Diario dal Tchaikovsky: The winner is…

9.23 The Courtyard, Mosca

È incredibilmente presto per questa Campana, oggi mi sono quasi svegliato ad un’ora decente, ma ieri s’è deciso con l’affascinante giornalista francese di piazzarsi in sala colazione e intercettare ogni musicista possibile. Devo ammetterlo, non mi fossi svegliato quell’ora e mezza prima mi sarei perso Mao il fanciullino completamente circondato di anziane fanz giapponesi che lo scongiuravano di avere una foto e, insomma, sono quelle cose che non vuoi perderti.

Ma non perdiamo tempo in fronzoli, ieri s’è tenuta l’ultima sera di concorso e sono stati annunciati i premi: bisogna dunque procedere con gli ultimi due concorrenti. Anche perché gli ultimi due concorrenti erano due dei migliori pianisti di tutto il concorso!

Il primo ad esibirsi è stato Mao il fanciullino, senza dubbio la vera star del concorso. Dal giovane pianista giapponese abbiamo ricevuto forse le due più incredibili prove solistiche e, devo ammetterlo, ci si aspettava moltissimo anche dalla prova finale. E la sua prova finale ha dimostrato con fermezza tutta la prodigiosa musicalità del pianista giapponese. Ma con alcune riserve. Il fanciullino ha iniziato con il Primo Concerto di Tchaikovsky (uffpuff), due accordi e già si era capito il mood dell’intera prova. A Mao Fujita manca il suonone necessario a sovrastare (o quanto meno combattere) l’orchestra nei grandi concerti tardo romantici, ma sono bastati due secondi per avere la prima boccata d’aria musicale. Il piccolo pianista non avrà il suono da gran virtuoso (ancora), ma ti dimostra costantemente che il centro della musica non è lui, ma la musica. Basta poco, una minuscola pennellata, come ad esempio diminuire lievemente la dinamica all’entrata del tema dei violini dopo una perorazione più marcata nei primissimi accordi, per capire che vi è una totale consapevolezza di ciò che accade non solo nella parte del pianoforte ma in ogni voce orchestrale. Il Tchaikovsky di Mao è rapido, fresco, elegante, a volte un poco sentimentale, ma sempre senza esagerare, e dalla tenuta ritmica ottima. Il suo controllo dello strumento è veramente incredibile a volte e gli permette di inserire i diversi elementi sempre con suono e carattere diverso, indifferente al fatto se questi arrivino dopo un tranquillo arpeggio o una scarica di ottave in fortissimo: se la frase dopo dev’essere in piano cantabile con suono morbido, ebbene sarà in piano cantabile con suono morbido. Non nego che ogni tanto avrei voluto più sinistra, più suono scuro, più definizione nel registro grave dello strumento, dal pianista un po’ troppo evitato, ma il secondo movimento è stato veramente un momento di poesia, dal  carattere ingenuo ma di una chiarezza che tradiva l’acume del fanciullino e con una delle migliori sezioni centrali che abbia mai sentito. Di nuovo: sono dettagli, ma il piccolo sclero che improvvisamente anima quel secondo movimento è un punto terribilmente difficile da fraseggiare, si trasforma subito in un chaos di volate e note veloci, nervosissimo e sovraeccitato. Non così in Mao, che ha reso certo il carattere concitato, ma mettendo tutto al proprio posto con una naturalezza impressionante. Chi l’aveva mai pensato che per chiarire il fraseggio di quella sezione bastava fare un minuscolo respiro in concomitanza con il pizzicato degli archi? In questo modo il pizzicato ti sistema l’impulso ritmico e tu cadi perfetto sulla frase successiva. Mao era un tutt’uno con l’orchestra, i suoi fraseggi quasi sempre comprendevano nel proprio arco note dell’orchestra, mostrandoti una totale unità del discorso musicale. Un po’ stanco il terzo movimento, comunque suonato splendidamente, da cui però abbiamo avuto le ottave più vertiginose del concorso, rapidissime e perfettamente definite. Serviva solo più suono e più sinistra. Ma ciò che ha fatto sul tema del Rac3 è al di là delle parole. È così facile esagerare quel tema, andare su e giù come su delle montagne russe, sforzando la linea a favore di un patetismo gratuito che non riesce ad evitare un certo tono kitsch. Non in Mao, il tema era fraseggiato con totale purezza malinconica e con un ascolto attentissimo dell’orchestra, così che il pianoforte si inserisse sempre alla perfezione nelle seconde voci relizzate ora dagli archi ora dai fiati. Il discorso per Rachmaninov è simile a quello per Tchaikovsky: più suono, più maestosità, più tensione, più sinistra, meno corsa sui climax, ma un discorso musicale coerentissimo, elegante ed espressivo, polifonicamente eccelso, tecnicamente praticamente impeccabile, sempre inserito nel discorso musicale. Ricordo ancora la cadenza del primo movimento, cantata da vero maestro in tutte le sue voci e che richiede solo più spazio e suono sul culmine per entrare nella storia, oppure la meravigliosa transizione tra secondo e terzo movimento o il fatto che il fanciullino si ostinasse a fraseggiare persino i rapidissimi ribattuti con un senso musicale supremo. Mao Fujita ha ancora da maturare ma diamine!

Mao Fujita by D'Orio
Pic by D’Orio, potevo forse finire senza?

Secondo e ultimo concorrente uno dei miei preferiti: Kenneth Broberg. Le sue Variazioni su un tema di Paganini di Rachmaninov sono state senza alcun dubbio uno dei momenti più alti di queste Finali con orchestra, affrontate con un suono che era letteralmente il doppio di quello di Mao, ma anche dalle splendide sonorità scure e in quell’ottimo equilibrio tra morbido e ruvido, con proprietà di ricerca timbrica. Tra Kenny e il brano corre evidentemente un’identità totale, che si manifestava nella perfetta caratterizzazione di ogni situazione che si alterna in queste espansive variazioni, dai guizzi nervosi e tesi ai momenti di placido respiro, fino a cavar fuori tutta l’anima americana di queste Variazioni nelle parti più ritmate, ma senza sacrificare il carattere russo o l’intensità più appassionata. Ottimo anche il suo insieme con l’orchestra, anche se Broberg non segue o asseconda l’orchestra come Mao o Kantorow, il suo naturale carattere energico lo porta automaticamente a porsi come granitico solista, anche sostenuto da questo suono ampio e definito, quasi scolpito nella roccia o intagliato nel legno. Ed anche per questo il pianista americano è riuscito a domare l’orchestra persino sui fortissimi tchaikovskiani, con un suono che è rimasto forse un po’ fisso, ma che è riuscito sempre ad emergere dalla massa sonora dell’Academic State Symphony Orchestra. Su Tchaikovsky il risultato è stato meno esaltante che su Rachmaninov. La polifonia degli accordi e delle ottave era curata con sensibilità superba e la maestosità non si faceva certo desiderare, ma al contempo dopo un primo movimento veramente ottimo (sebbene un po’ esagerato in alcuni fraseggi), non è riuscito a variare l’attacco per raggiungere quella differenza di legato e di carattere necessario per il secondo tempo. Meglio il terzo, in cui Kenny è stato l’unico a saper rendere con costanza l’energia quasi popolare e un po’ rustica della danza, ma con l’andare del concerto si è percepita la stanchezza del musicista più nella concentrazione musicale che nelle mani, che ha inserito la modalità “Resistenza” buttando tutto sulla forza. Da segnalare la possanza delle ottave, non velocissime come Mao o perfette come in Shish, ma con una mole di suono veramente impareggiabile, senza per questo perdere il senso musicale del passaggio.

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Pic by Mariko Ito

E così dunque, ci siamo. Con la prova di Broberg termina il Tchaikovsky, tempo di agguantare il gelato, mangiare ‘na roba con la affascinante francese e ridirigerci in sala per i risultati, che non si sono fatti attendere. E di questi risultati sono più che soddisfatto.

Nessun sesto posto.

Nessun quinto posto.

Tianxu An al quarto posto.

Broberg, Melnikov e Yemelyanov al terzo.

Shishkin e Mao al secondo.

Kantorow al primo.

 

Che dire, giusto, giustissimo. Personalmente avrei dato il quinto posto ad An e poi spalmato un po’ meglio gli altri concorrenti, ma effettivamente le prove di Kenny, Melny e Konsty differivano tutte molto per carattere ed elementi più o meno riusciti. Personalmente ho amato più Broberg, ma penso sia anche una questione di gusto (e considerando anche le prove solistiche). Sono felice per Quinto Dan quarto, non lo amo moltissimo ma essere riuscito a rimanere in sella dopo quanto successo in Finale non è da tutti e il pianista ha mostrato i suoi nervi d’acciaio e la grande concentrazione in tutta la prova. Shishkin, beh, lo sapete non lo amo molto. Ma il suo Tchaikovsky va rispettato per il costante crescendo che è stato e forse l’avrei visto meglio ad un terzo posto più che ad un secondo, ma son piccolezze. Per Mao sono felicissimo: se su alcune cose il fanciullino deve ancora maturare, questo secondo premio è comunque un enorme trampolino per la sua carriera, ma senza la pressione che il primo premio esige. Ora avrà tempo per continuare a crescere ma al contempo costruirsi il percorso musicale e la carriera che si merita. Primo Premio a Kantorow per me meritatissimo. Il francese si è sempre distinto per l’alto livello delle sue prove, anche solistiche, ma soprattutto per la particolarità del suo approccio: non è un pianista “standard” di quei mitragliatori seriali di note col suonone che potresti a volte trovarti, ma un artista dalla splendida musicalità che a 22 anni suona il Secondo di Tchiakovsky e il Secondo di Brahms di fila con una naturalezza di espressione e una pertinenza di carattere che ne denotano una maturità musicale sublime, oltre ad una preparazione tecnica ineccepibile. Dei vari concorrenti è l’unico che non abbia dato un solo segno di stanchezza, nonostante la titanica finale. Potrei andare avanti ancora per ora a parlare di questi risultati, ma ahimè bisogna fuggire che a breve c’è la cerimonia di consegna dei premi (nel mentre ho infilato anche un’intervista a Mao, per questo son terribilmente in ritardo [o almeno questo è ciò che mi voglio raccontare]).

