Diario dal Tchaikovsky: Er Titano

10.42 The Courtyard, Mosca

Secondo giorno di Finali. In teoria questa giornata dovrebbe durare considerevolmente meno di ieri. Insomma, due candidati al posto di tre significa due interi concerti per pianoforte e orchestra in meno. E un intervallo da trenta minuti in meno. Dai che oggi riesco a cenare ad un orario decente!

Forse dovevo ricordarmi chi erano i concorrenti della prova e quali concerti avrebbero portato. Alexey Melnikov ha attaccato per primo sullo Steinway, con il Primo di Tchaikovsky. Fin da subito il suono è apparso ampio ma definito, molto proiettato in avanti e ben calibrato con l’orchestra. C’è a chi in sala questo non è piaciuto, chi l’ha trovato eccessivo, poco funzionante. A me è piaciuto assai, pur non essendo debordante e massiccio, il suono era ben scolpito e animato da ottimo respiro musicale, che si è manifestato nei rubati ben condotti e non eccessivi. Ciò che era eccessivo era a volte il fraseggio: pur senza raggiungere le smorfie di Yemelyanov, mancava a volte chiarezza nei collegamenti e le linee apparivano in alcuni casi forzate in una ricerca di espressività poco sincera. Ma eccetto questo (che è avvenuto in realtà solo in pochi momenti) il primo movimento è stato il mio preferito tra quelli finora sentiti, non impeccabile tecnicamente ma finalmente con un po’ di ricerca. Secondo movimento meno soddisfacente: ancora nessuno è riuscito a creare la dolce innocenza di quel tema (e ancor più degli accompagnamenti leggeri al pianoforte) come Yemelyanov. Terzo movimento meglio, mancava la brillantezza tecnica di Shishkin, ma c’era una ricchezza dinamica ben maggiore. Peccato per gli accenni di stanchezza, che hanno portato un po’ ad appiattire il carattere danzante proprio laddove sarebbe servito più sgargiante. Ma finora nessun concorrente mi ha ancora convinto su questo terzo tempo. Certo è che attaccare il Terzo di Rachmaninov dopo il Primo di Tchaikovsky si fa complesso. Il Rac3 è andato, direi, abbastanza bene. Purtroppo fin da subito è apparso uno dei problemi del pianista, già emerso nelle due prove precedente: corre. Dopo un primo fraseggio non fortunatissimo, con l’entrata dell’orchestra il pianista ha ingranato la quinta, buttato giù l’acceleratore e l’orchestra chi l’ha più vista? Dopo un po’ di esuberanza, comunque, il pianista ha saputo ricomporsi e regalare un Concerto piuttosto convincente: il suono scuro e a volte un po’ ruvido qui era davvero perfetto. Peccato davvero per la stanchezza, che ha tolto convinzione ed energia drammatica ai punti più tesi e imponenti, ma nonostante la tirata Melny è sempre riuscito a domare l’orchestra, riuscendo al contempo a concedersi degli splendidi respiri musicali, soprattutto nei punti appassionati o più lirici. Bene la chiusa del terzo tempo, pur senza trovare quella maestosa profondità di suono è riuscito comunque a concludere con successo e senso musicale la sua prova. Potrebbe non bastare per il podio, ma basta per sicuramente per dimostrare il musicista che è.

Purtroppo devo ammetterlo: la sua prova è letteralmente impallidita, se confrontata con quella che l’ha seguita. Alexandre Kantorow, Secondo di Tchaikovsky e Secondo di Brahms. Di fila. Ci sono sfide che un musicista si pone consapevole del rischio: o la va o la spacca. E Kantor va. Il suo suono non è nitido e distinto come quello di Melny e per poter passare sull’orchestra ha parzialmente abbandonato il suono che si era costruito per le due prove solistiche sul suo Kawai, passando qui ad un suono più brillante sullo Steinway, ma ciò che questo ventiduenne francese ha realizzato su due dei concerti più imponenti e complessi del repertorio pianistico è veramente prodigioso. Ottimo il rapporto con l’orchestra, finalmente destatasi dal suo torpore per il Secondo di Tchaikovsky, splendido il fraseggio, abilissimo nel trovare una caratterizzazione ad ogni elemento. Kantor si chiede “Perché?” quando suona. Il suo modo di gestire il discorso musicale riesce ad essere elastico e teso, un po’ come avevamo sentito nella Seconda di Brahms, senza mai esagerare, mantenendo sempre un buon gusto veramente sublime, il tutto supportato da mezzi tecnici adatti a far risaltare delle idee musicali ben studiate e preparate. Se si vuole fare il pelo nell’uovo di questo rapsodico Concerto, si potrebbe dire che di più avrebbe potuto osare in primo e terzo movimento come dinamiche e suono scuro, ma ciò che non erano i fortissimo erano i bellissimi piano e pianissimo che sono stati la prima boccata d’aria in due giorni di prove. Spettacolare la cadenza, con dei crescendo condotti con immenso desiderio erotico, e splendida anche la serenità del secondo movimento, realizzato con una sobria cantabilità beethoveniana. Splendido l’inizio del terzo movimento, con cambio d’umore e suono perfettamente riuscito, dal funzionante impulso ritmico e sempre un tutt’uno con l’orchestra: l’unico a seguire ed ascoltare veramente il gesto del direttore o il respiro dei musicisti intorno a lui. Non a caso il beffardo francese dalla faccia da sberle s’è scelto due concerti dallo spirito estremamente cameristico. Ma questo dialogo non ha smorzato l’energia profusa a piene mani nel Concerto, al punto che verso la fine di Tchaikvosky mi son seriamente chiesto se ce la facesse ad arrivare vivo fino alla fine di Brahms.

Sì, ce la fa.

Kantorow by D'Orio
Pic by D’Orio

Dopo aver meditato l’assassinio del primo corno per quell’ignobile primo solo (nessuno mi avrebbe criticato se l’avessi fatto.), ho potuto godermi l’intelligenza musicale di Kantorow. Il suono non immenso ma comunque più scuro ed appoggiato di Tchaikovsky ha lasciato spazio ad una maggiore severità tedesca, sebbene lo spirito francese del beffardo Kantor sia rimasto ben chiaro dall’inizio alla fine del concerto. In questo Brahms è continuato quel magnifico dialogo con l’orchestra iniziato con Tchaikovsky, nonostante orchestra e direttore abbiano dato veramente filo da torcere a quasi tutti i pianisti (c’è gente finita in Siberia per molto meno dell’intonazione dei corni). Il primo movimento dal sinfonico concerto brahmsiano è stato forse quello che mi è piaciuto di meno, che avrebbe beneficiato di una maggiore verticalità polifonica e maestosità sonora, ma il per fraseggio e bellezza di suono eravamo veramente su livelli altissimi. Semplicemente meraviglioso il secondo tempo, forse un po’ pesante, ma con un bel suono scuoro e dalla tesa espressione musicale: c’è una costruzione drammaturgica del discorso musicale che mostra al contempo il naturale talento del musicista e la solida preparazione dell’insegnante. Superbo il secondo tempo, in cui nelle parti più delicate Kantor ha davvero trovato una dolcezza espressiva meravigliosa, capace di esprimersi anche nei delicati accompagnamenti ai temi realizzati dall’orchestra. Molto bene il collegamento con il quarto movimento, dal tono gioco e più capriccioso che scherzoso. Qui veramente non volevo credere alle mie orecchie. Era oltre un’ora e un quarto che il pianista suonava: non un dubbio, non un’insicurezza, non un momento in cui interrompesse la concentrazione o la conduzione del respiro musicale. Questo è ciò che mi ha impressionato di più. Farcela con le mani lo posso capire, tanto allenamento, abilità nel suonare senza tensioni nervose, sapere come e dove poter riposare. È una questione di resistenza fisica, ci si allena. Ma mantenere una totale immersione nel discorso musicale in modo che quello non accusi mai alcun segno di stanchezza e riesca sempre a mantenersi fresco e spontaneo, sempre ben pensato drammaturgicamente, sempre efficace nei climax, sempre vivo insomma, ecco questo è prodigioso. Per carità, la testa è un muscolo e si allena anche quella, ma la sensazione di star assistendo a qualcosa di incredibile non te la cava nessuno. E quel quarto movimento lo era davvero, incredibile. Si potevano curare meglio alcuni dettagli di un paio di fraseggi e forse il finale poteva essere più brillante ed esplosivo, tiè. Questo è letteralmente tutto ciò che riesco a dire. Per il resto di fronte ad una simile e titanica prova mi taccio: questo secco ragazzo francese si è veramente guadagnato il titolo di Er Titano.

Spero ora che una prova simile (unita alle ottime prove precedenti!) gli valga il podio. Alexandre Kantorow ha ancora da crescere, come ci si può aspettare da un ventiduenne, ma è già un musicista vero e son piuttosto sicuro che il futuro gli riserverà le occasioni artistiche che merita.

 

 

Noi, nel mentre, ci rivediamo domani, con un po’ di malinconia. Oggi ultimo giorno di Tchaikovsky, domani ultima Campana. Ma sono contento di star finendo queste mie giornate russe con questa musica, con questi pianisti, con questa sincera emozione che deriva dal sapere di esserci, di star scoprendo tutto ciò passo per passo mentre si crea, mentre nasce. E di questo non potrò mai essere grato abbastanza.

Diario dal Tchaikovsky: Primo giorno di Finali

10.45 The Courtyard, Mosca.

Ci siamo! Finalmente posso pubblicare delle Campane che non durino 4 ore da scrivere e 5 da leggere! Forse che questo significa che adesso arriverranno in orario in prima mattinata? Poveri illusi, se non mi prendo all’ultimo e non dimostro la mia incapacità di organizzazione della mia vita come posso rappresentare al meglio la mia generazione Millennials?

Dunque bando alle ciance e mettiamoci ad osservare la giornata di ieri ora, prima di fuggire dall’hotel per cercare infine di portare i miei omaggi a Skrjabin, dopo oltre una settimana che ci provo inutile (qui per visitare un Museo li devi pregare in dialetto osseta). Per poter far stare i sette candidati nelle tre giornate di Finali con orchestra, ieri sera si sono esibiti tre pianista, ciascuno con due concerti. Una prova, questa dei due concerti, che per me è e resterà ai limiti del surreale: eseguire, che so, il Secondo di Tchaikovsky e il Terzo di Rachamninov di fila, senza pause, come fece Geniusas quattro anni fa assume più il valore di una titanica sfida contro il destino che non un’occasione per valutare il musicista. Ma d’altronde questo è un concorso russo: forse la titanica sfida contro il destino è inevitabile. Oh beh.

