaci di sfoggiare un suono convincente che possa riempire e adattarsi a qualsiasi sala, sia essa piccola o enorme, è una necessità fondamentale per un pianista che si appresti a fare dei tour nei prossimi anni lo porteranno in Europa, America e Asia. Il mio parere inoltre, come quello di molti altri pianisti e appassionati che seguono in streaming e dal vivo l’importante concorso, è tendenzialmente viziato dal gusto personale: io adoro i musicisti che mostrano di avere una ricerca musicale, timbrica e sonora propria. Non sempre però questa è la caratteristica che apre le porte del successo e, per citare Daniele Spini ieri sera al rinfresco post concorso, suonare la 111 di Beethoven in una sala da musica da camera e bucare la Filarmonia di Berlino con il Primo di Tchaikovsky è cosa assai diversa.

Come accennavo sopra, una menzione negativa va infine all’Orchestra Haydn diretta da Arvo Volmer, che ha faticato a seguire i solisti e a metterli a loro agio, contribuendo a render loro la vita complessa. Nell’orchestra stessa si salvano gli archi, compatti e sufficientemente precisi (anche se un po’ lentini ogni tanto), ma i fiati hanno avuto dei problemi di intonazione pesantissimi (i due oboi nell’Adagio dell’Imperatore avevano la grazia di un clacson in tangenziale), oltre a fastidiose difficoltà di insieme (i corni erano assolutamente incapaci di andare a tempo). Insomma, come ogni anno, l’Orchestra Haydn, che pure riserva degli ottimi concerti in stagione, dà quasi il peggio di sé al Busoni (eccetto quello splendido Secondo di Bartók con Alberto Ferro due anni fa): veramente un peccato!

E così dunque si conclude il Concorso Busoni e con esso questo mio diario personale. Come ogni anno mi sono trovato d’accordo e in disaccordo con la giuria, come ogni anno ho scoperto fantastici artisti (Anna Geniushene, Jaeyeon Won, Julius Asal, Eunseong Kim [Dio Pessshto redento!]) e ho visto la conferma di altri (il caso di Leonora Armellini basta per mille), e come ogni anno ho avuto l’opportunità di conoscere persone fantastiche, stringere amicizie e, per la prima volta, vivere questo concorso con la vicinanza della vivace e ironica Sofia (senza il cui supporto ammetto avrei fatto assai più fatica a fare tutto). Ma è stata anche l’occasione di mettermi in discussione e far nascere diverse riflessioni. A tal proposito vi invito a tenere d’occhio il sito di Amadeus, fra una settimana o giù di lì, perché nell’intervista alla Presidentessa di Giuria Mari Kodama potrete trovare numerosi spunti e, forse, le risposte ad alcune domande che vi starete ponendo. Io vi ringrazio per avermi seguito in così tanti (non me lo aspettavo davvero) e ci rivedremo con le mie future pagine di blog, coi miei prossimi articoli e con un nuovo Diario dal Busoni!

Diario dal Busoni: Giulio Passadori, l’Allegro Accordatore

Questo piccolo fuori scena del Concorso Busoni è dedicato ad una delle figure più rappresentative e amate del concorso stesso: Giulio Passadori, accordatore e spacciatore di grancoda del Busoni da dieci anni ormai. Fra una prova e l’altra per la Finalissima, andiamo a prenderci un caffè (io) e due caffè (lui [contemporaneamente, in tazze separate]).

GP: Ti stavo dicendo prima… Ieri, la prima volta che riesco ad andare a cena e sedermi, mi chiamano dal Busoni. “Giulio corri, c’è qualcosa che non va al piano”. Ossignur. Mollo tutto, in dieci minuti arrivo e c’è JaeYeon Won a cui non va bene il pianoforte. Finisco di controllarlo, è tutto a posto. Raggiungo Won  in aula 53 e gli chiedo “Maestro, che succede?”, “Il piano è troppo leggero!”, “E’ esattamente come l’ha provato”, “Non l’hai alleggerito?”, “Non dopo la prova”.
Devi sapere che io alleggerisco di un grammo i pianoforti per ogni prova, di default,

AT: Perché i pianisti sono più stanchi?

GP: Esatto, quindi i pianoforti, entrambi, devono diventare almeno un grammo più leggeri e più potenti ad ogni round, anche perché arriva un quartetto o un’orchestra. *scacciando un’ape* Fuori dalle balle, ape, con tutto il rispetto del caso
*l’ape se ne va cortesemente*

AT: Beh, ti ha ascoltato.

