Diario dal Tchaikovsky: The winner is…

9.23 The Courtyard, Mosca

È incredibilmente presto per questa Campana, oggi mi sono quasi svegliato ad un’ora decente, ma ieri s’è deciso con l’affascinante giornalista francese di piazzarsi in sala colazione e intercettare ogni musicista possibile. Devo ammetterlo, non mi fossi svegliato quell’ora e mezza prima mi sarei perso Mao il fanciullino completamente circondato di anziane fanz giapponesi che lo scongiuravano di avere una foto e, insomma, sono quelle cose che non vuoi perderti.

Ma non perdiamo tempo in fronzoli, ieri s’è tenuta l’ultima sera di concorso e sono stati annunciati i premi: bisogna dunque procedere con gli ultimi due concorrenti. Anche perché gli ultimi due concorrenti erano due dei migliori pianisti di tutto il concorso!

Il primo ad esibirsi è stato Mao il fanciullino, senza dubbio la vera star del concorso. Dal giovane pianista giapponese abbiamo ricevuto forse le due più incredibili prove solistiche e, devo ammetterlo, ci si aspettava moltissimo anche dalla prova finale. E la sua prova finale ha dimostrato con fermezza tutta la prodigiosa musicalità del pianista giapponese. Ma con alcune riserve. Il fanciullino ha iniziato con il Primo Concerto di Tchaikovsky (uffpuff), due accordi e già si era capito il mood dell’intera prova. A Mao Fujita manca il suonone necessario a sovrastare (o quanto meno combattere) l’orchestra nei grandi concerti tardo romantici, ma sono bastati due secondi per avere la prima boccata d’aria musicale. Il piccolo pianista non avrà il suono da gran virtuoso (ancora), ma ti dimostra costantemente che il centro della musica non è lui, ma la musica. Basta poco, una minuscola pennellata, come ad esempio diminuire lievemente la dinamica all’entrata del tema dei violini dopo una perorazione più marcata nei primissimi accordi, per capire che vi è una totale consapevolezza di ciò che accade non solo nella parte del pianoforte ma in ogni voce orchestrale. Il Tchaikovsky di Mao è rapido, fresco, elegante, a volte un poco sentimentale, ma sempre senza esagerare, e dalla tenuta ritmica ottima. Il suo controllo dello strumento è veramente incredibile a volte e gli permette di inserire i diversi elementi sempre con suono e carattere diverso, indifferente al fatto se questi arrivino dopo un tranquillo arpeggio o una scarica di ottave in fortissimo: se la frase dopo dev’essere in piano cantabile con suono morbido, ebbene sarà in piano cantabile con suono morbido. Non nego che ogni tanto avrei voluto più sinistra, più suono scuro, più definizione nel registro grave dello strumento, dal pianista un po’ troppo evitato, ma il secondo movimento è stato veramente un momento di poesia, dal  carattere ingenuo ma di una chiarezza che tradiva l’acume del fanciullino e con una delle migliori sezioni centrali che abbia mai sentito. Di nuovo: sono dettagli, ma il piccolo sclero che improvvisamente anima quel secondo movimento è un punto terribilmente difficile da fraseggiare, si trasforma subito in un chaos di volate e note veloci, nervosissimo e sovraeccitato. Non così in Mao, che ha reso certo il carattere concitato, ma mettendo tutto al proprio posto con una naturalezza impressionante. Chi l’aveva mai pensato che per chiarire il fraseggio di quella sezione bastava fare un minuscolo respiro in concomitanza con il pizzicato degli archi? In questo modo il pizzicato ti sistema l’impulso ritmico e tu cadi perfetto sulla frase successiva. Mao era un tutt’uno con l’orchestra, i suoi fraseggi quasi sempre comprendevano nel proprio arco note dell’orchestra, mostrandoti una totale unità del discorso musicale. Un po’ stanco il terzo movimento, comunque suonato splendidamente, da cui però abbiamo avuto le ottave più vertiginose del concorso, rapidissime e perfettamente definite. Serviva solo più suono e più sinistra. Ma ciò che ha fatto sul tema del Rac3 è al di là delle parole. È così facile esagerare quel tema, andare su e giù come su delle montagne russe, sforzando la linea a favore di un patetismo gratuito che non riesce ad evitare un certo tono kitsch. Non in Mao, il tema era fraseggiato con totale purezza malinconica e con un ascolto attentissimo dell’orchestra, così che il pianoforte si inserisse sempre alla perfezione nelle seconde voci relizzate ora dagli archi ora dai fiati. Il discorso per Rachmaninov è simile a quello per Tchaikovsky: più suono, più maestosità, più tensione, più sinistra, meno corsa sui climax, ma un discorso musicale coerentissimo, elegante ed espressivo, polifonicamente eccelso, tecnicamente praticamente impeccabile, sempre inserito nel discorso musicale. Ricordo ancora la cadenza del primo movimento, cantata da vero maestro in tutte le sue voci e che richiede solo più spazio e suono sul culmine per entrare nella storia, oppure la meravigliosa transizione tra secondo e terzo movimento o il fatto che il fanciullino si ostinasse a fraseggiare persino i rapidissimi ribattuti con un senso musicale supremo. Mao Fujita ha ancora da maturare ma diamine!

Mao Fujita by D'Orio
Pic by D’Orio, potevo forse finire senza?

Secondo e ultimo concorrente uno dei miei preferiti: Kenneth Broberg. Le sue Variazioni su un tema di Paganini di Rachmaninov sono state senza alcun dubbio uno dei momenti più alti di queste Finali con orchestra, affrontate con un suono che era letteralmente il doppio di quello di Mao, ma anche dalle splendide sonorità scure e in quell’ottimo equilibrio tra morbido e ruvido, con proprietà di ricerca timbrica. Tra Kenny e il brano corre evidentemente un’identità totale, che si manifestava nella perfetta caratterizzazione di ogni situazione che si alterna in queste espansive variazioni, dai guizzi nervosi e tesi ai momenti di placido respiro, fino a cavar fuori tutta l’anima americana di queste Variazioni nelle parti più ritmate, ma senza sacrificare il carattere russo o l’intensità più appassionata. Ottimo anche il suo insieme con l’orchestra, anche se Broberg non segue o asseconda l’orchestra come Mao o Kantorow, il suo naturale carattere energico lo porta automaticamente a porsi come granitico solista, anche sostenuto da questo suono ampio e definito, quasi scolpito nella roccia o intagliato nel legno. Ed anche per questo il pianista americano è riuscito a domare l’orchestra persino sui fortissimi tchaikovskiani, con un suono che è rimasto forse un po’ fisso, ma che è riuscito sempre ad emergere dalla massa sonora dell’Academic State Symphony Orchestra. Su Tchaikovsky il risultato è stato meno esaltante che su Rachmaninov. La polifonia degli accordi e delle ottave era curata con sensibilità superba e la maestosità non si faceva certo desiderare, ma al contempo dopo un primo movimento veramente ottimo (sebbene un po’ esagerato in alcuni fraseggi), non è riuscito a variare l’attacco per raggiungere quella differenza di legato e di carattere necessario per il secondo tempo. Meglio il terzo, in cui Kenny è stato l’unico a saper rendere con costanza l’energia quasi popolare e un po’ rustica della danza, ma con l’andare del concerto si è percepita la stanchezza del musicista più nella concentrazione musicale che nelle mani, che ha inserito la modalità “Resistenza” buttando tutto sulla forza. Da segnalare la possanza delle ottave, non velocissime come Mao o perfette come in Shish, ma con una mole di suono veramente impareggiabile, senza per questo perdere il senso musicale del passaggio.

