Diario dal Tchaikovsky: Come nasce il suono?

Se c’è una cosa che amo, è esplorare i backstage. Girare per i corridoi del Conservatorio, scoprire il percorso della giuria dalla Sala Grande a dove prenderanno la decisione finale, parlare con gli organizzatori, con i concorrenti, con l’ufficio stampa, cercare di capire cosa significhi trovarsi qui, quali sfide, quali emozioni. E amo soprattutto parlare con i responsabili degli strumenti, perché hanno uno sguardo ancora diverso, hanno modo di vedere ciò che io non posso: come si sviluppa il rapporto tra un candidato e lo strumento, cosa prova il pianista l’istante prima di salire sul palco, mentre io attendo placido in platea, come si crea quel suono che mi incanterà di lì a pochi secondi. Ara Vartoukian è il tecnico Steinway del Concorso Tchaikovsky. È persona sorprendentemente pacata e tranquilla, parla con tono di voce moderato e quasi sommesso, ma quando parla di pianoforti c’è qualcosa che si accende in lui. C’è una venerazione del suono, dello strumento, c’è una tendenza ossessivo-compulsiva al perfezionismo, un vivere completamente assorbiti dalla bellezza del proprio lavoro, cercando costantemente di crescere e migliorarsi non per competizione ma per amore. Non mi stupisce che la Steinway, tra tutti i suoi tecnici al mondo, abbia fatto venire per il Concorso questo mite signore direttamente dall’Australia: i ritmi del Tchaikovsky sono folli e solo chi riesce a dare quel “di più” anche in queste condizioni riesce ad emergere in quel cordiale contendersi candidati che avviene prima di ogni prova.

 

 

Partiamo dagli essenziali: chi sei?

Sono Ara Vartoukian, vengo da Sidney e sono qui per prendermi cura dello Steinway al Concorso Tchaikovsky.

 

Esattamente cosa fai al Concorso?

Il mio lavoro è accordare e preparare il pianoforte, così che sia sempre perfettamente a posto per i candidati quando devono esibirsi. Sono arrivato una settimana prima dell’inizio del Concorso, così da sistemare lo strumento. Anzi gli strumenti. C’erano due Steinway qui e li ho preparati entrambi, prima di scegliere quale dei due sarebbe stato sul palco.

 

Perché due strumenti?

Ah, semplicemente il Conservatorio ha comprato due strumenti [Cioè il Tchaikovsky ha comprato due gran coda Steinway da concorso, mi son venuti i sudori freddi, qui, pensando allo stato dei pianoforti nei Conservatori italiani, ndT], sono arrivati, li abbiamo messi in una stanza, li abbiamo provati e poi abbiamo deciso quale fosse il migliore per il concorso.

 

Quali sono le caratteristiche che cerchi in un pianoforte da concorso? Anche considerato le differenze che ci sono tra il pianismo e il repertorio di ogni concorrente!

Innanzitutto devono avere un colore piuttosto vivido. Poi non bisogna dimenticarsi che gran parte dei concorsi è per i giovani e giovani pianisti spesso non hanno l’esperienza per abituarsi ad un pianoforte in brevissimo tempo. In condizioni normali, il pianista arriva e ha la possibilità di familiarizzare con lo strumento per diverse ore, può discutere con il tecnico, capire cosa serve. Ad un concorso non c’è modo di farlo, devono trovarsi subito in sintonia, subito a proprio agio. Quindi devo preparare loro uno strumento che sappia parlare molto fretta, che suoni subito fresco, sgargiante e meccanicamente impeccabile. Specialmente nel primo round, quando suonano gli studi!

 

Quindi come procedi?

