Diario dal Tchaikovsky: Primo giorno di Finali

10.45 The Courtyard, Mosca.

Ci siamo! Finalmente posso pubblicare delle Campane che non durino 4 ore da scrivere e 5 da leggere! Forse che questo significa che adesso arriverranno in orario in prima mattinata? Poveri illusi, se non mi prendo all’ultimo e non dimostro la mia incapacità di organizzazione della mia vita come posso rappresentare al meglio la mia generazione Millennials?

Dunque bando alle ciance e mettiamoci ad osservare la giornata di ieri ora, prima di fuggire dall’hotel per cercare infine di portare i miei omaggi a Skrjabin, dopo oltre una settimana che ci provo inutile (qui per visitare un Museo li devi pregare in dialetto osseta). Per poter far stare i sette candidati nelle tre giornate di Finali con orchestra, ieri sera si sono esibiti tre pianista, ciascuno con due concerti. Una prova, questa dei due concerti, che per me è e resterà ai limiti del surreale: eseguire, che so, il Secondo di Tchaikovsky e il Terzo di Rachamninov di fila, senza pause, come fece Geniusas quattro anni fa assume più il valore di una titanica sfida contro il destino che non un’occasione per valutare il musicista. Ma d’altronde questo è un concorso russo: forse la titanica sfida contro il destino è inevitabile. Oh beh.

Il primo ad esibirsi è stato Konstantin Yemelyanov sullo Yamaha, con Terzo di Prokofiev e Primo di Tchaikovsky. Il buon Yemilio, bisogna dirlo, non ha dato la sua prova migliore. Appesantito dalla stanchezza e da incidente avvenuto alle prove di quel pomeriggio (a quanto pare il pianista si è rotto un’unghia o tagliato sul mignolo destro, ouch), il pianista russo ha iniziato Prokofiev con un po’ di timidezza (sarebbe forse stato meglio iniziare con Tchaikovsky), mostrando una certa fatica che si tramutava in pesantezza. Timido anche nelle dinamiche, che sono rimaste piuttosto appiattite per tutta la prova, ma non male nel suono, sia per ricerca di timbri che per qualità. D’altronde avevamo già avuto modo di sentire il suo suono scuro e ruvido nelle prove precedenti, peccato che non sia riuscito ad adattarlo alle esigenze di Prokofiev e più di una volta il pianista non sia riuscito a ben stagliarsi sulla pesante orchestra. In generale il Concerto è apparso piuttosto sottotono, senza particolare energia o fantasia: meglio Tchaikovsky. Anche qui non si son fatti miracoli, ma l’esecuzione è stata meglio curata e più disinvolta, anche grazie ad un migliore utilizzo di quel suono scuro di cui sopra. Veramente molto bello il secondo movimento, con splendido carattere intimo ed elegiaco. Certo, ogni tanto i fraseggi (soprattutto in primo e terzo tempo) erano veramente sovraccarichi, tesi e contorti come quando ti scappa tantissimo ma sei bloccato in coda alle poste per altre due ore. Ecco, anche meno sarebbe bastato. In generale, nonostante l’apparenza negativa di questo paragrafo, il mio parere è ballerino. Non si può dire che Yemilio abbia suonato male, ma la sua esecuzione non era nemmeno entusiasmante e sembrava più concentrato sul portare a buon compimento la prova, che non sul fare musica. D’altronde, arrivati alla fine del lungo e stressante concorso, eseguire di fila di concerti in questo modo mette veramente a dura prova la resistenza del pianista.

Dura prova che il concorrente successivo ha fieramente superato: lo sapete, non mi ritengo un grande fan del pianismo di Dmitri Shishkin, ma ieri Shish ha dato veramente il meglio di sé. Partito con il Primo di Tchaik, il pianista ha saputo trovare sul suo Steinway un suono molto più netto e definito che l’ha aiutato moltissimo a rendersi sempre ben distinguibile dall’orchestra, mai sopraffatto dalla compagine. Il tempo più spedito ha aiutato il tono per la prima volta veramente appassionato ed energico. Da lui mi sarei aspettato un Tchaikovsky molto più brillantezza (che c’era) ed eleganza, ma invece ne ha dato un’interpretazione piuttosto energica e appassionata, anche se non è riuscito a bilanciare questo nuovo carattere con un legato ben appoggiato e un tocco che sapesse concedersi delle morbidezze fondamentali nel repertorio. Molto bene però il rapporto con l’orchestra, della serata Shish è stato l’unico a riuscire a costruire un buon dialogo con loro.

renzi-infinita
Madò le mie skill su Paint sono incredibili

Dopo un ottimo primo tempo, la batteria espressiva del pianista si è apparentemente esaurita e secondo e terzo movimento sono stati splendidamente realizzati, ma senza quello spirito musicale che, all’insegna di un’espressività piuttosto nervosa, animava le frasi del primo. Meglio il Terzo di Prokofiev: qui Shish ha potuto concentrarsi su quell’elemento meccanico che già avevamoi assaporato negli Studi op. 2. Certo, la palette timbrica è sempre abbastanza immobile e mancava quella caratterizzazione che passa dall’appassionato vibrante allo scuro grottesco, ma il suo Prokofiev è stata un’esecuzione veramente impeccabile, con una nitida precisione e un rigido controllo che avevano un che di entusiasmante. Non c’è che dire, il Concorso Tchaikovsky è stata una salita costante, da una prima prova piuttosto amorfa ad una seconda con elementi di interessi fino a questa trionfale Finale. Ormai se la gioca per il podio e vi giuro, se Shish arriva Primo metto come Immagine in evidenza dell’ultima Campana il meme di Renzi. Ecco, l’ho promesso.

 

A chiudere la serata di ieri (diamine che stanchezza) Tianxu An, il nostro amato Quinto Dan, che si conferma il candidato più gentile di tutto il Concorso (nonché l’unico che abbia dato i fiori al direttore d’orchestra). Non che ci aspettassimo la presenza di An in Finalissima: non riesco a cancellare la sensazione che il nostro karateka preferito si trovasse là soprattutto per il pianoforte che suonava, lo Yangtze River, e che il concorrente extra ammesso sia proprio lui. Ma non è questo il momento di fare complottismo, vediamo come ha effettivamente suonato il nostro An.

Quinto Dan
Cosa sarebbe la Campana senza le immagini by D’Orio?

In realtà l’inizio della sua prova è stato il teatro di un piccolo incidente: in teoria il pianista doveva iniziare con il terzo Primo Concerto di Tchaikovsky della serata. Ma per qualche ragione anche l’annunciatore si è sbagliato, l’orchestra aveva le parti di Rachmaninov (le Variazioni su un tema di Paganini) e sembrava ci fosse stato un cambio all’ultimo minuto. Peccato che quando l’orchestra ha attaccato le Rac-Paganini, il pianista sia andato nel panico più totale, aspettandosi probabilmente di iniziare con Tchaikovsy. Ecco, quel panico e quell’insicurezza hanno un po’ percorso tutte le Variazioni, non riuscendo il nostro Quinto Dan a riprendersi e a costruire una buona esecuzione, anche quando ormai lo shock dell’inversione doveva essere bello che passato. Bello però il finale. Meglio il pianista sul Concerto di Tchaikovsky, assolutamente non all’altezza di quello di Shishkin o anche di Yemelyanov (entrambi molto più solidi tecnicamente), ma dotato di alcuni buoni spunti. Il pianista cinese è bravo soprattutto a creare situazioni timbriche interessanti, a trovarse diversi suoni non sempre aiutato in realtà dal suo pianoforte, che ieri ha dato una prova non all’altezza del Concorso che lo ospita. Una cosa positiva di Quinto Dan, comunque, è che lui ci crede. Veramente. Si vedeva che ci metteva l’anima dentro e infatti alcuni punti (ad esempio le ottave dal terzo movimento) hanno saputo tirare fuori delle frasi musicali veramente espansive ed espressive. Peccato per l’assenza di dolcezza ed effusione, sia su Rac che su Tchaik, e una certa rigidezza difficile da scalzare, oltre ad un’evidente stanchezza. Sarà per la prossima volta, Quinto Dan, hai altri quattro anni per allenarti sotto una cascata.

Ultima menzione va all’orchestra: la State Academic Symphony Orchestra of Russia “Evgeny Svetlanov”, guidata dal suo direttore ospite principale Vasily Petrenko, non ha dato una prova all’altezza del Concorso. Io non so che succeda con le orchestre ai concorsi pianistici: il Tchaikovsky 2019 ha totalizzato ben oltre i dieci milioni di visualizzazioni su Medici TV, da quando è iniziato. Stiamo parlando di uno dei massimi appuntamenti musicali al mondo, che avviene una volta ogni quattro anni. Eppure un’orchestra russa che può vantare Jurowski come direttore musicale fa fatica ad eseguire con disinvoltura il Primo di Tchaikvosky e costringe il suo direttore a dover correggere il solfeggio di alcune battute del Terzo di Rachmaninov (ops, spoiler). E Petrenko è un direttore di ottimo livello, ma anche lui è apparso seguire poco i musicisti e faticare a trovare un gesto diverso, che sapesse adattarsi meglio alla varietà di caratteri e di idee che i candidati mettevano sul piatto. Per carità, il suonone sui tutti è ottimo, ma anche grazie tante, a suonar bene nel fortissimo son veramente bravi tutti. Quando però la sezione dei violoncelli si trovava ad eseguire l’espressivo tema dal Terzo di Prokofiev, beh, era da mettersi le mani nei capelli. Una menzione d’onore invece al timpanista, che ha veramente fatto miracoli, e agli ottimi violini (ambo le sezioni), solidissimi e compatti. Bene, è ora di chiuderla prima che diventi una delle mie solite recensioni. Ieri ci siamo un po’ scaldati, oggi iniziamo davvero con i musicisti che mi hanno entusiasmato in quel glorioso secondo giorno di Quarti di Semifinale: Kantorow e Melnikov oggi, Mao e Broberg (lui dal terzo giorno in realtà) domani. E la sfida è ancora tutta da vincere.

Diario dal Tchaikovsky: I Finalisti

13.30 Courtyard Hotel, Mosca.

Questa sarà probabilmente la più tarda delle Campane di questi giorni moscoviti. Ma abbiate pietà, la giornata di ieri è finita direttamente nella giornata di oggi, tra momenti surreali e l’alba a Mosca alle 3 di mattina. Mentre ci si trovava a bere prosecco sotto al Conservatorio con Gadjiev, Geniushene e suo consorte. Che parlavano in russo, mentre io cercavo di impararlo per osmosi. Però ho imparato “zvuk”, suono, parola grazie alla quale, a quanto afferma Lukas, ora posso ufficialmente insegnare in Russia.

Intanto ho potuto gironzolare durante Mosca di notte solo per notare che una buona fetta di popolazione di notte ci vive perfettamente come di giorno, mangiando insalate lungo le vie del centro alle 4 di mattina come se fosse mezzogiorno. Ah, la Russia.

Bei ricordi
Dimostrazione che questa cosa è davvero avvenuta e io non stavo delirando in preda al sonno

Ma andiamo dunque al sodo! La giornata di ieri è stata l’ultima, intensa giornata di semifinali, da cui sono emersi i 7 (!) nomi che parteciperanno alle prove finali. Ma andiamo con ordine.

Il primo ad esibirsi è stato il francese Kantorow, che ha iniziato con una Rapsodia op. 79 n. 1 di Brahms dal suono ampio, anche troppo, fino al punto di mancare di compattezza. È complesso spiegare il suono del buon Kantor, ma ci proverò con una similitudine: se il pianoforte è il telefono di una doccia, il suono è l’acqua che ne esce. L’intensità con cui esce è la dinamica, la temperatura è il colore. Ora, le moderne docce consentono di cambiare non la forza, né la temperatura, bensì la modalità, ad esempio nebulizzando, distribuendo la pressione dell’acqua sull’intero telefono oppure concentrandola in un unico, diretto flutto. Ecco, il suono di Kantorow è spalmato sull’intero telefono, ampio ma non concentrato, grande ma non diretto. Questa caratteristica del suo suono, il pianista francese se la porta dietro dalla prima prova e a quanto pare è un suo fiero tratto distintivo. La Rapsodia di Brahms era in realtà suonata bene, soprattutto dalla sezione centrale in poi, e i vari episodi erano veramente ben cuciti e ricchi di dettagli, se escludiamo qualche eccesso nervoso, ma ogni tanto una maggiore compattezza avrebbe giovato al carattere brahmsiano. Discorso simile per la Seconda Sonata di Brahms (Kantor si distingue sempre per il programma interessante), su cui ha saputo realizzare elementi di mistero e al contempo appassionata foga da vero leone della tastiera, quale il giovane Brahms era. Visto il carattere stesso della capricciosa Sonata, le contrazioni lisztiane erano anche più al loro posto e il pianista francese ha saputo portare avanti l’intero brano con perfetta ed efficace drammaturgia da concerto. A seguire i tre movimenti da L’Uccello di Fuoco di Stravinskij nella trascrizione di Agosti, in cui finalmente abbiamo potuto apprezzare dal Kawai un suono più sottile, teso e tagliente, ma ricco di colori e soprattutto dal fraseggio coerente: una delle principali difficoltà della trascrizione, infatti, è rendere pianisticamente lo spezzettato fraseggio stravinskiano, così naturale negli scambi tra sezioni orchestrali, così scomodo nei salti d’ottava e di registro del pianoforte. Meravigliosa la Berceuse, statica ma non immobile, con timbri che ne mostravano la discendenza mussorgskiana, e assolutamente mozzafiato l’inizio del Finale: così dolce era quel tema nel registro centrale che sembrava davvero un corno. Brividi. Bene ma non benissimo il Notturno n. 6 op. 63 di Fauré, dal suono più intimo, ma anche qui a volte eccessivo nelle dinamiche. In ogni caso un’ottima prova, con cui il beffardo Kantor si conferma uno dei concorrenti più interessanti del Concorso.