GP: Basta saperle chiedere le cose!

AT: Anche alle api?

GP: Anche alle api, l’uomo che sussurra ai pianoforti saprà sussurrare anche a un’ape (ride). Comunque, che io li alleggerisca non è un mistero, lo faccio per loro. Si stancano veramente tanto, anche perché non riesci a staccarli dallo strumento, nonostante spesso non avrebbero bisogno di studiare così tanto durante il concorso.

E niente, lui pensava che, dopo la prova, io avessi alleggerito il pianoforte, cosa che assolutamente non esiste. “Non ma è troppo leggero”. “Ok, abbiamo un sacco di tempo, vuoi un grammo in più? Te lo rendo un grammo più pesante. Sta’ qui fermo e poi te lo riprovi”. Ho aperto la meccanica, ho tolto il teflon, effettivamente ci va via tre minuti. “Prova ora, è abbastanza?” “Sì” “Riprovalo e ridimmi, sicuro?” “Sì” “Prova gli acuti, come vanno” “Eh” Zazazac, spazzola, sistemati gli acuti “Così va bene? Sicuro? Riprovalo c’è un sacco di tempo” Avevamo secondi e secondi prima che la gente entrasse in sala

AT: Ah, tutto questo quaranta secondi prima?

GP: Ma anche trenta! (ride) Però se metti fretta ad uno in ansia non funziona. Poi facciotta ha suonato bene, per fortuna.

AT: Facciotta? Questo è un buon soprannome, lo devo riutilizzare. Sai che trovo sempre soprannomi  ai concorrenti ogni anno.

GP: Non voglio sapere il mio allora!

AT: Beh, tu non ne hai, sei un pilastro del Busoni.

GP: No, il pilastro del Busoni è Mario [il bidello in pensione che ancora viene a sbigliettare NdA]. E come dice lui “Trenta Busoni fatti, mai vinto uno” “Eh, Mario, studia di più, io son dieci anni che lo faccio e sono sempre arrivato in finale!” (ride)

AT: Ma, ascolta: qual è stata la cosa più assurda che ti è capitata al Busoni?

GP: La più bella forse è stata quella del sudamericano, oddio non mi ricordo nemmeno da dove venisse, forse uno stato vicino al Messico. C’è stato un concorrente giovane che veniva da uno di quei posti per cui uno come me deve guardare la cartina per sapere dov’è. Questo è arrivato con la mamma, perché aveva tipo quindici anni, dopo un viaggio terrificante. È stata bella la descrizione della partenza, perché arrivava da un paesino tra i monti e mi ha detto che a salutarlo, quando ha preso il pullman, c’erano il suo maestro di pianoforte, il prete e il farmacista! Io mi son visto la scenetta con l’allegro comitato che fa ciaociao col fazzoletto, poi questo prende, fa un viaggio di un sacco di ore per arrivare a prendere un altro pullman per poi arrivare a Città del Messico, da Città del Messico un volo per New York, da New York un volo per Parigi, da Parigi un volo per Roma, da Roma, non si sa perché, un treno per Verona e poi da Verona un treno per Bolzano. Sono arrivati qui, lui e la madre, dopo tipo cinquanta ore di viaggio tutti belli stropicciati, in ritardo rispetto alla sua prova pianoforte, ma gliel’ho fatta fare comunque. In attesa di poter fare la sua prova, è entrato in sala per ascoltare qualche candidato. Eh, erano tutti più bravi. Certo avevano anche un’altra età. E questo, con la cornice del Busoni, veder quei pianisti, un po’ vedere la giuria, è arrivato lì e non voleva suonare. Solo che io mi son visto il film del viaggio al ritroso di ‘sto qua, altre cinquanta ore di viaggio e cosa dici al prete, al maestro e al farmacista? “Com’è andata?” “Eh non ho suonato”. Se non sei passato puoi avere qualcuno con cui prendertela, ma se non suoni te la prendi con te stesso e capita di chiudere col pianoforte per una cosa del genere. E allora cosa fa l’allegro accordatore? “Beh, aspetta”, andiamo dietro al palco e scosto la tende, anche lì avevamo tantissimo tempo, era solo il suo turno, avevamo interi secondi.