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Pic by Mariko Ito

E così dunque, ci siamo. Con la prova di Broberg termina il Tchaikovsky, tempo di agguantare il gelato, mangiare ‘na roba con la affascinante francese e ridirigerci in sala per i risultati, che non si sono fatti attendere. E di questi risultati sono più che soddisfatto.

Nessun sesto posto.

Nessun quinto posto.

Tianxu An al quarto posto.

Broberg, Melnikov e Yemelyanov al terzo.

Shishkin e Mao al secondo.

Kantorow al primo.

 

Che dire, giusto, giustissimo. Personalmente avrei dato il quinto posto ad An e poi spalmato un po’ meglio gli altri concorrenti, ma effettivamente le prove di Kenny, Melny e Konsty differivano tutte molto per carattere ed elementi più o meno riusciti. Personalmente ho amato più Broberg, ma penso sia anche una questione di gusto (e considerando anche le prove solistiche). Sono felice per Quinto Dan quarto, non lo amo moltissimo ma essere riuscito a rimanere in sella dopo quanto successo in Finale non è da tutti e il pianista ha mostrato i suoi nervi d’acciaio e la grande concentrazione in tutta la prova. Shishkin, beh, lo sapete non lo amo molto. Ma il suo Tchaikovsky va rispettato per il costante crescendo che è stato e forse l’avrei visto meglio ad un terzo posto più che ad un secondo, ma son piccolezze. Per Mao sono felicissimo: se su alcune cose il fanciullino deve ancora maturare, questo secondo premio è comunque un enorme trampolino per la sua carriera, ma senza la pressione che il primo premio esige. Ora avrà tempo per continuare a crescere ma al contempo costruirsi il percorso musicale e la carriera che si merita. Primo Premio a Kantorow per me meritatissimo. Il francese si è sempre distinto per l’alto livello delle sue prove, anche solistiche, ma soprattutto per la particolarità del suo approccio: non è un pianista “standard” di quei mitragliatori seriali di note col suonone che potresti a volte trovarti, ma un artista dalla splendida musicalità che a 22 anni suona il Secondo di Tchiakovsky e il Secondo di Brahms di fila con una naturalezza di espressione e una pertinenza di carattere che ne denotano una maturità musicale sublime, oltre ad una preparazione tecnica ineccepibile. Dei vari concorrenti è l’unico che non abbia dato un solo segno di stanchezza, nonostante la titanica finale. Potrei andare avanti ancora per ora a parlare di questi risultati, ma ahimè bisogna fuggire che a breve c’è la cerimonia di consegna dei premi (nel mentre ho infilato anche un’intervista a Mao, per questo son terribilmente in ritardo [o almeno questo è ciò che mi voglio raccontare]).

E di fretta, con la corse dell’ultimo secondo e appena terminata la mia terzultima pantagruelica colazione, dico anche un addio che è più un arrivederci a voi lettori, a Mosca, da cui ripartirò dopodomani, ai concorrenti, a tutta questa musica, a questo Tchaikovsky, una delle esperienze più forti che abbia mai provato in vita mia. Nei prossimi giorni usciranno le interviste, gli articoli di commento o di resoconto, insomma ci sarà modo di calarsi ancora nei retroscena del concorso, ma così si conclude il Diario dal Tchaikovsky e questa nuova Campana dello Zio Tom: grazie, grazie a tutti voi per avermi seguito. Ci rivedremo al prossimo concorso!

Diario dal Tchaikovsky: I Finalisti

13.30 Courtyard Hotel, Mosca.

Questa sarà probabilmente la più tarda delle Campane di questi giorni moscoviti. Ma abbiate pietà, la giornata di ieri è finita direttamente nella giornata di oggi, tra momenti surreali e l’alba a Mosca alle 3 di mattina. Mentre ci si trovava a bere prosecco sotto al Conservatorio con Gadjiev, Geniushene e suo consorte. Che parlavano in russo, mentre io cercavo di impararlo per osmosi. Però ho imparato “zvuk”, suono, parola grazie alla quale, a quanto afferma Lukas, ora posso ufficialmente insegnare in Russia.

Intanto ho potuto gironzolare durante Mosca di notte solo per notare che una buona fetta di popolazione di notte ci vive perfettamente come di giorno, mangiando insalate lungo le vie del centro alle 4 di mattina come se fosse mezzogiorno. Ah, la Russia.

Bei ricordi
Dimostrazione che questa cosa è davvero avvenuta e io non stavo delirando in preda al sonno

Ma andiamo dunque al sodo! La giornata di ieri è stata l’ultima, intensa giornata di semifinali, da cui sono emersi i 7 (!) nomi che parteciperanno alle prove finali. Ma andiamo con ordine.