A seguirlo era la volta di Arsenio (Tarasevich-Nikolayev), che sullo Steinway ci ha offerto una prova dal pianismo assai diverso. Il buon Arsenio è uno dei concorrenti più nobili ed aristocratici del Tchaikovsky (ben più, a mio avviso, di Shish) e la sua esecuzione dei Sei Moments musicaux di Rachmaninov non mi ha lasciato senza fiato, non mi ha trascinato in un oceano di calda espressività e tensione drammatica, ma mi ha dato un senso di ordine e di maestosità che ho sinceramente apprezzato. Un Rachmaninov sobrio fin dal delicato inizio del Primo, proseguito bene con le folate del Secondo (un po’ troppo pedalizzato e confuso nell’ampia acustica della sala), ma meno bene nel Terzo. Bella la scelta di portare a questa lentezza il Terzo Moment, ma più di una volta vi è stata una sensazione di immobilità che dava l’idea che il pianista stesse letteralmente contando i movimenti, più che inserirli sempre ben misurati ma in un discorso fluido. Meglio il Quarto, in cui Arsenio è riuscito anche ad abbandonare per qualche istante la sua compassata statura per concedersi qualche momento di slancio qui davvero fondamentale. Migliori Moments gli ultimi due (in genere quelli meno calcolati!): il Quinto veramente splendido per colori tenui e serena cantabilità, con una mano sinistra perfettamente condotta, e il Sesto ottimo per ampiezza di suono e fraseggio. Peccato per questa tendenza ad ingessare un po’ lo scorrere musicale. Bene l’Etude-Tableau op. 33 n. 3, in cui il pianista si è trovato particolarmente a suo agio nel tono contemplativo e crepuscolare. La Sesta di Prokofiev che ha concluso la prova era la dimostrazione di quanto lo stesso pianoforte e lo stesso brano possano dare due risultati completamente opposti sotto le mani di due pianisti diversi. Arsenio non è un maestro del suono sfibrato o glaciale come Gadjiev, ma per ampiezza e maestosità non ha rivali. Magnificamente tenuta insieme nella struttura, mi sono però mancate non poco le tensioni e le spigolosità che dovrebbero fare da contrasto ai momenti più caldi ed espressivi, purtroppo soffocate nell’abbondante pedale. Molto bello il secondo movimento, che ha mostrato tutto il suo carattere ballettistico. E l’elemento di danza è stato anche tenuto assai bene dal pianista nel terzo movimento, che ho preferito nella sua interpretazione rispetto a quella di Gadjiev. Nonostante la lentezza, Arsenio è riuscito sempre a far percepire il movimento di valzer, conducendo con efficacia ad entrambi i climax. Di grande effetto anche il quarto movimento, dove però mi è mancata la chiarezza e la caratterizzazione timbrica dell’italiano. In generale una Sesta un po’ romantica, ma ampia, architettonicamente ben pensata e dall’affascinante uso delle risonanze. Non male Arsenio, non mi hai fatto venire i brividi, ma mi hai convinto.

Chi mi ha fatto venire i brividi invece è stato il concorrente dopo. Ci siamo, è di nuovo il turno di Mao il fanciullino. E vi assicuro, la sala era stracolma di gente, non ho sentito così tanta aspettativa per nessun candidato finora. Si potrebbe pensare che di fronte a questa aspettativa anche la pressione sia a mille, ma già dalla spigliata camminata dalla porta allo Steinway, il ragazzo ha completamente annullato qualsiasi forma di tensione. Sedutosi, ha attaccato una Seconda di Skrjabin dal suono soffuso e dolce, liquido fino all’inverosimile ma sempre chiarissimo nel fraseggio e con gusto nei rubati. Avevo diversi dubbi su questa prova, il primo ero “Riuscirà a cambiare suono e a dare un po’ di quei colori scuri al secondo tempo?”. La risposta è sì, c’è riuscito. Il secondo tempo della Sonata è stato un prodigio per effetto turbinoso ma elegante, che poteva trovare qualche slancio più marcato, ma ha saputo differenziare il suono e trovare scure sonorità misteriose. Surreali gli arpeggi della sinistra: solo a pensarci mi viene da riascoltarmi la sua prova. Dopo Skrjabin è stata la volta della Terza di Chopin, su cui avevo il mio secondo dubbio: “Ma ce l’avrà l’imponenza romantica?” La risposta qui è “Sni”. Non nascondo che a volte una sinistra un po’ più presente e una maggiore ampiezza di suono nei punti più concitati e maestosi sarebbe servita a far da miglior contraltare al resto, ma eccetto questo fatico a trovare cose da criticare. La Sonata è stata affrontata con suono bellissimo e calibratissimo, con una disinvoltura tecnica più che trascendentale, con dei fraseggi così perfettamente coerenti e ben condotti da portarmi alle lacrime. Più maestoso ed appoggiato l’inizio del terzo tempo (ma allora ce li ha i bassi), anche se non riuscitissimo il primo cantabile, di cui si sentiva quanto in mutande lasci Chopin in quel tema, e ancora da far maturare il secondo elemento. Ma sul ritorno di A, rassicurato dalla tessitura più stratificata, Mao si è finalmente concesso quella meraviglia così attesa. Molto bene anche il finale, in cui si è trovato un sublime equilibrio da pesantezza e impulso ritmico, in cui qualche momento più teso non sarebbe stato fuori luogo, ma che ha condotto trionfalmente la Sonata alla conclusione. Pubblico in delirio. E dobbiamo ancora finire: manca la Settima di Prokofiev e il mio terzo dubbio. “Riuscirà il fanciullino a confrontarsi con il pesante repertorio russo?”. La risposta è “Sì, dannazione”. In Prokofiev Fujitara ha trovato un suono secco e netto, che gli hanno regalato una Settima veramente incredibile. Il ventenne giapponese non aveva forse la sapienza polifonica di Gugnin, ma ogni voce era fraseggiata con una chiarezza ed una felicità espressiva sempre adatte ad ogni richiesta della parte. E il fraseggio è la cosa veramente prodigiosa di questo pianista. Se leggeste i miei appunti dedicato alla sua prova vi trovereste frasi tipo “fraseggi bellissimi”, “fraseggi da panico”, “Madò che fraseggi, muoio”. Perché è così, tutto ottiene senso sotto le mani di Mao, tutto è così chiaro ed espressivo che ascoltando la sua Settima di accorgevi di relazioni tematiche mai notate, di dettagli mai considerati, di quanto geniale fosse la costruzione di Prokofiev. Non di Mao, di Prokofiev: ad emergere nella sua esecuzione non è il genio del pianista, ma il genio del compositore. E in questo sta il genio del pianista. E così bello e condotto era quel terzo tempo che ho avuto le lacrime agli occhi: chi piange durante il Precipitato? Mezza sala, apparentemente, se consideriamo la SECONDA standing ovation: è il fanciullino la vera star di questo Tchaikovsky, c’è poco da fare.

Dopo una prova simile, sfortunato il pianista che si doveva esibire. E invece Kenneth Broberg è riuscito ad arrivare e imporsi all’attenzione fin dalla Toccata e Fuga in do minore BWV 911 di Bach: vi prego qualcuno proibisca a questo pianista di fare qualsiasi cosa nella vita che non sia suonare Bach, tutto il giorno tutti i giorni. Fin dall’inizio energico, lo Steinway della Sala Grande non sembrava nemmeno lo stesso strumento di Mao, tanto sagomato e schiettamente, onestamente barocco era il suo modo di utilizzare il pianoforte. Esaltante. Meravigliosa anche la Sonata di Barber, che ha trovato un carattere completamente diversa rispetto a quella di Yemelyanov, con ritmate morbidezze che contrastavano perfettamente con i punti più siderali e un finale esplosivo. Splendido anche il secondo movimento, in cui è emerso meno il valzerino russo di Yemelyanov e molto di più il carattere americano, con splendida polifonia. Maestoso il suono e centrato il fraseggio sul terzo movimento, dai bei colori scuri e drammatici (quindi non è solo smagliante sorriso, costui) e perfettamente realizzato il carattere del soggetto della fuga, purtroppo colpita da un paio di dubbi che non hanno però destabilizzato il pianista americano. Un po’ pesante invece la Sonata op. 25 n. 2 di Metner, che ha messo a dura prova la tenuta della sala (forse anche provata dalle quattro ore di musica), ma in realtà suonata con gran virtuosismo, suono fantastico anche se un po’ troppo chiaro e brillante (ciononostante ho apprezzato un Metner con una sua identità sonora non à la Rachmaninov) e ottima consapevolezza formale. Meno buona a mio avviso la chiarezza, che non sempre riusciva a superare l’ingrata scrittura pianista per far emergere con limpidezza la complessa tessitura polifonica. Espressivi e travolgenti i climax.

Un’ora di pausa e poi si è di nuovo dentro: è il turno di Sara Daneshpour. La pianista americana si è esibita sullo Yamaha con uno dei programmi più belli di tutto il Tchaikovsky: Incises di Boulez, due brani da L’arte della fuga di Bach, la Barcarolle di Chopin e l’Ottava Sonata di Prokofiev. L’esecuzione purtroppo non è stata bene dietro al programma. Partita benissimo con Boulez, suonavo con ottimo suono e grande senso drammatico, la pianista ha iniziato a zoppicare su Bach, che mancava della chiarezza polifonica di Broberg ma sembra anche fin troppo cauto, non riuscendo a raggiungere quell’astrattismo mistico che così bene si confà al contrappunto dell’estremo capolavoro bachiano. Meglio la Barcarolle, soprattutto nel tema affrontato con leggerezza e discrezione, con bei fraseggi e un’interpretazione alquanto vaporosa ma coerente. Peccato per la graduale perdita di convinzione, che le ha smorzato la crescita verso il climax, poi non tenuto fino in fondo. Abbastanza buono Prokofiev, attaccato con il medesimo suono di Chopin, ma dal buon uso delle risonanze. Tecnicamente la pianista funziona bene, soprattutto nelle agilità, e riesce anche a dimostrare di saper trovare timbri e suoni diversi sulla tastiera, ma ogni tanto il suo discorso mi sembra non perfettamente pensato e più di una volta mi son trovato a domandarmi se la pianista si chieda i suoi “Perché” di fronte alla parte. Forse è questo che mi manca, quando cerco in questo capolavoro quella forza evocativa di situazioni, timbri e sensazioni. Ma poi mi ricordo anche quanto la tensione inibisca proprio la libertà espressiva e quanta tensione questi musicisti debbano sopportare per esibirsi su quel palco.

Certo, c’è anche chi in mezzo alla folle tensione riesce a non perdere la rotta espressiva. È stato il caso di Anna Geniushene, che ha suonato sullo Steinway l’Humoreske di Schumann, la Berceuse heroique di Debussy e l’Ottava di Prokofiev. Così ci siam sentiti tutte le Sonate di Guerra due volte e via. La sua prova è stata davvero notevole: fin dalla prima nota di Schumann, la pianista russa è riuscita a trovare quel carattere schumanniano che mi era mancato nella prova di Philippo il giorno prima, tra delicata cantabilità ed esuberanti scatti (che potevano però essere ancora più disinvolti, liberi e fantasiosi). Alla Geniushene dobbiamo alcuni dei momenti di più alta poesia del Concorso, tra la Romanza del primo turno e questa Humoreske, e per alcuni incredibili istanti tutta la Sala Grande del Conservatorio ha trattenuto il fiato. Meglio il pedale, un po’ pesante in prima prova, anche se di più si poteva fare in chiarezza in alcuni punti turbinosi. Ma devo ammettere che il livello di dettaglio e sgranatura del suo suono nelle folate era veramente impressionante. Questo soprattutto nelle dinamiche dal mezzoforte in giù: ad Anna è mancata l’energia travolgente e il coraggio di lanciarsi soprattutto con la mano destra, che più di una volta è apparsa soffocata nel tentativo di controllare al meglio la tastiera.  Ma non per questo le sono mancati gli slanci passionali o i fraseggi chiari e ben condotti: la sua prova è stata in generale una delle migliori per fluidità del discorso musicale, portato con perfettetta drammaturgia da un elemento all’altro. Tutto cadeva esattamente dove doveva cadere. Bene la Berceuse di Debussy, che poteva trovare dei colori più fantasiosi sullo strumento (è l’unico brano di Debussy ascoltato nell’intero concorso!), ma ammetto che il carattere funereo di questo atipico brano era perfettamente centrato. Molto buona la gestione dei piani sonori. L’attacco dell’Ottava di Prokofiev ha invece sancito un meraviglioso stacco: non c’era nemmeno paragone con il suono di Schumann o di Debussy, la Geniushene ha saputo trovare un suono veramente adatto ai raffinati contrasti di questa Sonata. Le cose meravigliose sono state veramente molto, ma credo ricorderò a lungo il magistrale attacco del secondo tema nel primo movimento, veramente dal nulla e con proprietà timbrica impressionante: non mi stupisco sia partito l’applauso dopo il finale del primo movimento. Bella la serena grazia del secondo movimento, la cui scorrevolezza agogica ha rafforzato il carattere di elegante e trasognata danza. Splendido anche il terzo movimento, con grande ricchezza di caratteri (da brividi il ritorno del primo tempo!) e coerenza di fraseggio. Peccato solo per qualche errore e la stanchezza nel sovrabbondante finale, che però non ha rovinato l’effetto travolgente della conclusione. Da segnalare infine che, come ho avuto modo di apprendere, lo stesso Daniil Trifonov (nelle sue evidenti giornate di 48 ore +1) sta seguendo il Concorso ed è rimasto entusiasta di fronte all’Ottava della Geniushene.

A concludere le Semifinali del Concorso Tchaikovsky 2019 il coreano Dohyun Kim, partito con una splendida Barcarolle di Chopin  che ha ben sfruttato le delicate risonanze e la chiarezza dello Yamaha. Splendide le volate, eseguite con eleganza e ben fraseggiate e bello il carattere concitato. Avevo dunque buone speranze anche per i 12 Studi op. 25 che seguivano, ma fin dal primo il pianista ha iniziato a mostrare alcuni dubbi. La scelta di portare l’op. 25 è rischiosissima, una di quelle cose che si fanno solo se sei pronto a spaccare il mondo, al primo dubbio Chopin non perdona. E così dopo un inizio ancora buono, tra l’eleganza del Primo e il cambio di tocco del Secondo, il pianista ha iniziato piano piano a correre sempre di più, sacrificando la chiarezza degli elementi tecnici per immergere tutto nel pedale o coprire con gli incisi tematici, gradualmente mangiandosi sempre più dettagli. Peccato perché elementi squisitamente musicali si potevano sentire. Meglio il Nono Studio e non troppo buttato il Decimo, ma meno riusciti gli ultimi due, tra cui il Dodicesimo affrontato con evidente nervosismo e durezza. Rincuorato dai caldi applausi del pubblico russo, però, Kim ha affrontato con rinnovata energia Petrouchka di Stravinskij, purtroppo non per molto. Ben presto nella Danza Russa e poi nel La semain grasse il pianista ha iniziato a sporcare molto, tendendosi gradualmente sempre più fino al finale, apparentemente nel panico. Come si diceva, la tensione dei concorsi è una brutta belva.