E di fretta, con la corse dell’ultimo secondo e appena terminata la mia terzultima pantagruelica colazione, dico anche un addio che è più un arrivederci a voi lettori, a Mosca, da cui ripartirò dopodomani, ai concorrenti, a tutta questa musica, a questo Tchaikovsky, una delle esperienze più forti che abbia mai provato in vita mia. Nei prossimi giorni usciranno le interviste, gli articoli di commento o di resoconto, insomma ci sarà modo di calarsi ancora nei retroscena del concorso, ma così si conclude il Diario dal Tchaikovsky e questa nuova Campana dello Zio Tom: grazie, grazie a tutti voi per avermi seguito. Ci rivedremo al prossimo concorso!

Diario dal Tchaikovsky: Er Titano

10.42 The Courtyard, Mosca

Secondo giorno di Finali. In teoria questa giornata dovrebbe durare considerevolmente meno di ieri. Insomma, due candidati al posto di tre significa due interi concerti per pianoforte e orchestra in meno. E un intervallo da trenta minuti in meno. Dai che oggi riesco a cenare ad un orario decente!

Forse dovevo ricordarmi chi erano i concorrenti della prova e quali concerti avrebbero portato. Alexey Melnikov ha attaccato per primo sullo Steinway, con il Primo di Tchaikovsky. Fin da subito il suono è apparso ampio ma definito, molto proiettato in avanti e ben calibrato con l’orchestra. C’è a chi in sala questo non è piaciuto, chi l’ha trovato eccessivo, poco funzionante. A me è piaciuto assai, pur non essendo debordante e massiccio, il suono era ben scolpito e animato da ottimo respiro musicale, che si è manifestato nei rubati ben condotti e non eccessivi. Ciò che era eccessivo era a volte il fraseggio: pur senza raggiungere le smorfie di Yemelyanov, mancava a volte chiarezza nei collegamenti e le linee apparivano in alcuni casi forzate in una ricerca di espressività poco sincera. Ma eccetto questo (che è avvenuto in realtà solo in pochi momenti) il primo movimento è stato il mio preferito tra quelli finora sentiti, non impeccabile tecnicamente ma finalmente con un po’ di ricerca. Secondo movimento meno soddisfacente: ancora nessuno è riuscito a creare la dolce innocenza di quel tema (e ancor più degli accompagnamenti leggeri al pianoforte) come Yemelyanov. Terzo movimento meglio, mancava la brillantezza tecnica di Shishkin, ma c’era una ricchezza dinamica ben maggiore. Peccato per gli accenni di stanchezza, che hanno portato un po’ ad appiattire il carattere danzante proprio laddove sarebbe servito più sgargiante. Ma finora nessun concorrente mi ha ancora convinto su questo terzo tempo. Certo è che attaccare il Terzo di Rachmaninov dopo il Primo di Tchaikovsky si fa complesso. Il Rac3 è andato, direi, abbastanza bene. Purtroppo fin da subito è apparso uno dei problemi del pianista, già emerso nelle due prove precedente: corre. Dopo un primo fraseggio non fortunatissimo, con l’entrata dell’orchestra il pianista ha ingranato la quinta, buttato giù l’acceleratore e l’orchestra chi l’ha più vista? Dopo un po’ di esuberanza, comunque, il pianista ha saputo ricomporsi e regalare un Concerto piuttosto convincente: il suono scuro e a volte un po’ ruvido qui era davvero perfetto. Peccato davvero per la stanchezza, che ha tolto convinzione ed energia drammatica ai punti più tesi e imponenti, ma nonostante la tirata Melny è sempre riuscito a domare l’orchestra, riuscendo al contempo a concedersi degli splendidi respiri musicali, soprattutto nei punti appassionati o più lirici. Bene la chiusa del terzo tempo, pur senza trovare quella maestosa profondità di suono è riuscito comunque a concludere con successo e senso musicale la sua prova. Potrebbe non bastare per il podio, ma basta per sicuramente per dimostrare il musicista che è.

Purtroppo devo ammetterlo: la sua prova è letteralmente impallidita, se confrontata con quella che l’ha seguita. Alexandre Kantorow, Secondo di Tchaikovsky e Secondo di Brahms. Di fila. Ci sono sfide che un musicista si pone consapevole del rischio: o la va o la spacca. E Kantor va. Il suo suono non è nitido e distinto come quello di Melny e per poter passare sull’orchestra ha parzialmente abbandonato il suono che si era costruito per le due prove solistiche sul suo Kawai, passando qui ad un suono più brillante sullo Steinway, ma ciò che questo ventiduenne francese ha realizzato su due dei concerti più imponenti e complessi del repertorio pianistico è veramente prodigioso. Ottimo il rapporto con l’orchestra, finalmente destatasi dal suo torpore per il Secondo di Tchaikovsky, splendido il fraseggio, abilissimo nel trovare una caratterizzazione ad ogni elemento. Kantor si chiede “Perché?” quando suona. Il suo modo di gestire il discorso musicale riesce ad essere elastico e teso, un po’ come avevamo sentito nella Seconda di Brahms, senza mai esagerare, mantenendo sempre un buon gusto veramente sublime, il tutto supportato da mezzi tecnici adatti a far risaltare delle idee musicali ben studiate e preparate. Se si vuole fare il pelo nell’uovo di questo rapsodico Concerto, si potrebbe dire che di più avrebbe potuto osare in primo e terzo movimento come dinamiche e suono scuro, ma ciò che non erano i fortissimo erano i bellissimi piano e pianissimo che sono stati la prima boccata d’aria in due giorni di prove. Spettacolare la cadenza, con dei crescendo condotti con immenso desiderio erotico, e splendida anche la serenità del secondo movimento, realizzato con una sobria cantabilità beethoveniana. Splendido l’inizio del terzo movimento, con cambio d’umore e suono perfettamente riuscito, dal funzionante impulso ritmico e sempre un tutt’uno con l’orchestra: l’unico a seguire ed ascoltare veramente il gesto del direttore o il respiro dei musicisti intorno a lui. Non a caso il beffardo francese dalla faccia da sberle s’è scelto due concerti dallo spirito estremamente cameristico. Ma questo dialogo non ha smorzato l’energia profusa a piene mani nel Concerto, al punto che verso la fine di Tchaikvosky mi son seriamente chiesto se ce la facesse ad arrivare vivo fino alla fine di Brahms.

Sì, ce la fa.

Kantorow by D'Orio
Pic by D’Orio

Dopo aver meditato l’assassinio del primo corno per quell’ignobile primo solo (nessuno mi avrebbe criticato se l’avessi fatto.), ho potuto godermi l’intelligenza musicale di Kantorow. Il suono non immenso ma comunque più scuro ed appoggiato di Tchaikovsky ha lasciato spazio ad una maggiore severità tedesca, sebbene lo spirito francese del beffardo Kantor sia rimasto ben chiaro dall’inizio alla fine del concerto. In questo Brahms è continuato quel magnifico dialogo con l’orchestra iniziato con Tchaikovsky, nonostante orchestra e direttore abbiano dato veramente filo da torcere a quasi tutti i pianisti (c’è gente finita in Siberia per molto meno dell’intonazione dei corni). Il primo movimento dal sinfonico concerto brahmsiano è stato forse quello che mi è piaciuto di meno, che avrebbe beneficiato di una maggiore verticalità polifonica e maestosità sonora, ma il per fraseggio e bellezza di suono eravamo veramente su livelli altissimi. Semplicemente meraviglioso il secondo tempo, forse un po’ pesante, ma con un bel suono scuoro e dalla tesa espressione musicale: c’è una costruzione drammaturgica del discorso musicale che mostra al contempo il naturale talento del musicista e la solida preparazione dell’insegnante. Superbo il secondo tempo, in cui nelle parti più delicate Kantor ha davvero trovato una dolcezza espressiva meravigliosa, capace di esprimersi anche nei delicati accompagnamenti ai temi realizzati dall’orchestra. Molto bene il collegamento con il quarto movimento, dal tono gioco e più capriccioso che scherzoso. Qui veramente non volevo credere alle mie orecchie. Era oltre un’ora e un quarto che il pianista suonava: non un dubbio, non un’insicurezza, non un momento in cui interrompesse la concentrazione o la conduzione del respiro musicale. Questo è ciò che mi ha impressionato di più. Farcela con le mani lo posso capire, tanto allenamento, abilità nel suonare senza tensioni nervose, sapere come e dove poter riposare. È una questione di resistenza fisica, ci si allena. Ma mantenere una totale immersione nel discorso musicale in modo che quello non accusi mai alcun segno di stanchezza e riesca sempre a mantenersi fresco e spontaneo, sempre ben pensato drammaturgicamente, sempre efficace nei climax, sempre vivo insomma, ecco questo è prodigioso. Per carità, la testa è un muscolo e si allena anche quella, ma la sensazione di star assistendo a qualcosa di incredibile non te la cava nessuno. E quel quarto movimento lo era davvero, incredibile. Si potevano curare meglio alcuni dettagli di un paio di fraseggi e forse il finale poteva essere più brillante ed esplosivo, tiè. Questo è letteralmente tutto ciò che riesco a dire. Per il resto di fronte ad una simile e titanica prova mi taccio: questo secco ragazzo francese si è veramente guadagnato il titolo di Er Titano.

Spero ora che una prova simile (unita alle ottime prove precedenti!) gli valga il podio. Alexandre Kantorow ha ancora da crescere, come ci si può aspettare da un ventiduenne, ma è già un musicista vero e son piuttosto sicuro che il futuro gli riserverà le occasioni artistiche che merita.

 

 

Noi, nel mentre, ci rivediamo domani, con un po’ di malinconia. Oggi ultimo giorno di Tchaikovsky, domani ultima Campana. Ma sono contento di star finendo queste mie giornate russe con questa musica, con questi pianisti, con questa sincera emozione che deriva dal sapere di esserci, di star scoprendo tutto ciò passo per passo mentre si crea, mentre nasce. E di questo non potrò mai essere grato abbastanza.