Il primo ad esibirsi è stato il francese Kantorow, che ha iniziato con una Rapsodia op. 79 n. 1 di Brahms dal suono ampio, anche troppo, fino al punto di mancare di compattezza. È complesso spiegare il suono del buon Kantor, ma ci proverò con una similitudine: se il pianoforte è il telefono di una doccia, il suono è l’acqua che ne esce. L’intensità con cui esce è la dinamica, la temperatura è il colore. Ora, le moderne docce consentono di cambiare non la forza, né la temperatura, bensì la modalità, ad esempio nebulizzando, distribuendo la pressione dell’acqua sull’intero telefono oppure concentrandola in un unico, diretto flutto. Ecco, il suono di Kantorow è spalmato sull’intero telefono, ampio ma non concentrato, grande ma non diretto. Questa caratteristica del suo suono, il pianista francese se la porta dietro dalla prima prova e a quanto pare è un suo fiero tratto distintivo. La Rapsodia di Brahms era in realtà suonata bene, soprattutto dalla sezione centrale in poi, e i vari episodi erano veramente ben cuciti e ricchi di dettagli, se escludiamo qualche eccesso nervoso, ma ogni tanto una maggiore compattezza avrebbe giovato al carattere brahmsiano. Discorso simile per la Seconda Sonata di Brahms (Kantor si distingue sempre per il programma interessante), su cui ha saputo realizzare elementi di mistero e al contempo appassionata foga da vero leone della tastiera, quale il giovane Brahms era. Visto il carattere stesso della capricciosa Sonata, le contrazioni lisztiane erano anche più al loro posto e il pianista francese ha saputo portare avanti l’intero brano con perfetta ed efficace drammaturgia da concerto. A seguire i tre movimenti da L’Uccello di Fuoco di Stravinskij nella trascrizione di Agosti, in cui finalmente abbiamo potuto apprezzare dal Kawai un suono più sottile, teso e tagliente, ma ricco di colori e soprattutto dal fraseggio coerente: una delle principali difficoltà della trascrizione, infatti, è rendere pianisticamente lo spezzettato fraseggio stravinskiano, così naturale negli scambi tra sezioni orchestrali, così scomodo nei salti d’ottava e di registro del pianoforte. Meravigliosa la Berceuse, statica ma non immobile, con timbri che ne mostravano la discendenza mussorgskiana, e assolutamente mozzafiato l’inizio del Finale: così dolce era quel tema nel registro centrale che sembrava davvero un corno. Brividi. Bene ma non benissimo il Notturno n. 6 op. 63 di Fauré, dal suono più intimo, ma anche qui a volte eccessivo nelle dinamiche. In ogni caso un’ottima prova, con cui il beffardo Kantor si conferma uno dei concorrenti più interessanti del Concorso.

A seguirlo era la volta di Arsenio (Tarasevich-Nikolayev), che sullo Steinway ci ha offerto una prova dal pianismo assai diverso. Il buon Arsenio è uno dei concorrenti più nobili ed aristocratici del Tchaikovsky (ben più, a mio avviso, di Shish) e la sua esecuzione dei Sei Moments musicaux di Rachmaninov non mi ha lasciato senza fiato, non mi ha trascinato in un oceano di calda espressività e tensione drammatica, ma mi ha dato un senso di ordine e di maestosità che ho sinceramente apprezzato. Un Rachmaninov sobrio fin dal delicato inizio del Primo, proseguito bene con le folate del Secondo (un po’ troppo pedalizzato e confuso nell’ampia acustica della sala), ma meno bene nel Terzo. Bella la scelta di portare a questa lentezza il Terzo Moment, ma più di una volta vi è stata una sensazione di immobilità che dava l’idea che il pianista stesse letteralmente contando i movimenti, più che inserirli sempre ben misurati ma in un discorso fluido. Meglio il Quarto, in cui Arsenio è riuscito anche ad abbandonare per qualche istante la sua compassata statura per concedersi qualche momento di slancio qui davvero fondamentale. Migliori Moments gli ultimi due (in genere quelli meno calcolati!): il Quinto veramente splendido per colori tenui e serena cantabilità, con una mano sinistra perfettamente condotta, e il Sesto ottimo per ampiezza di suono e fraseggio. Peccato per questa tendenza ad ingessare un po’ lo scorrere musicale. Bene l’Etude-Tableau op. 33 n. 3, in cui il pianista si è trovato particolarmente a suo agio nel tono contemplativo e crepuscolare. La Sesta di Prokofiev che ha concluso la prova era la dimostrazione di quanto lo stesso pianoforte e lo stesso brano possano dare due risultati completamente opposti sotto le mani di due pianisti diversi. Arsenio non è un maestro del suono sfibrato o glaciale come Gadjiev, ma per ampiezza e maestosità non ha rivali. Magnificamente tenuta insieme nella struttura, mi sono però mancate non poco le tensioni e le spigolosità che dovrebbero fare da contrasto ai momenti più caldi ed espressivi, purtroppo soffocate nell’abbondante pedale. Molto bello il secondo movimento, che ha mostrato tutto il suo carattere ballettistico. E l’elemento di danza è stato anche tenuto assai bene dal pianista nel terzo movimento, che ho preferito nella sua interpretazione rispetto a quella di Gadjiev. Nonostante la lentezza, Arsenio è riuscito sempre a far percepire il movimento di valzer, conducendo con efficacia ad entrambi i climax. Di grande effetto anche il quarto movimento, dove però mi è mancata la chiarezza e la caratterizzazione timbrica dell’italiano. In generale una Sesta un po’ romantica, ma ampia, architettonicamente ben pensata e dall’affascinante uso delle risonanze. Non male Arsenio, non mi hai fatto venire i brividi, ma mi hai convinto.