Così siamo dunque giunti al termine all’ultima, lunga Campana dedicata alle Semifinali. Ed evidentemente meno delirante e frizzante rispetto alle altre, ma beh, ho sonno, sono le quattro e sono ancora in pigiama in stanza d’albergo, la mia vita mi sta sfuggendo di mano e ancora non sono andato a portare i miei rispetti al Museo Skrjabin. È tempo dunque di commentare i risultati e affrontare finalmente il giorno col sole in fronte.

A passare sono stati Tianxu An (Quinto Dan, ma che davero?), Kenneth Broberg, Konstantin Yemelyanov, Alexandre Kantorow, Alexey Melnikov, Mao Fujita e Dmitry Shishkin. Risultati direi piuttosto soddisfacenti, eccetto un paio di esclusi (per mio gusto personae ovviamente). Per Broberg, Kantorow, Melnikov e Fujita sono pienamente d’accordo. Ottima è stata anche la prova di Yemelyanov, che si conferma un candidato assai solido e interessante. Non concordo molto su An, per quanto abbia suonato decisamente meglio in questo secondo giro e su Shishkin sapete che non sono un grande fan: se eleganza ed aristocrazia bisognava premiare, molto meglio Tarasevich-Nikolayev! Gli esclusi che poi mi dispiacciono assai sono stati Anna Geniushene, la cui prova di ieri sera mi aveva completamente convinto, e Alexander Gadjiev, che però era più prevedibile vista la natura piuttosto divisiva del suo pianismo. Ma così vanno i concorsi e a noi non resta ora che felicitarci della presenza di personalità decisamente interessanti e vedere se il fanciullino riuscirà anche in Finalissima a strappare la terza standing ovation.

Diario dal Tchaikovsky: E adesso si fa sul serio

10.22, Courtyard Hotel, Mosca

Non me ne vogliano i gentili lettori per il ritardo con cui inizio questa Campana (soprattutto lei, gentile lettrice), ma ammetto che la giornata di ieri ha messo a dura prova la mia per fortuna inestinguibile passione per l’ascolto. Avendo ammesso due concorrenti in più e avendo deciso di iniziare alle 13 e non alle 12, dopo oltre quattro ore di musica (entrati alle 13, usciti alle 17. 45) abbiamo avuto solo un’ora di stacco prima di ricominciare con altre tre ore e passa di musica: giusto il tempo di mangiare, andare in cerca di un terribile gelato russo per la mia appassionante rubrica su Instagram e tornare. Ecco, quell’ora persa mi sa che l’ho dormita stamattina.

Ma con la giornata di ieri andiamo anche nel vivo del Concorso! Superata la fastidiosa prima prova (sul cui programma mi trovo un po’ perplesso), si inizia finalmente con il grande repertorio. Grande anche perché il Tchaikovsky è famoso per le sue richieste di repertorio ampio e maestoso. Incontreremo ben poca musica francese in questa seconda fase, ma non per questo abbiamo perso l’interesse timbrico e la raffinatezza, anzi!

A cominciare è stato il russo Yemelyanov (per gli amici Emiliano) sullo Yamaha, partito male, ma finito molto bene. Partito male perché né la Canzone elegiaca di Tchaikovsky né lo Scherzo dalla Patetica trascritto da Feinberg hanno saputo liberarsi da una certa piattezza. La Canzone era estremamente immobile, con quei ribattuti che non portavano da nessuna parte, ma senza quella poetica contemplazione: mi sono mancate le sognanti atmosfere della Romanza di Anna Geniushene. Proprio bruttino invece lo Scherzo. La mefistofelica trascrizione richiede un controllo maniacale dello strumento, di modo che tutti i concitati elementi del brillante movimento riescano a trovare una loro dimensione timbrica che non faccia rimpiangere (troppo) l’orchestra, ma restituisca quel brivido d’eccitazione che si riversa con dinamismo nell’elemento di marcia. Molto meglio le Variazioni su un tema di Corelli, in cui Emiliano ha sfoggiato un suono saldo, scuro, ruvido ma non pestato, mai brutto, severo ma cantabile. Le Variazioni sono state un concentrato di suoni, timbri, situazioni, contrasti. Certo, al contosto di una discreta episodicità, ma di grande effetto ed efficacia drammaturgica (fantastica la travolgente cavalcata della Diciottesima Variazione!). Meravigliosa infine la Sonata di Barber, in cui il suono naturalmente squadrato e definito del pianista russo ha trovato perfetta collocazione. La splendida Sonata è stata eseguita con lucidità ed intelligenza, sapendo spaziare dalla chiarezza del primo movimento all’agile valzerino del secondo, dal fraseggio scolpito del terzo all’ottima tenuta ritmica della fuga finale: veramente un’eseguzione spettacolare. L’unica cosa che si può criticare è una certa generale rigidità che raramente ha concesso spazio alle morbidezze così tipiche di Barber, che emergono negli angoli anche di questa Sonata a contrastare magnificamente con le sezioni più astrali, e un tono più da Sesta di Prokofiev che da sonata americana. Insomma più Nasa e meno Sputnik.

A seguire il mio non amatissimo Shishkin, il quale ha però staccato sullo Steinway una delle migliori prove che gli abbia sentito. Non tanto per le Tre Mazurche op. 59 iniziali, un po’ smorte, non sempre chiare nel fraseggio e con spirito molto più arenskijano che chopiniano, ma per il Secondo Scherzo, suonado con splendida eleganza e disinvolta agilità. Mi ha dunque emozionato? Nope, l’ho apprezzato. Ho passato molto tempo ad ascoltarlo chiedendomi perché pur essendo tutto così ben fatto io non riuscissi ad empatizzarvi e infine ho compreso perché in quello Scherzo abbia percepito questa distanza: non c’è fluire nella musica di Shish. Il palestrato pianista lampioniforme ha la tendenza a ragionare per compartimenti stagni, interrompendo la consequenzialità tra un episodio e l’altro a favore di una lucida disanima di ciò che succede dentro. Senza però portarlo all’eccesso di un glaciale approccio scientifico (che avrebbe comunque un suo perché). Così bloccato tra decadente eleganza e meccanicità del discorso, il pianista non riesce ad appellarsi né alle mie viscere passionali, né all’esaltazione cerebrale. Riesco tutt’al più ad apprezzarlo. Questo discorso vale totalmente anche per la Seconda Sonata di Rachmaninov, su cui però l’opera di arenskizzazione si è fatta ancora più pesante. Non mi dispiace l’idea di un Rac più elegante e decadente, ma sacrificare l’impulso drammatico per piegare tutto sotto il proprio immobile suono mi pare un po’ eccessivo. Diverso il discorso per gli Studi op. 4 di Prokofiev. Qui l’elemento meccanicistico di Shish è riuscito a realizzarsi in tutta la sua disinvoltura, sebbene bisogna notare che ancora una volta il pianista abbia faticato a staccarsi dal suo suono per ricercare sonorità a tratti più taglianti, a tratti timbricamente più raffinate (questo soprattutto su alcuni elementi del Terzo e del Quarto Studio). Ciononostante devo ammettere che l’eleganza del pianista ha donato una patina decadente assolutamente fantastica sul Secondo. Ciò che invece mi ha finalmente, pienamente emozionato è stata la Canzona Serenata di Metner: cominciata veramente nelle più delicate atmosfere la Canzona ha trovato una cantabilità intima ma sobria, condotta magnificamente fino allo splendido ritorno dell’elemento di Reminescenza. E lì, scattano i brividi.

A seguire è stata la volta di Tianxu An, il mio karateka preferito. L’attacco sui medesimi Studi op. 4 di Prokofiev mi ha chiarito con fermezza quanta diversità di timbri si possano trovare e quanto il lato provocatorio del giovane Prok emerga meglio su un suono più squadrato e tagliente, che potremmo definire un suono polemico (sarà per quello che mi piace tanto?). D’altronde, il nostro Quinto Dan sul suo Yangtze River mancava di quella morbida eleganza che aveva reso così splendido il Secondo Studio di Shish, la cui disinvoltura digitale era una spanna sopra. A seguire le non fantastiche Variazioni su un Preludio di Chopin di Rachmaninov, su cui ho apprezzato la comparsa di una tensione espressiva (dopo un’ora di Shish!), ma di cui non ho apprezzato la realizzazione sia timbrica che drammatica: alcuni punti avevano davvero la forza espressiva di una ciabatta. Insomma, diciamo pure che dopo l’iniziale apprezzamento per i timbri diversi ho iniziato lievemente ad assopirmi insieme alla vecchietta una fila più avanti, rinvenuta apposta per il finale dopo che avevo iniziato seriamente a preoccuparmi. Molto meglio invece le Brahms-Paganini, con il primo libro delle temibili Variazioni. Partito bene con un tema squillante e chiaro, un suono severo ma meno tagliente, un carattere capriccioso assai convincente, tecnicamente davvero buono e al contempo sobrio. E per la prima volta dall’inizio del Concorso, Quinto Dan si è concesso anche dei momenti di tenue poesia.

Quinto Dan 2
La D’Orio fornisce sempre le migliori immagini

A seguire (di nuovo sullo Steinway) il trentaduenne russo Andrey Gugnin, che ha attaccato una Settima di Prokofiev con ottimo piglio, fraseggio e varietà: ogni elemento era ben pensato, ben tenuto nel traseggio anche nei punti più affollati. Ma ciò che mi è piaciuto di più nella sua Settima è stata la coerenza nella frammentazione, che ha reso veramente apprezzabile tutta la scienza polifonica e contrappuntistica di questa Sonata. Ciò che non mi ha convinto moltissimo del pianista è stato il suono, non trascendente né per quantità né per qualità, efficace ma non duttile. Mi è piaciuto però come ha saputo differenziare l’atmosfera con l’inizio del secondo movimento, con intensa emozionalità ma poca forza evocativa e soprattutto tensione. Oh beh, almeno non è un pazzo esagerato, mille volte meglio così. Ottimo e sapientemente preparato l’attacco del terzo tempo, in cui il pianista si è scontrato di nuovo con i propri limiti sonori (si percepiva distintamente il suo desiderio di voler andare oltre un certo livello dinamico senza però riuscire ad emergere). Fantastica però la tenuta ritmica, anche al costo di sporcare: questo ha concesso al pianista di mantenere vivo l’affanno fino all’ultima nota. E poi a chi interessa davvero se ci son due note mancate in un salto, quando c’è un senso musicale? Uscito e rientrato, il pianista ha attaccato non so con quale sovrumana abilità il delicatissimo inizio del Preludio dalla Partita in mi minore di Bach/Rachmaninov. Un Preludio che in realtà non è riuscito a trovare una propria dimensione stilistica ben chiara, rimanendo un po’ insoddisfacente come la giga conclusiva, cui mancava un po’ di freschezza ritmica. Molto meglio la Gavotta centrale, questa sì perfettamente individuata e godibilissima. A concludere la sua prova la Terza Sonata di Chopin, iniziata con perentoria enunciazione, evidentemente ben studiata e digerita, anche se con alcune cose affettate erano un po’ incoerenti con il resto della resa. Bello il secondo tempo, soprattutto nell’ispirata sezione centrale. Assolutamente meraviglioso, invece, il primo tema dal terzo movimento: dopo ormai quattro ore di musica mi son riscoperto fresco come al primo ascolto di fronte alla sublime bellezza di quel canto, così semplice, intenso e al contempo sottovoce, con un’atmosfera da vera pelle d’oca. Peccato non sia riuscito a creare varietà timbrica nei successivi episodi, non replicando il miracolo in quello che è uno dei passaggi più belli mai scritti da Chopin: l’entrata del secondo elemento. Ottime le scale dell’ultimo movimento, ma ammetto un po’ tanto, troppo pesante e sovraccarico, fin dalla perorazione iniziale. Però EHI! non ha rallentato come un pazzo durante le temibili sestine conclusive, bravoh!

Fine della prima sessione-albergo-acqua-zuppa-gelato scrauso-si rientra: è la volta di Gadjiev. Beh, non c’è paragone tra la prima, costipata prova e quella di ieri sera. Pur rimasto sullo Steinway, il suo suono era molto più convincente, pur mantenendo quella tanto agognata duttilità. La sua Dante lisztiana era discutibile, lo ammetto, ma nella discussione io sono decisamente a favore: a prescindere dalle note sporche, l’Inspector Gadjiev ha trovato una quantità di suoni e timbri, perennemente alla ricerca del miglior colore per dipingere le atmosfere più infernali e misteriose o quelle più estatiche e paradisiache. Il suo pianismo è ricco di dettagli, infilati in ogni piega dello spartito finanche a renderlo sovraccarico, ma sempre coerente con una visione. Una visione che nel pianista è spesso intossicante, ma dal grande fascino. Temo che in questo subentri veramente il gusto. Da queste premesse, comunque, potrete comprendere quanto siano stati centrati i brani skrjabiniani: il Feuillet d’album, lo Studio op. 8 n. 8, i Preludi 2, 3 e 4 dall’op. 16, il Poema op. 32 n. 1 e lo Studio op. 42 n. 5. Con suono delicato e al contempo nitido, Gadjiev ha qui restituito alla perfezione quel decadente salotto tardo ottocentesco che Shishkin aveva un po’ inopinatamente affibbato al suo intero programma. Non che all’eleganza sia stata sacrificata l’espressività: il bellissimo fraseggio dell’op. 8 n. 8 o il carattere di intensa sacralità del Preludio op. 16 n. 4 restano a testimoniarlo. Meno riuscito lo Studio op. 42 n. 5, partito molto bene, ma poco definito nei bassi (con i caratteristici salti) e senza quello slancio e quell’apertura appassionata che ne caratterizzano il finale. Ciò che invece non mi aspettavo è la differenza di suono trovata sulla Sesta di Prokofiev. Qui Gadjiev ha saputo trovare una varietà sonora sempre al servizio di un discorso musicalmente teso, con chiarezza polifonica che non posso che definire sbalorditiva, senza che venisse sacrificato il carattere grottesco o la forza espressiva ed evocativa delle varie situazioni. Ancora diverso il suono sul secondo movimento, tra l’altro molto ben realizzato tecnicamente anche se a volte un po’ troppo pesanti gli accordi staccati, e così sul terzo, che non ha trovato nel primo climax quella maestosità espressiva richiesta, ma è riuscito finalmente a raggiungerla nel secondo. Splendido il quarto movimento, dal carattere eccitato e fantasioso, tecnicamente eccelso e soprattutto con chiarezza di fraseggio e duttilità timbrica sempre al servizio dell’esigenza espressiva. Alla fine, col suono la regola è sempre quella: non conta quanto ce l’hai grande, ma come lo usi. (E ancora non mi hanno chiamato a Colorado, com’è possibile?)