Il primo ad esibirsi è stato Konstantin Yemelyanov sullo Yamaha, con Terzo di Prokofiev e Primo di Tchaikovsky. Il buon Yemilio, bisogna dirlo, non ha dato la sua prova migliore. Appesantito dalla stanchezza e da incidente avvenuto alle prove di quel pomeriggio (a quanto pare il pianista si è rotto un’unghia o tagliato sul mignolo destro, ouch), il pianista russo ha iniziato Prokofiev con un po’ di timidezza (sarebbe forse stato meglio iniziare con Tchaikovsky), mostrando una certa fatica che si tramutava in pesantezza. Timido anche nelle dinamiche, che sono rimaste piuttosto appiattite per tutta la prova, ma non male nel suono, sia per ricerca di timbri che per qualità. D’altronde avevamo già avuto modo di sentire il suo suono scuro e ruvido nelle prove precedenti, peccato che non sia riuscito ad adattarlo alle esigenze di Prokofiev e più di una volta il pianista non sia riuscito a ben stagliarsi sulla pesante orchestra. In generale il Concerto è apparso piuttosto sottotono, senza particolare energia o fantasia: meglio Tchaikovsky. Anche qui non si son fatti miracoli, ma l’esecuzione è stata meglio curata e più disinvolta, anche grazie ad un migliore utilizzo di quel suono scuro di cui sopra. Veramente molto bello il secondo movimento, con splendido carattere intimo ed elegiaco. Certo, ogni tanto i fraseggi (soprattutto in primo e terzo tempo) erano veramente sovraccarichi, tesi e contorti come quando ti scappa tantissimo ma sei bloccato in coda alle poste per altre due ore. Ecco, anche meno sarebbe bastato. In generale, nonostante l’apparenza negativa di questo paragrafo, il mio parere è ballerino. Non si può dire che Yemilio abbia suonato male, ma la sua esecuzione non era nemmeno entusiasmante e sembrava più concentrato sul portare a buon compimento la prova, che non sul fare musica. D’altronde, arrivati alla fine del lungo e stressante concorso, eseguire di fila di concerti in questo modo mette veramente a dura prova la resistenza del pianista.

Dura prova che il concorrente successivo ha fieramente superato: lo sapete, non mi ritengo un grande fan del pianismo di Dmitri Shishkin, ma ieri Shish ha dato veramente il meglio di sé. Partito con il Primo di Tchaik, il pianista ha saputo trovare sul suo Steinway un suono molto più netto e definito che l’ha aiutato moltissimo a rendersi sempre ben distinguibile dall’orchestra, mai sopraffatto dalla compagine. Il tempo più spedito ha aiutato il tono per la prima volta veramente appassionato ed energico. Da lui mi sarei aspettato un Tchaikovsky molto più brillantezza (che c’era) ed eleganza, ma invece ne ha dato un’interpretazione piuttosto energica e appassionata, anche se non è riuscito a bilanciare questo nuovo carattere con un legato ben appoggiato e un tocco che sapesse concedersi delle morbidezze fondamentali nel repertorio. Molto bene però il rapporto con l’orchestra, della serata Shish è stato l’unico a riuscire a costruire un buon dialogo con loro.

renzi-infinita
Madò le mie skill su Paint sono incredibili

Dopo un ottimo primo tempo, la batteria espressiva del pianista si è apparentemente esaurita e secondo e terzo movimento sono stati splendidamente realizzati, ma senza quello spirito musicale che, all’insegna di un’espressività piuttosto nervosa, animava le frasi del primo. Meglio il Terzo di Prokofiev: qui Shish ha potuto concentrarsi su quell’elemento meccanico che già avevamoi assaporato negli Studi op. 2. Certo, la palette timbrica è sempre abbastanza immobile e mancava quella caratterizzazione che passa dall’appassionato vibrante allo scuro grottesco, ma il suo Prokofiev è stata un’esecuzione veramente impeccabile, con una nitida precisione e un rigido controllo che avevano un che di entusiasmante. Non c’è che dire, il Concorso Tchaikovsky è stata una salita costante, da una prima prova piuttosto amorfa ad una seconda con elementi di interessi fino a questa trionfale Finale. Ormai se la gioca per il podio e vi giuro, se Shish arriva Primo metto come Immagine in evidenza dell’ultima Campana il meme di Renzi. Ecco, l’ho promesso.

 

A chiudere la serata di ieri (diamine che stanchezza) Tianxu An, il nostro amato Quinto Dan, che si conferma il candidato più gentile di tutto il Concorso (nonché l’unico che abbia dato i fiori al direttore d’orchestra). Non che ci aspettassimo la presenza di An in Finalissima: non riesco a cancellare la sensazione che il nostro karateka preferito si trovasse là soprattutto per il pianoforte che suonava, lo Yangtze River, e che il concorrente extra ammesso sia proprio lui. Ma non è questo il momento di fare complottismo, vediamo come ha effettivamente suonato il nostro An.

Quinto Dan
Cosa sarebbe la Campana senza le immagini by D’Orio?

In realtà l’inizio della sua prova è stato il teatro di un piccolo incidente: in teoria il pianista doveva iniziare con il terzo Primo Concerto di Tchaikovsky della serata. Ma per qualche ragione anche l’annunciatore si è sbagliato, l’orchestra aveva le parti di Rachmaninov (le Variazioni su un tema di Paganini) e sembrava ci fosse stato un cambio all’ultimo minuto. Peccato che quando l’orchestra ha attaccato le Rac-Paganini, il pianista sia andato nel panico più totale, aspettandosi probabilmente di iniziare con Tchaikovsy. Ecco, quel panico e quell’insicurezza hanno un po’ percorso tutte le Variazioni, non riuscendo il nostro Quinto Dan a riprendersi e a costruire una buona esecuzione, anche quando ormai lo shock dell’inversione doveva essere bello che passato. Bello però il finale. Meglio il pianista sul Concerto di Tchaikovsky, assolutamente non all’altezza di quello di Shishkin o anche di Yemelyanov (entrambi molto più solidi tecnicamente), ma dotato di alcuni buoni spunti. Il pianista cinese è bravo soprattutto a creare situazioni timbriche interessanti, a trovarse diversi suoni non sempre aiutato in realtà dal suo pianoforte, che ieri ha dato una prova non all’altezza del Concorso che lo ospita. Una cosa positiva di Quinto Dan, comunque, è che lui ci crede. Veramente. Si vedeva che ci metteva l’anima dentro e infatti alcuni punti (ad esempio le ottave dal terzo movimento) hanno saputo tirare fuori delle frasi musicali veramente espansive ed espressive. Peccato per l’assenza di dolcezza ed effusione, sia su Rac che su Tchaik, e una certa rigidezza difficile da scalzare, oltre ad un’evidente stanchezza. Sarà per la prossima volta, Quinto Dan, hai altri quattro anni per allenarti sotto una cascata.

Ultima menzione va all’orchestra: la State Academic Symphony Orchestra of Russia “Evgeny Svetlanov”, guidata dal suo direttore ospite principale Vasily Petrenko, non ha dato una prova all’altezza del Concorso. Io non so che succeda con le orchestre ai concorsi pianistici: il Tchaikovsky 2019 ha totalizzato ben oltre i dieci milioni di visualizzazioni su Medici TV, da quando è iniziato. Stiamo parlando di uno dei massimi appuntamenti musicali al mondo, che avviene una volta ogni quattro anni. Eppure un’orchestra russa che può vantare Jurowski come direttore musicale fa fatica ad eseguire con disinvoltura il Primo di Tchaikvosky e costringe il suo direttore a dover correggere il solfeggio di alcune battute del Terzo di Rachmaninov (ops, spoiler). E Petrenko è un direttore di ottimo livello, ma anche lui è apparso seguire poco i musicisti e faticare a trovare un gesto diverso, che sapesse adattarsi meglio alla varietà di caratteri e di idee che i candidati mettevano sul piatto. Per carità, il suonone sui tutti è ottimo, ma anche grazie tante, a suonar bene nel fortissimo son veramente bravi tutti. Quando però la sezione dei violoncelli si trovava ad eseguire l’espressivo tema dal Terzo di Prokofiev, beh, era da mettersi le mani nei capelli. Una menzione d’onore invece al timpanista, che ha veramente fatto miracoli, e agli ottimi violini (ambo le sezioni), solidissimi e compatti. Bene, è ora di chiuderla prima che diventi una delle mie solite recensioni. Ieri ci siamo un po’ scaldati, oggi iniziamo davvero con i musicisti che mi hanno entusiasmato in quel glorioso secondo giorno di Quarti di Semifinale: Kantorow e Melnikov oggi, Mao e Broberg (lui dal terzo giorno in realtà) domani. E la sfida è ancora tutta da vincere.

Diario dal Tchaikovsky: E adesso si fa sul serio

10.22, Courtyard Hotel, Mosca

Non me ne vogliano i gentili lettori per il ritardo con cui inizio questa Campana (soprattutto lei, gentile lettrice), ma ammetto che la giornata di ieri ha messo a dura prova la mia per fortuna inestinguibile passione per l’ascolto. Avendo ammesso due concorrenti in più e avendo deciso di iniziare alle 13 e non alle 12, dopo oltre quattro ore di musica (entrati alle 13, usciti alle 17. 45) abbiamo avuto solo un’ora di stacco prima di ricominciare con altre tre ore e passa di musica: giusto il tempo di mangiare, andare in cerca di un terribile gelato russo per la mia appassionante rubrica su Instagram e tornare. Ecco, quell’ora persa mi sa che l’ho dormita stamattina.

Ma con la giornata di ieri andiamo anche nel vivo del Concorso! Superata la fastidiosa prima prova (sul cui programma mi trovo un po’ perplesso), si inizia finalmente con il grande repertorio. Grande anche perché il Tchaikovsky è famoso per le sue richieste di repertorio ampio e maestoso. Incontreremo ben poca musica francese in questa seconda fase, ma non per questo abbiamo perso l’interesse timbrico e la raffinatezza, anzi!