Chi mi ha fatto venire i brividi invece è stato il concorrente dopo. Ci siamo, è di nuovo il turno di Mao il fanciullino. E vi assicuro, la sala era stracolma di gente, non ho sentito così tanta aspettativa per nessun candidato finora. Si potrebbe pensare che di fronte a questa aspettativa anche la pressione sia a mille, ma già dalla spigliata camminata dalla porta allo Steinway, il ragazzo ha completamente annullato qualsiasi forma di tensione. Sedutosi, ha attaccato una Seconda di Skrjabin dal suono soffuso e dolce, liquido fino all’inverosimile ma sempre chiarissimo nel fraseggio e con gusto nei rubati. Avevo diversi dubbi su questa prova, il primo ero “Riuscirà a cambiare suono e a dare un po’ di quei colori scuri al secondo tempo?”. La risposta è sì, c’è riuscito. Il secondo tempo della Sonata è stato un prodigio per effetto turbinoso ma elegante, che poteva trovare qualche slancio più marcato, ma ha saputo differenziare il suono e trovare scure sonorità misteriose. Surreali gli arpeggi della sinistra: solo a pensarci mi viene da riascoltarmi la sua prova. Dopo Skrjabin è stata la volta della Terza di Chopin, su cui avevo il mio secondo dubbio: “Ma ce l’avrà l’imponenza romantica?” La risposta qui è “Sni”. Non nascondo che a volte una sinistra un po’ più presente e una maggiore ampiezza di suono nei punti più concitati e maestosi sarebbe servita a far da miglior contraltare al resto, ma eccetto questo fatico a trovare cose da criticare. La Sonata è stata affrontata con suono bellissimo e calibratissimo, con una disinvoltura tecnica più che trascendentale, con dei fraseggi così perfettamente coerenti e ben condotti da portarmi alle lacrime. Più maestoso ed appoggiato l’inizio del terzo tempo (ma allora ce li ha i bassi), anche se non riuscitissimo il primo cantabile, di cui si sentiva quanto in mutande lasci Chopin in quel tema, e ancora da far maturare il secondo elemento. Ma sul ritorno di A, rassicurato dalla tessitura più stratificata, Mao si è finalmente concesso quella meraviglia così attesa. Molto bene anche il finale, in cui si è trovato un sublime equilibrio da pesantezza e impulso ritmico, in cui qualche momento più teso non sarebbe stato fuori luogo, ma che ha condotto trionfalmente la Sonata alla conclusione. Pubblico in delirio. E dobbiamo ancora finire: manca la Settima di Prokofiev e il mio terzo dubbio. “Riuscirà il fanciullino a confrontarsi con il pesante repertorio russo?”. La risposta è “Sì, dannazione”. In Prokofiev Fujitara ha trovato un suono secco e netto, che gli hanno regalato una Settima veramente incredibile. Il ventenne giapponese non aveva forse la sapienza polifonica di Gugnin, ma ogni voce era fraseggiata con una chiarezza ed una felicità espressiva sempre adatte ad ogni richiesta della parte. E il fraseggio è la cosa veramente prodigiosa di questo pianista. Se leggeste i miei appunti dedicato alla sua prova vi trovereste frasi tipo “fraseggi bellissimi”, “fraseggi da panico”, “Madò che fraseggi, muoio”. Perché è così, tutto ottiene senso sotto le mani di Mao, tutto è così chiaro ed espressivo che ascoltando la sua Settima di accorgevi di relazioni tematiche mai notate, di dettagli mai considerati, di quanto geniale fosse la costruzione di Prokofiev. Non di Mao, di Prokofiev: ad emergere nella sua esecuzione non è il genio del pianista, ma il genio del compositore. E in questo sta il genio del pianista. E così bello e condotto era quel terzo tempo che ho avuto le lacrime agli occhi: chi piange durante il Precipitato? Mezza sala, apparentemente, se consideriamo la SECONDA standing ovation: è il fanciullino la vera star di questo Tchaikovsky, c’è poco da fare.

Dopo una prova simile, sfortunato il pianista che si doveva esibire. E invece Kenneth Broberg è riuscito ad arrivare e imporsi all’attenzione fin dalla Toccata e Fuga in do minore BWV 911 di Bach: vi prego qualcuno proibisca a questo pianista di fare qualsiasi cosa nella vita che non sia suonare Bach, tutto il giorno tutti i giorni. Fin dall’inizio energico, lo Steinway della Sala Grande non sembrava nemmeno lo stesso strumento di Mao, tanto sagomato e schiettamente, onestamente barocco era il suo modo di utilizzare il pianoforte. Esaltante. Meravigliosa anche la Sonata di Barber, che ha trovato un carattere completamente diversa rispetto a quella di Yemelyanov, con ritmate morbidezze che contrastavano perfettamente con i punti più siderali e un finale esplosivo. Splendido anche il secondo movimento, in cui è emerso meno il valzerino russo di Yemelyanov e molto di più il carattere americano, con splendida polifonia. Maestoso il suono e centrato il fraseggio sul terzo movimento, dai bei colori scuri e drammatici (quindi non è solo smagliante sorriso, costui) e perfettamente realizzato il carattere del soggetto della fuga, purtroppo colpita da un paio di dubbi che non hanno però destabilizzato il pianista americano. Un po’ pesante invece la Sonata op. 25 n. 2 di Metner, che ha messo a dura prova la tenuta della sala (forse anche provata dalle quattro ore di musica), ma in realtà suonata con gran virtuosismo, suono fantastico anche se un po’ troppo chiaro e brillante (ciononostante ho apprezzato un Metner con una sua identità sonora non à la Rachmaninov) e ottima consapevolezza formale. Meno buona a mio avviso la chiarezza, che non sempre riusciva a superare l’ingrata scrittura pianista per far emergere con limpidezza la complessa tessitura polifonica. Espressivi e travolgenti i climax.

Un’ora di pausa e poi si è di nuovo dentro: è il turno di Sara Daneshpour. La pianista americana si è esibita sullo Yamaha con uno dei programmi più belli di tutto il Tchaikovsky: Incises di Boulez, due brani da L’arte della fuga di Bach, la Barcarolle di Chopin e l’Ottava Sonata di Prokofiev. L’esecuzione purtroppo non è stata bene dietro al programma. Partita benissimo con Boulez, suonavo con ottimo suono e grande senso drammatico, la pianista ha iniziato a zoppicare su Bach, che mancava della chiarezza polifonica di Broberg ma sembra anche fin troppo cauto, non riuscendo a raggiungere quell’astrattismo mistico che così bene si confà al contrappunto dell’estremo capolavoro bachiano. Meglio la Barcarolle, soprattutto nel tema affrontato con leggerezza e discrezione, con bei fraseggi e un’interpretazione alquanto vaporosa ma coerente. Peccato per la graduale perdita di convinzione, che le ha smorzato la crescita verso il climax, poi non tenuto fino in fondo. Abbastanza buono Prokofiev, attaccato con il medesimo suono di Chopin, ma dal buon uso delle risonanze. Tecnicamente la pianista funziona bene, soprattutto nelle agilità, e riesce anche a dimostrare di saper trovare timbri e suoni diversi sulla tastiera, ma ogni tanto il suo discorso mi sembra non perfettamente pensato e più di una volta mi son trovato a domandarmi se la pianista si chieda i suoi “Perché” di fronte alla parte. Forse è questo che mi manca, quando cerco in questo capolavoro quella forza evocativa di situazioni, timbri e sensazioni. Ma poi mi ricordo anche quanto la tensione inibisca proprio la libertà espressiva e quanta tensione questi musicisti debbano sopportare per esibirsi su quel palco.