Diario dal Tchaikovsky: Primo giorno di Finali

10.45 The Courtyard, Mosca.

Ci siamo! Finalmente posso pubblicare delle Campane che non durino 4 ore da scrivere e 5 da leggere! Forse che questo significa che adesso arriverranno in orario in prima mattinata? Poveri illusi, se non mi prendo all’ultimo e non dimostro la mia incapacità di organizzazione della mia vita come posso rappresentare al meglio la mia generazione Millennials?

Dunque bando alle ciance e mettiamoci ad osservare la giornata di ieri ora, prima di fuggire dall’hotel per cercare infine di portare i miei omaggi a Skrjabin, dopo oltre una settimana che ci provo inutile (qui per visitare un Museo li devi pregare in dialetto osseta). Per poter far stare i sette candidati nelle tre giornate di Finali con orchestra, ieri sera si sono esibiti tre pianista, ciascuno con due concerti. Una prova, questa dei due concerti, che per me è e resterà ai limiti del surreale: eseguire, che so, il Secondo di Tchaikovsky e il Terzo di Rachamninov di fila, senza pause, come fece Geniusas quattro anni fa assume più il valore di una titanica sfida contro il destino che non un’occasione per valutare il musicista. Ma d’altronde questo è un concorso russo: forse la titanica sfida contro il destino è inevitabile. Oh beh.

Il primo ad esibirsi è stato Konstantin Yemelyanov sullo Yamaha, con Terzo di Prokofiev e Primo di Tchaikovsky. Il buon Yemilio, bisogna dirlo, non ha dato la sua prova migliore. Appesantito dalla stanchezza e da incidente avvenuto alle prove di quel pomeriggio (a quanto pare il pianista si è rotto un’unghia o tagliato sul mignolo destro, ouch), il pianista russo ha iniziato Prokofiev con un po’ di timidezza (sarebbe forse stato meglio iniziare con Tchaikovsky), mostrando una certa fatica che si tramutava in pesantezza. Timido anche nelle dinamiche, che sono rimaste piuttosto appiattite per tutta la prova, ma non male nel suono, sia per ricerca di timbri che per qualità. D’altronde avevamo già avuto modo di sentire il suo suono scuro e ruvido nelle prove precedenti, peccato che non sia riuscito ad adattarlo alle esigenze di Prokofiev e più di una volta il pianista non sia riuscito a ben stagliarsi sulla pesante orchestra. In generale il Concerto è apparso piuttosto sottotono, senza particolare energia o fantasia: meglio Tchaikovsky. Anche qui non si son fatti miracoli, ma l’esecuzione è stata meglio curata e più disinvolta, anche grazie ad un migliore utilizzo di quel suono scuro di cui sopra. Veramente molto bello il secondo movimento, con splendido carattere intimo ed elegiaco. Certo, ogni tanto i fraseggi (soprattutto in primo e terzo tempo) erano veramente sovraccarichi, tesi e contorti come quando ti scappa tantissimo ma sei bloccato in coda alle poste per altre due ore. Ecco, anche meno sarebbe bastato. In generale, nonostante l’apparenza negativa di questo paragrafo, il mio parere è ballerino. Non si può dire che Yemilio abbia suonato male, ma la sua esecuzione non era nemmeno entusiasmante e sembrava più concentrato sul portare a buon compimento la prova, che non sul fare musica. D’altronde, arrivati alla fine del lungo e stressante concorso, eseguire di fila di concerti in questo modo mette veramente a dura prova la resistenza del pianista.

Dura prova che il concorrente successivo ha fieramente superato: lo sapete, non mi ritengo un grande fan del pianismo di Dmitri Shishkin, ma ieri Shish ha dato veramente il meglio di sé. Partito con il Primo di Tchaik, il pianista ha saputo trovare sul suo Steinway un suono molto più netto e definito che l’ha aiutato moltissimo a rendersi sempre ben distinguibile dall’orchestra, mai sopraffatto dalla compagine. Il tempo più spedito ha aiutato il tono per la prima volta veramente appassionato ed energico. Da lui mi sarei aspettato un Tchaikovsky molto più brillantezza (che c’era) ed eleganza, ma invece ne ha dato un’interpretazione piuttosto energica e appassionata, anche se non è riuscito a bilanciare questo nuovo carattere con un legato ben appoggiato e un tocco che sapesse concedersi delle morbidezze fondamentali nel repertorio. Molto bene però il rapporto con l’orchestra, della serata Shish è stato l’unico a riuscire a costruire un buon dialogo con loro.

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Madò le mie skill su Paint sono incredibili

Dopo un ottimo primo tempo, la batteria espressiva del pianista si è apparentemente esaurita e secondo e terzo movimento sono stati splendidamente realizzati, ma senza quello spirito musicale che, all’insegna di un’espressività piuttosto nervosa, animava le frasi del primo. Meglio il Terzo di Prokofiev: qui Shish ha potuto concentrarsi su quell’elemento meccanico che già avevamoi assaporato negli Studi op. 2. Certo, la palette timbrica è sempre abbastanza immobile e mancava quella caratterizzazione che passa dall’appassionato vibrante allo scuro grottesco, ma il suo Prokofiev è stata un’esecuzione veramente impeccabile, con una nitida precisione e un rigido controllo che avevano un che di entusiasmante. Non c’è che dire, il Concorso Tchaikovsky è stata una salita costante, da una prima prova piuttosto amorfa ad una seconda con elementi di interessi fino a questa trionfale Finale. Ormai se la gioca per il podio e vi giuro, se Shish arriva Primo metto come Immagine in evidenza dell’ultima Campana il meme di Renzi. Ecco, l’ho promesso.

 

A chiudere la serata di ieri (diamine che stanchezza) Tianxu An, il nostro amato Quinto Dan, che si conferma il candidato più gentile di tutto il Concorso (nonché l’unico che abbia dato i fiori al direttore d’orchestra). Non che ci aspettassimo la presenza di An in Finalissima: non riesco a cancellare la sensazione che il nostro karateka preferito si trovasse là soprattutto per il pianoforte che suonava, lo Yangtze River, e che il concorrente extra ammesso sia proprio lui. Ma non è questo il momento di fare complottismo, vediamo come ha effettivamente suonato il nostro An.

Quinto Dan
Cosa sarebbe la Campana senza le immagini by D’Orio?

In realtà l’inizio della sua prova è stato il teatro di un piccolo incidente: in teoria il pianista doveva iniziare con il terzo Primo Concerto di Tchaikovsky della serata. Ma per qualche ragione anche l’annunciatore si è sbagliato, l’orchestra aveva le parti di Rachmaninov (le Variazioni su un tema di Paganini) e sembrava ci fosse stato un cambio all’ultimo minuto. Peccato che quando l’orchestra ha attaccato le Rac-Paganini, il pianista sia andato nel panico più totale, aspettandosi probabilmente di iniziare con Tchaikovsy. Ecco, quel panico e quell’insicurezza hanno un po’ percorso tutte le Variazioni, non riuscendo il nostro Quinto Dan a riprendersi e a costruire una buona esecuzione, anche quando ormai lo shock dell’inversione doveva essere bello che passato. Bello però il finale. Meglio il pianista sul Concerto di Tchaikovsky, assolutamente non all’altezza di quello di Shishkin o anche di Yemelyanov (entrambi molto più solidi tecnicamente), ma dotato di alcuni buoni spunti. Il pianista cinese è bravo soprattutto a creare situazioni timbriche interessanti, a trovarse diversi suoni non sempre aiutato in realtà dal suo pianoforte, che ieri ha dato una prova non all’altezza del Concorso che lo ospita. Una cosa positiva di Quinto Dan, comunque, è che lui ci crede. Veramente. Si vedeva che ci metteva l’anima dentro e infatti alcuni punti (ad esempio le ottave dal terzo movimento) hanno saputo tirare fuori delle frasi musicali veramente espansive ed espressive. Peccato per l’assenza di dolcezza ed effusione, sia su Rac che su Tchaik, e una certa rigidezza difficile da scalzare, oltre ad un’evidente stanchezza. Sarà per la prossima volta, Quinto Dan, hai altri quattro anni per allenarti sotto una cascata.

Ultima menzione va all’orchestra: la State Academic Symphony Orchestra of Russia “Evgeny Svetlanov”, guidata dal suo direttore ospite principale Vasily Petrenko, non ha dato una prova all’altezza del Concorso. Io non so che succeda con le orchestre ai concorsi pianistici: il Tchaikovsky 2019 ha totalizzato ben oltre i dieci milioni di visualizzazioni su Medici TV, da quando è iniziato. Stiamo parlando di uno dei massimi appuntamenti musicali al mondo, che avviene una volta ogni quattro anni. Eppure un’orchestra russa che può vantare Jurowski come direttore musicale fa fatica ad eseguire con disinvoltura il Primo di Tchaikvosky e costringe il suo direttore a dover correggere il solfeggio di alcune battute del Terzo di Rachmaninov (ops, spoiler). E Petrenko è un direttore di ottimo livello, ma anche lui è apparso seguire poco i musicisti e faticare a trovare un gesto diverso, che sapesse adattarsi meglio alla varietà di caratteri e di idee che i candidati mettevano sul piatto. Per carità, il suonone sui tutti è ottimo, ma anche grazie tante, a suonar bene nel fortissimo son veramente bravi tutti. Quando però la sezione dei violoncelli si trovava ad eseguire l’espressivo tema dal Terzo di Prokofiev, beh, era da mettersi le mani nei capelli. Una menzione d’onore invece al timpanista, che ha veramente fatto miracoli, e agli ottimi violini (ambo le sezioni), solidissimi e compatti. Bene, è ora di chiuderla prima che diventi una delle mie solite recensioni. Ieri ci siamo un po’ scaldati, oggi iniziamo davvero con i musicisti che mi hanno entusiasmato in quel glorioso secondo giorno di Quarti di Semifinale: Kantorow e Melnikov oggi, Mao e Broberg (lui dal terzo giorno in realtà) domani. E la sfida è ancora tutta da vincere.

Diario dal Tchaikovsky: Come nasce il suono?