A cominciare è stato il russo Yemelyanov (per gli amici Emiliano) sullo Yamaha, partito male, ma finito molto bene. Partito male perché né la Canzone elegiaca di Tchaikovsky né lo Scherzo dalla Patetica trascritto da Feinberg hanno saputo liberarsi da una certa piattezza. La Canzone era estremamente immobile, con quei ribattuti che non portavano da nessuna parte, ma senza quella poetica contemplazione: mi sono mancate le sognanti atmosfere della Romanza di Anna Geniushene. Proprio bruttino invece lo Scherzo. La mefistofelica trascrizione richiede un controllo maniacale dello strumento, di modo che tutti i concitati elementi del brillante movimento riescano a trovare una loro dimensione timbrica che non faccia rimpiangere (troppo) l’orchestra, ma restituisca quel brivido d’eccitazione che si riversa con dinamismo nell’elemento di marcia. Molto meglio le Variazioni su un tema di Corelli, in cui Emiliano ha sfoggiato un suono saldo, scuro, ruvido ma non pestato, mai brutto, severo ma cantabile. Le Variazioni sono state un concentrato di suoni, timbri, situazioni, contrasti. Certo, al contosto di una discreta episodicità, ma di grande effetto ed efficacia drammaturgica (fantastica la travolgente cavalcata della Diciottesima Variazione!). Meravigliosa infine la Sonata di Barber, in cui il suono naturalmente squadrato e definito del pianista russo ha trovato perfetta collocazione. La splendida Sonata è stata eseguita con lucidità ed intelligenza, sapendo spaziare dalla chiarezza del primo movimento all’agile valzerino del secondo, dal fraseggio scolpito del terzo all’ottima tenuta ritmica della fuga finale: veramente un’eseguzione spettacolare. L’unica cosa che si può criticare è una certa generale rigidità che raramente ha concesso spazio alle morbidezze così tipiche di Barber, che emergono negli angoli anche di questa Sonata a contrastare magnificamente con le sezioni più astrali, e un tono più da Sesta di Prokofiev che da sonata americana. Insomma più Nasa e meno Sputnik.

A seguire il mio non amatissimo Shishkin, il quale ha però staccato sullo Steinway una delle migliori prove che gli abbia sentito. Non tanto per le Tre Mazurche op. 59 iniziali, un po’ smorte, non sempre chiare nel fraseggio e con spirito molto più arenskijano che chopiniano, ma per il Secondo Scherzo, suonado con splendida eleganza e disinvolta agilità. Mi ha dunque emozionato? Nope, l’ho apprezzato. Ho passato molto tempo ad ascoltarlo chiedendomi perché pur essendo tutto così ben fatto io non riuscissi ad empatizzarvi e infine ho compreso perché in quello Scherzo abbia percepito questa distanza: non c’è fluire nella musica di Shish. Il palestrato pianista lampioniforme ha la tendenza a ragionare per compartimenti stagni, interrompendo la consequenzialità tra un episodio e l’altro a favore di una lucida disanima di ciò che succede dentro. Senza però portarlo all’eccesso di un glaciale approccio scientifico (che avrebbe comunque un suo perché). Così bloccato tra decadente eleganza e meccanicità del discorso, il pianista non riesce ad appellarsi né alle mie viscere passionali, né all’esaltazione cerebrale. Riesco tutt’al più ad apprezzarlo. Questo discorso vale totalmente anche per la Seconda Sonata di Rachmaninov, su cui però l’opera di arenskizzazione si è fatta ancora più pesante. Non mi dispiace l’idea di un Rac più elegante e decadente, ma sacrificare l’impulso drammatico per piegare tutto sotto il proprio immobile suono mi pare un po’ eccessivo. Diverso il discorso per gli Studi op. 4 di Prokofiev. Qui l’elemento meccanicistico di Shish è riuscito a realizzarsi in tutta la sua disinvoltura, sebbene bisogna notare che ancora una volta il pianista abbia faticato a staccarsi dal suo suono per ricercare sonorità a tratti più taglianti, a tratti timbricamente più raffinate (questo soprattutto su alcuni elementi del Terzo e del Quarto Studio). Ciononostante devo ammettere che l’eleganza del pianista ha donato una patina decadente assolutamente fantastica sul Secondo. Ciò che invece mi ha finalmente, pienamente emozionato è stata la Canzona Serenata di Metner: cominciata veramente nelle più delicate atmosfere la Canzona ha trovato una cantabilità intima ma sobria, condotta magnificamente fino allo splendido ritorno dell’elemento di Reminescenza. E lì, scattano i brividi.

A seguire è stata la volta di Tianxu An, il mio karateka preferito. L’attacco sui medesimi Studi op. 4 di Prokofiev mi ha chiarito con fermezza quanta diversità di timbri si possano trovare e quanto il lato provocatorio del giovane Prok emerga meglio su un suono più squadrato e tagliente, che potremmo definire un suono polemico (sarà per quello che mi piace tanto?). D’altronde, il nostro Quinto Dan sul suo Yangtze River mancava di quella morbida eleganza che aveva reso così splendido il Secondo Studio di Shish, la cui disinvoltura digitale era una spanna sopra. A seguire le non fantastiche Variazioni su un Preludio di Chopin di Rachmaninov, su cui ho apprezzato la comparsa di una tensione espressiva (dopo un’ora di Shish!), ma di cui non ho apprezzato la realizzazione sia timbrica che drammatica: alcuni punti avevano davvero la forza espressiva di una ciabatta. Insomma, diciamo pure che dopo l’iniziale apprezzamento per i timbri diversi ho iniziato lievemente ad assopirmi insieme alla vecchietta una fila più avanti, rinvenuta apposta per il finale dopo che avevo iniziato seriamente a preoccuparmi. Molto meglio invece le Brahms-Paganini, con il primo libro delle temibili Variazioni. Partito bene con un tema squillante e chiaro, un suono severo ma meno tagliente, un carattere capriccioso assai convincente, tecnicamente davvero buono e al contempo sobrio. E per la prima volta dall’inizio del Concorso, Quinto Dan si è concesso anche dei momenti di tenue poesia.

Quinto Dan 2
La D’Orio fornisce sempre le migliori immagini

A seguire (di nuovo sullo Steinway) il trentaduenne russo Andrey Gugnin, che ha attaccato una Settima di Prokofiev con ottimo piglio, fraseggio e varietà: ogni elemento era ben pensato, ben tenuto nel traseggio anche nei punti più affollati. Ma ciò che mi è piaciuto di più nella sua Settima è stata la coerenza nella frammentazione, che ha reso veramente apprezzabile tutta la scienza polifonica e contrappuntistica di questa Sonata. Ciò che non mi ha convinto moltissimo del pianista è stato il suono, non trascendente né per quantità né per qualità, efficace ma non duttile. Mi è piaciuto però come ha saputo differenziare l’atmosfera con l’inizio del secondo movimento, con intensa emozionalità ma poca forza evocativa e soprattutto tensione. Oh beh, almeno non è un pazzo esagerato, mille volte meglio così. Ottimo e sapientemente preparato l’attacco del terzo tempo, in cui il pianista si è scontrato di nuovo con i propri limiti sonori (si percepiva distintamente il suo desiderio di voler andare oltre un certo livello dinamico senza però riuscire ad emergere). Fantastica però la tenuta ritmica, anche al costo di sporcare: questo ha concesso al pianista di mantenere vivo l’affanno fino all’ultima nota. E poi a chi interessa davvero se ci son due note mancate in un salto, quando c’è un senso musicale? Uscito e rientrato, il pianista ha attaccato non so con quale sovrumana abilità il delicatissimo inizio del Preludio dalla Partita in mi minore di Bach/Rachmaninov. Un Preludio che in realtà non è riuscito a trovare una propria dimensione stilistica ben chiara, rimanendo un po’ insoddisfacente come la giga conclusiva, cui mancava un po’ di freschezza ritmica. Molto meglio la Gavotta centrale, questa sì perfettamente individuata e godibilissima. A concludere la sua prova la Terza Sonata di Chopin, iniziata con perentoria enunciazione, evidentemente ben studiata e digerita, anche se con alcune cose affettate erano un po’ incoerenti con il resto della resa. Bello il secondo tempo, soprattutto nell’ispirata sezione centrale. Assolutamente meraviglioso, invece, il primo tema dal terzo movimento: dopo ormai quattro ore di musica mi son riscoperto fresco come al primo ascolto di fronte alla sublime bellezza di quel canto, così semplice, intenso e al contempo sottovoce, con un’atmosfera da vera pelle d’oca. Peccato non sia riuscito a creare varietà timbrica nei successivi episodi, non replicando il miracolo in quello che è uno dei passaggi più belli mai scritti da Chopin: l’entrata del secondo elemento. Ottime le scale dell’ultimo movimento, ma ammetto un po’ tanto, troppo pesante e sovraccarico, fin dalla perorazione iniziale. Però EHI! non ha rallentato come un pazzo durante le temibili sestine conclusive, bravoh!

Fine della prima sessione-albergo-acqua-zuppa-gelato scrauso-si rientra: è la volta di Gadjiev. Beh, non c’è paragone tra la prima, costipata prova e quella di ieri sera. Pur rimasto sullo Steinway, il suo suono era molto più convincente, pur mantenendo quella tanto agognata duttilità. La sua Dante lisztiana era discutibile, lo ammetto, ma nella discussione io sono decisamente a favore: a prescindere dalle note sporche, l’Inspector Gadjiev ha trovato una quantità di suoni e timbri, perennemente alla ricerca del miglior colore per dipingere le atmosfere più infernali e misteriose o quelle più estatiche e paradisiache. Il suo pianismo è ricco di dettagli, infilati in ogni piega dello spartito finanche a renderlo sovraccarico, ma sempre coerente con una visione. Una visione che nel pianista è spesso intossicante, ma dal grande fascino. Temo che in questo subentri veramente il gusto. Da queste premesse, comunque, potrete comprendere quanto siano stati centrati i brani skrjabiniani: il Feuillet d’album, lo Studio op. 8 n. 8, i Preludi 2, 3 e 4 dall’op. 16, il Poema op. 32 n. 1 e lo Studio op. 42 n. 5. Con suono delicato e al contempo nitido, Gadjiev ha qui restituito alla perfezione quel decadente salotto tardo ottocentesco che Shishkin aveva un po’ inopinatamente affibbato al suo intero programma. Non che all’eleganza sia stata sacrificata l’espressività: il bellissimo fraseggio dell’op. 8 n. 8 o il carattere di intensa sacralità del Preludio op. 16 n. 4 restano a testimoniarlo. Meno riuscito lo Studio op. 42 n. 5, partito molto bene, ma poco definito nei bassi (con i caratteristici salti) e senza quello slancio e quell’apertura appassionata che ne caratterizzano il finale. Ciò che invece non mi aspettavo è la differenza di suono trovata sulla Sesta di Prokofiev. Qui Gadjiev ha saputo trovare una varietà sonora sempre al servizio di un discorso musicalmente teso, con chiarezza polifonica che non posso che definire sbalorditiva, senza che venisse sacrificato il carattere grottesco o la forza espressiva ed evocativa delle varie situazioni. Ancora diverso il suono sul secondo movimento, tra l’altro molto ben realizzato tecnicamente anche se a volte un po’ troppo pesanti gli accordi staccati, e così sul terzo, che non ha trovato nel primo climax quella maestosità espressiva richiesta, ma è riuscito finalmente a raggiungerla nel secondo. Splendido il quarto movimento, dal carattere eccitato e fantasioso, tecnicamente eccelso e soprattutto con chiarezza di fraseggio e duttilità timbrica sempre al servizio dell’esigenza espressiva. Alla fine, col suono la regola è sempre quella: non conta quanto ce l’hai grande, ma come lo usi. (E ancora non mi hanno chiamato a Colorado, com’è possibile?)