Certo, c’è anche chi in mezzo alla folle tensione riesce a non perdere la rotta espressiva. È stato il caso di Anna Geniushene, che ha suonato sullo Steinway l’Humoreske di Schumann, la Berceuse heroique di Debussy e l’Ottava di Prokofiev. Così ci siam sentiti tutte le Sonate di Guerra due volte e via. La sua prova è stata davvero notevole: fin dalla prima nota di Schumann, la pianista russa è riuscita a trovare quel carattere schumanniano che mi era mancato nella prova di Philippo il giorno prima, tra delicata cantabilità ed esuberanti scatti (che potevano però essere ancora più disinvolti, liberi e fantasiosi). Alla Geniushene dobbiamo alcuni dei momenti di più alta poesia del Concorso, tra la Romanza del primo turno e questa Humoreske, e per alcuni incredibili istanti tutta la Sala Grande del Conservatorio ha trattenuto il fiato. Meglio il pedale, un po’ pesante in prima prova, anche se di più si poteva fare in chiarezza in alcuni punti turbinosi. Ma devo ammettere che il livello di dettaglio e sgranatura del suo suono nelle folate era veramente impressionante. Questo soprattutto nelle dinamiche dal mezzoforte in giù: ad Anna è mancata l’energia travolgente e il coraggio di lanciarsi soprattutto con la mano destra, che più di una volta è apparsa soffocata nel tentativo di controllare al meglio la tastiera.  Ma non per questo le sono mancati gli slanci passionali o i fraseggi chiari e ben condotti: la sua prova è stata in generale una delle migliori per fluidità del discorso musicale, portato con perfettetta drammaturgia da un elemento all’altro. Tutto cadeva esattamente dove doveva cadere. Bene la Berceuse di Debussy, che poteva trovare dei colori più fantasiosi sullo strumento (è l’unico brano di Debussy ascoltato nell’intero concorso!), ma ammetto che il carattere funereo di questo atipico brano era perfettamente centrato. Molto buona la gestione dei piani sonori. L’attacco dell’Ottava di Prokofiev ha invece sancito un meraviglioso stacco: non c’era nemmeno paragone con il suono di Schumann o di Debussy, la Geniushene ha saputo trovare un suono veramente adatto ai raffinati contrasti di questa Sonata. Le cose meravigliose sono state veramente molto, ma credo ricorderò a lungo il magistrale attacco del secondo tema nel primo movimento, veramente dal nulla e con proprietà timbrica impressionante: non mi stupisco sia partito l’applauso dopo il finale del primo movimento. Bella la serena grazia del secondo movimento, la cui scorrevolezza agogica ha rafforzato il carattere di elegante e trasognata danza. Splendido anche il terzo movimento, con grande ricchezza di caratteri (da brividi il ritorno del primo tempo!) e coerenza di fraseggio. Peccato solo per qualche errore e la stanchezza nel sovrabbondante finale, che però non ha rovinato l’effetto travolgente della conclusione. Da segnalare infine che, come ho avuto modo di apprendere, lo stesso Daniil Trifonov (nelle sue evidenti giornate di 48 ore +1) sta seguendo il Concorso ed è rimasto entusiasta di fronte all’Ottava della Geniushene.

A concludere le Semifinali del Concorso Tchaikovsky 2019 il coreano Dohyun Kim, partito con una splendida Barcarolle di Chopin  che ha ben sfruttato le delicate risonanze e la chiarezza dello Yamaha. Splendide le volate, eseguite con eleganza e ben fraseggiate e bello il carattere concitato. Avevo dunque buone speranze anche per i 12 Studi op. 25 che seguivano, ma fin dal primo il pianista ha iniziato a mostrare alcuni dubbi. La scelta di portare l’op. 25 è rischiosissima, una di quelle cose che si fanno solo se sei pronto a spaccare il mondo, al primo dubbio Chopin non perdona. E così dopo un inizio ancora buono, tra l’eleganza del Primo e il cambio di tocco del Secondo, il pianista ha iniziato piano piano a correre sempre di più, sacrificando la chiarezza degli elementi tecnici per immergere tutto nel pedale o coprire con gli incisi tematici, gradualmente mangiandosi sempre più dettagli. Peccato perché elementi squisitamente musicali si potevano sentire. Meglio il Nono Studio e non troppo buttato il Decimo, ma meno riusciti gli ultimi due, tra cui il Dodicesimo affrontato con evidente nervosismo e durezza. Rincuorato dai caldi applausi del pubblico russo, però, Kim ha affrontato con rinnovata energia Petrouchka di Stravinskij, purtroppo non per molto. Ben presto nella Danza Russa e poi nel La semain grasse il pianista ha iniziato a sporcare molto, tendendosi gradualmente sempre più fino al finale, apparentemente nel panico. Come si diceva, la tensione dei concorsi è una brutta belva.

Così siamo dunque giunti al termine all’ultima, lunga Campana dedicata alle Semifinali. Ed evidentemente meno delirante e frizzante rispetto alle altre, ma beh, ho sonno, sono le quattro e sono ancora in pigiama in stanza d’albergo, la mia vita mi sta sfuggendo di mano e ancora non sono andato a portare i miei rispetti al Museo Skrjabin. È tempo dunque di commentare i risultati e affrontare finalmente il giorno col sole in fronte.

A passare sono stati Tianxu An (Quinto Dan, ma che davero?), Kenneth Broberg, Konstantin Yemelyanov, Alexandre Kantorow, Alexey Melnikov, Mao Fujita e Dmitry Shishkin. Risultati direi piuttosto soddisfacenti, eccetto un paio di esclusi (per mio gusto personae ovviamente). Per Broberg, Kantorow, Melnikov e Fujita sono pienamente d’accordo. Ottima è stata anche la prova di Yemelyanov, che si conferma un candidato assai solido e interessante. Non concordo molto su An, per quanto abbia suonato decisamente meglio in questo secondo giro e su Shishkin sapete che non sono un grande fan: se eleganza ed aristocrazia bisognava premiare, molto meglio Tarasevich-Nikolayev! Gli esclusi che poi mi dispiacciono assai sono stati Anna Geniushene, la cui prova di ieri sera mi aveva completamente convinto, e Alexander Gadjiev, che però era più prevedibile vista la natura piuttosto divisiva del suo pianismo. Ma così vanno i concorsi e a noi non resta ora che felicitarci della presenza di personalità decisamente interessanti e vedere se il fanciullino riuscirà anche in Finalissima a strappare la terza standing ovation.

Diario dal Tchaikovsky: Primi Risultati

9.49 The Courtyard Hotel, Mosca.

Ogni volta parto pensando di essere perfettamente in tempo, “Quest’oggi la Campana la scrivo con tutta la calma del mondo”, HA! Illuso. Il Tchaikovsky ti fa passare 14 concorrenti al posto di 12 e scopri la mattina stessa che le prove inizieranno un’ora prima. Salvo poi arrivare al conservatori per scoprire che sei tu ad esser mona e hai visto l’orario europeo (alle 12) e non quello russo (alle 13). Dannazione. Beh, caffè sotto al conservatorio e si finisce di scrivere.