Glissiamo e andiamo avanti: Alexey Melnikov, sempre sullo Steinway. E signori, io una Sonata di Liszt come quella staccata dal nostro Melny ancora la devo sentire in concerto, figuriamoci in concorso. Sublime è l’unico modo per descriverla: morbida nel suono ma con carattere, tecnicamente smagliante, con dei respiri musicali bellissimi, così preziosi in un concorso in cui tutto sospendono un po’ il fiato fino alla fine!, ma anche con una profondità di sguardo data nella ricerca sempre del carattere migliore senza mai perdere di coerenza e coesione. Vi giuro, potessi riportare indietro il tempo riascolterei da capo tutta la Sonata solo per poter piangere in quei cantabili così dolci e semplici o per potermi esaltare nelle parti più concitate e maestose. Siamo ben lontani dalle mefitiche atmosfere gadjieviane, ma che bellezza! Ciò che invece mi ha convinto di meno è stato il resto della prova: il suo Skrjabin (una selezione di sette Preludi dall’op. 11) ha mancato di quella definizione e di quella tavolozza timbrica cui Gadjiev ci aveva abituato prima, presentando uno Skrjabin in realtà nettamente romantico, dal tono appassionato, un po’ confuso e molto omogeneo come suono. Tono che si sposava molto meglio con l’Etude-Tabelau op. 33 n. 3 di Rachmaninov, che ha purtroppo tenuto sempre lo stesso attacco del tasto di Liszt e Skrjabin, ma che ha goduto di alcuni fantastici effetti ondeggianti. A concludere la prova gli Studi op. 2 di Prokofiev (is this the new Campanella?), che hanno fondamentalmente confermato questa impressione. Confrontati con le due esecuzioni precedenti, gli Studi di Melny mancavano del prodigioso meccanismo shishano o dei taglienti colpi di karate di Quinto Dan, non riuscendo il senza dubbio bellissimo ma inamovibile suono di Melnikov a trovare la sfumatura adatta a questi studi. Molto bello però il collegamento tra Terzo e Quarto Studio, esaltante nella sua forza drammatica. Comunque quella Sonata di Liszt era ‘na robba incredibile, non potete capire.

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Ciao mamma, scrivo di musica classica con i meme

 

A terminare la lunga ed intensa giornata è stato Philipp Kopachevsky, sullo Yamaha. Il ventinovenne russo è stato l’unico che mi è piaciuto di meno in seconda prova, rispetto alla prima. Forse perché il suo Carnaval di Schumann (geniale, chi lo suona più il Carnaval, è passato di moda quindici anni fa) sembrava più Quadri da un’esposizione di Mussorgskij, con quella palette timbrica ampia e variegata che avevamo potuto apprezzare nel Liszt/Paganini, ma che qui appariva un po’ fuori posto. Sull’altare della sperimentazione sonora sono stati immolati quel senso dello schumanesco che pure nelle prime battute sembrava presente, ma ho apprezzato la sua disinvoltura nel prendersi libertà di tempo, apparentemente immune alla tensione da Concorso Tchaikovsky. Ma nonostante le indubbie abilità del nostro Philippo non son convinto di questo Schumann, così vario, ma anche poco spontaneo, poco ingenuo e facilmente sovraccarico negli slanci più appassionati. Forse era anche quel suono sempre così pieno e brillante a non restituirmi quella sonorità tedesca che tanto è bella in questo brano. Però è un po’ come con Shishkin: non gli si può certo dire che abbia suonato male, al massimo che non si è d’accordo e dunque subentra anche qui una questione di puro gusto. La Canzona serenata di Metner invece l’ho trovata oggettivamente superficiale, manchevole delle atmosfere languide e sognanti di Shish, senza quel senso di nostalgia. Niente brividi all’elemento-reminescenza. Un po’ meglio Vers la flamme di Skrjabin, soprattutto nell’accendesi del movimento che porta a combustione l’intero brano, ma un’atmosfera immobile più algida e soffocante avrebbe favorito di molto il contrasto con l’accensione della prima fiamma e al culmine della deflagrazione mancava la forza evocativa di cui questo brano è colmo, soprattutto nell’assenza di nitidezza negli accordi ribattuti nel registro alto dello strumento: qui Skrjabin si appella veramente a sonorità aliene. Sulla conclusiva trascrizione di Ginzburg dalla Prima Suite del Peer Gynt di Grieg non ho molto da dire: meh. Già la trascrizione stessa non mi ha convinto, ma l’esecuzione di Philippo è stata insoddisfacente nell’evocare i timbri orchestrali fin dall’elegiaco Mattino, o il lugubre e maestoso carattere della Morte di Ase, o la sensualità rigonfia della Danza di Anitra. Per finire con un Nell’antro del Re della Montagna partito bene nel carattere grottesco, ma a fin di prova un po’ buttato in caciara senza raggiungere la frenetica esaltazione. Ma non tutto è colpa di Philippo, è proprio la trascizione che non è baciata dal dio del pianismo. Che la trascrizione se la sia scelta lui, quindi sia comunque sua responsabilità, beh, lo taceremo per eleganza.

Così dunque si è conclusa la serata di una delle giornate più impegnative. Miei preferiti dei sette di oggi direi Emiliano, Gadjiev e Melny, con particolare distinzione per Gugnin e Shish. Ma tutto è ancora da decidere e tra mezz’ora qua si ricomincia con altre quattro, vorticose ore di musica: buon ascolto a tutti!

Diario dal Tchaikovsky: Primi Risultati

9.49 The Courtyard Hotel, Mosca.

Ogni volta parto pensando di essere perfettamente in tempo, “Quest’oggi la Campana la scrivo con tutta la calma del mondo”, HA! Illuso. Il Tchaikovsky ti fa passare 14 concorrenti al posto di 12 e scopri la mattina stessa che le prove inizieranno un’ora prima. Salvo poi arrivare al conservatori per scoprire che sei tu ad esser mona e hai visto l’orario europeo (alle 12) e non quello russo (alle 13). Dannazione. Beh, caffè sotto al conservatorio e si finisce di scrivere.

Come si potrà evincere dal titolo e da questa mia prima, sconclusionata introduzione, ieri sera sono arrivati i primi risultati: da 25 candidati si dovrebbe passare a 12 ma come il buon Matsuev ha annunciatom visto il livello eccezionalmente alto (che si traduce con: non sapevo chi scegliere LOL li famo passa’ tutti regà [ma si scrive ancora LOL nel 2019?]) ne hanno promossi due in più alle semifinali. Ma prima di commentare questi risultati, bisogna commentare tutte le prove di ieri, già che c’è molto da dire (strano).

Comincio col dire che il miracolo del secondo giorno non si è ripetuto, ma il livello era comunque, com’è da aspettarsi, decisamente molto alto. Primo della giornata Liu Xiaoyu, di cui noterò di sfuggita come il nome contenga tutte le vocali tranne la “e” e ciò lo renda nella mia testa estremamente simile a quelle parole tipo “aiuola” che alle elementari ti danno da imparare per pronunciare bene le vocali. Ciò detto, il ventiduenne canadese è partito con un Preludio e Fuga di Bach un po’ introverso ma con bel suono, con un buon inizio misterioso della Fuga ma un po’ romantico nella conduzione e non sempre chiarissimo. A seguire la Waldstein (anco’?), iniziata un po’ “meh” per tenuta ritmica, un po’ instabile, con una gamma di dinamiche notevole ma forse esagerata (alcuni pianissimissimissimo erano così pianissimissimissimo che scomparivano nel pianoforte). Notevole però per dolcezza e delicatezza, sia nelle sincopi che nel bellissimo secondo tempo. A seguire lo Studio op. 10 n. 4 di Chopin, molto ben controllato, digitalmente disinvolto, musicalmente molto azzeccato (se si perdona qualche eccesso nel turbinoso finale). Con l’Etude-Tableau op. 39 n. 9 il nostro vocalico pianista ha invece tirato fuori un bel suono diverso, più squadrato e con ricerca di timbri, ampio ma senza pestare, non trascinante ma dai begli accordi, ben appoggiati sul suo Steinway. A seguire, ovviamente, La Campanella, sia mai che mi dimentichi come faccia. Purtroppo qui il pianista, dopo un inizio ben riuscito, ha staccato dei tempi folli su cui ha inopinatamente scelto di correre ancor più, non sempre con i migliori risultati: l’ansia da concorso non perdona. Bene la Romanza op. 5 di Tchaikovsky e la Danza dei quattro cigni sempre di Tchaik trascritta da Wild, con buona ricerca timbrica, ma non particolarmente brillanti per lirismo (soprattutto la Romanza ovviamente).

A seguire sempre sullo Steinway è stato l’americano Kenneth Brobergh (vecchio, hai vinto l’Argento al Cliburn due anni fa, che ci fai qui?) su cui nutro pareri contrastanti. Contrastanti perché il suo Bach mi ha completamente conquistato: si poteva davvero sentire tutto il Barocco negli arpeggiati del La bemolle maggiore dal primo volume, si sentiva benissimo come ricercasse timbricamente un suono solare, energico e con sonorità da Brandeburghese. Bellissimo, Kenny. Ottima anche la 110, però un po’ inibita: qui è iniziata la parte che mi dà dei dubbi. Bello il primo tempo, dalle dolci tinte chiare e dai contorni morbidi e ben robusto il secondo, sebbene ogni tanto alcuni tempi drammatici non fossero proprio azzeccati (con conseguente caduta dell’effetto sorpresa), ma ciò che non mi ha convinto è stata la cantabilità del terzo movimento, in cui il pianista avrebbe potuto abbandonare il chiarore dei primi tempi per un tono più ponderoso che inutilmente si è atteso. Così come un legato più nettamente cantabile, che sarebbe stato molto apprezzato in quello che è forse uno dei temi più belli di tutta l’opera del buon Ludwig. Molto bene invece la fuga, soprattutto il tono veramente paradisiaco della ripresa. Sullo Studio op. 39 n. 8 di Rachmaninov il discorso è affine: più dolcezza, morbidezza, più crepuscolo e meno alba per usare un riferimento visivo. Non si può certo dire che non sia stato ben suonato, ma c’era qualcosa nel carattere che mi mancava. Bella l’op. 25 n. 5 di Chopin che emerge da Rac, con splendido carattere negli arpeggiati e quasi un accenno di vero legato dolce e cantabile nel tema centrale: ci stiamo avvicinando. Su Wilde Jagd di Liszt, che in genere è un “liberi tutti” per i macinatori seriali, Broberg è riuscito dare una buona esecuzione, con avere foga ma senza brutto suono, pur ahimé buttando spesso e sacrificando alcuni dettagli di fraseggio anche nella ben espansiva sezione centrale. Ottima la polifonia nella Dumka di Tchaikovsky, affrontata con eleganza e molto senso del fraseggio, seppur ancora senza ombre. Per il solare americano era sicuramente più adatta la parte centrale, affrontata con frenesia danzante e splendido suono. Da risentire sicuramente.

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Vardaeo che contento che era Broberg al Cliburn

È stata poi la volta dello Yamaha suonato dallo spagnolo Alber Cano Smit, che purtroppo ha ceduto al nervosismo da Tchaikovsky. Lo si è percepito nitidamente già da Bach, molto teso e rigido, cosa che lo ha portato a esagerare e strascicare alcuni tempi e fraseggi. Non diversa l’op. 31 n. 2 di Beethoven, in cui un buon suono non ha trovato la necessaria consistenza, né ricchezza di dettagli che La Tempesta potrebbe offrire. Una generale assenza di chiarezza nelle linee è stato probabilmente il principale problema, ma per tutta la sua prova si è percepita l’ansia del pianista e diamine, le spalle eran così contratte che ancora un po’ ci toccava le orecchie. Non molto meglio le furibonde ottave dell’op. 25 n. 10 di Chopin, iniziato non male, ma un po’ corso nella parte centrale e soprattutto ciccato nella ripresa: esattamente dove sbagliano tutti. Vi giuro, dovrebbero vietare ‘sto Studio ai concorsi, nelle ottave per modo contrario della ripresa nove pianisti su dieci vanno in tilt. Ouff. Bello l’inizio del Decimo Trascendentale, poi un po’ instabile tecnicamente e con difficoltà a lanciarsi nel climax. Particolare la Romanza op. 51 n. 5 di Tchaikovsky, che vi giuro avrei scambiato per un brano spagnolo, e finalmente un po’ più appoggiato lo Studio op. 39 n. 9 di Rachmaninov, finalmente con qualche bel dettaglio. Veramente un peccato, ma anche questa è esperienza purtroppo.