Se c’è una cosa che amo, è esplorare i backstage. Girare per i corridoi del Conservatorio, scoprire il percorso della giuria dalla Sala Grande a dove prenderanno la decisione finale, parlare con gli organizzatori, con i concorrenti, con l’ufficio stampa, cercare di capire cosa significhi trovarsi qui, quali sfide, quali emozioni. E amo soprattutto parlare con i responsabili degli strumenti, perché hanno uno sguardo ancora diverso, hanno modo di vedere ciò che io non posso: come si sviluppa il rapporto tra un candidato e lo strumento, cosa prova il pianista l’istante prima di salire sul palco, mentre io attendo placido in platea, come si crea quel suono che mi incanterà di lì a pochi secondi. Ara Vartoukian è il tecnico Steinway del Concorso Tchaikovsky. È persona sorprendentemente pacata e tranquilla, parla con tono di voce moderato e quasi sommesso, ma quando parla di pianoforti c’è qualcosa che si accende in lui. C’è una venerazione del suono, dello strumento, c’è una tendenza ossessivo-compulsiva al perfezionismo, un vivere completamente assorbiti dalla bellezza del proprio lavoro, cercando costantemente di crescere e migliorarsi non per competizione ma per amore. Non mi stupisce che la Steinway, tra tutti i suoi tecnici al mondo, abbia fatto venire per il Concorso questo mite signore direttamente dall’Australia: i ritmi del Tchaikovsky sono folli e solo chi riesce a dare quel “di più” anche in queste condizioni riesce ad emergere in quel cordiale contendersi candidati che avviene prima di ogni prova.

 

 

Partiamo dagli essenziali: chi sei?

Sono Ara Vartoukian, vengo da Sidney e sono qui per prendermi cura dello Steinway al Concorso Tchaikovsky.

 

Esattamente cosa fai al Concorso?

Il mio lavoro è accordare e preparare il pianoforte, così che sia sempre perfettamente a posto per i candidati quando devono esibirsi. Sono arrivato una settimana prima dell’inizio del Concorso, così da sistemare lo strumento. Anzi gli strumenti. C’erano due Steinway qui e li ho preparati entrambi, prima di scegliere quale dei due sarebbe stato sul palco.

 

Perché due strumenti?

Ah, semplicemente il Conservatorio ha comprato due strumenti [Cioè il Tchaikovsky ha comprato due gran coda Steinway da concorso, mi son venuti i sudori freddi, qui, pensando allo stato dei pianoforti nei Conservatori italiani, ndT], sono arrivati, li abbiamo messi in una stanza, li abbiamo provati e poi abbiamo deciso quale fosse il migliore per il concorso.

 

Quali sono le caratteristiche che cerchi in un pianoforte da concorso? Anche considerato le differenze che ci sono tra il pianismo e il repertorio di ogni concorrente!

Innanzitutto devono avere un colore piuttosto vivido. Poi non bisogna dimenticarsi che gran parte dei concorsi è per i giovani e giovani pianisti spesso non hanno l’esperienza per abituarsi ad un pianoforte in brevissimo tempo. In condizioni normali, il pianista arriva e ha la possibilità di familiarizzare con lo strumento per diverse ore, può discutere con il tecnico, capire cosa serve. Ad un concorso non c’è modo di farlo, devono trovarsi subito in sintonia, subito a proprio agio. Quindi devo preparare loro uno strumento che sappia parlare molto fretta, che suoni subito fresco, sgargiante e meccanicamente impeccabile. Specialmente nel primo round, quando suonano gli studi!

 

Quindi come procedi?

Beh, per iniziare il pianoforte è già un ottimo pianoforte, quindi il mio lavoro è sviluppare le caratteristiche insite nello strumento. Parto dai fondamentali, do una bella accordatura, tolgo la meccanica, lubrifico, pulisco, faccio tutti gli aggiustamenti del caso. Anche se è uscito perfetto dalla fabbrica, rifaccio comunque tutti i procedimenti da capo per essere sicuro. Per questo lavoro impiego in genere i primi due o tre giorni. Poi ho chiesto ad alcuni studenti del Conservatorio qui di venire a suonarlo e nel mentre lo aggiusto e sistemo la meccanica. È a questo punto che inizi a capire qual è il percorso da seguire con lo strumento. Per preparare un pianoforte ci sono tre componenti fondamentali: l’accordatura, la regolazione della meccanica e l’intonazione dei martelletti. Queste tre cose devono andare avanti contemporaneamente, non puoi trascurarne una a favore di un’altra, l’una influenza l’altra, è una combinazione. Quindi lavoro intensamente su queste tre caratteristiche, alla ricerca di un equilibri ed è quando trovi quell’equilibrio che il pianoforte inizia ad evolvere e il suono diventa più ricco e corposo.

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Qualche foto rubata ai backstage

E lo strumento si evolve anche durante il concorso?

Ah, immensamente! Se lo senti il primo giorno e lo riascolti oggi, troverai moltissime differenze. Semplicemente perché il pianoforte ama essere suonato e permette di essere suonato tanto. Anzi, più viene suonato, più il suono reagisce e diventa più libero e la meccanica più fluida. Questa è una delle bellezze dei concorsi (e degli Steinway): lo strumento migliora man mano che il concorso procede!

 

E una volta che il pianoforte è preparato come procedete durante il concorso?

Durante il concorso ci viene assegnato del tempo quotidianamente per curare lo strumento. Il programma però è serratissimo: ogni tecnico ha dalle due alle due ore e mezza, quindi dobbiamo farlo durante la notte! Abbiamo dei turni, a volte capita che ti diano il turno, per dire, dalle undici all’una e mezza, e sei fortunato, a volte quello dall’una e mezza alle tre o dalle tre alle cinque e mezza. È piuttosto stancante, ma va così: d’altronde è l’unico momento in cui i pianoforti sono liberi e sul palco ci sono cinque strumenti diversi, ognuno ha bisogno del suo tempo.

 

Effettivamente il tempo durante il giorno quasi non c’è, considerando il ritmo delle prove.

Esatto. Abbiamo solo pochi minuti per dare una sistemata rapida prima che cominci la prova o quando c’è una pausa. Se abbiamo una pausa di magari venti minuti e dopo la pausa verranno usati due strumenti diversi, quei venti minuti diventano dieci a testa. Se ne servono tre, diventano meno di sette e così via.

Per questo nella settimana precedente al Concorso cerchiamo di rendere lo strumento estremamente stabile, così che non serva fare troppo lavoro durante. E se quel lavoro dovesse servire, lo potremmo fare in fretta: impariamo a conoscere lo strumento nei suoi più piccoli dettagli, in ogni sua più specifica caratteristica, al punto da poter chiamare per nome ogni sua componente.

 

Ciò che il tecnico fa, però, non è solo prenderti cura dello strumento, ma anche del pianista! Come si è svolto questo Tchaikovsky?

Questo concorso è stato piuttosto tranquillo, devo ammetterlo, i concorrenti ci hanno chiesto solo alcuni dettagli di preparazione, chi lo voleva lievemente più leggero, chi lievemente più brillante. E poi seguendo le loro prove abbiamo cercato di regolare al meglio lo strumento per ognuno di loro. Non è stato facile, al primo round avevamo undici concorrenti!

 

E come fate quando due pianisti chiedono due cose diverse, pur esibendosi in momenti ravvicinati?

Le differenze in genere sono piuttosto sottili, ma se alcune cose le posso sistemare molto in fretta, altre hanno bisogno di tempo. Ciò significa che devo prepararmi in anticipo, devo imparare a memoria tutte le esigenze di ogni pianista, così da non perdere nemmeno un istante. Inoltre ad ogni round lo strumento è diverso. Non solo perché si evolve, ma perché io stesso lo preparo diversamente: nella prima prova, il pianoforte doveva potersi adattare ad un repertorio brillante, agile, leggero (pensa agli studi o alla sonata classica), mentre nella seconda ci sono brani molto più ampi, che permettono al suono di allargarsi ed espandersi. E per il concerto con l’orchestra lo cambio ancora per renderlo più brillante e diretto. Magari correndo il rischio di renderlo un po’ più grezzo rispetto al suono puro e meraviglioso delle prove solistiche, ma serve ovviamente un suono più grande e deciso perché passi con l’orchestra e  deve comunque poter cantare!

Uscendo dal Tchaikovsky, quali storie ti vengono in mente pensando ai pianisti pre-concorso?

Sono tante e molte mi vengono legate al Concorso di Sidney, per cui ho lavorato spesso! Lì noi tecnici stiamo nella sala verde insieme ai pianisti e il rapporto con loro è fondamentale: a volte sono così nervosi che devi parlarci, farli sentire a loro agio, aiutarli a rilassarsi. Altri invece sono così tranquilli e assorbiti in loro stessi che ti giri dall’altra parte ed eviti assolutamente di rivolger loro la parola! Mi viene in mente, del primo tipo, questo pianista, un ragazzone russo che prima di andare sul palco si era fatto due coche e tre banane per avere più energia. Col risultato che prima della sua prova stava esplodendo e quando è salito sul palco sembrava davvero stesse andando in guerra, tremando, correndo, pestando, buttando tutto sul pianoforte. E suonava così forte che ho avuto paura per il concorrente dopo, che invece era un esecutore molto più tranquillo e delicato. Così sono andato dal responsabile del broadcast (perché il Concorso viene trasmesso live) e gli ho raccontato una balla “Guarda, credo non sia corretto farlo suonare ora perché ci sono alcune note stonate, posso andare a controllare?”. Ma tra un concorrente e l’altro ci sono solo due minuti e mezzo, quindi il responsabile mi ha dato due minuti e quindici secondi per sistemare lo strumento. Sono corso sul palco, ho sistemato quattordici corde, sono scappato in sala verde, mi ha guardato e ha esclamato “due minuti e quattordici secondi”. Ogni tanto capitano questi piccoli incidenti, ma quando si risolvono bene è una gran soddisfazione!

 

E negli scorsi Tchaikovsky non è avvenuto alcun incidente?