Come si potrà evincere dal titolo e da questa mia prima, sconclusionata introduzione, ieri sera sono arrivati i primi risultati: da 25 candidati si dovrebbe passare a 12 ma come il buon Matsuev ha annunciatom visto il livello eccezionalmente alto (che si traduce con: non sapevo chi scegliere LOL li famo passa’ tutti regà [ma si scrive ancora LOL nel 2019?]) ne hanno promossi due in più alle semifinali. Ma prima di commentare questi risultati, bisogna commentare tutte le prove di ieri, già che c’è molto da dire (strano).

Comincio col dire che il miracolo del secondo giorno non si è ripetuto, ma il livello era comunque, com’è da aspettarsi, decisamente molto alto. Primo della giornata Liu Xiaoyu, di cui noterò di sfuggita come il nome contenga tutte le vocali tranne la “e” e ciò lo renda nella mia testa estremamente simile a quelle parole tipo “aiuola” che alle elementari ti danno da imparare per pronunciare bene le vocali. Ciò detto, il ventiduenne canadese è partito con un Preludio e Fuga di Bach un po’ introverso ma con bel suono, con un buon inizio misterioso della Fuga ma un po’ romantico nella conduzione e non sempre chiarissimo. A seguire la Waldstein (anco’?), iniziata un po’ “meh” per tenuta ritmica, un po’ instabile, con una gamma di dinamiche notevole ma forse esagerata (alcuni pianissimissimissimo erano così pianissimissimissimo che scomparivano nel pianoforte). Notevole però per dolcezza e delicatezza, sia nelle sincopi che nel bellissimo secondo tempo. A seguire lo Studio op. 10 n. 4 di Chopin, molto ben controllato, digitalmente disinvolto, musicalmente molto azzeccato (se si perdona qualche eccesso nel turbinoso finale). Con l’Etude-Tableau op. 39 n. 9 il nostro vocalico pianista ha invece tirato fuori un bel suono diverso, più squadrato e con ricerca di timbri, ampio ma senza pestare, non trascinante ma dai begli accordi, ben appoggiati sul suo Steinway. A seguire, ovviamente, La Campanella, sia mai che mi dimentichi come faccia. Purtroppo qui il pianista, dopo un inizio ben riuscito, ha staccato dei tempi folli su cui ha inopinatamente scelto di correre ancor più, non sempre con i migliori risultati: l’ansia da concorso non perdona. Bene la Romanza op. 5 di Tchaikovsky e la Danza dei quattro cigni sempre di Tchaik trascritta da Wild, con buona ricerca timbrica, ma non particolarmente brillanti per lirismo (soprattutto la Romanza ovviamente).

A seguire sempre sullo Steinway è stato l’americano Kenneth Brobergh (vecchio, hai vinto l’Argento al Cliburn due anni fa, che ci fai qui?) su cui nutro pareri contrastanti. Contrastanti perché il suo Bach mi ha completamente conquistato: si poteva davvero sentire tutto il Barocco negli arpeggiati del La bemolle maggiore dal primo volume, si sentiva benissimo come ricercasse timbricamente un suono solare, energico e con sonorità da Brandeburghese. Bellissimo, Kenny. Ottima anche la 110, però un po’ inibita: qui è iniziata la parte che mi dà dei dubbi. Bello il primo tempo, dalle dolci tinte chiare e dai contorni morbidi e ben robusto il secondo, sebbene ogni tanto alcuni tempi drammatici non fossero proprio azzeccati (con conseguente caduta dell’effetto sorpresa), ma ciò che non mi ha convinto è stata la cantabilità del terzo movimento, in cui il pianista avrebbe potuto abbandonare il chiarore dei primi tempi per un tono più ponderoso che inutilmente si è atteso. Così come un legato più nettamente cantabile, che sarebbe stato molto apprezzato in quello che è forse uno dei temi più belli di tutta l’opera del buon Ludwig. Molto bene invece la fuga, soprattutto il tono veramente paradisiaco della ripresa. Sullo Studio op. 39 n. 8 di Rachmaninov il discorso è affine: più dolcezza, morbidezza, più crepuscolo e meno alba per usare un riferimento visivo. Non si può certo dire che non sia stato ben suonato, ma c’era qualcosa nel carattere che mi mancava. Bella l’op. 25 n. 5 di Chopin che emerge da Rac, con splendido carattere negli arpeggiati e quasi un accenno di vero legato dolce e cantabile nel tema centrale: ci stiamo avvicinando. Su Wilde Jagd di Liszt, che in genere è un “liberi tutti” per i macinatori seriali, Broberg è riuscito dare una buona esecuzione, con avere foga ma senza brutto suono, pur ahimé buttando spesso e sacrificando alcuni dettagli di fraseggio anche nella ben espansiva sezione centrale. Ottima la polifonia nella Dumka di Tchaikovsky, affrontata con eleganza e molto senso del fraseggio, seppur ancora senza ombre. Per il solare americano era sicuramente più adatta la parte centrale, affrontata con frenesia danzante e splendido suono. Da risentire sicuramente.

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Vardaeo che contento che era Broberg al Cliburn

È stata poi la volta dello Yamaha suonato dallo spagnolo Alber Cano Smit, che purtroppo ha ceduto al nervosismo da Tchaikovsky. Lo si è percepito nitidamente già da Bach, molto teso e rigido, cosa che lo ha portato a esagerare e strascicare alcuni tempi e fraseggi. Non diversa l’op. 31 n. 2 di Beethoven, in cui un buon suono non ha trovato la necessaria consistenza, né ricchezza di dettagli che La Tempesta potrebbe offrire. Una generale assenza di chiarezza nelle linee è stato probabilmente il principale problema, ma per tutta la sua prova si è percepita l’ansia del pianista e diamine, le spalle eran così contratte che ancora un po’ ci toccava le orecchie. Non molto meglio le furibonde ottave dell’op. 25 n. 10 di Chopin, iniziato non male, ma un po’ corso nella parte centrale e soprattutto ciccato nella ripresa: esattamente dove sbagliano tutti. Vi giuro, dovrebbero vietare ‘sto Studio ai concorsi, nelle ottave per modo contrario della ripresa nove pianisti su dieci vanno in tilt. Ouff. Bello l’inizio del Decimo Trascendentale, poi un po’ instabile tecnicamente e con difficoltà a lanciarsi nel climax. Particolare la Romanza op. 51 n. 5 di Tchaikovsky, che vi giuro avrei scambiato per un brano spagnolo, e finalmente un po’ più appoggiato lo Studio op. 39 n. 9 di Rachmaninov, finalmente con qualche bel dettaglio. Veramente un peccato, ma anche questa è esperienza purtroppo.