Non molto diverso George Harliono (sempre sullo Yamaha). Dopo un discreto Bach, l’Appassionata (risalve, quanto tempo) è stata un prodigio del PESHTO, assai instabile e rigida, senza idee particolarmente riuscite, con suono duro e spigoloso, non senza cose belle per carità, soprattutto nel tono più schiettamente patetico, ma decisamente non maturo (e ce credo c’ha diciotto anni). Discorso affine sul Natha Valse di Tchaikovsky, cui mancava un po’ di eleganza che non fosse affettazione (lo so, è difficile su quel brano), però concluso bene. Non male l’op. 25 n. 5 di Chopin, molto chiaro e ben fraseggiato, ma molto rigido, credo per una certa fissità del polso. L’op. 39 n. 6 di Rachmaninov è iniziato con una tega, ma ha dato una degna dimore al suono secco del giovane britannico, che si è distinto per il gran controllo nella velocità, per quanto ricca di accenti un po’ convulsi. Non ottimo il controllo e la consequenzialità dinamica, ma brillante. Non male Harmonies du Soir, abbastanza misterioso all’inizio ma un po’ povero di timbri, ma finalmente con un suono più aperto nei maestosi climax (quelli sì, da brividi), in cui il pianista ha finalmente iniziato a respirare con la musica, pur senza abbandonare una certa rigidità.

Il successivo, nel tardo pomeriggio, è stato uno dei concorrenti più attesi: il giovane Malofeev. Già lanciato in una carriera stellare in tutto il mondo, c’è chi dava scontata la sua vittoria. La sua prova, però, non mi ha convinto. C’era molta cattiveria nel modo di suonare di Malofeev, non saprei nemmeno come spiegarmi meglio: il suono era intrinsecamente duro. Non pestato, duro, sempre e rigorosamente. Se il peshto di Harliono era un riversare convulsamente la propria baldanza adolescenziale sul malcapitato Yamaha, il medesimo Yamaha ha accolto la glaciale violenza di Malofeev. Fin da Bach, preciso, per carità, ma con delle sleppe nella Fuga assolutamente fuori contesto e non di rado confuso nella polifonia. Bene l’inizio dell’Appassionata (siamo veramente su un altro livello rispetto ad Harliono), ma il discorso è sempre quello. Ogni tanto emergevano dei dettagli profondamente musicali, soprattutto nella costruzione di una drammaturgia musicale d’impatto, ma l’eccesso era costantemente dietro l’angolo e, probabilmente anche per il nervosismo, la cosa è andata peggiorando su secondo e terzo tempo, quest’ultimo letteralmente staccato a 2x. Vi giuro non so come abbia fatto ad arrivare fino alla fine era il doppio del metronomo. Sembravano gli anime guardati dal mio ex coinquilino al doppio della velocità perché così “ne posso vedere di più”. Ecco uguale “faccio il Presto dall’Appassionata al doppio della velocità così posso infilare un pezzo in più nella prova”. Chapeau, ma almeno non rallentarmi sulla coda perché è difficile. Fantastica però la sua Dumka, brano che si sa è letteralmente cresciuto addosso al pianista, con cura dei tempi magistrale e splendida sezione centrale (che fraseggi e che ebbrezza!). Mancava ancora qualcosa, certo, ma per un diciassettenne vi era qualcosa di splendido. Abbastanza bene l’op. 25 n. 11 di Chopin, sebbene non sempre molto chiaro e spesso con scelte musicali un po’ sconclusionate. Meglio l’op. 39 n. 6 di Rachmaninov, affrontata con splendido carattere grottesco, ma anche qui a volte facendo emergere dettagli secondari a volte ottimi, a volte non necessari. Bene la mole di suono, eccessiva per i tre autori precedenti ma qui al suo giusto posto. Simile il discorso per Liszt: un Mazeppa con tanto suono, veramente trascendente sugli elementi tecnici, persino con qualche momento di vera cantabilità nella sezione centrale e con una ripresa veramente funambolica. Oltre non vado, un parere sul ragazzo è troppo presto per darlo, ma a lui va tutta la mia stima per essere riuscito comunque ad esibirsi così, con tale concentrazione, nonostante il terribile lutto appena subito. Onestamente non so nemmeno come abbia fatto a suonare con questa tenuta.

A seguire Malofeev è stata Sara Daneshpour, un guizzo di freschezza e leggerezza dopo la prova sovraccarica di Malofeev (pur rimanendo sullo Yamaha!), ma anche un deciso calo di tensione espressiva. Bene il suo Bach, severo e dall’ottima polifonia, con qualche rigidità sulla fuga, ma tutto sommato bene. Non male anche il primo tempo di Haydn, con buon controllo e brio, ma un secondo tempo un po’ strascicato e, devo ammetterlo, un po’ smortino nonostante l’eleganza. Meglio il terzo movimento, con fraseggio chiaro e belle agilità. Meno efficace la Suite da La bella addormentata di Tchaikovsky/Pletnev, un po’ confusa all’inizio, ma con migliori colori nelle danze successive. Non si può dire che la Daneshpour non sappia suonare, ma cosa manca? Me lo son chiesto molto durante la sua prova e credo che ciò che mancasse a quel Tchaikovsky fosse la freschezza dell’impulso ritmico, la vitalità, il trovare sincero interesse in ogni elemento che si sta suonando, più che puntare ad una buona esecuzione. Meglio l’op. 39 n. 1 di Rachmaninov, anche discretamente chiara e veramente ottima l’op. 10 n. 8 di Chopin, agile, sgranato e delicato. Molto bene Gnomenreigen di Liszt, con suono sempre molto sgranato e bei colori, delicato e guizzante. Forse questo è più il suo regno.

Cambio di pianoforte: sullo Steinway si è esibita Anna Geniushene, la quale è partita subito con un Bach un po’ romantico, ma dal suono bellissimo e dalla grande atmosfera sacrale che, lo ammetto, ha chiamato un applauso soffocato già tra Preludio e Fuga. Bene anche la fuga, con ottima differenziazione timbrica tra le voci, seppur ogni tanto non chiarissima anche a causa dell’abbondante pedale. Splendida la Sonata op. 25 n. 5 di Clementi, su cui la pianista russa ha tirato fuori un suono che, diamine, mi ha tenuto col fiato sospeso. Ottime le agilità e splendidi gli effetti timbrici, raffinati e non gratuiti, mentre non sempre chiarissima la direzione del fraseggio. Bene l’impulso ritmico, anche se a volte inutilmente frammentato. Dopo questo veramente meraviglioso inizio è stata la volta dei meno fortunati studi: l’op. 10 n. 10 di Chopin ha sofferto di un pedale un po’ pesante e di una certa goffaggine tecnica, nonostante le belle sonorità, segno forse di una certa rigidità in alcuni passaggi tecnici. Meglio l’op. 33 n. 5 di Rachmaninov, adattissimo alle sua capacità timbriche e affrontato con un suono diverso e perfettamente adatto. Peccato per alcune note sporche in mezzo alle nuvole sonore e per qualche elemento meno chiaro. Ottimo l’inizio del Decimo Trascendentale di Liszt (anche te t’ho sentito spesso eh), ma la pianista è stata, devo ammetterlo, spesso troppo cauta, non riuscendo a lanciarsi oltre l’elemento tecnico per trascendere (per l’appunto) il virtuosismo e lanciarsi nel far muica. Molto bello però il suono della mano sinistra con gli arpeggi alla destra e con gran carattere  e convinzione le ottave. Peccato per la tensione spezzata nel finale. Dove però Anna la russa ha dato veramente il meglio è stato nella Romanza op. 51 n. 5 di Tchaikovsky. Ben lontana dal sembrare un brano spagnolo come con Cano, questa Romanza è stata veramente un momento di preziosa musica, tale da farmi dimenticare per un secondo di essere ad un concorso. Eleganza, lirismo, tono elegiaco, c’era tutto. Che meraviglia assistere a questi piccoli prodigi musicali. Bene ma meno bene lo Scherzo à la Ruse, con ottima varietà di timbro e carattere, finalmente con suoni convincenti anche nelle parti squillante della destra, ma non sempre chiara in alcuni punti più concitati. Bello il finale, dal suono ampio e maestoso (e che ottave!), ma un po’ confuso e concluso un po’ in discesa. Speriamo meglio per la prossima prova, che riporti un po’ di quell’Anna-da-Busoni che mi ricordo ancora bene dal 2017.

Anna Geniushene
Anna is not amused.

Ultimo del primo giro di quarti di finale il coerano Dohyun Kim, che si è esibito sullo Yamaha. Ben appoggiato l’inizio del Sol diesis minore dal primo volume bachiano, con suono smorzato e attutito che favoriva molto un tono sobrio e intimo, ma non introverso. Bene anche la Fuga, coerente con questo suono anche al costo di perdere un po’ di chiarezza. Bello anche il suono morbido di Mozart, anche se spesso manchevole di nervo quando la Sonata K332 presenta le sue parti più drammatiche. Molto romantico nella pedalizzazione generosa e non sempre disinvolto sulle agilità (quanto mi è mancato il Mozart di Mao il fanciullino!). Bella l’intimità del secondo tempo, per quanto un po’ smortino, ma un po’ meglio il terzo. Bene lo Studio di Rachmaninov (op. 39 n. 6), con suono ben distinto, scuro e intenso, ottimo nell’affannoso e dalla polifonia chiara e non eccessiva, più omogeneo rispetto all’interpretazione di Malof, ma meno esaltante. Terrificantemente veloce (anche troppo) ma miracolosamente in piedi l’op. 10 n. 8 di Chopin, non sempre chiarissimo nel senso musicale, ma molto pulito. Molto bello il fraseggio di Mazeppa, più morigerato rispetto ad alcuni altri Liszt caciaroni e con splendido cantabile nella parte centrale. Ottimi i salti e le ottave, con sorprendente distinzione timbrica e dinamica dei diversi piani sonori anche nei punti tecnicamente più impervi. Bello. Bello anche “Un poco di Chopin” di Tchaikovsky, elegante e con bei bassi e molto belli gli squilli iniziale de Lo Schiaccianoci nella trascrizione di Pletnev, con splendida vitalità ritmica. Delicata e misteriosa la Fata dei confetti, bene i colori della Tarantella, sebbene a volte un po’ impacciata e non male anche il Trepak con cui ha concluso questa selezione, nonostante mi mancasse un po’ di carattere più ruvidamente russo. Ma tutto sommato una buona prova.

Bene, eccoci dunque alla fine di questa lunga, lunghissima Campana: è il momento dei risultati. A passare sono stati Tianxu An (Quinto Dan, ci rivediamo!), Kenneth Broberg (yei, un po’ di positività!), Alexander Gadjiev (yei, un italiano in semifinale!), Anna Geniushene (yei, hanno premiato la Romanza!), Andrey Gugnin (uhm, ok), Sara Daneshpour (uhm, ok dai), Konstantin Yemelyanov (yei, c’è Emiliano in semifinale!) Alexandre Kantorow (yei, c’è Kantor in semifinale!), Dohyun Kim (ok, dai), Philipp Kopachevsky (yei, c’è Philippo in semifinale!), Alexey Melnikov (yei, c’è Melny in semifinale!), Arseny Tarasevich-Nikolayev (yei, c’è Arsenio in semifinale!), Mao Fujita (yei, c’è il fanciullino in semifinale!) e Dmitry Shishkin (prevedibile ma anche giusto). Sono un po’ triste per l’assenza di Beisembayev (l’elegante gargoyle), Wu (che mi era piaciuto molto, il primo giorno), Yasynskyyyyyyy e Yashkin (CiuffoBoy), ma con tutti gli altri sono assai concorde. E sì, c’è un grande assente: Malofeev. In barba a tutte le voce che lo volevano già vincitore del Concorso, non ha passato la prima prova. Lo davo per scontato persino io, ma a quanto pare la giuria l’ha ritenuto ancora immaturo: un’ulteriore dimostrazione che niente è certo in un concorso pianistico. Sarà per la prossima, il ragazzo è giovane e ha tutto il tempo per riprendersi e ripresentarsi con altra maturità al prossimo grande concorso di qui a 3-4 anni. E, ne sono certo, con ben altri risultati.

Questo è quanto, dunque: speravo di poter alleggerire le prossime campane dovendo passare a soli sei candidati al giorno, ma me ne hanno piazzato uno in più. Poco male, la seconda prova è quella in cui finalmente si inizia a fare musica sul serio, con il grande repertorio e la libera scelta. Che il Concorso Tchaikovsky 2019 abbia finalmente inizio.

Diario dal Tchaikovsky: Standing Ovation

10.36. The Courtyard Hotel, Mosca.

 

Dovrei seriamente iniziare a scrivere la sera stessa, la mattina dopo va sempre a finire che mi perdo a parlare con qualcuno, già che stiamo tutti allo stesso hotel (giuria esclusa). Ma devo esser sincero, scrivere ieri sera avrebbe significato scrivere in preda all’entusiasmo e all’euforia, cosa sempre molto divertente, ma che ostacola non poco la lucidità del senso critico. Sì, perché la giornata di ieri, mercoledì 19, è stata un concentrato di nomi di tale livello che fatico ancora a crederci.

Cominciamo con il russo Andrey Gugnin, esibitosi sullo Steinway, che superata la tensione che ha un po’ inibito e reso instabile il Preludio e Fuga di Bach, ci ha donato una Waldstein sobria e dal suono chiaro, ben condotta musicalmente anche se un po’ troppo omogenea e un po’ superficiale come lettura. Meglio l’op 39 n. 4 di Rachmaninov, con un buon cambio di suono e un attacco del tasto quasi selvaggio (anche se mi mancavano un po’ i bassi). Splendido lo Studio op. 25 n. 1 di Chopin, raro ai concorsi!, suonato con eleganza, grazia e suono morbidissimo. Wilde Jagd è partito con l’esplosività tipica dei russi che suonano Liszt, cosa che non lo ha aiutato a tenere a bada lo studio. Per qualche ragione a me ignota i russi suonano Liszt come Rachmaninov e Rachmaninov come Liszt, di questa cosa ancora non mi capacito. Ma la folle esaltazione con cui molto spesso si riversano sulla tastiera (non di rado pestacchiando) durante il povero Ferenc raramente ha dato bei risultati musicali. Meglio la Dumka di Tchaikovsky, soprattutto nella ripresa in cui Gugnin ha fatto un meraviglioso lavoro sulle pause, con quel senso di inevitabile che così tanto appartiene a questo splendido brano.