No, è sempre stato un Concorso relativamente tranquillo da questo punto di vista. Ma mi ricordo che un anno eravamo convintissimi che si fosse rotta una corta durante la prova di una ragazza: sentivamo chiaramente il rumore della corda rotta. Quindi dopo la sua prova abbiamo fermato tutto e ci siamo messi alla ricerca, ma cerchiamo, cerchiamo e non troviamo nulla. Al secondo round, torna la stessa pianista: stesso rumore. Questa volta però mi ero preparato, mi ero infilato nel backstage per ascoltare meglio e lì ho capito. Non era una corda rotta, ma lei stessa che cantando produceva un brusio identico al rumore di una corda rotta. Non ti dico il panico prima, pensavamo si fosse rotto qualcosa direttamente nello strumento! Un’altra volta invece era la gamba sinistra del seggiolino ad essere sul punto di rompersi: e ogni volta che il pianista suonava il registro grave, la gamba si piegava di più e di più e di più e noi già lo vedevamo a terra. Fortunatamente il seggiolino resse e tra una prova e l’altra siamo scappati fuori a cambiarlo!

 

Dopo l’intervista invece cosa dovrai fare?

In questo istante ci sono le prove con l’orchestra, quindi sto ascoltando intensamente tutti i concorrenti per capire se c’è qualcosa che devo sistemare, poi faccio un check con il pianista per capirne le esigenze e così via. Al momento non mi è stato detto nulla, ma non importa, ho sentito comunque qualcosa, qui e là, che posso migliorare. Anche questo è allenamento, vado a tantissimi concerti. So che non è così comune per gli accordatori, ma in realtà mi faccio in media oltre cento concerti l’anno, una volta sono arrivato quasi a duecento. Quando mi chiamano a sistemare il pianoforte mi fermo sempre ad ascoltare, ma spesso vado anche quando non devo lavorare, per i concerti che mi interessano.

 

Quindi sei anche un amante del repertorio!

Certo! E oltre ad amare il repertorio, amo sentire i suoni che vengono creati sullo strumento. Perché è ciò che faccio: io aiuto a creare il suono. A realizzarlo poi è il pianista, ma è come se fossi il capo meccanico al Gran Premio di Formula 1. Io faccio in modo che tutto sia pronto, poi sta al pilota fare il duro lavoro!

Preparation Piano 2
La quiete prima della tempesta

Cremona Musica 2017: Un ultimo saluto ad Ivry Gitlis e riflessioni finali

Cremona Musica è finita, viva Cremona Musica!

Dopo tre giorni di tirata, scrivo questa Campana comodamente sdraiato sul mio copriletto arancione, con lo spirito gonfio di pensieri e il portafoglio sgonfio di denari.

Cremona Musica è d’altronde anche il permettersi qualche acquisto, saltellando tra uno stand e l’altro del reparto Edizioni Musicali, per tornare a Padova con nuovi libri e nuovi CD (e proseguire con la mia descoverta della musica contemporanea finlandese [dio, quanto è hipster questa cosa, mi è appena cresciuta di cinque centimetri la barba per reazione]). Esa-Pekka Salonen, è tutta colpa tua. Ma in ogni caso, la Fiera si è conclusa e se i miei piedi rigraziano, parte di me vorrebbe cibarsi di quell’aria ancora a lungo.

Perche è vero che il rumore è assordante, è vero che c’è calca (ma per chi è abituato alle dense masse di Lucca, si naviga che è un piacere), è vero che non sai mai dove sederti e finisci sempre sul prato fra i due padiglioni, però quanto si impara, quanto si pensa a Cremona!

Basti pensare alle riflessioni generate da Ivry Gitlis, che ieri ho potuto osservare per qualche minuto dar lezione a giovani violinisti (e avrei voluto assistervi per altre ore). Gitlis è stata la vera e propria star di Cremona Musica, non solo per la sua incredibile fama, ma per la sua capacità di pervadere ogni spazio (e tutti  i miei titoli) con la sua presenza ed il suo sguardo. Non puoi ignorarlo nemmeno se ci provi, questo è il suo carisma. E il suo messaggio di abbandono di ogni pretesa logica e razionale, quando ci si avvicina alla musica, ha per me trovato ulteriore carburante nella conferenza di Stuart Isacoff dedicata ai temperamenti, dimostrazione di come ogni idea di perfezione razionale venga a mancare persino nella struttura basilare della musica, cui inutilmente i secoli hanno cercato di inculcare logiche perfette persino nella distribuzione delle note.

Ma è finalmente giunto il momento di narrare brevemente della Media Lounge (nell’immagine in evidenza, una foto), per me una delle esperienza più interessanti. Quest’anno sono infatti stato invitato a far parte del gruppo di giornalisti, editori, responsabili di media vari (dalla radio alla televisione, da facebook ai blog) provenienti letteralmente dal mondo intero. Va da sè che già questo per un ragazzo di ventiquattro anni ancora studente porta un carico di interesse notevole. Attraverso le presentazioni e le brevi riflessioni dei partecipanti si è sviluppata una sorta di riflessione comune, cui ognuno portava un apporto, a volte anche critico nei confronti di chi era intervenuto prefedentemente.

La tematica principale di questa riflessione lunga tre giorni è legata alla diffusione della musica classica, argomento di cui bisogna più che mai parlare in questo preciso momento.

Parto subito con un’affermazione: non si può rendere pop la musica classica. La ragione è semplice, sono musiche nate con scopi, idee, approcci e pubblici diversi. Come si diceva anche il primo giorno: non puoi spiaccicare un concerto classico su Facebook e sperare di attrarre così nuovo pubblico, perché il format è semplicemente diverso. Al contempo, tuttavia, è necessario a mio avviso introdurre la musica classica nelle vite di chi non la conosce, di chi si barrica dietro il classico “non la capisco”, ma anche di chi, semplicemente, è curioso ma non dà seguito a questa curiosità. E questo non solo perché una buona partecipazione di pubblico è fondamentale per la sopravvivenza della nostra amata musica, ma anche perché l’esperienza musicale aiuta a crearsi uno spazio per sé nel rumoroso mondo moderno. Capire l’importanza vitale che può avere la musica (e la  classica soprattutto), tuttavia, va di pari passo col comprendere la natura profondamente diversa di chi bisogna coinvolgere. Siamo una società veloce come mai prima (anche se ogni secolo diceva la stessa cosa di quello precedente), pervasa dalla condivisione e soprattutto dall’interazione. La necessità di interazione è una delle grandi barriere della musica classica. Pensateci, ad un concerto pop o rock si ascolta, si balla, si beve birra, ci si prova con le ragazze, insomma ogni sano rito sociale.

Ed è giustissimo così!

Di fronte a questa affermazione molti potrebbero inorridire: “Ma quindi dobbiamo abbandonare il contenuto spirituale della musica e tornare alle tradizioni passate in cui si mangiava e si commerciava durante le opere?”. Normale pensarlo e normale chiudersi al nuovo, nel timore di questo rischio. Ma qui subentra ciò che ho affermato sopra: non si può rendere pop il concerto classico. È giusto puntare sulla diversità di ciò che offre il format, sull’arricchimento che ti dà un’esperienza artistica. Ma al contempo: chi ha mai affermato che il caro vecchio concerto classico debba venire soppiantato da formule pop?

Osservare, studiare e riflettere su meccanismi di marketing, evoluzioni sociali e logiche di mercato è fondamentale, così come capire cosa può applicarsi e cosa invece deve rimanere confinato ad altro. Esattamente come quando si progetta una campagna pubblicitaria sui social rispetto a quando lo si fa sui media tradizionali. Ed anche capire che la musica (tutta la musica) si fruisce su molti livelli diversi, da quello più a quello meno tecnico, che ha il suo notevole peso. È così per tutta l’arte, no? Non sono pittore e non sono storico dell’arte, eppure posso rimanere a contemplare un dipinto godendomi appieno un’esperienza artistica.

Il discorso è lungo e articolato e tira in ballo diverse professionalità, quindi anche il tradizionale pudore nei confronti dell’idea del denaro. Dopotutto, se facciamo questo lavoro, è perché ci muove una forte passione, eppure che c’è di sbagliato a pensare di guadagnarci una vita dignitosa? E chi organizza un teatro, un festival, chi ha una rivista in mano, non è forse (nei suoi limiti) un imprenditore culturale? Nel momento in cui il sostegno pubblico viene ridotto è fondamentale capirlo. Al contempo bisogna trovare l’equilibrio che permetta di raggiugere nuovi pubblici (che siano giovani, adulti, anziani o [nessuno ci pensa mai?] stranieri) senza tradire l’arte di cui ci facciamo strumento. Non solo per un discorso etico, ma anche perché le bugie hanno le gambe corte e spiaccicare format inefficaci per il solo gusto di dire “l’ho fatto”, è una mossa assai poco lungimirante. Come lo è puntare solo alla tradizione consolidata e che renda felici le innumerevoli Vecchie col Sacchetto® che popolano le sale concertistiche, senza preoccuparsi di costruire percorsi che facciano maturare l’aspettatore e lo coinvolgano in un’esperienza artistica reale, non accontendandosi dell’offrire semplice intrattenimento (e persino una gloriosa Sinfonia di Beethoven può diventarlo).

Parafrasando Tohru Sase, l’arguto direttore della rivista giapponese Sarasate, bisogna avere il coraggio di sapere che il mercato, a volte, te lo crei tu stesso. E, aggiungo io, bisogna capire come solleticare l’interesse del pubblico, guidarlo per mano nel nostro complesso mondo (avete mai provato ad immaginare quanto sia imbarazzante per uno spettatore non sapere quando applaudire?), capire quanto ci sia veramente utile ragionare sulle categorie (cosa significa musica classica, musica d’arte, musica colta? Come lo spiego?). E come dicevo più sopra, ricordarsi che la musica si fruisce a più livelli. Non ha senso pensare che tutto debbano fare divulgazione o creare format di introduzione, anzi è importante che chi vuole approfondire e specializzarsi si coordini con chi introduce e divulga, per creare quel percorso così prezioso che permetta alla musica classica di radicarsi nell’animo di sempre più persone.

Diario dal Busoni: Giulio Passadori, l’Allegro Accordatore

Questo piccolo fuori scena del Concorso Busoni è dedicato ad una delle figure più rappresentative e amate del concorso stesso: Giulio Passadori, accordatore e spacciatore di grancoda del Busoni da dieci anni ormai. Fra una prova e l’altra per la Finalissima, andiamo a prenderci un caffè (io) e due caffè (lui [contemporaneamente, in tazze separate]).