Non molto diverso George Harliono (sempre sullo Yamaha). Dopo un discreto Bach, l’Appassionata (risalve, quanto tempo) è stata un prodigio del PESHTO, assai instabile e rigida, senza idee particolarmente riuscite, con suono duro e spigoloso, non senza cose belle per carità, soprattutto nel tono più schiettamente patetico, ma decisamente non maturo (e ce credo c’ha diciotto anni). Discorso affine sul Natha Valse di Tchaikovsky, cui mancava un po’ di eleganza che non fosse affettazione (lo so, è difficile su quel brano), però concluso bene. Non male l’op. 25 n. 5 di Chopin, molto chiaro e ben fraseggiato, ma molto rigido, credo per una certa fissità del polso. L’op. 39 n. 6 di Rachmaninov è iniziato con una tega, ma ha dato una degna dimore al suono secco del giovane britannico, che si è distinto per il gran controllo nella velocità, per quanto ricca di accenti un po’ convulsi. Non ottimo il controllo e la consequenzialità dinamica, ma brillante. Non male Harmonies du Soir, abbastanza misterioso all’inizio ma un po’ povero di timbri, ma finalmente con un suono più aperto nei maestosi climax (quelli sì, da brividi), in cui il pianista ha finalmente iniziato a respirare con la musica, pur senza abbandonare una certa rigidità.

Il successivo, nel tardo pomeriggio, è stato uno dei concorrenti più attesi: il giovane Malofeev. Già lanciato in una carriera stellare in tutto il mondo, c’è chi dava scontata la sua vittoria. La sua prova, però, non mi ha convinto. C’era molta cattiveria nel modo di suonare di Malofeev, non saprei nemmeno come spiegarmi meglio: il suono era intrinsecamente duro. Non pestato, duro, sempre e rigorosamente. Se il peshto di Harliono era un riversare convulsamente la propria baldanza adolescenziale sul malcapitato Yamaha, il medesimo Yamaha ha accolto la glaciale violenza di Malofeev. Fin da Bach, preciso, per carità, ma con delle sleppe nella Fuga assolutamente fuori contesto e non di rado confuso nella polifonia. Bene l’inizio dell’Appassionata (siamo veramente su un altro livello rispetto ad Harliono), ma il discorso è sempre quello. Ogni tanto emergevano dei dettagli profondamente musicali, soprattutto nella costruzione di una drammaturgia musicale d’impatto, ma l’eccesso era costantemente dietro l’angolo e, probabilmente anche per il nervosismo, la cosa è andata peggiorando su secondo e terzo tempo, quest’ultimo letteralmente staccato a 2x. Vi giuro non so come abbia fatto ad arrivare fino alla fine era il doppio del metronomo. Sembravano gli anime guardati dal mio ex coinquilino al doppio della velocità perché così “ne posso vedere di più”. Ecco uguale “faccio il Presto dall’Appassionata al doppio della velocità così posso infilare un pezzo in più nella prova”. Chapeau, ma almeno non rallentarmi sulla coda perché è difficile. Fantastica però la sua Dumka, brano che si sa è letteralmente cresciuto addosso al pianista, con cura dei tempi magistrale e splendida sezione centrale (che fraseggi e che ebbrezza!). Mancava ancora qualcosa, certo, ma per un diciassettenne vi era qualcosa di splendido. Abbastanza bene l’op. 25 n. 11 di Chopin, sebbene non sempre molto chiaro e spesso con scelte musicali un po’ sconclusionate. Meglio l’op. 39 n. 6 di Rachmaninov, affrontata con splendido carattere grottesco, ma anche qui a volte facendo emergere dettagli secondari a volte ottimi, a volte non necessari. Bene la mole di suono, eccessiva per i tre autori precedenti ma qui al suo giusto posto. Simile il discorso per Liszt: un Mazeppa con tanto suono, veramente trascendente sugli elementi tecnici, persino con qualche momento di vera cantabilità nella sezione centrale e con una ripresa veramente funambolica. Oltre non vado, un parere sul ragazzo è troppo presto per darlo, ma a lui va tutta la mia stima per essere riuscito comunque ad esibirsi così, con tale concentrazione, nonostante il terribile lutto appena subito. Onestamente non so nemmeno come abbia fatto a suonare con questa tenuta.

A seguire Malofeev è stata Sara Daneshpour, un guizzo di freschezza e leggerezza dopo la prova sovraccarica di Malofeev (pur rimanendo sullo Yamaha!), ma anche un deciso calo di tensione espressiva. Bene il suo Bach, severo e dall’ottima polifonia, con qualche rigidità sulla fuga, ma tutto sommato bene. Non male anche il primo tempo di Haydn, con buon controllo e brio, ma un secondo tempo un po’ strascicato e, devo ammetterlo, un po’ smortino nonostante l’eleganza. Meglio il terzo movimento, con fraseggio chiaro e belle agilità. Meno efficace la Suite da La bella addormentata di Tchaikovsky/Pletnev, un po’ confusa all’inizio, ma con migliori colori nelle danze successive. Non si può dire che la Daneshpour non sappia suonare, ma cosa manca? Me lo son chiesto molto durante la sua prova e credo che ciò che mancasse a quel Tchaikovsky fosse la freschezza dell’impulso ritmico, la vitalità, il trovare sincero interesse in ogni elemento che si sta suonando, più che puntare ad una buona esecuzione. Meglio l’op. 39 n. 1 di Rachmaninov, anche discretamente chiara e veramente ottima l’op. 10 n. 8 di Chopin, agile, sgranato e delicato. Molto bene Gnomenreigen di Liszt, con suono sempre molto sgranato e bei colori, delicato e guizzante. Forse questo è più il suo regno.