Dopo Gugnin è stata la volta del nostrano Gadjiev (un italiano al Tchaikvosky, incredibile, si saranno confusi leggendo il cognome), il quale ha fatto una prova assai interessante e, finalmente, con un suono diverso. Gadjiev non è un campione del suono ampio e poderoso, ma devo esser sincero che sentire un po’ più di duttilità è stato un balsamo per le orecchie e per i tasti dello Steinway. C’è in realtà voluto un po’ perché si scaldasse: il Preludio e Fuga è stato affrontato con bel suono e bel fraseggio, caratterizzato da un’atmosfera veramente sacra, ma si sentiva chiaramente il nervosismo del pianista che ha tenuto un tempo forse troppo veloce per il suo intento espressivo. La successiva Waldstein è stata una lettura decisamente più approfondita, ricca di idee e dettagli, capace di cogliere il senso musicale di ciò che aveva sotto le mani, la cui principale criticità era una certa scostanza che non ha permesso a tutte le belle idee di rimanere stabili in una drammaturgia ben organizzata. Ciononostante è stato l’unico finora a realizzare i pedali come Beethoven stesso li ha scritti o a rendere magnificamente quel senso di stasi e mistero che permea il secondo movimento. Idem il Tema e Variazioni op. 19 n. 6 di Tchaikovsky, sobrio e dal bel fraseggio, ma in cui il pianista è sembrato un po’ a disagio (soprattutto se paragonato all’esecuzione del medesimo brano da parte di Wu!). Ciò che in generale in Tchaikovsky mi è mancato è stata una morbidezza di suono che avrebbe dovuto abbandonare le velleità skrjabiniane per concedersi dei momenti davvero elegiaci. Azzeccata per questo tipo di suono la scelta dello Studio op. 25 n. 5 di Chopin, in cui i rapidi arpeggiati iniziali sono stati affrontati con lisztiana fantasia, ma in cui la lirica sezione centrale avrebbe beneficiato di più leggerezza nella mano destra, spesso fraseggiata al punto da disturbare il tema alla sinistra. E qui finisce la parte meno riuscita della prova di Gadjiev e inizia la musica. L’op. 39 n. 5 di Rachmaninov ha trovato un’espressione acuminata notevole che, anche senza il suonone che sarebbe servito, ha saputo con un fraseggio tesissimo e nervoso letteralmente vomitare tensione espressiva sullo strumento (quella ripresa!), una roba da tirarti fuori le viscere. Stessa fantasia espressiva in Mazeppa, affrontato con suono furioso ma non eccessivo, spezzando a volte il discorso (quella scostanza di cui scrivevo sopra), ma trovando grande varietà timbrica e tenendo costantemente l’interesse dinamico e agogico senza sacrificare il tono epico.

Bene, da adesso in poi inizia la cavalcata verso il trionfo. Il successivo ad esibirsi (sempre sullo Steinway) è stato Alexey Melnikov, che dopo un Si bemolle minore dal primo volume bachiano realizzato con delicatezza e sobria espressività ci ha donato un’Appassionata di Beethoven (e cinque) assolutamente da urlo per naturalezza e moderazione. Finalmente un’Appassionata che suonava veramente beethoveniana, con scarti espressivi e tensioni, ma senza un suono da primo Novecento russo, in cui il secondo tempo appariva fin dall’inizio ben fraseggiato e con delizioso respiro musicale fra le variazioni, magistralmente bilanciato, con tono misterioso e appassionato nel terzo tempo, chiaro eppure trascinante anche nel passaggio alla coda, perfettamente tenuta e proprio per questo ancora più bella. Intimo e lirico Ottobre dalle Stagioni di Tchaikovsky, affrontato con suono dolce ed espressivo ma senza eccessi e bene anch e l’op. 10 n. 1 di Chopin, non fantastico come quello di Yasynskyyyyy ma ben realizzato. Su Rachmaninov (op. 33 n. 2) ammetto che avrei apprezzato un suono meno freddo e tagliente, ma la misura di Melny ha prevalso facendogli condurre con sapienza anche le sezioni più affannose senza eccedere. Sul Decimo Trascendentale che ha chiuso la prova, il nostro si è improvvisamente ricordato di essere russo e quindi si è gettato con la foga tipica di un buffet, riuscendo comunque (per fortuna) a tenere in piedi un’interpretazione ricca di colori, per quanto non visionaria.

Dopo Melny è stata la volta di Philipp Kopachevsky, in arte Philippo, che è partito (audacia pura!) con il primo Preludio e Fuga in do maggiore di Bach, suonato con semplicità e bellissimo suono e ottimo controllo sullo Yamaha. Stesse qualità le ritroviamo su una splendida Sonata in La bemolle di Haydn, in cui il pianista ha saputo, udite udite, trovare un suono diverso rispetto a Bach. Forse mancava un po’ di gusto del gioco e della sorpresa a questo Haydn a tratti leggero a tratti sobrio, ma l’elegante magistero con cui ha condotto tutti i movimenti era veramente da fuoriclasse. Molto bene il terzo tempo, in cui alcuni di quegli scambi cameristici così tipici del compositore austriaco sono brillantemente emersi. Dopo Haydn è stata la volta della collezione primavera-estate con Maggio-Giugno-Luglio dalle Stagioni tchaikovskiane: Maggio, devo ammetterlo, è stato molto delicato ma un po’ sacrificato, ma ricordo con grande emozione l’emergere del canto di Giugno dalle ultime sonorità di Maggio, con nobiltà di fraseggio e suono morbido e cantabile. Splendido Luglio, in cui è emerso finalmente un po’ di carattere un po’ ruvido e vivace a dare sostanza. Molto bene l’op. 10 n. 1 di Chopin (che a quanto pare è la nuova Campanella [ma almeno dura meno]) che ancora non una volta non aveva gli effetti e la disinvoltura di Yasynskyyyyyy ma è stato senza dubbio uno dei migliori finora sentiti. Meno bene l’op. 33 n. 4 di Rachmaninov, iniziato benissimo tra polifonia ben curata e timbri come di campane, ma poi un po’ sminchiato nella parte centrale e arrivato zoppicante sulla sovrapposizione tematica della ripresa. Sul Sesto Paganini/Liszt Philippo ha infine dato prova di un’enorme varietà di approcci timbrici e sonori e soprattutto di una prodigiosa abilità nel passare da una sezione all’altra apparentemente senza nessuno sforzo e con enorme efficacia drammatica. Pubblico entusiasta, bravo Philippo.

A seguirlo il ventunenne Anton Yashkin che partito non benissimo sul Preludio e Fuga di Bach ha affrontato l’Appassionata (eddaje) con tono ben più romantico di Melny, ma con sincera espressività e bellissimo suono, trovando alcuni splendidi dettagli di fraseggio e in generale senza eccedere con il PESHTO che a volte questa Sonata rischia di chiamare. Soprattutto notevole il colpo di ciuffo pre-coda del primo movimento, a mio avviso componente fondamentale per affrontare con sbarazzina caparbietà la concitata sezione. Molto bello lo Studio op. 10 n. 4 di Chopin, bellissimo suono, tecnicamente impeccabile e incredibile ma vero addirittura espressivo e non semplicemente ‘na mitraglia di note velocissime. Vai così, CiuffoBoy. Bene anche lo Studio op. 39 n. 3 di Rachmaninov, che ha perfettamente beneficiato del suono ampio e scuro del pianista, il quale ha saputo anche concedersi delle oasi di respiro musicale. Il successivo Mazeppa aveva senza dubbio più suono e più maestosità di quello di Inspector Gàdjiev, ma anche molta meno chiarezza e definizione e soprattutto una più ristretta tavolozza timbrica. Sullo Scherzo Russo di Tchaik, Yashkin ha poi finalmente cambiato attacco del tasto, trovando sonorità più leggere e colori nuovi, sebbene non perdesse occasione per darci nuovamente dentro come nel finale. Un po’ eccessivo, ma ammazza che suono sul suo Steinway.

E basta, già così abbiamo una sequela di pianisti fantastici, possiamo tirare i remi in barca e dichiarare la giornata conclusa. E invece no, il meglio deve ancora venire! Il successivo Alexandre Kantorow, francese (anche con lui si saranno confusi leggendo il cognome), oltre ad avere una discreta faccia da schiaffi mentre guardava beffardo il pubblico prima dell’inchino (che vuoi, ao, cerchi botte?), ha anche un suono assolutamente incredibile. Ho la sensazione che la sua sia una personalità di quelle un divisive, anticonformiste e non a caso arriva dalla medesima insegnante di quel Debargue che tanto fece discutere quattro anni fa. Ma davvero il suono che ha cacciato nel Preludio e Fuga di Bach o il surreale Chasse Neige che ci ha regalato erano indescrivibili. L’abilità con cui ha gestito la sonorità dei tremoli di Chasse Neige, il primo climax da pelle d’oca, scale cromatiche veramente da brividi (peccato per l’ultima a moto contrario!), una chiusa forse eccessiva nel fraseggio ma di grande atmosfera, tutto era veramente incredibile. L’op. 10 n. 8 di Chopin non è iniziato nel migliore dei modi, tra imprecisioni ed errori, ma il beffardo Kantor è riuscito a rimanere in sella al suo Kawai e a non perdersi d’animo per il Beethoven successivo. Una Sonata op. 2 n. 2, finalmente!, che è riuscita a trascendere la proverbiale scomodità dl giovane Beethoven per donarci un universo sonoro estremamente variegato, in cui ogni idea musicale aveva una sua caratterizzazione timbrica coerente, elegante e leggera ma anche pesante e ruvida, passando da bassi staccati come pizzicati d’archi nel secondo movimento fino allo spirito fresco e cordiale e di colpo appassionato ma non eccessivo del quarto. Sulla Meditation di Tchaikovsky si poteva trovare magari un altro suono, ma il tono affettuoso dell’inizio e poi ampio e appassionato della sezione centrale erano davvero fantastici. Fantastica era anche l’op. 39 n. 9, finalmente con diversità di suono e un po’ di bassi pesanti ed incandescenti. Se fosse un po’ meno innamorato della punta del suo naso, il buon Kantor avrebbe potuto chiamare la standing ovation.

Non che il successivo sia stato da meno (madò che giornata). Arseny Tarasevich-Nikolayev, che per praticità d’uso chiameremo qui Arsenio, è tornato allo Steinway con un Bach musicalissimo, forse un po’ romantico ma davvero meraviglioso. L’entrata delle voci della Fuga è stato veramente un prodigio per delicatezza. Sulla Sonata K 333 di Mozart Arsenio ha saputo trovare un suono diverso, brillante eppure non solo rotondo, con bellissime scelte di tempi per le diverse idee, dal bellissimo tono sereno e cantabile (secondo tempo splendido), ma anche capace di carattere sul terzo, che avrebbe potuto solo beneficiare di qualche varietà di tocco in più. Ma si sa, ai concorsi su Mozart ci si muove sempre col freno a mano tirato per non incorrere nelle ire. Qualcuno un giorno mi dovrà spiegare perché Haydn si può massacrare ma Mozart non si tocca. Misteri della musica classica. Bellissima la Meditation di Tchaik, con diverso suono e carattere, russo ma senza eccessi svenevoli o aggressivi, meno pretenzioso della Meditation di Kantor, ma anche meno ricca di timbri e sfumature. Che cosa incredibile poter osservare così vicino due pianisti così diversi. Tanto Kantor era raffinatezza e fascino timbrico, tanto Arsenio era semplicità ed efficacia drammatica. Ne è stato un esempio Chasse Neige, arrivato dopo un’op. 10 n. 1 di Chopin molto ben realizzato nonostante qualche basso eccessivo. Non avevamo di certo quell’incredibile tavolozza di colori, né quelle scale cromatiche che sembravano provenire da un tempo passato, ma un tono molto più diretto e appassionato che non stava affatto male sul bellissimo studio di Liszt, affrontato con grande forza drammatica nonostante un piccolo dubbio che però non ha inficiato le ultime pagine. Con Rachmaninov, infine, si è giunti all’apoteosi, bellissimi i bassi della sua op. 39 n. 9 (sì, sempre quello), ma anche efficacissima la forza drammatica, sostenuta da una polifonia ben curata nei fraseggi che ha condotto fino ad un finale di tale piglio da farmi venir voglia di alzarmi in piedi. Ma non era ancora tempo.

Compito arduo suonare dopo ‘sti due tizi, per il povero Alim Beisembayev e il suo Fazioli. Il giovane pianista kazako, devo essere sincero, all’inizio non mi aveva fatto una grande impressione. L’ho trovato rigido, troppo anche per Bach, e mi son trovato a pensare “Beh, dopo tutti ‘sti pianisti eccelsi è normale che arrivi qualcuno bravo ma un po’ meno”: e invece. A partire dalla Fuga e soprattutto dalla Sonata di Beethoven sono stato sempre più convinto da questa figura che è così contraddittoria da risultare grottesca. Un ragazzone grande e grosso dalle fattezze gargoyliformi che suona con una ingenua delicatezza che era un balsamo per l’anima. L’op. 10 n. 3 di Beethoven era sì, un po’ rigida, ma perfettamente coerente, eseguita con una sincerità di espressione che era sensazionale. Stranissima, per carità, piena di timbri e di idee, ma al contempo nulla sembrava mai forzato sotto le pietrose mani di Beisembayev, che ha mostrato tutta la profondità del suo spirito musicale su quel meraviglioso secondo tempo, ma anche sulla delicata agilità del quarto. Ingenuo, delicato e cantabile anche il Notturno op. 10 n. 1 di Tchaikovsky, di una sobria eleganza e così Chasse Neige (tre di fila e nessuna Campanella? Che accade?), non sempre riuscitissimo, ma di splendida nitidezza. Molto bene la chiarezza dell’op. 10 n. 7, ricco di spunti però sempre ben inseriti nel discorso musicale e bellissimo il suono dell’op. 39 n. 9 (ouff) di Rachmaninov, maestoso, gonfio, ma non eccessivo, semplice eppure trascinante fino al tocco di classe del crescendino sull’ultimo ribattuto nel basso, perfetto per scatenare l’applauso. Che dire.