Glissiamo e andiamo avanti: Alexey Melnikov, sempre sullo Steinway. E signori, io una Sonata di Liszt come quella staccata dal nostro Melny ancora la devo sentire in concerto, figuriamoci in concorso. Sublime è l’unico modo per descriverla: morbida nel suono ma con carattere, tecnicamente smagliante, con dei respiri musicali bellissimi, così preziosi in un concorso in cui tutto sospendono un po’ il fiato fino alla fine!, ma anche con una profondità di sguardo data nella ricerca sempre del carattere migliore senza mai perdere di coerenza e coesione. Vi giuro, potessi riportare indietro il tempo riascolterei da capo tutta la Sonata solo per poter piangere in quei cantabili così dolci e semplici o per potermi esaltare nelle parti più concitate e maestose. Siamo ben lontani dalle mefitiche atmosfere gadjieviane, ma che bellezza! Ciò che invece mi ha convinto di meno è stato il resto della prova: il suo Skrjabin (una selezione di sette Preludi dall’op. 11) ha mancato di quella definizione e di quella tavolozza timbrica cui Gadjiev ci aveva abituato prima, presentando uno Skrjabin in realtà nettamente romantico, dal tono appassionato, un po’ confuso e molto omogeneo come suono. Tono che si sposava molto meglio con l’Etude-Tabelau op. 33 n. 3 di Rachmaninov, che ha purtroppo tenuto sempre lo stesso attacco del tasto di Liszt e Skrjabin, ma che ha goduto di alcuni fantastici effetti ondeggianti. A concludere la prova gli Studi op. 2 di Prokofiev (is this the new Campanella?), che hanno fondamentalmente confermato questa impressione. Confrontati con le due esecuzioni precedenti, gli Studi di Melny mancavano del prodigioso meccanismo shishano o dei taglienti colpi di karate di Quinto Dan, non riuscendo il senza dubbio bellissimo ma inamovibile suono di Melnikov a trovare la sfumatura adatta a questi studi. Molto bello però il collegamento tra Terzo e Quarto Studio, esaltante nella sua forza drammatica. Comunque quella Sonata di Liszt era ‘na robba incredibile, non potete capire.

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Ciao mamma, scrivo di musica classica con i meme

 

A terminare la lunga ed intensa giornata è stato Philipp Kopachevsky, sullo Yamaha. Il ventinovenne russo è stato l’unico che mi è piaciuto di meno in seconda prova, rispetto alla prima. Forse perché il suo Carnaval di Schumann (geniale, chi lo suona più il Carnaval, è passato di moda quindici anni fa) sembrava più Quadri da un’esposizione di Mussorgskij, con quella palette timbrica ampia e variegata che avevamo potuto apprezzare nel Liszt/Paganini, ma che qui appariva un po’ fuori posto. Sull’altare della sperimentazione sonora sono stati immolati quel senso dello schumanesco che pure nelle prime battute sembrava presente, ma ho apprezzato la sua disinvoltura nel prendersi libertà di tempo, apparentemente immune alla tensione da Concorso Tchaikovsky. Ma nonostante le indubbie abilità del nostro Philippo non son convinto di questo Schumann, così vario, ma anche poco spontaneo, poco ingenuo e facilmente sovraccarico negli slanci più appassionati. Forse era anche quel suono sempre così pieno e brillante a non restituirmi quella sonorità tedesca che tanto è bella in questo brano. Però è un po’ come con Shishkin: non gli si può certo dire che abbia suonato male, al massimo che non si è d’accordo e dunque subentra anche qui una questione di puro gusto. La Canzona serenata di Metner invece l’ho trovata oggettivamente superficiale, manchevole delle atmosfere languide e sognanti di Shish, senza quel senso di nostalgia. Niente brividi all’elemento-reminescenza. Un po’ meglio Vers la flamme di Skrjabin, soprattutto nell’accendesi del movimento che porta a combustione l’intero brano, ma un’atmosfera immobile più algida e soffocante avrebbe favorito di molto il contrasto con l’accensione della prima fiamma e al culmine della deflagrazione mancava la forza evocativa di cui questo brano è colmo, soprattutto nell’assenza di nitidezza negli accordi ribattuti nel registro alto dello strumento: qui Skrjabin si appella veramente a sonorità aliene. Sulla conclusiva trascrizione di Ginzburg dalla Prima Suite del Peer Gynt di Grieg non ho molto da dire: meh. Già la trascrizione stessa non mi ha convinto, ma l’esecuzione di Philippo è stata insoddisfacente nell’evocare i timbri orchestrali fin dall’elegiaco Mattino, o il lugubre e maestoso carattere della Morte di Ase, o la sensualità rigonfia della Danza di Anitra. Per finire con un Nell’antro del Re della Montagna partito bene nel carattere grottesco, ma a fin di prova un po’ buttato in caciara senza raggiungere la frenetica esaltazione. Ma non tutto è colpa di Philippo, è proprio la trascizione che non è baciata dal dio del pianismo. Che la trascrizione se la sia scelta lui, quindi sia comunque sua responsabilità, beh, lo taceremo per eleganza.

Così dunque si è conclusa la serata di una delle giornate più impegnative. Miei preferiti dei sette di oggi direi Emiliano, Gadjiev e Melny, con particolare distinzione per Gugnin e Shish. Ma tutto è ancora da decidere e tra mezz’ora qua si ricomincia con altre quattro, vorticose ore di musica: buon ascolto a tutti!

Diario dal Tchaikovsky: Primi Risultati

9.49 The Courtyard Hotel, Mosca.

Ogni volta parto pensando di essere perfettamente in tempo, “Quest’oggi la Campana la scrivo con tutta la calma del mondo”, HA! Illuso. Il Tchaikovsky ti fa passare 14 concorrenti al posto di 12 e scopri la mattina stessa che le prove inizieranno un’ora prima. Salvo poi arrivare al conservatori per scoprire che sei tu ad esser mona e hai visto l’orario europeo (alle 12) e non quello russo (alle 13). Dannazione. Beh, caffè sotto al conservatorio e si finisce di scrivere.

Come si potrà evincere dal titolo e da questa mia prima, sconclusionata introduzione, ieri sera sono arrivati i primi risultati: da 25 candidati si dovrebbe passare a 12 ma come il buon Matsuev ha annunciatom visto il livello eccezionalmente alto (che si traduce con: non sapevo chi scegliere LOL li famo passa’ tutti regà [ma si scrive ancora LOL nel 2019?]) ne hanno promossi due in più alle semifinali. Ma prima di commentare questi risultati, bisogna commentare tutte le prove di ieri, già che c’è molto da dire (strano).

Comincio col dire che il miracolo del secondo giorno non si è ripetuto, ma il livello era comunque, com’è da aspettarsi, decisamente molto alto. Primo della giornata Liu Xiaoyu, di cui noterò di sfuggita come il nome contenga tutte le vocali tranne la “e” e ciò lo renda nella mia testa estremamente simile a quelle parole tipo “aiuola” che alle elementari ti danno da imparare per pronunciare bene le vocali. Ciò detto, il ventiduenne canadese è partito con un Preludio e Fuga di Bach un po’ introverso ma con bel suono, con un buon inizio misterioso della Fuga ma un po’ romantico nella conduzione e non sempre chiarissimo. A seguire la Waldstein (anco’?), iniziata un po’ “meh” per tenuta ritmica, un po’ instabile, con una gamma di dinamiche notevole ma forse esagerata (alcuni pianissimissimissimo erano così pianissimissimissimo che scomparivano nel pianoforte). Notevole però per dolcezza e delicatezza, sia nelle sincopi che nel bellissimo secondo tempo. A seguire lo Studio op. 10 n. 4 di Chopin, molto ben controllato, digitalmente disinvolto, musicalmente molto azzeccato (se si perdona qualche eccesso nel turbinoso finale). Con l’Etude-Tableau op. 39 n. 9 il nostro vocalico pianista ha invece tirato fuori un bel suono diverso, più squadrato e con ricerca di timbri, ampio ma senza pestare, non trascinante ma dai begli accordi, ben appoggiati sul suo Steinway. A seguire, ovviamente, La Campanella, sia mai che mi dimentichi come faccia. Purtroppo qui il pianista, dopo un inizio ben riuscito, ha staccato dei tempi folli su cui ha inopinatamente scelto di correre ancor più, non sempre con i migliori risultati: l’ansia da concorso non perdona. Bene la Romanza op. 5 di Tchaikovsky e la Danza dei quattro cigni sempre di Tchaik trascritta da Wild, con buona ricerca timbrica, ma non particolarmente brillanti per lirismo (soprattutto la Romanza ovviamente).

A seguire sempre sullo Steinway è stato l’americano Kenneth Brobergh (vecchio, hai vinto l’Argento al Cliburn due anni fa, che ci fai qui?) su cui nutro pareri contrastanti. Contrastanti perché il suo Bach mi ha completamente conquistato: si poteva davvero sentire tutto il Barocco negli arpeggiati del La bemolle maggiore dal primo volume, si sentiva benissimo come ricercasse timbricamente un suono solare, energico e con sonorità da Brandeburghese. Bellissimo, Kenny. Ottima anche la 110, però un po’ inibita: qui è iniziata la parte che mi dà dei dubbi. Bello il primo tempo, dalle dolci tinte chiare e dai contorni morbidi e ben robusto il secondo, sebbene ogni tanto alcuni tempi drammatici non fossero proprio azzeccati (con conseguente caduta dell’effetto sorpresa), ma ciò che non mi ha convinto è stata la cantabilità del terzo movimento, in cui il pianista avrebbe potuto abbandonare il chiarore dei primi tempi per un tono più ponderoso che inutilmente si è atteso. Così come un legato più nettamente cantabile, che sarebbe stato molto apprezzato in quello che è forse uno dei temi più belli di tutta l’opera del buon Ludwig. Molto bene invece la fuga, soprattutto il tono veramente paradisiaco della ripresa. Sullo Studio op. 39 n. 8 di Rachmaninov il discorso è affine: più dolcezza, morbidezza, più crepuscolo e meno alba per usare un riferimento visivo. Non si può certo dire che non sia stato ben suonato, ma c’era qualcosa nel carattere che mi mancava. Bella l’op. 25 n. 5 di Chopin che emerge da Rac, con splendido carattere negli arpeggiati e quasi un accenno di vero legato dolce e cantabile nel tema centrale: ci stiamo avvicinando. Su Wilde Jagd di Liszt, che in genere è un “liberi tutti” per i macinatori seriali, Broberg è riuscito dare una buona esecuzione, con avere foga ma senza brutto suono, pur ahimé buttando spesso e sacrificando alcuni dettagli di fraseggio anche nella ben espansiva sezione centrale. Ottima la polifonia nella Dumka di Tchaikovsky, affrontata con eleganza e molto senso del fraseggio, seppur ancora senza ombre. Per il solare americano era sicuramente più adatta la parte centrale, affrontata con frenesia danzante e splendido suono. Da risentire sicuramente.