Beh, per iniziare il pianoforte è già un ottimo pianoforte, quindi il mio lavoro è sviluppare le caratteristiche insite nello strumento. Parto dai fondamentali, do una bella accordatura, tolgo la meccanica, lubrifico, pulisco, faccio tutti gli aggiustamenti del caso. Anche se è uscito perfetto dalla fabbrica, rifaccio comunque tutti i procedimenti da capo per essere sicuro. Per questo lavoro impiego in genere i primi due o tre giorni. Poi ho chiesto ad alcuni studenti del Conservatorio qui di venire a suonarlo e nel mentre lo aggiusto e sistemo la meccanica. È a questo punto che inizi a capire qual è il percorso da seguire con lo strumento. Per preparare un pianoforte ci sono tre componenti fondamentali: l’accordatura, la regolazione della meccanica e l’intonazione dei martelletti. Queste tre cose devono andare avanti contemporaneamente, non puoi trascurarne una a favore di un’altra, l’una influenza l’altra, è una combinazione. Quindi lavoro intensamente su queste tre caratteristiche, alla ricerca di un equilibri ed è quando trovi quell’equilibrio che il pianoforte inizia ad evolvere e il suono diventa più ricco e corposo.

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Qualche foto rubata ai backstage

E lo strumento si evolve anche durante il concorso?

Ah, immensamente! Se lo senti il primo giorno e lo riascolti oggi, troverai moltissime differenze. Semplicemente perché il pianoforte ama essere suonato e permette di essere suonato tanto. Anzi, più viene suonato, più il suono reagisce e diventa più libero e la meccanica più fluida. Questa è una delle bellezze dei concorsi (e degli Steinway): lo strumento migliora man mano che il concorso procede!

 

E una volta che il pianoforte è preparato come procedete durante il concorso?

Durante il concorso ci viene assegnato del tempo quotidianamente per curare lo strumento. Il programma però è serratissimo: ogni tecnico ha dalle due alle due ore e mezza, quindi dobbiamo farlo durante la notte! Abbiamo dei turni, a volte capita che ti diano il turno, per dire, dalle undici all’una e mezza, e sei fortunato, a volte quello dall’una e mezza alle tre o dalle tre alle cinque e mezza. È piuttosto stancante, ma va così: d’altronde è l’unico momento in cui i pianoforti sono liberi e sul palco ci sono cinque strumenti diversi, ognuno ha bisogno del suo tempo.

 

Effettivamente il tempo durante il giorno quasi non c’è, considerando il ritmo delle prove.

Esatto. Abbiamo solo pochi minuti per dare una sistemata rapida prima che cominci la prova o quando c’è una pausa. Se abbiamo una pausa di magari venti minuti e dopo la pausa verranno usati due strumenti diversi, quei venti minuti diventano dieci a testa. Se ne servono tre, diventano meno di sette e così via.

Per questo nella settimana precedente al Concorso cerchiamo di rendere lo strumento estremamente stabile, così che non serva fare troppo lavoro durante. E se quel lavoro dovesse servire, lo potremmo fare in fretta: impariamo a conoscere lo strumento nei suoi più piccoli dettagli, in ogni sua più specifica caratteristica, al punto da poter chiamare per nome ogni sua componente.

 

Ciò che il tecnico fa, però, non è solo prenderti cura dello strumento, ma anche del pianista! Come si è svolto questo Tchaikovsky?

Questo concorso è stato piuttosto tranquillo, devo ammetterlo, i concorrenti ci hanno chiesto solo alcuni dettagli di preparazione, chi lo voleva lievemente più leggero, chi lievemente più brillante. E poi seguendo le loro prove abbiamo cercato di regolare al meglio lo strumento per ognuno di loro. Non è stato facile, al primo round avevamo undici concorrenti!

 

E come fate quando due pianisti chiedono due cose diverse, pur esibendosi in momenti ravvicinati?

Le differenze in genere sono piuttosto sottili, ma se alcune cose le posso sistemare molto in fretta, altre hanno bisogno di tempo. Ciò significa che devo prepararmi in anticipo, devo imparare a memoria tutte le esigenze di ogni pianista, così da non perdere nemmeno un istante. Inoltre ad ogni round lo strumento è diverso. Non solo perché si evolve, ma perché io stesso lo preparo diversamente: nella prima prova, il pianoforte doveva potersi adattare ad un repertorio brillante, agile, leggero (pensa agli studi o alla sonata classica), mentre nella seconda ci sono brani molto più ampi, che permettono al suono di allargarsi ed espandersi. E per il concerto con l’orchestra lo cambio ancora per renderlo più brillante e diretto. Magari correndo il rischio di renderlo un po’ più grezzo rispetto al suono puro e meraviglioso delle prove solistiche, ma serve ovviamente un suono più grande e deciso perché passi con l’orchestra e  deve comunque poter cantare!