E così siamo arrivati all’ultimo della giornata, Mao Fujita ed io per l’ennesima volta mi aspettavo un qualcosa di meno, un fanciullino giapponese ventenne di belle speranze ma poca sostanza. Illuso. Il suo Bach (La minore dal primo volume) è iniziato un po’ di corsa sul Preludio, ma dall’ottima presentazione delle voci della Fuga ha dimostrato come il suo suono morbidissimo e rotondissimo fosse capace anche di varietà nel ricercare le diverse registrazioni tastieristiche, il tutto condotto con ottimi tempi musicali. Ma dove il fanciullino ha veramente fatto l’incredibile è stato sulla Sonata K 330 di Mozart: una semplicità di espressione che aveva di sublime, una grazie, un’eleganza, un gusto per l’ingenua leggerezza sostenuto da un controllo perfetto e un vero respiro musicale. Non sto nemmeno a raccontarvi la leggiadria delle agilità o la bellezza dell’atmosfera delle sezioni in minore o con quale abilità passasse da un episodio all’altro, a volte con bel tocco (qualche basso marcato nel terzo tempo non guastava affatto, anzi), altre con tale eleganza da far dimenticare che il suo Steinway avesse dei martelletti, un suono che per definizione e rotondità sembravano veramente gocce d’acqua, permettetemi il paragone. Dopo una giornata passata da un suonone all’altro, sentire questo Mozart è stato un bagno rinfrescante, che ha preparato perfettamente al resto del programma. E se la Dumka di Tchaik non è stata il brano meglio riuscito (tecnicamente impeccabile, ma al cantabile iniziale mancava un po’ di epicità e non si è mai lasciato andare nella danza centrale), con lo Studio di Chopin mi son dovuto ricredere. Il fanciullino ha trovato una tensione espressiva nell’op. 25 n. 11 che non mi sarei aspettato, riuscendo anche a superare il suo bel suonino rotondo per tirare qualche sleppa (ma sempre controllata) che rendeva perfettamente il tono drammatico del tempestoso Studio. Similmente sull’op. 39 n. 5 Rachmaninov, in cui mancava la tesa espressività di Gadjiev (ancora mi vengono i brividi a pensare alla visceralità di alcuni suoi passaggi), ma che non gli era secondo per cantabilità, intensità espressiva e soprattutto definizione. Sentire nella ripresa una tale definizione della mano destra senza che questo disturbasse il canto della sinistra (che non è già fortissimo con molto peshto) era veramente da brividi.  Ma ciò che ha davvero lasciato sbalorditi è stato quello Studio Trascendenale n. 10 conclusivo: belli gli effetti timbrici, ottimo il fraseggio, bello il suono, definito e al contempo appassionato, qualcosa di incredibile. Ma già lo aspettavo al varco sul finale: con questo suono bello e rotondo come rendere la grottesca cavalcata che chiude il turbinoso studio? Illuso! Consapevole di non avere quel suono mostruoso o sfibrato, il fanciullino ha letteralmente staccato un tempo vertiginoso, tenuto con un’ebbrezza della velocità e una definizione tali da far venire il batticuore. Quando si staccano questi tempi è un rischio enorme, o la va o la spacca: ma possiamo qui serenamente affermare che la situazione non gli sia sFujita di mano (badum-tsch).

E niente, il pubblico non ce l’ha fatta. Conquistata dalla serena felicità, dalla naturale musicalità e dalla temeraria abilità tecnica del fanciullino prodigioso, ancor prima che staccasse la mani dal pianoforte è esploso in un boato. E standing ovation fu. Io in mezzo a loro.

Non so veramente che altro aggiungere a questa già lunga Campana. Come avrete potuto notare quest’oggi meno battute, meno ironia, meno maligne allusioni. Ma è solo perché ieri alle 23 sono uscito dalla Sala Grande che le orecchie ancora mi rimbombavano dalla bellezza sentita lungo tutta la giornata, in preda ad un’euforica sindrome di Stendhal. Vedremo oggi gli ultimi otto pianisti e infine i risultati, ma se queste son le premesse, non vedo davvero l’ora di sentire il secondo round, dove la musica prenderà davvero il sopravvento.

 

Cremona Musica 2017: Un ultimo saluto ad Ivry Gitlis e riflessioni finali

Cremona Musica è finita, viva Cremona Musica!

Dopo tre giorni di tirata, scrivo questa Campana comodamente sdraiato sul mio copriletto arancione, con lo spirito gonfio di pensieri e il portafoglio sgonfio di denari.

Cremona Musica è d’altronde anche il permettersi qualche acquisto, saltellando tra uno stand e l’altro del reparto Edizioni Musicali, per tornare a Padova con nuovi libri e nuovi CD (e proseguire con la mia descoverta della musica contemporanea finlandese [dio, quanto è hipster questa cosa, mi è appena cresciuta di cinque centimetri la barba per reazione]). Esa-Pekka Salonen, è tutta colpa tua. Ma in ogni caso, la Fiera si è conclusa e se i miei piedi rigraziano, parte di me vorrebbe cibarsi di quell’aria ancora a lungo.

Perche è vero che il rumore è assordante, è vero che c’è calca (ma per chi è abituato alle dense masse di Lucca, si naviga che è un piacere), è vero che non sai mai dove sederti e finisci sempre sul prato fra i due padiglioni, però quanto si impara, quanto si pensa a Cremona!

Basti pensare alle riflessioni generate da Ivry Gitlis, che ieri ho potuto osservare per qualche minuto dar lezione a giovani violinisti (e avrei voluto assistervi per altre ore). Gitlis è stata la vera e propria star di Cremona Musica, non solo per la sua incredibile fama, ma per la sua capacità di pervadere ogni spazio (e tutti  i miei titoli) con la sua presenza ed il suo sguardo. Non puoi ignorarlo nemmeno se ci provi, questo è il suo carisma. E il suo messaggio di abbandono di ogni pretesa logica e razionale, quando ci si avvicina alla musica, ha per me trovato ulteriore carburante nella conferenza di Stuart Isacoff dedicata ai temperamenti, dimostrazione di come ogni idea di perfezione razionale venga a mancare persino nella struttura basilare della musica, cui inutilmente i secoli hanno cercato di inculcare logiche perfette persino nella distribuzione delle note.

Ma è finalmente giunto il momento di narrare brevemente della Media Lounge (nell’immagine in evidenza, una foto), per me una delle esperienza più interessanti. Quest’anno sono infatti stato invitato a far parte del gruppo di giornalisti, editori, responsabili di media vari (dalla radio alla televisione, da facebook ai blog) provenienti letteralmente dal mondo intero. Va da sè che già questo per un ragazzo di ventiquattro anni ancora studente porta un carico di interesse notevole. Attraverso le presentazioni e le brevi riflessioni dei partecipanti si è sviluppata una sorta di riflessione comune, cui ognuno portava un apporto, a volte anche critico nei confronti di chi era intervenuto prefedentemente.

La tematica principale di questa riflessione lunga tre giorni è legata alla diffusione della musica classica, argomento di cui bisogna più che mai parlare in questo preciso momento.

Parto subito con un’affermazione: non si può rendere pop la musica classica. La ragione è semplice, sono musiche nate con scopi, idee, approcci e pubblici diversi. Come si diceva anche il primo giorno: non puoi spiaccicare un concerto classico su Facebook e sperare di attrarre così nuovo pubblico, perché il format è semplicemente diverso. Al contempo, tuttavia, è necessario a mio avviso introdurre la musica classica nelle vite di chi non la conosce, di chi si barrica dietro il classico “non la capisco”, ma anche di chi, semplicemente, è curioso ma non dà seguito a questa curiosità. E questo non solo perché una buona partecipazione di pubblico è fondamentale per la sopravvivenza della nostra amata musica, ma anche perché l’esperienza musicale aiuta a crearsi uno spazio per sé nel rumoroso mondo moderno. Capire l’importanza vitale che può avere la musica (e la  classica soprattutto), tuttavia, va di pari passo col comprendere la natura profondamente diversa di chi bisogna coinvolgere. Siamo una società veloce come mai prima (anche se ogni secolo diceva la stessa cosa di quello precedente), pervasa dalla condivisione e soprattutto dall’interazione. La necessità di interazione è una delle grandi barriere della musica classica. Pensateci, ad un concerto pop o rock si ascolta, si balla, si beve birra, ci si prova con le ragazze, insomma ogni sano rito sociale.

Ed è giustissimo così!

Di fronte a questa affermazione molti potrebbero inorridire: “Ma quindi dobbiamo abbandonare il contenuto spirituale della musica e tornare alle tradizioni passate in cui si mangiava e si commerciava durante le opere?”. Normale pensarlo e normale chiudersi al nuovo, nel timore di questo rischio. Ma qui subentra ciò che ho affermato sopra: non si può rendere pop il concerto classico. È giusto puntare sulla diversità di ciò che offre il format, sull’arricchimento che ti dà un’esperienza artistica. Ma al contempo: chi ha mai affermato che il caro vecchio concerto classico debba venire soppiantato da formule pop?

Osservare, studiare e riflettere su meccanismi di marketing, evoluzioni sociali e logiche di mercato è fondamentale, così come capire cosa può applicarsi e cosa invece deve rimanere confinato ad altro. Esattamente come quando si progetta una campagna pubblicitaria sui social rispetto a quando lo si fa sui media tradizionali. Ed anche capire che la musica (tutta la musica) si fruisce su molti livelli diversi, da quello più a quello meno tecnico, che ha il suo notevole peso. È così per tutta l’arte, no? Non sono pittore e non sono storico dell’arte, eppure posso rimanere a contemplare un dipinto godendomi appieno un’esperienza artistica.

Il discorso è lungo e articolato e tira in ballo diverse professionalità, quindi anche il tradizionale pudore nei confronti dell’idea del denaro. Dopotutto, se facciamo questo lavoro, è perché ci muove una forte passione, eppure che c’è di sbagliato a pensare di guadagnarci una vita dignitosa? E chi organizza un teatro, un festival, chi ha una rivista in mano, non è forse (nei suoi limiti) un imprenditore culturale? Nel momento in cui il sostegno pubblico viene ridotto è fondamentale capirlo. Al contempo bisogna trovare l’equilibrio che permetta di raggiugere nuovi pubblici (che siano giovani, adulti, anziani o [nessuno ci pensa mai?] stranieri) senza tradire l’arte di cui ci facciamo strumento. Non solo per un discorso etico, ma anche perché le bugie hanno le gambe corte e spiaccicare format inefficaci per il solo gusto di dire “l’ho fatto”, è una mossa assai poco lungimirante. Come lo è puntare solo alla tradizione consolidata e che renda felici le innumerevoli Vecchie col Sacchetto® che popolano le sale concertistiche, senza preoccuparsi di costruire percorsi che facciano maturare l’aspettatore e lo coinvolgano in un’esperienza artistica reale, non accontendandosi dell’offrire semplice intrattenimento (e persino una gloriosa Sinfonia di Beethoven può diventarlo).

Parafrasando Tohru Sase, l’arguto direttore della rivista giapponese Sarasate, bisogna avere il coraggio di sapere che il mercato, a volte, te lo crei tu stesso. E, aggiungo io, bisogna capire come solleticare l’interesse del pubblico, guidarlo per mano nel nostro complesso mondo (avete mai provato ad immaginare quanto sia imbarazzante per uno spettatore non sapere quando applaudire?), capire quanto ci sia veramente utile ragionare sulle categorie (cosa significa musica classica, musica d’arte, musica colta? Come lo spiego?). E come dicevo più sopra, ricordarsi che la musica si fruisce a più livelli. Non ha senso pensare che tutto debbano fare divulgazione o creare format di introduzione, anzi è importante che chi vuole approfondire e specializzarsi si coordini con chi introduce e divulga, per creare quel percorso così prezioso che permetta alla musica classica di radicarsi nell’animo di sempre più persone.

Cremona Musica 2017: Ivry Gitlis e l’assenza del giudizio

Scrivo questa seconda pagina di diario dalla Media Lounge, dopo l’ultima riunione (tranquilli, arriverò anche a questo), immerso nel chaos dei padiglioni cremonesi, tra violinisti che si dilettano a provare i loro concerti preferiti (un altro Sibelius? Ancora?) e concerti di improbabili chitarristi autocompiaciuti.

Molte idee frullano in testa, ma ancora occupano un posto preminente le impressioni del secondo giorno. Quella di ieri è stata soprattutto una giornata di musica. Molti gli appuntamenti musicali che ci hanno permesso di sentire dei frammenti dell’arte di musicisti tra i più interessanti, nonostante l’ambiente “between a chemical factory and a psychiatric asylum” (cit. Itamar Golan prima del suo concerto). È stata l’occasione anche di intervistare l’interessantissimo pianista italiano (e mio concittadino) Enrico Pompili e la nota Valentina Lisitsa, famosa per aver saputo imbrigliare con arguzia e coraggio il pubblico di YouTube con video interamente dedicati al repertorio pianistico.

Ma ogni giorno di Cremona Musica 2017 porta con sè un po’ di Ivry Gitlis e ieri abbiamo avuto l’onore di vederlo premiato per la categoria Esecutore (insieme ai Corsi di Santa Cecilia per la categoria Progetto, a Stuart Isakoff per la categoria comunicazione e a Giovanni Sollima per la categoria Compositore). E in occasione di questa premiazione, oltre che poterlo sentir suonare ancora una volta, abbiamo potuto ascoltarlo parlare, con un tono più allegro e brillante rispetto alla mia intervista (forse, da buon istrione quale è, anche per la presenza del pubblico), ma complementare e incredibilmente coerente.

Di Gitlis si può dire che sia uno spirito naturale, intessuto di vita e con radici tanto nel terreno, quanto nell’aria. I suoi discorsi partono sempre da punti di vista unici e forti, che rifiutano il ricorso a delle categorie prestabilite. È una lotta, quella di questo anziano uomo che parla con lo sguardo, che smantella ogni sovrastruttura costruita da secoli di riflessioni (e comportamenti inconsapevoli). Come definire il concetto di giusto o sbagliato in musica? E soprattutto, è giusto applicarvi questi concetti? Ha senso definirli? Quanti giovani interpreti perdono le ore per raggiungere una maestria tecnica che non consiste nell’acquisire nuove potenzialità espressive, ma in una riproduzione asetticamente perfetta? Eppure questa è una necessità della contemporaneità, influenzata dal difficile ruolo dei concorsi e dalla ricerca della perfezione da parte delle case discografiche. Con sorprendente coincidenza, questo discorso è emerso anche durante l’interessante intervista con Valentina Lisitsa, che a questa domanda ha trovato una risposta. È davvero importante sentirsi “giusti” quando si suona? Non ho ancora una risposta, ma sono lieto che il compito di un critico musicale possa anche esprimersi in questi interrogativi. Anche perché il tema del giudizio è quanto mai complesso. Non è forse un’opinione già una forma di giudizio? E non è compito di un critico musicale anche l’esprimere le proprie opinioni e farsi garante di onestà e qualità?