GP: Ti stavo dicendo prima… Ieri, la prima volta che riesco ad andare a cena e sedermi, mi chiamano dal Busoni. “Giulio corri, c’è qualcosa che non va al piano”. Ossignur. Mollo tutto, in dieci minuti arrivo e c’è JaeYeon Won a cui non va bene il pianoforte. Finisco di controllarlo, è tutto a posto. Raggiungo Won  in aula 53 e gli chiedo “Maestro, che succede?”, “Il piano è troppo leggero!”, “E’ esattamente come l’ha provato”, “Non l’hai alleggerito?”, “Non dopo la prova”.
Devi sapere che io alleggerisco di un grammo i pianoforti per ogni prova, di default,

AT: Perché i pianisti sono più stanchi?

GP: Esatto, quindi i pianoforti, entrambi, devono diventare almeno un grammo più leggeri e più potenti ad ogni round, anche perché arriva un quartetto o un’orchestra. *scacciando un’ape* Fuori dalle balle, ape, con tutto il rispetto del caso
*l’ape se ne va cortesemente*

AT: Beh, ti ha ascoltato.

GP: Basta saperle chiedere le cose!

AT: Anche alle api?

GP: Anche alle api, l’uomo che sussurra ai pianoforti saprà sussurrare anche a un’ape (ride). Comunque, che io li alleggerisca non è un mistero, lo faccio per loro. Si stancano veramente tanto, anche perché non riesci a staccarli dallo strumento, nonostante spesso non avrebbero bisogno di studiare così tanto durante il concorso.

E niente, lui pensava che, dopo la prova, io avessi alleggerito il pianoforte, cosa che assolutamente non esiste. “Non ma è troppo leggero”. “Ok, abbiamo un sacco di tempo, vuoi un grammo in più? Te lo rendo un grammo più pesante. Sta’ qui fermo e poi te lo riprovi”. Ho aperto la meccanica, ho tolto il teflon, effettivamente ci va via tre minuti. “Prova ora, è abbastanza?” “Sì” “Riprovalo e ridimmi, sicuro?” “Sì” “Prova gli acuti, come vanno” “Eh” Zazazac, spazzola, sistemati gli acuti “Così va bene? Sicuro? Riprovalo c’è un sacco di tempo” Avevamo secondi e secondi prima che la gente entrasse in sala

AT: Ah, tutto questo quaranta secondi prima?

GP: Ma anche trenta! (ride) Però se metti fretta ad uno in ansia non funziona. Poi facciotta ha suonato bene, per fortuna.

AT: Facciotta? Questo è un buon soprannome, lo devo riutilizzare. Sai che trovo sempre soprannomi  ai concorrenti ogni anno.

GP: Non voglio sapere il mio allora!

AT: Beh, tu non ne hai, sei un pilastro del Busoni.

GP: No, il pilastro del Busoni è Mario [il bidello in pensione che ancora viene a sbigliettare NdA]. E come dice lui “Trenta Busoni fatti, mai vinto uno” “Eh, Mario, studia di più, io son dieci anni che lo faccio e sono sempre arrivato in finale!” (ride)

AT: Ma, ascolta: qual è stata la cosa più assurda che ti è capitata al Busoni?

GP: La più bella forse è stata quella del sudamericano, oddio non mi ricordo nemmeno da dove venisse, forse uno stato vicino al Messico. C’è stato un concorrente giovane che veniva da uno di quei posti per cui uno come me deve guardare la cartina per sapere dov’è. Questo è arrivato con la mamma, perché aveva tipo quindici anni, dopo un viaggio terrificante. È stata bella la descrizione della partenza, perché arrivava da un paesino tra i monti e mi ha detto che a salutarlo, quando ha preso il pullman, c’erano il suo maestro di pianoforte, il prete e il farmacista! Io mi son visto la scenetta con l’allegro comitato che fa ciaociao col fazzoletto, poi questo prende, fa un viaggio di un sacco di ore per arrivare a prendere un altro pullman per poi arrivare a Città del Messico, da Città del Messico un volo per New York, da New York un volo per Parigi, da Parigi un volo per Roma, da Roma, non si sa perché, un treno per Verona e poi da Verona un treno per Bolzano. Sono arrivati qui, lui e la madre, dopo tipo cinquanta ore di viaggio tutti belli stropicciati, in ritardo rispetto alla sua prova pianoforte, ma gliel’ho fatta fare comunque. In attesa di poter fare la sua prova, è entrato in sala per ascoltare qualche candidato. Eh, erano tutti più bravi. Certo avevano anche un’altra età. E questo, con la cornice del Busoni, veder quei pianisti, un po’ vedere la giuria, è arrivato lì e non voleva suonare. Solo che io mi son visto il film del viaggio al ritroso di ‘sto qua, altre cinquanta ore di viaggio e cosa dici al prete, al maestro e al farmacista? “Com’è andata?” “Eh non ho suonato”. Se non sei passato puoi avere qualcuno con cui prendertela, ma se non suoni te la prendi con te stesso e capita di chiudere col pianoforte per una cosa del genere. E allora cosa fa l’allegro accordatore? “Beh, aspetta”, andiamo dietro al palco e scosto la tende, anche lì avevamo tantissimo tempo, era solo il suo turno, avevamo interi secondi.

Gli dico: “Guarda il signore lì con la camicia rossa, è il maestro Posio, di Mantova, che lavora anche alla Rai per le trasmissioni musicali”, poi gli faccio vedere PPK in fondo, “quello lì è Kainrath, il boss di tutto e di molto altro e non solo in Italia”, poi gli mostro il Signor Alink, “Fondazione Alink Argerich, concerti e concorsi in tutto il mondo”, poi gli ho fatto vedere il Maestro Bonatta e tanta altra gente che organizza concerti, festival, master, stagioni. E gli dico: “Guarda la giuria. Dimentica quella fila di corvi che sono lì ad aspettare l’errore e suona per tutti questi perché questa è una grandissima opportunità. Ti ho reso facile il pianoforte, mi son fatto il culo a capanna per preparartelo, adesso entri e suoni altrimenti ti spezzo tutte le dita. Suoni per tutta quella gente che ti ho indicato e vedrai che da qui spiccherai il volo” E lui è entrato e ha suonato. E l’hanno mandato a casa, naturalmente (ride). Tuttavia delle persone sopra menzionate non era presente nessuno in sala.

AT: Ah ecco, mi sembrava strano tutta ‘sta gente per una preselezione!

GP: Ma lui che c***o ne sa? Viene dal Messico! (ride) Vammi a contraddire! Ho indicato tot persone a caso, sedute in un posto ben preciso. Però ha suonato, senti, l’importante, anche per se stesso, era quello!

AT: Per concludere, i tuoi pianoforti sono famosi per avere un nome. Come li scegli?

GP: Ah, hanno tutti la loro storia. Quest’anno qui abbiamo avuto anche un nuovo arrivo: Thibaudet ha suonato su Eduard. E’ nuovo. L’ho comprato lo scorso anno e per fargli il rodaggio l’ho usato per una tournée di concerti all’aperto. (pausa di suspence) A Dicembre. Sennò vengon su fighetti i pianoforti! Devono capire che si va a lavorare! (ride)

AT: È splendido che ne parli come se fossero i tuoi figli!

GP: E certo sono i miei figli, altrimenti non li chiamerei per nome. A te tua madre ti chiama per codice fiscale? (ride) PSSGLI vieni qui! (ride ancora) Comunque posso raccontare la storia di Rufus. Io vado sempre a scegliere i miei pianoforti su ad Amburgo e, avendo venduto un mio grancoda, dovevo comprarne uno nuovo. Mi chiamano tutti gli accordatori Steinway in Italia di fila per dirmi “Giulio, non andare a prendere il pianoforte, sono saliti tutti i concessionari italiani, se sali ora ti becchi lo scarto di tutti. Almeno prendi quello con il numero di matricola più basso” Che se c’è una cosa che non guardo è il numero di matricola, quello non suona mica. Ma me ne sono fregato e sono salito con mio cugino, entro io, provo gli strumenti, tre minuti e sono fuori. Ci si mette poco a scegliere, se hai dei dubbi li riprovi, se hai ancora dei dubbi riprovi con il dito indice, se sei destrimane usi quello della sinistra, perché così tendi di meno a compensare i difetti dello strumento. Entra mio cugino, esce anche lui dopo tre minuti, “Giulio, ce l’ho” ed era lo stesso: era Rufus. Guardiamo i numeri di matricola: era il più vecchio di tutti, che nessuno s’era filato. Ad oggi Rufus è il mio pianoforte con il maggior numero di incisioni.

AT: Ma perché il nome Rufus?

GP: Gliel’ha appiccicato Andrea De Biasi, inconsapevolmente. Quando è arrivato il pianoforte, Andrea è venuto a provarlo e continuava a dirmi “È troppo ruffiano, devi domarlo, è troppo ruffiano”. Chiamarlo “Il Ruffiano” non suonava bene e quindi… Rufus.

AT: Beh, direi che abbiamo parecchio materiale, grazie mille Giulio!

GP: E di che? Ah, per terminare, sai perché Won sentiva il pianoforte più leggero? Per fare in fretta non aveva spostato il pianoforte e ha suonato con lo strumento vicino al muro, quindi sentiva anche il suono riflesso. Quindi gli dava l’impressione di suonare di più ed essere più leggero. Infatti quando poi abbiamo spostato lo strumento io gliel’ho rialleggerito tutto e lui non s’è accorto di nulla. È tutta questione di psicologia!

Diario dal Busoni: Dal pedale alla brace

Con la prova di ieri sera ricomincia, dopo un giorno di pausa, questo diario busoniano. La posizione da cui ho osservato e osserverò le Finali di musica da camera è una posizione privilegiata e scomoda al contempo: quella del voltapagine. L’unica a cui non dovrò voltare sarà Anna Geniushene, che potrò godermi dalla platea, ma per tutti gli altri sarò sul palco a fare esercizi ginnici (voltar pagine sul Quintetto di Dvorak consuma più calorie di quaranta minuti di corsa). Ciò che ho potuto appurare grazie a questa particolare esperienza, è come cambi la prospettiva, come molte percezioni sonore sul palco poi siano diverse nel pubblico e verso la fine della serata avevo ormai imparato a riconoscere le corrispondenze palco-sala (pur dovendomi concentrare sul non perdere una nota delle parti).