Gli dico: “Guarda il signore lì con la camicia rossa, è il maestro Posio, di Mantova, che lavora anche alla Rai per le trasmissioni musicali”, poi gli faccio vedere PPK in fondo, “quello lì è Kainrath, il boss di tutto e di molto altro e non solo in Italia”, poi gli mostro il Signor Alink, “Fondazione Alink Argerich, concerti e concorsi in tutto il mondo”, poi gli ho fatto vedere il Maestro Bonatta e tanta altra gente che organizza concerti, festival, master, stagioni. E gli dico: “Guarda la giuria. Dimentica quella fila di corvi che sono lì ad aspettare l’errore e suona per tutti questi perché questa è una grandissima opportunità. Ti ho reso facile il pianoforte, mi son fatto il culo a capanna per preparartelo, adesso entri e suoni altrimenti ti spezzo tutte le dita. Suoni per tutta quella gente che ti ho indicato e vedrai che da qui spiccherai il volo” E lui è entrato e ha suonato. E l’hanno mandato a casa, naturalmente (ride). Tuttavia delle persone sopra menzionate non era presente nessuno in sala.

AT: Ah ecco, mi sembrava strano tutta ‘sta gente per una preselezione!

GP: Ma lui che c***o ne sa? Viene dal Messico! (ride) Vammi a contraddire! Ho indicato tot persone a caso, sedute in un posto ben preciso. Però ha suonato, senti, l’importante, anche per se stesso, era quello!

AT: Per concludere, i tuoi pianoforti sono famosi per avere un nome. Come li scegli?

GP: Ah, hanno tutti la loro storia. Quest’anno qui abbiamo avuto anche un nuovo arrivo: Thibaudet ha suonato su Eduard. E’ nuovo. L’ho comprato lo scorso anno e per fargli il rodaggio l’ho usato per una tournée di concerti all’aperto. (pausa di suspence) A Dicembre. Sennò vengon su fighetti i pianoforti! Devono capire che si va a lavorare! (ride)

AT: È splendido che ne parli come se fossero i tuoi figli!

GP: E certo sono i miei figli, altrimenti non li chiamerei per nome. A te tua madre ti chiama per codice fiscale? (ride) PSSGLI vieni qui! (ride ancora) Comunque posso raccontare la storia di Rufus. Io vado sempre a scegliere i miei pianoforti su ad Amburgo e, avendo venduto un mio grancoda, dovevo comprarne uno nuovo. Mi chiamano tutti gli accordatori Steinway in Italia di fila per dirmi “Giulio, non andare a prendere il pianoforte, sono saliti tutti i concessionari italiani, se sali ora ti becchi lo scarto di tutti. Almeno prendi quello con il numero di matricola più basso” Che se c’è una cosa che non guardo è il numero di matricola, quello non suona mica. Ma me ne sono fregato e sono salito con mio cugino, entro io, provo gli strumenti, tre minuti e sono fuori. Ci si mette poco a scegliere, se hai dei dubbi li riprovi, se hai ancora dei dubbi riprovi con il dito indice, se sei destrimane usi quello della sinistra, perché così tendi di meno a compensare i difetti dello strumento. Entra mio cugino, esce anche lui dopo tre minuti, “Giulio, ce l’ho” ed era lo stesso: era Rufus. Guardiamo i numeri di matricola: era il più vecchio di tutti, che nessuno s’era filato. Ad oggi Rufus è il mio pianoforte con il maggior numero di incisioni.

AT: Ma perché il nome Rufus?

GP: Gliel’ha appiccicato Andrea De Biasi, inconsapevolmente. Quando è arrivato il pianoforte, Andrea è venuto a provarlo e continuava a dirmi “È troppo ruffiano, devi domarlo, è troppo ruffiano”. Chiamarlo “Il Ruffiano” non suonava bene e quindi… Rufus.

AT: Beh, direi che abbiamo parecchio materiale, grazie mille Giulio!

GP: E di che? Ah, per terminare, sai perché Won sentiva il pianoforte più leggero? Per fare in fretta non aveva spostato il pianoforte e ha suonato con lo strumento vicino al muro, quindi sentiva anche il suono riflesso. Quindi gli dava l’impressione di suonare di più ed essere più leggero. Infatti quando poi abbiamo spostato lo strumento io gliel’ho rialleggerito tutto e lui non s’è accorto di nulla. È tutta questione di psicologia!