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Vardaeo che contento che era Broberg al Cliburn

È stata poi la volta dello Yamaha suonato dallo spagnolo Alber Cano Smit, che purtroppo ha ceduto al nervosismo da Tchaikovsky. Lo si è percepito nitidamente già da Bach, molto teso e rigido, cosa che lo ha portato a esagerare e strascicare alcuni tempi e fraseggi. Non diversa l’op. 31 n. 2 di Beethoven, in cui un buon suono non ha trovato la necessaria consistenza, né ricchezza di dettagli che La Tempesta potrebbe offrire. Una generale assenza di chiarezza nelle linee è stato probabilmente il principale problema, ma per tutta la sua prova si è percepita l’ansia del pianista e diamine, le spalle eran così contratte che ancora un po’ ci toccava le orecchie. Non molto meglio le furibonde ottave dell’op. 25 n. 10 di Chopin, iniziato non male, ma un po’ corso nella parte centrale e soprattutto ciccato nella ripresa: esattamente dove sbagliano tutti. Vi giuro, dovrebbero vietare ‘sto Studio ai concorsi, nelle ottave per modo contrario della ripresa nove pianisti su dieci vanno in tilt. Ouff. Bello l’inizio del Decimo Trascendentale, poi un po’ instabile tecnicamente e con difficoltà a lanciarsi nel climax. Particolare la Romanza op. 51 n. 5 di Tchaikovsky, che vi giuro avrei scambiato per un brano spagnolo, e finalmente un po’ più appoggiato lo Studio op. 39 n. 9 di Rachmaninov, finalmente con qualche bel dettaglio. Veramente un peccato, ma anche questa è esperienza purtroppo.

Non molto diverso George Harliono (sempre sullo Yamaha). Dopo un discreto Bach, l’Appassionata (risalve, quanto tempo) è stata un prodigio del PESHTO, assai instabile e rigida, senza idee particolarmente riuscite, con suono duro e spigoloso, non senza cose belle per carità, soprattutto nel tono più schiettamente patetico, ma decisamente non maturo (e ce credo c’ha diciotto anni). Discorso affine sul Natha Valse di Tchaikovsky, cui mancava un po’ di eleganza che non fosse affettazione (lo so, è difficile su quel brano), però concluso bene. Non male l’op. 25 n. 5 di Chopin, molto chiaro e ben fraseggiato, ma molto rigido, credo per una certa fissità del polso. L’op. 39 n. 6 di Rachmaninov è iniziato con una tega, ma ha dato una degna dimore al suono secco del giovane britannico, che si è distinto per il gran controllo nella velocità, per quanto ricca di accenti un po’ convulsi. Non ottimo il controllo e la consequenzialità dinamica, ma brillante. Non male Harmonies du Soir, abbastanza misterioso all’inizio ma un po’ povero di timbri, ma finalmente con un suono più aperto nei maestosi climax (quelli sì, da brividi), in cui il pianista ha finalmente iniziato a respirare con la musica, pur senza abbandonare una certa rigidità.

Il successivo, nel tardo pomeriggio, è stato uno dei concorrenti più attesi: il giovane Malofeev. Già lanciato in una carriera stellare in tutto il mondo, c’è chi dava scontata la sua vittoria. La sua prova, però, non mi ha convinto. C’era molta cattiveria nel modo di suonare di Malofeev, non saprei nemmeno come spiegarmi meglio: il suono era intrinsecamente duro. Non pestato, duro, sempre e rigorosamente. Se il peshto di Harliono era un riversare convulsamente la propria baldanza adolescenziale sul malcapitato Yamaha, il medesimo Yamaha ha accolto la glaciale violenza di Malofeev. Fin da Bach, preciso, per carità, ma con delle sleppe nella Fuga assolutamente fuori contesto e non di rado confuso nella polifonia. Bene l’inizio dell’Appassionata (siamo veramente su un altro livello rispetto ad Harliono), ma il discorso è sempre quello. Ogni tanto emergevano dei dettagli profondamente musicali, soprattutto nella costruzione di una drammaturgia musicale d’impatto, ma l’eccesso era costantemente dietro l’angolo e, probabilmente anche per il nervosismo, la cosa è andata peggiorando su secondo e terzo tempo, quest’ultimo letteralmente staccato a 2x. Vi giuro non so come abbia fatto ad arrivare fino alla fine era il doppio del metronomo. Sembravano gli anime guardati dal mio ex coinquilino al doppio della velocità perché così “ne posso vedere di più”. Ecco uguale “faccio il Presto dall’Appassionata al doppio della velocità così posso infilare un pezzo in più nella prova”. Chapeau, ma almeno non rallentarmi sulla coda perché è difficile. Fantastica però la sua Dumka, brano che si sa è letteralmente cresciuto addosso al pianista, con cura dei tempi magistrale e splendida sezione centrale (che fraseggi e che ebbrezza!). Mancava ancora qualcosa, certo, ma per un diciassettenne vi era qualcosa di splendido. Abbastanza bene l’op. 25 n. 11 di Chopin, sebbene non sempre molto chiaro e spesso con scelte musicali un po’ sconclusionate. Meglio l’op. 39 n. 6 di Rachmaninov, affrontata con splendido carattere grottesco, ma anche qui a volte facendo emergere dettagli secondari a volte ottimi, a volte non necessari. Bene la mole di suono, eccessiva per i tre autori precedenti ma qui al suo giusto posto. Simile il discorso per Liszt: un Mazeppa con tanto suono, veramente trascendente sugli elementi tecnici, persino con qualche momento di vera cantabilità nella sezione centrale e con una ripresa veramente funambolica. Oltre non vado, un parere sul ragazzo è troppo presto per darlo, ma a lui va tutta la mia stima per essere riuscito comunque ad esibirsi così, con tale concentrazione, nonostante il terribile lutto appena subito. Onestamente non so nemmeno come abbia fatto a suonare con questa tenuta.

A seguire Malofeev è stata Sara Daneshpour, un guizzo di freschezza e leggerezza dopo la prova sovraccarica di Malofeev (pur rimanendo sullo Yamaha!), ma anche un deciso calo di tensione espressiva. Bene il suo Bach, severo e dall’ottima polifonia, con qualche rigidità sulla fuga, ma tutto sommato bene. Non male anche il primo tempo di Haydn, con buon controllo e brio, ma un secondo tempo un po’ strascicato e, devo ammetterlo, un po’ smortino nonostante l’eleganza. Meglio il terzo movimento, con fraseggio chiaro e belle agilità. Meno efficace la Suite da La bella addormentata di Tchaikovsky/Pletnev, un po’ confusa all’inizio, ma con migliori colori nelle danze successive. Non si può dire che la Daneshpour non sappia suonare, ma cosa manca? Me lo son chiesto molto durante la sua prova e credo che ciò che mancasse a quel Tchaikovsky fosse la freschezza dell’impulso ritmico, la vitalità, il trovare sincero interesse in ogni elemento che si sta suonando, più che puntare ad una buona esecuzione. Meglio l’op. 39 n. 1 di Rachmaninov, anche discretamente chiara e veramente ottima l’op. 10 n. 8 di Chopin, agile, sgranato e delicato. Molto bene Gnomenreigen di Liszt, con suono sempre molto sgranato e bei colori, delicato e guizzante. Forse questo è più il suo regno.

Cambio di pianoforte: sullo Steinway si è esibita Anna Geniushene, la quale è partita subito con un Bach un po’ romantico, ma dal suono bellissimo e dalla grande atmosfera sacrale che, lo ammetto, ha chiamato un applauso soffocato già tra Preludio e Fuga. Bene anche la fuga, con ottima differenziazione timbrica tra le voci, seppur ogni tanto non chiarissima anche a causa dell’abbondante pedale. Splendida la Sonata op. 25 n. 5 di Clementi, su cui la pianista russa ha tirato fuori un suono che, diamine, mi ha tenuto col fiato sospeso. Ottime le agilità e splendidi gli effetti timbrici, raffinati e non gratuiti, mentre non sempre chiarissima la direzione del fraseggio. Bene l’impulso ritmico, anche se a volte inutilmente frammentato. Dopo questo veramente meraviglioso inizio è stata la volta dei meno fortunati studi: l’op. 10 n. 10 di Chopin ha sofferto di un pedale un po’ pesante e di una certa goffaggine tecnica, nonostante le belle sonorità, segno forse di una certa rigidità in alcuni passaggi tecnici. Meglio l’op. 33 n. 5 di Rachmaninov, adattissimo alle sua capacità timbriche e affrontato con un suono diverso e perfettamente adatto. Peccato per alcune note sporche in mezzo alle nuvole sonore e per qualche elemento meno chiaro. Ottimo l’inizio del Decimo Trascendentale di Liszt (anche te t’ho sentito spesso eh), ma la pianista è stata, devo ammetterlo, spesso troppo cauta, non riuscendo a lanciarsi oltre l’elemento tecnico per trascendere (per l’appunto) il virtuosismo e lanciarsi nel far muica. Molto bello però il suono della mano sinistra con gli arpeggi alla destra e con gran carattere  e convinzione le ottave. Peccato per la tensione spezzata nel finale. Dove però Anna la russa ha dato veramente il meglio è stato nella Romanza op. 51 n. 5 di Tchaikovsky. Ben lontana dal sembrare un brano spagnolo come con Cano, questa Romanza è stata veramente un momento di preziosa musica, tale da farmi dimenticare per un secondo di essere ad un concorso. Eleganza, lirismo, tono elegiaco, c’era tutto. Che meraviglia assistere a questi piccoli prodigi musicali. Bene ma meno bene lo Scherzo à la Ruse, con ottima varietà di timbro e carattere, finalmente con suoni convincenti anche nelle parti squillante della destra, ma non sempre chiara in alcuni punti più concitati. Bello il finale, dal suono ampio e maestoso (e che ottave!), ma un po’ confuso e concluso un po’ in discesa. Speriamo meglio per la prossima prova, che riporti un po’ di quell’Anna-da-Busoni che mi ricordo ancora bene dal 2017.