Ho così potuto osservare da vicino e riflettere con cura anche in seguito sull’aspetto cameristico dei tre pianisti esibitisi (Dmytro Choni, Xingyu Lu e EunSeong Kim) confrontandomi anche con chi in sala ascoltava [fra cui l’intrepida Sofia che ha preso appunti da fuori per confrontarli con le mie impressioni]. Passiamo dunque alle prove.

Il biondo Dmytro ha suonato il Quintetto di Schumann, forse il quintetto più difficile per l’insieme, riuscendo con un discreto successo ad arrivare alla fine. Dei tre della serata è stato quello che più rivolgeva la sua attenzione agli altri, che più ascoltava e che più è stato incollato al Quartetto di Cremona (e anche, che più ha permesso al Quartetto di rimanere incollato a lui). Tuttavia è stato colpito da un attacco di pedalite acuta, la stessa che ha smussato tutti gli angoli della Sesta di Prokofiev, che nell’ambiente cameristico ha creato dei concreti problemi di limpidezza di tessitura [“Questo a pedalate arriva a Vienna” ha scritto Sofia]. Questo probabilmente era la difficoltà, così spesso sottovalutata, della Finale cameristica: sapersi reinventare come cameristi. E difatti saper abbandonare il pedale abbondante, saper uscire dal proprio mondo e creare musica, saper creare entusiasmo ed energia con un quartetto d’archi, magari anche avendo quell’intuito musicale o lo sguardo esperto che permettono di capire come meglio relazionarsi a quattro strumentisti ad arco. Lo Schumann di Choni non aveva sicuramente falle, era ben studiato e ben eseguito, ma ha peccato proprio nella ricerca di questo aspetto, oltre che ad una cautela veramente eccessiva che sull’altare della prudenza ha sacrificato lo slancio e l’intensità, indebolendo fortemente la resa. Dei tre, dal palco, è stato comunque quello che più mi ha colpito, anche per la lettura attenta della parte.

Migliore come limpidezza l’esecuzione del Quintetto di Dvorak ad opera del nostro cinese fungiforme preferito. Xingyu è partito molto bene, con più moderazione nel pedale e un suono meno pastoso che permetteva meglio agli archi di emergere nelle loro caratteristiche, ma temo abbia scelto il Quintetto sbagliato. Non parlo delle sbavature tecniche o delle note sporche, purtroppo presenti e destabilizzanti, ma del fatto che il pianista cinese non fa dell’abilità timbrica il proprio cavallo di battaglia: potete immaginare la difficoltà con cui è rimasto in sella sui rapidi scarti e gli energici sbuffi di quel cavallo pazzo che è il Quintetto di Dvorak. I momenti di pura magia e suggestione, quelli dal carattere capriccioso e appassionato, quelli intensamente lirici e quelli spavaldamente danzanti sono stati interpretati con suono fin troppo omogeneo o passando dalla monotonia all’aggressività. Più chiuso nel suo mondo rispetto a Dmytro, Xingyu ha dato anche molta meno attenzione al quartetto, non riuscendo soprattutto a creare un dialogo di colori con i diversi colpi d’arco.

Il Quintetto di Brahms del nostro caro Dio Pesshhto ha riconfermato la maestria tecnica del ventenne sudcoreano con le mani d’acciaio, ma anche la scarsa plasmabilità del suo brillante e imponente suono, questa volta per fortuna non peshtato. Con questa difficoltà a scendere dal podio del solista, EunSeong ha dato filo da torcere al Quartetto di Cremona che, arrivato al terzo quintetto di fila, ha dovuto sforzare notevolmente il proprio suono per poter emergere rispetto al roboante pianista. Nonostante non ci siano stati gravi problemi di insieme, quest’indifferenza sonora di EunSeong ha impedito al Quintetto di emergere nel suo essere, in primo luogo, un fare musica insieme, non un concerto per pianoforte e orchestra d’archi. Impressionante, comunque, la cura del pianista nello studio della sua parte (solo uno il dubbio e ben seguiti i fraseggi e tutte le annotazioni presenti sulla sua parte), che però ha peccato di superficialità nell’approccio col quartetto. La dimostrazione che in una prova cameristica sono diverse le richieste, ma è sempre e comunque uno solo l’obiettivo: fare musica. La narcisistica tendenza del solista, che lo porta a volte a sovrapporsi all’autore di cui esegue la musica, è tollerabile nel monologo, ma non nel dialogo.

Ma bisogna anche fare attenzione al peso che la tensione ha per tutti questi pianisti. La vera difficoltà della prova cameristica, infatti, è il riuscire ad uscire dal proprio esclusivo e concentrato mondo per ascoltare veramente gli altri, una sfida incredibile se consideriamo quanto debbano questi musicisti sopravvivere alla tensione da concorso e da diretta streaming. Posso dirvi nei dettagli quante volte le mani di Choni, di Lu e persino dell’inossidabile Kim abbiano tremato, l’istante prima di suonare accordo o appena appoggiata un’ottava, posso contare le volte in cui alcuni gesti nervosi e incontrollati hanno fatto loro sbattere le mani contro il coperchio della tastiera, posso confermare la tensione che provano fin da quando si avvicinano al retro palco e cercano con fatica di confrontarsi con il loro voltapagine per chiarire i punti difficili, quando magari vorrebbero solo isolarsi nella ricerca di una solidità interiore. Non stupisce dunque che i pianisti abbiano scelto di avvolgersi nel mantello del pedale per trovare quell’atmosfera di sicurezza così importante! Sull’aspetto voltapagine lo scettro del più previdente va a Xingyu, l’unico ad aver preparato la parte per facilitarne una voltata, non sapendo chi sarebbe stato il malcapitato voltatore degli infiniti ritornelli e rapide voltate del Quintetto di Dvorak.

Non resto ora che vedere se gli altri tre pianisti del concorso sapranno affrontare con maggior successivo l’impegnativa sfida rappresentata da queste Finali cameristiche!

Diario dal Busoni: Terzo giorno di Semifinali

Il terzo giorno di semifinali non è stato dei migliori.

La prova mattutina non mi è dispiaciuta, con la temeraria esecuzione degli Studi op. 25 di Chopin e le immancabili 10 variazioni su un Preludio di Chopin (che ho sentito talmente tante volte da averle imparate per osmosi) ad opera del cinese Xingyu Lu. Gli studi sono partiti bene, con ottimo tocco, ma, arrivato verso la fine, sulle tempestose ottave del decimo il pianista ha perso un po’ la trebisonda e si è smarrito nell’alto mare del virtuosismo aggressivo.

Veramente ottima invece la prova di Maddalena Giacopuzzi, per me la migliore della giornata, che ha saputo dare un suono perfettamente nitido ma mai troppo secco sulla Toccata e Fuga BWV 911 di Bach, interpretata con magnifico piglio severo e grande cura dei registri anche se sacrificando un po’ l’impulso ritmico della Fuga, e ha offerto una Terza Sonata di Chopin veramente di splendida fattura, controllata ma appassionata, dal suono imponente ma non eccessivo, con splendidi fraseggi e momenti di grande poeticità nel Largo, soprattutto per la curata gestione dei piani sonori. Ottimo lo scuro e maestoso Finale, confermando la padronanza tecnica già mostrata nei movimenti precedenti. Un po’ di stanchezza ha purtroppo afflitto le Variazioni di Busoni (ancora? davvero?), che sono partite molto bene, ma sono sembrate poco interiorizzate e soprattutto poco apprezzate.

Diversa la situazione pomeridiana, che è stata forse la prova meno interessante di tutto il Busoni finora. Arisa Onoda, Jaeyon Won e Riyad Nicolas si sono succeduti sul palco, con approcci  molto diversi, ma purtroppo non molto riusciti. Arisa, dopo la sconfitta a San Remo, ha deciso di darsi al concertismo classico.

Scusate. Era una battuta dovuta.

Dicevo, la giapponese Arisa Onoda ha mostrato fin dal Rondò K 511 di Mozart uno splendido suono, unito ad una bella cura del carattere che mostrava una percezione quasi ipnotica dello splendido brano. Purtroppo l’esecuzione è stata bloccata più volte da vuoti ed incertezze che ne hanno ostacolato il contenuto espressivo e hanno mandato nel panico la giovane pianista, riuscita tuttavia a proseguire con determinazione. Le sue Variazioni su un Preludio di Chopin di Busoni (…) sono state la dimostrazione che ostinarsi a sceglierle quando non sono palesemente adatte alle proprie mani ed al proprio suono, non è una scelta vincente. Migliore l’esecuzione di Miroirs di Ravel, ben curato, ma purtroppo non molto diversificato nei colori e anche in questo caso disturbato da un vuoto che ha colpito il finale di una peraltro ottima Alborada. Non amo essere negativo, ma alcune cose devo dirle, è una questione di Sincerità (badum-tsch).

Il secondo del pomeriggio, il coreano Jaeyeon Won, ha dato una prova più solida, ma purtroppo molto poco curata nei dettagli. La sua Humoreske di Schumann è sembrata una lettura un po’ affrettata e poco interessante, nonostante un certo magistero tecnico. Più centrati sono stati i contrasti tra le varie sezioni. Abbastanza bene l’Elegia All’Italia! di Busoni, che però è apparsa discontinua e tecnicamente non solida (la maledetta sezione centrale di quell’Elegia ha mietuto più vittime di un friggizanzare). Meglio Szabadban di Bartók, con interessante caratterizzazione timbrica, buona resa tecnica e una concezione meno descrittivistica e più astratta. Mi permetto tuttavia di questionare sulla lunghezza del programma, che fra Humoreske, Elegia e Szabadban mi è sembrato durare ben più dei 40-45 minuti consentiti.