Uscendo dal Tchaikovsky, quali storie ti vengono in mente pensando ai pianisti pre-concorso?

Sono tante e molte mi vengono legate al Concorso di Sidney, per cui ho lavorato spesso! Lì noi tecnici stiamo nella sala verde insieme ai pianisti e il rapporto con loro è fondamentale: a volte sono così nervosi che devi parlarci, farli sentire a loro agio, aiutarli a rilassarsi. Altri invece sono così tranquilli e assorbiti in loro stessi che ti giri dall’altra parte ed eviti assolutamente di rivolger loro la parola! Mi viene in mente, del primo tipo, questo pianista, un ragazzone russo che prima di andare sul palco si era fatto due coche e tre banane per avere più energia. Col risultato che prima della sua prova stava esplodendo e quando è salito sul palco sembrava davvero stesse andando in guerra, tremando, correndo, pestando, buttando tutto sul pianoforte. E suonava così forte che ho avuto paura per il concorrente dopo, che invece era un esecutore molto più tranquillo e delicato. Così sono andato dal responsabile del broadcast (perché il Concorso viene trasmesso live) e gli ho raccontato una balla “Guarda, credo non sia corretto farlo suonare ora perché ci sono alcune note stonate, posso andare a controllare?”. Ma tra un concorrente e l’altro ci sono solo due minuti e mezzo, quindi il responsabile mi ha dato due minuti e quindici secondi per sistemare lo strumento. Sono corso sul palco, ho sistemato quattordici corde, sono scappato in sala verde, mi ha guardato e ha esclamato “due minuti e quattordici secondi”. Ogni tanto capitano questi piccoli incidenti, ma quando si risolvono bene è una gran soddisfazione!

 

E negli scorsi Tchaikovsky non è avvenuto alcun incidente?

No, è sempre stato un Concorso relativamente tranquillo da questo punto di vista. Ma mi ricordo che un anno eravamo convintissimi che si fosse rotta una corta durante la prova di una ragazza: sentivamo chiaramente il rumore della corda rotta. Quindi dopo la sua prova abbiamo fermato tutto e ci siamo messi alla ricerca, ma cerchiamo, cerchiamo e non troviamo nulla. Al secondo round, torna la stessa pianista: stesso rumore. Questa volta però mi ero preparato, mi ero infilato nel backstage per ascoltare meglio e lì ho capito. Non era una corda rotta, ma lei stessa che cantando produceva un brusio identico al rumore di una corda rotta. Non ti dico il panico prima, pensavamo si fosse rotto qualcosa direttamente nello strumento! Un’altra volta invece era la gamba sinistra del seggiolino ad essere sul punto di rompersi: e ogni volta che il pianista suonava il registro grave, la gamba si piegava di più e di più e di più e noi già lo vedevamo a terra. Fortunatamente il seggiolino resse e tra una prova e l’altra siamo scappati fuori a cambiarlo!

 

Dopo l’intervista invece cosa dovrai fare?

In questo istante ci sono le prove con l’orchestra, quindi sto ascoltando intensamente tutti i concorrenti per capire se c’è qualcosa che devo sistemare, poi faccio un check con il pianista per capirne le esigenze e così via. Al momento non mi è stato detto nulla, ma non importa, ho sentito comunque qualcosa, qui e là, che posso migliorare. Anche questo è allenamento, vado a tantissimi concerti. So che non è così comune per gli accordatori, ma in realtà mi faccio in media oltre cento concerti l’anno, una volta sono arrivato quasi a duecento. Quando mi chiamano a sistemare il pianoforte mi fermo sempre ad ascoltare, ma spesso vado anche quando non devo lavorare, per i concerti che mi interessano.

 

Quindi sei anche un amante del repertorio!

Certo! E oltre ad amare il repertorio, amo sentire i suoni che vengono creati sullo strumento. Perché è ciò che faccio: io aiuto a creare il suono. A realizzarlo poi è il pianista, ma è come se fossi il capo meccanico al Gran Premio di Formula 1. Io faccio in modo che tutto sia pronto, poi sta al pilota fare il duro lavoro!

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La quiete prima della tempesta