Anna Geniushene
Anna is not amused.

Ultimo del primo giro di quarti di finale il coerano Dohyun Kim, che si è esibito sullo Yamaha. Ben appoggiato l’inizio del Sol diesis minore dal primo volume bachiano, con suono smorzato e attutito che favoriva molto un tono sobrio e intimo, ma non introverso. Bene anche la Fuga, coerente con questo suono anche al costo di perdere un po’ di chiarezza. Bello anche il suono morbido di Mozart, anche se spesso manchevole di nervo quando la Sonata K332 presenta le sue parti più drammatiche. Molto romantico nella pedalizzazione generosa e non sempre disinvolto sulle agilità (quanto mi è mancato il Mozart di Mao il fanciullino!). Bella l’intimità del secondo tempo, per quanto un po’ smortino, ma un po’ meglio il terzo. Bene lo Studio di Rachmaninov (op. 39 n. 6), con suono ben distinto, scuro e intenso, ottimo nell’affannoso e dalla polifonia chiara e non eccessiva, più omogeneo rispetto all’interpretazione di Malof, ma meno esaltante. Terrificantemente veloce (anche troppo) ma miracolosamente in piedi l’op. 10 n. 8 di Chopin, non sempre chiarissimo nel senso musicale, ma molto pulito. Molto bello il fraseggio di Mazeppa, più morigerato rispetto ad alcuni altri Liszt caciaroni e con splendido cantabile nella parte centrale. Ottimi i salti e le ottave, con sorprendente distinzione timbrica e dinamica dei diversi piani sonori anche nei punti tecnicamente più impervi. Bello. Bello anche “Un poco di Chopin” di Tchaikovsky, elegante e con bei bassi e molto belli gli squilli iniziale de Lo Schiaccianoci nella trascrizione di Pletnev, con splendida vitalità ritmica. Delicata e misteriosa la Fata dei confetti, bene i colori della Tarantella, sebbene a volte un po’ impacciata e non male anche il Trepak con cui ha concluso questa selezione, nonostante mi mancasse un po’ di carattere più ruvidamente russo. Ma tutto sommato una buona prova.

Bene, eccoci dunque alla fine di questa lunga, lunghissima Campana: è il momento dei risultati. A passare sono stati Tianxu An (Quinto Dan, ci rivediamo!), Kenneth Broberg (yei, un po’ di positività!), Alexander Gadjiev (yei, un italiano in semifinale!), Anna Geniushene (yei, hanno premiato la Romanza!), Andrey Gugnin (uhm, ok), Sara Daneshpour (uhm, ok dai), Konstantin Yemelyanov (yei, c’è Emiliano in semifinale!) Alexandre Kantorow (yei, c’è Kantor in semifinale!), Dohyun Kim (ok, dai), Philipp Kopachevsky (yei, c’è Philippo in semifinale!), Alexey Melnikov (yei, c’è Melny in semifinale!), Arseny Tarasevich-Nikolayev (yei, c’è Arsenio in semifinale!), Mao Fujita (yei, c’è il fanciullino in semifinale!) e Dmitry Shishkin (prevedibile ma anche giusto). Sono un po’ triste per l’assenza di Beisembayev (l’elegante gargoyle), Wu (che mi era piaciuto molto, il primo giorno), Yasynskyyyyyyy e Yashkin (CiuffoBoy), ma con tutti gli altri sono assai concorde. E sì, c’è un grande assente: Malofeev. In barba a tutte le voce che lo volevano già vincitore del Concorso, non ha passato la prima prova. Lo davo per scontato persino io, ma a quanto pare la giuria l’ha ritenuto ancora immaturo: un’ulteriore dimostrazione che niente è certo in un concorso pianistico. Sarà per la prossima, il ragazzo è giovane e ha tutto il tempo per riprendersi e ripresentarsi con altra maturità al prossimo grande concorso di qui a 3-4 anni. E, ne sono certo, con ben altri risultati.

Questo è quanto, dunque: speravo di poter alleggerire le prossime campane dovendo passare a soli sei candidati al giorno, ma me ne hanno piazzato uno in più. Poco male, la seconda prova è quella in cui finalmente si inizia a fare musica sul serio, con il grande repertorio e la libera scelta. Che il Concorso Tchaikovsky 2019 abbia finalmente inizio.

Diario dal Tchaikovsky: Standing Ovation

10.36. The Courtyard Hotel, Mosca.

 

Dovrei seriamente iniziare a scrivere la sera stessa, la mattina dopo va sempre a finire che mi perdo a parlare con qualcuno, già che stiamo tutti allo stesso hotel (giuria esclusa). Ma devo esser sincero, scrivere ieri sera avrebbe significato scrivere in preda all’entusiasmo e all’euforia, cosa sempre molto divertente, ma che ostacola non poco la lucidità del senso critico. Sì, perché la giornata di ieri, mercoledì 19, è stata un concentrato di nomi di tale livello che fatico ancora a crederci.

Cominciamo con il russo Andrey Gugnin, esibitosi sullo Steinway, che superata la tensione che ha un po’ inibito e reso instabile il Preludio e Fuga di Bach, ci ha donato una Waldstein sobria e dal suono chiaro, ben condotta musicalmente anche se un po’ troppo omogenea e un po’ superficiale come lettura. Meglio l’op 39 n. 4 di Rachmaninov, con un buon cambio di suono e un attacco del tasto quasi selvaggio (anche se mi mancavano un po’ i bassi). Splendido lo Studio op. 25 n. 1 di Chopin, raro ai concorsi!, suonato con eleganza, grazia e suono morbidissimo. Wilde Jagd è partito con l’esplosività tipica dei russi che suonano Liszt, cosa che non lo ha aiutato a tenere a bada lo studio. Per qualche ragione a me ignota i russi suonano Liszt come Rachmaninov e Rachmaninov come Liszt, di questa cosa ancora non mi capacito. Ma la folle esaltazione con cui molto spesso si riversano sulla tastiera (non di rado pestacchiando) durante il povero Ferenc raramente ha dato bei risultati musicali. Meglio la Dumka di Tchaikovsky, soprattutto nella ripresa in cui Gugnin ha fatto un meraviglioso lavoro sulle pause, con quel senso di inevitabile che così tanto appartiene a questo splendido brano.

Dopo Gugnin è stata la volta del nostrano Gadjiev (un italiano al Tchaikvosky, incredibile, si saranno confusi leggendo il cognome), il quale ha fatto una prova assai interessante e, finalmente, con un suono diverso. Gadjiev non è un campione del suono ampio e poderoso, ma devo esser sincero che sentire un po’ più di duttilità è stato un balsamo per le orecchie e per i tasti dello Steinway. C’è in realtà voluto un po’ perché si scaldasse: il Preludio e Fuga è stato affrontato con bel suono e bel fraseggio, caratterizzato da un’atmosfera veramente sacra, ma si sentiva chiaramente il nervosismo del pianista che ha tenuto un tempo forse troppo veloce per il suo intento espressivo. La successiva Waldstein è stata una lettura decisamente più approfondita, ricca di idee e dettagli, capace di cogliere il senso musicale di ciò che aveva sotto le mani, la cui principale criticità era una certa scostanza che non ha permesso a tutte le belle idee di rimanere stabili in una drammaturgia ben organizzata. Ciononostante è stato l’unico finora a realizzare i pedali come Beethoven stesso li ha scritti o a rendere magnificamente quel senso di stasi e mistero che permea il secondo movimento. Idem il Tema e Variazioni op. 19 n. 6 di Tchaikovsky, sobrio e dal bel fraseggio, ma in cui il pianista è sembrato un po’ a disagio (soprattutto se paragonato all’esecuzione del medesimo brano da parte di Wu!). Ciò che in generale in Tchaikovsky mi è mancato è stata una morbidezza di suono che avrebbe dovuto abbandonare le velleità skrjabiniane per concedersi dei momenti davvero elegiaci. Azzeccata per questo tipo di suono la scelta dello Studio op. 25 n. 5 di Chopin, in cui i rapidi arpeggiati iniziali sono stati affrontati con lisztiana fantasia, ma in cui la lirica sezione centrale avrebbe beneficiato di più leggerezza nella mano destra, spesso fraseggiata al punto da disturbare il tema alla sinistra. E qui finisce la parte meno riuscita della prova di Gadjiev e inizia la musica. L’op. 39 n. 5 di Rachmaninov ha trovato un’espressione acuminata notevole che, anche senza il suonone che sarebbe servito, ha saputo con un fraseggio tesissimo e nervoso letteralmente vomitare tensione espressiva sullo strumento (quella ripresa!), una roba da tirarti fuori le viscere. Stessa fantasia espressiva in Mazeppa, affrontato con suono furioso ma non eccessivo, spezzando a volte il discorso (quella scostanza di cui scrivevo sopra), ma trovando grande varietà timbrica e tenendo costantemente l’interesse dinamico e agogico senza sacrificare il tono epico.

Bene, da adesso in poi inizia la cavalcata verso il trionfo. Il successivo ad esibirsi (sempre sullo Steinway) è stato Alexey Melnikov, che dopo un Si bemolle minore dal primo volume bachiano realizzato con delicatezza e sobria espressività ci ha donato un’Appassionata di Beethoven (e cinque) assolutamente da urlo per naturalezza e moderazione. Finalmente un’Appassionata che suonava veramente beethoveniana, con scarti espressivi e tensioni, ma senza un suono da primo Novecento russo, in cui il secondo tempo appariva fin dall’inizio ben fraseggiato e con delizioso respiro musicale fra le variazioni, magistralmente bilanciato, con tono misterioso e appassionato nel terzo tempo, chiaro eppure trascinante anche nel passaggio alla coda, perfettamente tenuta e proprio per questo ancora più bella. Intimo e lirico Ottobre dalle Stagioni di Tchaikovsky, affrontato con suono dolce ed espressivo ma senza eccessi e bene anch e l’op. 10 n. 1 di Chopin, non fantastico come quello di Yasynskyyyyy ma ben realizzato. Su Rachmaninov (op. 33 n. 2) ammetto che avrei apprezzato un suono meno freddo e tagliente, ma la misura di Melny ha prevalso facendogli condurre con sapienza anche le sezioni più affannose senza eccedere. Sul Decimo Trascendentale che ha chiuso la prova, il nostro si è improvvisamente ricordato di essere russo e quindi si è gettato con la foga tipica di un buffet, riuscendo comunque (per fortuna) a tenere in piedi un’interpretazione ricca di colori, per quanto non visionaria.