Cambio di pianoforte: sullo Steinway si è esibita Anna Geniushene, la quale è partita subito con un Bach un po’ romantico, ma dal suono bellissimo e dalla grande atmosfera sacrale che, lo ammetto, ha chiamato un applauso soffocato già tra Preludio e Fuga. Bene anche la fuga, con ottima differenziazione timbrica tra le voci, seppur ogni tanto non chiarissima anche a causa dell’abbondante pedale. Splendida la Sonata op. 25 n. 5 di Clementi, su cui la pianista russa ha tirato fuori un suono che, diamine, mi ha tenuto col fiato sospeso. Ottime le agilità e splendidi gli effetti timbrici, raffinati e non gratuiti, mentre non sempre chiarissima la direzione del fraseggio. Bene l’impulso ritmico, anche se a volte inutilmente frammentato. Dopo questo veramente meraviglioso inizio è stata la volta dei meno fortunati studi: l’op. 10 n. 10 di Chopin ha sofferto di un pedale un po’ pesante e di una certa goffaggine tecnica, nonostante le belle sonorità, segno forse di una certa rigidità in alcuni passaggi tecnici. Meglio l’op. 33 n. 5 di Rachmaninov, adattissimo alle sua capacità timbriche e affrontato con un suono diverso e perfettamente adatto. Peccato per alcune note sporche in mezzo alle nuvole sonore e per qualche elemento meno chiaro. Ottimo l’inizio del Decimo Trascendentale di Liszt (anche te t’ho sentito spesso eh), ma la pianista è stata, devo ammetterlo, spesso troppo cauta, non riuscendo a lanciarsi oltre l’elemento tecnico per trascendere (per l’appunto) il virtuosismo e lanciarsi nel far muica. Molto bello però il suono della mano sinistra con gli arpeggi alla destra e con gran carattere  e convinzione le ottave. Peccato per la tensione spezzata nel finale. Dove però Anna la russa ha dato veramente il meglio è stato nella Romanza op. 51 n. 5 di Tchaikovsky. Ben lontana dal sembrare un brano spagnolo come con Cano, questa Romanza è stata veramente un momento di preziosa musica, tale da farmi dimenticare per un secondo di essere ad un concorso. Eleganza, lirismo, tono elegiaco, c’era tutto. Che meraviglia assistere a questi piccoli prodigi musicali. Bene ma meno bene lo Scherzo à la Ruse, con ottima varietà di timbro e carattere, finalmente con suoni convincenti anche nelle parti squillante della destra, ma non sempre chiara in alcuni punti più concitati. Bello il finale, dal suono ampio e maestoso (e che ottave!), ma un po’ confuso e concluso un po’ in discesa. Speriamo meglio per la prossima prova, che riporti un po’ di quell’Anna-da-Busoni che mi ricordo ancora bene dal 2017.

Anna Geniushene
Anna is not amused.

Ultimo del primo giro di quarti di finale il coerano Dohyun Kim, che si è esibito sullo Yamaha. Ben appoggiato l’inizio del Sol diesis minore dal primo volume bachiano, con suono smorzato e attutito che favoriva molto un tono sobrio e intimo, ma non introverso. Bene anche la Fuga, coerente con questo suono anche al costo di perdere un po’ di chiarezza. Bello anche il suono morbido di Mozart, anche se spesso manchevole di nervo quando la Sonata K332 presenta le sue parti più drammatiche. Molto romantico nella pedalizzazione generosa e non sempre disinvolto sulle agilità (quanto mi è mancato il Mozart di Mao il fanciullino!). Bella l’intimità del secondo tempo, per quanto un po’ smortino, ma un po’ meglio il terzo. Bene lo Studio di Rachmaninov (op. 39 n. 6), con suono ben distinto, scuro e intenso, ottimo nell’affannoso e dalla polifonia chiara e non eccessiva, più omogeneo rispetto all’interpretazione di Malof, ma meno esaltante. Terrificantemente veloce (anche troppo) ma miracolosamente in piedi l’op. 10 n. 8 di Chopin, non sempre chiarissimo nel senso musicale, ma molto pulito. Molto bello il fraseggio di Mazeppa, più morigerato rispetto ad alcuni altri Liszt caciaroni e con splendido cantabile nella parte centrale. Ottimi i salti e le ottave, con sorprendente distinzione timbrica e dinamica dei diversi piani sonori anche nei punti tecnicamente più impervi. Bello. Bello anche “Un poco di Chopin” di Tchaikovsky, elegante e con bei bassi e molto belli gli squilli iniziale de Lo Schiaccianoci nella trascrizione di Pletnev, con splendida vitalità ritmica. Delicata e misteriosa la Fata dei confetti, bene i colori della Tarantella, sebbene a volte un po’ impacciata e non male anche il Trepak con cui ha concluso questa selezione, nonostante mi mancasse un po’ di carattere più ruvidamente russo. Ma tutto sommato una buona prova.

Bene, eccoci dunque alla fine di questa lunga, lunghissima Campana: è il momento dei risultati. A passare sono stati Tianxu An (Quinto Dan, ci rivediamo!), Kenneth Broberg (yei, un po’ di positività!), Alexander Gadjiev (yei, un italiano in semifinale!), Anna Geniushene (yei, hanno premiato la Romanza!), Andrey Gugnin (uhm, ok), Sara Daneshpour (uhm, ok dai), Konstantin Yemelyanov (yei, c’è Emiliano in semifinale!) Alexandre Kantorow (yei, c’è Kantor in semifinale!), Dohyun Kim (ok, dai), Philipp Kopachevsky (yei, c’è Philippo in semifinale!), Alexey Melnikov (yei, c’è Melny in semifinale!), Arseny Tarasevich-Nikolayev (yei, c’è Arsenio in semifinale!), Mao Fujita (yei, c’è il fanciullino in semifinale!) e Dmitry Shishkin (prevedibile ma anche giusto). Sono un po’ triste per l’assenza di Beisembayev (l’elegante gargoyle), Wu (che mi era piaciuto molto, il primo giorno), Yasynskyyyyyyy e Yashkin (CiuffoBoy), ma con tutti gli altri sono assai concorde. E sì, c’è un grande assente: Malofeev. In barba a tutte le voce che lo volevano già vincitore del Concorso, non ha passato la prima prova. Lo davo per scontato persino io, ma a quanto pare la giuria l’ha ritenuto ancora immaturo: un’ulteriore dimostrazione che niente è certo in un concorso pianistico. Sarà per la prossima, il ragazzo è giovane e ha tutto il tempo per riprendersi e ripresentarsi con altra maturità al prossimo grande concorso di qui a 3-4 anni. E, ne sono certo, con ben altri risultati.

Questo è quanto, dunque: speravo di poter alleggerire le prossime campane dovendo passare a soli sei candidati al giorno, ma me ne hanno piazzato uno in più. Poco male, la seconda prova è quella in cui finalmente si inizia a fare musica sul serio, con il grande repertorio e la libera scelta. Che il Concorso Tchaikovsky 2019 abbia finalmente inizio.