Dopo l’intervallo c’è stata la prova del siriano Riyad Nicolas, prova che ho veramente apprezzato poco. Partito con due Sonate di Scarlatti, se nella prima lenta sembrava solo un po’ romanticoso, nella seconda ha avuto un lieve tracollo: il suono scuro e pesantissimo non è stato annullato dal carattere gaio della Sonata (lo streaming rende malissimo la pesantezza sonora percepita), che ha avuto per di più un bel buco di passaggio alla destra e un problema di nitidezza nelle agilità. L’Elegia All’Italia! di Busoni (niente Variazioni per due concorrenti, un sogno), è stata affrontata con scarsa comprensione, molte imprecisione e una parte centrale che, più che pizza e mandolino, sembrava un gargoyle che ballava una grottesca polka. Il Gaspard de la Nuit successivo ha proseguito su questo binario, offrendo un brano che di Ravel aveva poco e sembrava uscito dalla grande letteratura russa (non avevo mai notato quanto Moussorgky ci fosse in Le Gibet, che fosse intenzionale?), in cui i problemi tecnici si sono susseguiti nonostante la discreta lentezza e il carattere timbrico di un brano tardo romantico. Peccato, davvero! Ma una prova non riuscita può capitare a chiunque e la pressione cui sottostanno questi pianisti è veramente notevole, c’è chi reagisce meglio e chi peggio.

Quest’oggi sono invece proseguite le prove, ma ne scriverò nella pagina di stasera/domani mattina, momento in cui oltre al resoconto quotidiano, avrò anche modo di commentare i risultati di questa prima e intensa fase del Concorso Busoni.

 

 

Diario dal Busoni: Un trionfo femminile

Prosegue il Concorso Pianistico Internazionale Ferruccio Busoni a Bolzano e mi trovo a scrivere questa pagina di diario il mattino dopo, sul divano, ancora un po’ assonnato. Quella di ieri è stata una giornata intensa, tre prove con otto pianisti, dalle 11 di mattina alle 11 di sera. Si sono esibiti gli italiani Stefano Andreatta, Daniele Paolillo, Leonora Armellini, le giapponesi Yuka Morishige e Madoka Fukami, la russa Anna Geniushene e i coreani HanGon Rhyu e EunSeong Kim.

Il lettore potrà già comprenderlo dal titolo: le prove più interessanti sono state quelle di tre pianiste, in ordine di apparizione Yuka Morishige, Anna Geniushene e Leonora Armellini.

La pianista giapponese ha mostrato subito una buona comprensione dell’Indianisches Tagebuch n. 1 di Busoni, che ha reso con un bel suono squadrato, ponderato e controllato. Ciò che mi è piaciuto molto di Yuka è stata la capacità di variare sensibilmente suono, giungendo nella Sonata D664 di Schubert ad un suono dolcissimo e cantabile, forse un po’ troppo leggero, e su Prokofiev ad un suono ancora diverso, a tratti tagliente, a tratti fantasioso, chiaro, con un bel carattere e con un’ottima attenzione all’intreccio delle linee polifoniche.

Anna Geniushene, per gli appassionati di gossip anche moglie dell’altrettanto giovane pianista Lukas Geniusas, ha portato tutta un’altra personalità. I suoi Phantasiestücke op. 111 di Schumann erano interessantissimi, caratterizzati da un’idea sonoramente asciutta, ma sempre molto appassionata, che ha forse peccato di una certa aggressività nei momenti più perentori, ma ha offerto meravigliosi momenti di poesia. Le sue due Elegie di Busoni sono state esempio di cura dei dettagli, già dalla differenziazione timbrica fra il motivo di berceuse e il tema sovrastante, e l’op. 33 di Rachmaninov ha saputo creare un immaginario di approcci e caratteri che ben giustificano il titolo di Études-Tableaux, mostrando con chiarezza il fiero temperamento della pianista.

Ha terminato la giornata Leonora Armellini, verso la quale ammetto per chiarezza di essere legato da amicizia (ma questo più che un ostacolo, è stata ragione di ancor maggiore severità [sì, sono un pessimo amico]). Anche per questo posso affermare che la sua prova sia stata, come quella di Anna, veramente fantastica. Meno concentrata sul creare enormi quantità di suono o sul fornire un’esecuzione brillante, la pianista padovana ha tirato fuori una tavolozza di colori ed una raffinatezza musicale fino a quel momento inaudite. La sua Sonatina seconda di Busoni è stata esempio di chiarezza formale e suono nitido, mentre la Quarta Ballata di Chopin è stata un monumento all’intimità e al respiro, eseguita con ottima padronanza tecnica. La conclusiva Dante lisztiana è stata affrontata con meno virtuosismo e più narrazione, senza per questo rinunciare a qualche gesto tecnico ben riuscito, e nell’intera prova ci si poteva aspettare forse solo più brillantezza in alcuni passaggi e un maggior appoggio nei bassi.

Le altre prove sono state (quasi) tutte di buon livello, a conferma del presentimento avuto ieri. Andreatta ha dato prova di avere delle indubbie doti e buone idee, molto riuscita soprattutto la Sonata n. 5 op. 25 di Clementi, ma come molti ha peccato nell’assenza di archi di tensione, concentrandosi nei dettagli e perdendo lo schema generale e le lunghe frasi (per altro, forse l’inevitabile tensione, proprio la cura dei dettagli è risultata poi carente), problema che ha afflitto anche Rhyu, che dalla sua aveva una certa disinvoltura tecnica e un bel suono. Daniele Paolillo ha offerto un suono particolarissimo e personale, scuro e profondo, che si è sposato bene con la Fantasia nach J.S. Bach di Busoni, ma non è riuscito a creare contrasti nella Sonata op. 11 di Schumann che è risultata poi eccessivamente pesante e monotona. Buona la prova di Madoka Fukami, curatissima ed equilibratissima, ma eccessivamente piatta e dalla tavolozza timbrica un po’ limitata per i particolari Studi di Debussy

Unico “no” dall’inizio del Concorso è stato per me EunSeong Kim, che dopo un Preludio, Corale e Fuga di Franck molto romantico e ben eseguito, è stato pervaso dal Sacro Dio del Pessshto e dalla Toccata di Busoni alla Dante di Liszt ha testato i limiti di resistenza di Henry (il pianoforte), giungendo ad alcune risonanze metalliche così aggressive da scordare lo strumento. La sua indubbia abilità digitale (gran belle ottave) è stata messa al servizio del dio patrono dei panzer, con un effetto musicale purtroppo molto debole.

Bene. Questo è il mio racconto sulla giornata di ieri, con il mio solito personale gusto, su cui molti di voi potranno giustamente dissentire. E per fortuna! Ora, se non voglio presentarmi alle prossime prove in pigiama (che tanto ormai…), forse è il caso di scappare. Andate ad ascoltarvi le prove delle tre pianiste, capite se siete d’accordo con le mie piccole recensioni e tornate domani se vorrete avere ulteriori racconti dal Concorso Busoni!

Diario dal Busoni: Un promettente inizio

Si è appena conclusa la prima giornata del Concorso Pianistico Internazionale Ferruccio Busoni ed io riesumo il mio caro vecchio blog per narrare le vicende del mio concorso pianistico internazionale preferito (nonché quello più vicino casa). Da bravo appassionato, e lievemente fanatico, seguirò ogni singola prova del Busoni, utilizzando tutti gli strumenti critici a mia disposizione per farne un resoconto assolutamente e cocciutamente soggettivo.

Penso sia impossibile (se non criminale) nascondere in simile occasione il parere di chi scrive ed anzi, questo Diario dal Busoni nasce proprio per osservare da vicino il concorso ed i suoi concorrenti, tanto più che come ogni edizione ne ospitiamo una a casa. Non si stupisca il caro lettore, dunque, di vedermi scrivere in tono schietto e senza filtri!

Ma bando alle ciance e cominciamo con questo concorso, dunque. La mia prima giornata di Concorso Busoni si è rivelata a tutti gli effetti un buon inizio. Il livello dei sei candidati che si sono esibiti oggi, Florian Caroubi, Giorgio Trione Bartoli, Larry Weng, Hyoung Lok Choi, Dmytro Choni e Lukasz Krupinski (per quest’ultimo nome scopro la limitatezza della mia tastiera italiofona), è senza dubbio buono e i giovani musicisti si sono dimostrati molto diversi l’uno dall’altro.

Fra i candidati di oggi, la mia predilezione è andata senza dubbio all’americano Weng, all’ucraino Choni e al polacco Krupinski. Tre pianisti molto diversi, ma molto interessanti nel loro stile. Consiglio caldamente di andarsi a sentire le fiere e mature Ballate op. 10 di Brahms e magnificamente eseguite 10 variazioni su un Preludio di Chopin di Busoni di Weng, che spero di aver modo di ascoltare nella Settima Sonata di Prokofiev in Finale solistica. Molto buoni sono stati anche Aufenthalt di Schubert/Liszt, Hommage a Rameau e Mouvement dal primo volume di Images di Debussy e la Suite de danzas criollas di Ginastera, in cui Choni ha potuto mostrare la propria versatilità unita ad una solida tecnica, un fraseggio chiaro e ben condotto e una buona, anche se non incredibile, tavolozza timbrica. Molto buono lo Chopin di Krupinski, sia nell’ottima Barcarolle, di cui ha dato un’equilibrata, espressiva e ben curata interpretazione, che nella galante e leziosa, ma mai esagerata, Grande valse brillante op. 18.

Meno interessante ma tecnicamente impeccabile e dal suono limpidissimo l’esibizione del coreano Choi, distanziato espressivamente dal suo quasi omonimo Choni da ben più di una “n”. Buone le prove anche del francese Caroubi, cui è toccato il difficile compito di aprire, e dell’italiano Trione Bartoli, che però non sono riusciti a rimanere costanti nella costruzione dei loro archi espressivi e che, seppur in maniera molto diversa, non sono riusciti a far sgorgare da Henry (lo Steinway di Passadori) quel suono pieno e ampio che gli altri pianisti sono riusciti a creare.

Ma nonostante queste mie osservazioni, non c’è stata prova oggi che non avesse qualcosa da offrire, un’idea, una ricerca personale, uno stile.

E questo non può che farmi ben sperare in una ottima Sessantunesima Edizione del Concorso Busoni.