Dopo Melny è stata la volta di Philipp Kopachevsky, in arte Philippo, che è partito (audacia pura!) con il primo Preludio e Fuga in do maggiore di Bach, suonato con semplicità e bellissimo suono e ottimo controllo sullo Yamaha. Stesse qualità le ritroviamo su una splendida Sonata in La bemolle di Haydn, in cui il pianista ha saputo, udite udite, trovare un suono diverso rispetto a Bach. Forse mancava un po’ di gusto del gioco e della sorpresa a questo Haydn a tratti leggero a tratti sobrio, ma l’elegante magistero con cui ha condotto tutti i movimenti era veramente da fuoriclasse. Molto bene il terzo tempo, in cui alcuni di quegli scambi cameristici così tipici del compositore austriaco sono brillantemente emersi. Dopo Haydn è stata la volta della collezione primavera-estate con Maggio-Giugno-Luglio dalle Stagioni tchaikovskiane: Maggio, devo ammetterlo, è stato molto delicato ma un po’ sacrificato, ma ricordo con grande emozione l’emergere del canto di Giugno dalle ultime sonorità di Maggio, con nobiltà di fraseggio e suono morbido e cantabile. Splendido Luglio, in cui è emerso finalmente un po’ di carattere un po’ ruvido e vivace a dare sostanza. Molto bene l’op. 10 n. 1 di Chopin (che a quanto pare è la nuova Campanella [ma almeno dura meno]) che ancora non una volta non aveva gli effetti e la disinvoltura di Yasynskyyyyyy ma è stato senza dubbio uno dei migliori finora sentiti. Meno bene l’op. 33 n. 4 di Rachmaninov, iniziato benissimo tra polifonia ben curata e timbri come di campane, ma poi un po’ sminchiato nella parte centrale e arrivato zoppicante sulla sovrapposizione tematica della ripresa. Sul Sesto Paganini/Liszt Philippo ha infine dato prova di un’enorme varietà di approcci timbrici e sonori e soprattutto di una prodigiosa abilità nel passare da una sezione all’altra apparentemente senza nessuno sforzo e con enorme efficacia drammatica. Pubblico entusiasta, bravo Philippo.

A seguirlo il ventunenne Anton Yashkin che partito non benissimo sul Preludio e Fuga di Bach ha affrontato l’Appassionata (eddaje) con tono ben più romantico di Melny, ma con sincera espressività e bellissimo suono, trovando alcuni splendidi dettagli di fraseggio e in generale senza eccedere con il PESHTO che a volte questa Sonata rischia di chiamare. Soprattutto notevole il colpo di ciuffo pre-coda del primo movimento, a mio avviso componente fondamentale per affrontare con sbarazzina caparbietà la concitata sezione. Molto bello lo Studio op. 10 n. 4 di Chopin, bellissimo suono, tecnicamente impeccabile e incredibile ma vero addirittura espressivo e non semplicemente ‘na mitraglia di note velocissime. Vai così, CiuffoBoy. Bene anche lo Studio op. 39 n. 3 di Rachmaninov, che ha perfettamente beneficiato del suono ampio e scuro del pianista, il quale ha saputo anche concedersi delle oasi di respiro musicale. Il successivo Mazeppa aveva senza dubbio più suono e più maestosità di quello di Inspector Gàdjiev, ma anche molta meno chiarezza e definizione e soprattutto una più ristretta tavolozza timbrica. Sullo Scherzo Russo di Tchaik, Yashkin ha poi finalmente cambiato attacco del tasto, trovando sonorità più leggere e colori nuovi, sebbene non perdesse occasione per darci nuovamente dentro come nel finale. Un po’ eccessivo, ma ammazza che suono sul suo Steinway.

E basta, già così abbiamo una sequela di pianisti fantastici, possiamo tirare i remi in barca e dichiarare la giornata conclusa. E invece no, il meglio deve ancora venire! Il successivo Alexandre Kantorow, francese (anche con lui si saranno confusi leggendo il cognome), oltre ad avere una discreta faccia da schiaffi mentre guardava beffardo il pubblico prima dell’inchino (che vuoi, ao, cerchi botte?), ha anche un suono assolutamente incredibile. Ho la sensazione che la sua sia una personalità di quelle un divisive, anticonformiste e non a caso arriva dalla medesima insegnante di quel Debargue che tanto fece discutere quattro anni fa. Ma davvero il suono che ha cacciato nel Preludio e Fuga di Bach o il surreale Chasse Neige che ci ha regalato erano indescrivibili. L’abilità con cui ha gestito la sonorità dei tremoli di Chasse Neige, il primo climax da pelle d’oca, scale cromatiche veramente da brividi (peccato per l’ultima a moto contrario!), una chiusa forse eccessiva nel fraseggio ma di grande atmosfera, tutto era veramente incredibile. L’op. 10 n. 8 di Chopin non è iniziato nel migliore dei modi, tra imprecisioni ed errori, ma il beffardo Kantor è riuscito a rimanere in sella al suo Kawai e a non perdersi d’animo per il Beethoven successivo. Una Sonata op. 2 n. 2, finalmente!, che è riuscita a trascendere la proverbiale scomodità dl giovane Beethoven per donarci un universo sonoro estremamente variegato, in cui ogni idea musicale aveva una sua caratterizzazione timbrica coerente, elegante e leggera ma anche pesante e ruvida, passando da bassi staccati come pizzicati d’archi nel secondo movimento fino allo spirito fresco e cordiale e di colpo appassionato ma non eccessivo del quarto. Sulla Meditation di Tchaikovsky si poteva trovare magari un altro suono, ma il tono affettuoso dell’inizio e poi ampio e appassionato della sezione centrale erano davvero fantastici. Fantastica era anche l’op. 39 n. 9, finalmente con diversità di suono e un po’ di bassi pesanti ed incandescenti. Se fosse un po’ meno innamorato della punta del suo naso, il buon Kantor avrebbe potuto chiamare la standing ovation.

Non che il successivo sia stato da meno (madò che giornata). Arseny Tarasevich-Nikolayev, che per praticità d’uso chiameremo qui Arsenio, è tornato allo Steinway con un Bach musicalissimo, forse un po’ romantico ma davvero meraviglioso. L’entrata delle voci della Fuga è stato veramente un prodigio per delicatezza. Sulla Sonata K 333 di Mozart Arsenio ha saputo trovare un suono diverso, brillante eppure non solo rotondo, con bellissime scelte di tempi per le diverse idee, dal bellissimo tono sereno e cantabile (secondo tempo splendido), ma anche capace di carattere sul terzo, che avrebbe potuto solo beneficiare di qualche varietà di tocco in più. Ma si sa, ai concorsi su Mozart ci si muove sempre col freno a mano tirato per non incorrere nelle ire. Qualcuno un giorno mi dovrà spiegare perché Haydn si può massacrare ma Mozart non si tocca. Misteri della musica classica. Bellissima la Meditation di Tchaik, con diverso suono e carattere, russo ma senza eccessi svenevoli o aggressivi, meno pretenzioso della Meditation di Kantor, ma anche meno ricca di timbri e sfumature. Che cosa incredibile poter osservare così vicino due pianisti così diversi. Tanto Kantor era raffinatezza e fascino timbrico, tanto Arsenio era semplicità ed efficacia drammatica. Ne è stato un esempio Chasse Neige, arrivato dopo un’op. 10 n. 1 di Chopin molto ben realizzato nonostante qualche basso eccessivo. Non avevamo di certo quell’incredibile tavolozza di colori, né quelle scale cromatiche che sembravano provenire da un tempo passato, ma un tono molto più diretto e appassionato che non stava affatto male sul bellissimo studio di Liszt, affrontato con grande forza drammatica nonostante un piccolo dubbio che però non ha inficiato le ultime pagine. Con Rachmaninov, infine, si è giunti all’apoteosi, bellissimi i bassi della sua op. 39 n. 9 (sì, sempre quello), ma anche efficacissima la forza drammatica, sostenuta da una polifonia ben curata nei fraseggi che ha condotto fino ad un finale di tale piglio da farmi venir voglia di alzarmi in piedi. Ma non era ancora tempo.

Compito arduo suonare dopo ‘sti due tizi, per il povero Alim Beisembayev e il suo Fazioli. Il giovane pianista kazako, devo essere sincero, all’inizio non mi aveva fatto una grande impressione. L’ho trovato rigido, troppo anche per Bach, e mi son trovato a pensare “Beh, dopo tutti ‘sti pianisti eccelsi è normale che arrivi qualcuno bravo ma un po’ meno”: e invece. A partire dalla Fuga e soprattutto dalla Sonata di Beethoven sono stato sempre più convinto da questa figura che è così contraddittoria da risultare grottesca. Un ragazzone grande e grosso dalle fattezze gargoyliformi che suona con una ingenua delicatezza che era un balsamo per l’anima. L’op. 10 n. 3 di Beethoven era sì, un po’ rigida, ma perfettamente coerente, eseguita con una sincerità di espressione che era sensazionale. Stranissima, per carità, piena di timbri e di idee, ma al contempo nulla sembrava mai forzato sotto le pietrose mani di Beisembayev, che ha mostrato tutta la profondità del suo spirito musicale su quel meraviglioso secondo tempo, ma anche sulla delicata agilità del quarto. Ingenuo, delicato e cantabile anche il Notturno op. 10 n. 1 di Tchaikovsky, di una sobria eleganza e così Chasse Neige (tre di fila e nessuna Campanella? Che accade?), non sempre riuscitissimo, ma di splendida nitidezza. Molto bene la chiarezza dell’op. 10 n. 7, ricco di spunti però sempre ben inseriti nel discorso musicale e bellissimo il suono dell’op. 39 n. 9 (ouff) di Rachmaninov, maestoso, gonfio, ma non eccessivo, semplice eppure trascinante fino al tocco di classe del crescendino sull’ultimo ribattuto nel basso, perfetto per scatenare l’applauso. Che dire.

E così siamo arrivati all’ultimo della giornata, Mao Fujita ed io per l’ennesima volta mi aspettavo un qualcosa di meno, un fanciullino giapponese ventenne di belle speranze ma poca sostanza. Illuso. Il suo Bach (La minore dal primo volume) è iniziato un po’ di corsa sul Preludio, ma dall’ottima presentazione delle voci della Fuga ha dimostrato come il suo suono morbidissimo e rotondissimo fosse capace anche di varietà nel ricercare le diverse registrazioni tastieristiche, il tutto condotto con ottimi tempi musicali. Ma dove il fanciullino ha veramente fatto l’incredibile è stato sulla Sonata K 330 di Mozart: una semplicità di espressione che aveva di sublime, una grazie, un’eleganza, un gusto per l’ingenua leggerezza sostenuto da un controllo perfetto e un vero respiro musicale. Non sto nemmeno a raccontarvi la leggiadria delle agilità o la bellezza dell’atmosfera delle sezioni in minore o con quale abilità passasse da un episodio all’altro, a volte con bel tocco (qualche basso marcato nel terzo tempo non guastava affatto, anzi), altre con tale eleganza da far dimenticare che il suo Steinway avesse dei martelletti, un suono che per definizione e rotondità sembravano veramente gocce d’acqua, permettetemi il paragone. Dopo una giornata passata da un suonone all’altro, sentire questo Mozart è stato un bagno rinfrescante, che ha preparato perfettamente al resto del programma. E se la Dumka di Tchaik non è stata il brano meglio riuscito (tecnicamente impeccabile, ma al cantabile iniziale mancava un po’ di epicità e non si è mai lasciato andare nella danza centrale), con lo Studio di Chopin mi son dovuto ricredere. Il fanciullino ha trovato una tensione espressiva nell’op. 25 n. 11 che non mi sarei aspettato, riuscendo anche a superare il suo bel suonino rotondo per tirare qualche sleppa (ma sempre controllata) che rendeva perfettamente il tono drammatico del tempestoso Studio. Similmente sull’op. 39 n. 5 Rachmaninov, in cui mancava la tesa espressività di Gadjiev (ancora mi vengono i brividi a pensare alla visceralità di alcuni suoi passaggi), ma che non gli era secondo per cantabilità, intensità espressiva e soprattutto definizione. Sentire nella ripresa una tale definizione della mano destra senza che questo disturbasse il canto della sinistra (che non è già fortissimo con molto peshto) era veramente da brividi.  Ma ciò che ha davvero lasciato sbalorditi è stato quello Studio Trascendenale n. 10 conclusivo: belli gli effetti timbrici, ottimo il fraseggio, bello il suono, definito e al contempo appassionato, qualcosa di incredibile. Ma già lo aspettavo al varco sul finale: con questo suono bello e rotondo come rendere la grottesca cavalcata che chiude il turbinoso studio? Illuso! Consapevole di non avere quel suono mostruoso o sfibrato, il fanciullino ha letteralmente staccato un tempo vertiginoso, tenuto con un’ebbrezza della velocità e una definizione tali da far venire il batticuore. Quando si staccano questi tempi è un rischio enorme, o la va o la spacca: ma possiamo qui serenamente affermare che la situazione non gli sia sFujita di mano (badum-tsch).

E niente, il pubblico non ce l’ha fatta. Conquistata dalla serena felicità, dalla naturale musicalità e dalla temeraria abilità tecnica del fanciullino prodigioso, ancor prima che staccasse la mani dal pianoforte è esploso in un boato. E standing ovation fu. Io in mezzo a loro.

Non so veramente che altro aggiungere a questa già lunga Campana. Come avrete potuto notare quest’oggi meno battute, meno ironia, meno maligne allusioni. Ma è solo perché ieri alle 23 sono uscito dalla Sala Grande che le orecchie ancora mi rimbombavano dalla bellezza sentita lungo tutta la giornata, in preda ad un’euforica sindrome di Stendhal. Vedremo oggi gli ultimi otto pianisti e infine i risultati, ma se queste son le premesse, non vedo davvero l’ora di sentire il secondo round, dove la musica prenderà davvero il sopravvento.

 

Diario dal Busoni: Dal pedale alla brace

Con la prova di ieri sera ricomincia, dopo un giorno di pausa, questo diario busoniano. La posizione da cui ho osservato e osserverò le Finali di musica da camera è una posizione privilegiata e scomoda al contempo: quella del voltapagine. L’unica a cui non dovrò voltare sarà Anna Geniushene, che potrò godermi dalla platea, ma per tutti gli altri sarò sul palco a fare esercizi ginnici (voltar pagine sul Quintetto di Dvorak consuma più calorie di quaranta minuti di corsa). Ciò che ho potuto appurare grazie a questa particolare esperienza, è come cambi la prospettiva, come molte percezioni sonore sul palco poi siano diverse nel pubblico e verso la fine della serata avevo ormai imparato a riconoscere le corrispondenze palco-sala (pur dovendomi concentrare sul non perdere una nota delle parti).

Ho così potuto osservare da vicino e riflettere con cura anche in seguito sull’aspetto cameristico dei tre pianisti esibitisi (Dmytro Choni, Xingyu Lu e EunSeong Kim) confrontandomi anche con chi in sala ascoltava [fra cui l’intrepida Sofia che ha preso appunti da fuori per confrontarli con le mie impressioni]. Passiamo dunque alle prove.

Il biondo Dmytro ha suonato il Quintetto di Schumann, forse il quintetto più difficile per l’insieme, riuscendo con un discreto successo ad arrivare alla fine. Dei tre della serata è stato quello che più rivolgeva la sua attenzione agli altri, che più ascoltava e che più è stato incollato al Quartetto di Cremona (e anche, che più ha permesso al Quartetto di rimanere incollato a lui). Tuttavia è stato colpito da un attacco di pedalite acuta, la stessa che ha smussato tutti gli angoli della Sesta di Prokofiev, che nell’ambiente cameristico ha creato dei concreti problemi di limpidezza di tessitura [“Questo a pedalate arriva a Vienna” ha scritto Sofia]. Questo probabilmente era la difficoltà, così spesso sottovalutata, della Finale cameristica: sapersi reinventare come cameristi. E difatti saper abbandonare il pedale abbondante, saper uscire dal proprio mondo e creare musica, saper creare entusiasmo ed energia con un quartetto d’archi, magari anche avendo quell’intuito musicale o lo sguardo esperto che permettono di capire come meglio relazionarsi a quattro strumentisti ad arco. Lo Schumann di Choni non aveva sicuramente falle, era ben studiato e ben eseguito, ma ha peccato proprio nella ricerca di questo aspetto, oltre che ad una cautela veramente eccessiva che sull’altare della prudenza ha sacrificato lo slancio e l’intensità, indebolendo fortemente la resa. Dei tre, dal palco, è stato comunque quello che più mi ha colpito, anche per la lettura attenta della parte.

Migliore come limpidezza l’esecuzione del Quintetto di Dvorak ad opera del nostro cinese fungiforme preferito. Xingyu è partito molto bene, con più moderazione nel pedale e un suono meno pastoso che permetteva meglio agli archi di emergere nelle loro caratteristiche, ma temo abbia scelto il Quintetto sbagliato. Non parlo delle sbavature tecniche o delle note sporche, purtroppo presenti e destabilizzanti, ma del fatto che il pianista cinese non fa dell’abilità timbrica il proprio cavallo di battaglia: potete immaginare la difficoltà con cui è rimasto in sella sui rapidi scarti e gli energici sbuffi di quel cavallo pazzo che è il Quintetto di Dvorak. I momenti di pura magia e suggestione, quelli dal carattere capriccioso e appassionato, quelli intensamente lirici e quelli spavaldamente danzanti sono stati interpretati con suono fin troppo omogeneo o passando dalla monotonia all’aggressività. Più chiuso nel suo mondo rispetto a Dmytro, Xingyu ha dato anche molta meno attenzione al quartetto, non riuscendo soprattutto a creare un dialogo di colori con i diversi colpi d’arco.

Il Quintetto di Brahms del nostro caro Dio Pesshhto ha riconfermato la maestria tecnica del ventenne sudcoreano con le mani d’acciaio, ma anche la scarsa plasmabilità del suo brillante e imponente suono, questa volta per fortuna non peshtato. Con questa difficoltà a scendere dal podio del solista, EunSeong ha dato filo da torcere al Quartetto di Cremona che, arrivato al terzo quintetto di fila, ha dovuto sforzare notevolmente il proprio suono per poter emergere rispetto al roboante pianista. Nonostante non ci siano stati gravi problemi di insieme, quest’indifferenza sonora di EunSeong ha impedito al Quintetto di emergere nel suo essere, in primo luogo, un fare musica insieme, non un concerto per pianoforte e orchestra d’archi. Impressionante, comunque, la cura del pianista nello studio della sua parte (solo uno il dubbio e ben seguiti i fraseggi e tutte le annotazioni presenti sulla sua parte), che però ha peccato di superficialità nell’approccio col quartetto. La dimostrazione che in una prova cameristica sono diverse le richieste, ma è sempre e comunque uno solo l’obiettivo: fare musica. La narcisistica tendenza del solista, che lo porta a volte a sovrapporsi all’autore di cui esegue la musica, è tollerabile nel monologo, ma non nel dialogo.

Ma bisogna anche fare attenzione al peso che la tensione ha per tutti questi pianisti. La vera difficoltà della prova cameristica, infatti, è il riuscire ad uscire dal proprio esclusivo e concentrato mondo per ascoltare veramente gli altri, una sfida incredibile se consideriamo quanto debbano questi musicisti sopravvivere alla tensione da concorso e da diretta streaming. Posso dirvi nei dettagli quante volte le mani di Choni, di Lu e persino dell’inossidabile Kim abbiano tremato, l’istante prima di suonare accordo o appena appoggiata un’ottava, posso contare le volte in cui alcuni gesti nervosi e incontrollati hanno fatto loro sbattere le mani contro il coperchio della tastiera, posso confermare la tensione che provano fin da quando si avvicinano al retro palco e cercano con fatica di confrontarsi con il loro voltapagine per chiarire i punti difficili, quando magari vorrebbero solo isolarsi nella ricerca di una solidità interiore. Non stupisce dunque che i pianisti abbiano scelto di avvolgersi nel mantello del pedale per trovare quell’atmosfera di sicurezza così importante! Sull’aspetto voltapagine lo scettro del più previdente va a Xingyu, l’unico ad aver preparato la parte per facilitarne una voltata, non sapendo chi sarebbe stato il malcapitato voltatore degli infiniti ritornelli e rapide voltate del Quintetto di Dvorak.

Non resto ora che vedere se gli altri tre pianisti del concorso sapranno affrontare con maggior successivo l’impegnativa sfida rappresentata da queste Finali cameristiche!