Ma i discorsi di Gitlis riguardano un po’ tutta la vita. Quanto ci giudichiamo con severità? Quanto ci imponiamo regole estranee? Eppure alcune di queste regole sono importanti per il vivere comune. Quale dunque l’equilibrio o, come mi ha insegnato un concerto di Esa-Pekka Salonen, quale il nuovo sentiero?

Questi dubbi pervasivi si sedimentano anche nel campo dell’affettività, che Gitlis denuncia allontanarsi costantemente a causa di un sistema educativo che sembra non prevedere l’umanità. È una filosofia dell’amore, quella di Gitlis, che non si può banalizzare come una qualche stramberia new age o distorta rievocazione hippy. È un interrogativo serio: quale lo spazio per l’affetto e l’amore in un mondo che sembra sapere tutto della sua scienza, ma fatica a raggiugerlo nella sua sostanza più densa?

Tutti i discorsi fatti su questo argomento con Sofia sembrano qui trovare un ulteriore spunto, ma anche la conferma che questo desiderio di capire se si possa vivere con le regole di questo mondo, ma guardandolo in un altro modo, è una reale questione sulla quale interrogarsi.

Cremona Musica 2017: Ivry Gitlis e la forza del racconto

Dopo aver tenuto un diario di carattere tecnico come quello dal Busoni, dare lo spazio ad un diario dal carattere più narrativo e descrittivo non è semplice.

Ma qui siamo, a raccontare questo primo giorno di Cremona Musica 2017, negli ultimi momento di svacco in stanza, prima di rigettarsi nella mischia.

Le prime impressioni di Cremona Musica sono complesse: innanzitutto ti fanno male le orecchie. Immaginatevi tre padiglioni ampi, interamente riempiti di strumenti, gente e gente che suona gli strumenti. Contemporaneamente. Il premio lo vince comunque lo stand dedicato agli attrezzi di liuteria, con dimostrazione pratica di trapani su ciocchi di legno e timpani di passanti.

La seconda impressione è la sensazione di spaesamento. Cremona Musica è un po’ una Lucca Comics della musica classica ma senza i cosplayer (anche se i musicisti sono creature già sottratte al tempo di loro). Nonostante non sia sicuramente enorme come la fiera fumettistica lucchese, per un musicista è il paese dei balocchi: oltre agli strumenti si tengono appuntamenti costanti nei vari spazi, da concerti a lezioni, da workshop a presentazioni.


La terza impressione che arriva da Cremona Musica, infine, riguarda le persone. Intendo le persone che conosci in quest’occasione, di cui conosci le idee, i racconti e gli aneddoti, come Sandro Cappelletto e Leonard Bernstein, o le riflessioni sulla critica musicale con Gianluca Iavarone e Federico Capitoni o, per arrivare al titolo, il poter intervistare (anche se non è proprio il termine adatto) Ivry Gitlis. Non di una vera e propria intervista si è trattato, ma di una conversazione, che più che sulla musica, si è incentrata su tematiche interiori, come la solitudine, il rumore, i rapporti umani, anche traslati allo strumento, con il suo rifiuto di ogni etichetta e termine vuoto (“stile? cos’è lo stile? esiste?” o anche “approccio, io non ho bisogno di nessun approccio con il violino, non significa nulla”), questione che mi ha spiazzato, così abituato ad un diverso modo di vedere. Ma anche momenti buffi (“Alessandro, you look so much like a young man from the Romantic era” o anche “How old are you?” “24!” “Poor you!”) e occasioni di guardare negli occhi un uomo che nella vita ha visto tanto con uno sguardo veramente unico. L’intervista ad Ivry Gitlis uscirà fra qualche giorno su Amadeus online, e spero sinceramente di riuscire a rendere anche solo la metà di quanto ha comunicato.

Molti altri i momenti interessanti della giornata, come assistere alle masterclass dei docenti di Santa Cecilia completamente gratis, le riunioni della Media Lounge (di cui scriverò più avanti), le presentazioni di libri, festival, pianoforti che cambiano temperamento durante l’esecuzione…

Insomma, Cremona Musica è sempre un grande buffet, in cui venir trascinati per tre intensi giorni.

Diario dal Busoni: Fine del viaggio

Con la serata di ieri, 1 settembre, si è conclusa questa sessantunesima edizione del Concorso Pianistico Internazionale/Internationaler Klavierwettbewerb/International Piano Competition Ferruccio Busoni, Membro della Fédération Mondiale des Concours Internationaux de Musique, Membro della Alink-Argerich Foundation, Primo del Suo Nome, Padre di Carriere, Sfornatore di talenti (titoli che manco Daenerys Targaryen).

La Finalissima ha visto, come quasi tutti voi lettori saprete, la vittoria del croato Ivan Krpan, cui è stato dato il Primo premio. Come potrete sicuramente immaginare viste le mie precenti pagine, non mi trovo concorde in questa decisione. Ma vediamo le cose con calma.

Della prova di ieri sera, Ivan è stato sicuramente il migliore. Anna Geniushene ha purtroppo accusato pesantemente la stanchezza, offrendo una prova decisamente sottotono rispetto alle precedenti. Il suono era sempre bello e preciso, ma poco appoggiato e la stanchezza la portava a tirarsi indietro quando poteva essere più lanciata. Timbricamente interessante e dalla musicalità indubbia, la pianista russa ha eseguito un Imperatore di Beethoven con un piglio severo che non m’è dispiaciuto, ma che sarebbe stato meglio se associato anche ad una maggiore energia e libertà nei momenti gagliardi, oltre ad una maggiore pulizia tecnica e un migliore controllo delle dinamiche, nonché di legato. Con lo scrupolo e l’attenzione che la contraddistinguono, tuttavia, la sua prova è stata quella migliore per insieme con l’orchestra e dei tre è stata l’unica ad aver veramente dialogato con gli strumenti ed essersi adattata all’orchestra (e su questo ne parlerò più sotto). Terzo posto per lei (ma altri due premi speciali vinti, quindi la sentiremo di nuovo).

Più convincente la prova di Jaeyeon (sì, chiunque lo senta in streaming non concorderà, ma vi assicuro che la differenza sonora cambia tantissimo la capacità di coinvolgimento del pubblico), che non a caso ha anche vinto il Premio del Pubblico quella sera (probabilmente anche grazie alla splendida prova cameristica di due giorni prima). Il suo Quarto di Beethoven è stato il più dei tre concerti, nonostante una brutta tendenza a correre e ad essere troppo instabile di metronomo, sintomo di un’agitazione parecchio invadente. Molto bello il suono, tecnicamente più preciso di Anna (ma più evidenti gli errori fatti) e musicalmente interessante, soprattutto nelle cadenze del primo movimento. È stato l’unico della serata a raggiungermi espressivamente, ma ha avuto dei grossi problemi a relazionarsi con l’orchestra, sia per l’instabilità agogica, sia per la fretta nei dialoghi, che non dava i dovuti respiri nemmeno nel secondo movimento. Il terzo tempo è stato poi ben realizzato, ma la stanchezza (e il mal di schiena atroce) si è fatta sentire ed è mancata quel carattere spigliato e divertente così tipico del Rondò. Secondo posto per Jaeyeon.

Giungiamo infine al nostro Premio Busoni: Ivan Krpan. Che dire, il suo Quinto di Beethoven è stato il concerto più convincente ieri sera. Il suo suono riempie senza problemi il secco Teatro Comunale e si è distinto bene rispetto all’Orchestra Haydn. È stato quello che meglio ha retto tecnicamente, mostrando anche la forza di tirare dritto con determinazione dopo due quasi-vuoti che avrebbero fatto panicare chiunque. Tecnicamente brillante, buono il carattere, determinato il pianista, tutto molto bene insomma, dunque perché non condivido con il Primo premio? Molto semplice, non c’era molto altro in quell’Imperatore. Non c’era un interessante respiro musicale, ma soprattutto non c’erano cura per i dettagli e ricerca timbrica. Si potrà argomentare sul fatto che il ragazzo ha vent’anni, ma è un’argomentazione molto debole. In un’intervista che ho fatto a Mari Kodama (e che vedrete su Amadeus Online tra qualche giorno), lei giustamente ha messo in risalto la necessità di avere un Primo premio che sia già maturo e pronto per intraprendere le tournée che sono parte del Premio. Ebbene, Ivan Krpan secondo me non ha quella maturità. Tecnicamente, ad esempio, deve ancora risolvere un grande problema, ossia la tendenza a bloccare e irrigidire il polso ogni volta che tenta di andare oltre il forte, con conseguente suono metallico e pestato veramente fastidioso. Osservando le prove precedenti inoltre, non ho mai avuto la sensazione di trovarmi di fronte ad un artista unico.

Certo, la sua Semifinale è stata solida e convincente, ma la sua Finale solistica è stata affossata da una Seconda di Chopin pestata e con vuoti di memoria molto pesanti, la sua Finale cameristica è stata vissuta all’insegna della noncuranza nei confronti del Quartetto e questa Finalissima lo ha visto così indifferente all’orchestra, da coprire i soli dei legni nel primo movimento, per far risaltare un elemento di accompagnamento nel pianoforte assolutamente secondario. Certo, il pianista ha suono, ha un enorme talento tecnico e ha determinazione, ma gli manca ancora la cura del dettaglio e sembra non concepire con chiarezza il concetto di “poesia” da contrapporre al carattere più fiero che gli riesce meglio. Non mi si tiri in ballo il discorso degli anni, Julius Asal ha esattamente la stessa età e ha mostrato quanto si possa essere musicalmente maturi a vent’anni (non parliamo mica di quindicenni). Quindi devo ammettere di non condividere questa scelta, ma mi tiro anche indietro: la giuria ha le sue motivazioni.Prima fra tutte è il fatto che Krpan abbia una brillante carriera dinanzi a sé, una caratteristica che sicuramente farà onore al Concorso Busoni un giorno. Il discorso del suono è poi veramente più importante di quanto non gli si dia credito. Essere capaci di sfoggiare un suono convincente che possa riempire e adattarsi a qualsiasi sala, sia essa piccola o enorme, è una necessità fondamentale per un pianista che si appresti a fare dei tour nei prossimi anni lo porteranno in Europa, America e Asia. Il mio parere inoltre, come quello di molti altri pianisti e appassionati che seguono in streaming e dal vivo l’importante concorso, è tendenzialmente viziato dal gusto personale: io adoro i musicisti che mostrano di avere una ricerca musicale, timbrica e sonora propria. Non sempre però questa è la caratteristica che apre le porte del successo e, per citare Daniele Spini ieri sera al rinfresco post concorso, suonare la 111 di Beethoven in una sala da musica da camera e bucare la Filarmonia di Berlino con il Primo di Tchaikovsky è cosa assai diversa.

Come accennavo sopra, una menzione negativa va infine all’Orchestra Haydn diretta da Arvo Volmer, che ha faticato a seguire i solisti e a metterli a loro agio, contribuendo a render loro la vita complessa. Nell’orchestra stessa si salvano gli archi, compatti e sufficientemente precisi (anche se un po’ lentini ogni tanto), ma i fiati hanno avuto dei problemi di intonazione pesantissimi (i due oboi nell’Adagio dell’Imperatore avevano la grazia di un clacson in tangenziale), oltre a fastidiose difficoltà di insieme (i corni erano assolutamente incapaci di andare a tempo). Insomma, come ogni anno, l’Orchestra Haydn, che pure riserva degli ottimi concerti in stagione, dà quasi il peggio di sé al Busoni (eccetto quello splendido Secondo di Bartók con Alberto Ferro due anni fa): veramente un peccato!

E così dunque si conclude il Concorso Busoni e con esso questo mio diario personale. Come ogni anno mi sono trovato d’accordo e in disaccordo con la giuria, come ogni anno ho scoperto fantastici artisti (Anna Geniushene, Jaeyeon Won, Julius Asal, Eunseong Kim [Dio Pessshto redento!]) e ho visto la conferma di altri (il caso di Leonora Armellini basta per mille), e come ogni anno ho avuto l’opportunità di conoscere persone fantastiche, stringere amicizie e, per la prima volta, vivere questo concorso con la vicinanza della vivace e ironica Sofia (senza il cui supporto ammetto avrei fatto assai più fatica a fare tutto). Ma è stata anche l’occasione di mettermi in discussione e far nascere diverse riflessioni. A tal proposito vi invito a tenere d’occhio il sito di Amadeus, fra una settimana o giù di lì, perché nell’intervista alla Presidentessa di Giuria Mari Kodama potrete trovare numerosi spunti e, forse, le risposte ad alcune domande che vi starete ponendo. Io vi ringrazio per avermi seguito in così tanti (non me lo aspettavo davvero) e ci rivedremo con le mie future pagine di blog, coi miei prossimi articoli e con un nuovo Diario dal Busoni!

Diario dal Busoni: Los Tres Pianisteros

Sì, quello del titolo è un chiaro omaggio alla mia infanzia e al meraviglioso Los Tres Caballeros della Disney, guardato tante volte da consumare la cassetta. Ma è anche un modo un po’ leggero per riferirmi ai nostri tre finalistissimi, i tre pianisti assurti all’empireo del Concorso Busoni.

Ma, come sempre, prima di osservare i risultati delle Finali cameristiche, andiamo a vedere come sono andate le esecuzioni di ieri sera!

La prima ad esibirsi è stata la russa Anna Geniushene, l’unica che ho potuto finalmente ascoltarmi dalla platea. La tecnologica pianista, regina della previdenza, non sapendo cosa aspettarsi come voltapagine e non volendo portarsi dietro troppi chili di parti, se l’è cavata con un iPad con annesso pedale per voltate (che per inciso le ho visto utilizzare poco fa anche in prova con l’Orchestra Haydn su Beethoven [ops, spoiler!]). Dei sei pianisti mi sento di dire che sia stata quella più attenta e che più ha dialogato con il Quartetto di Cremona, ipotesi presente nei miei appunti che è stata poi in seguito confermata. Il suo Schumann ha avuto le caratteristiche già osservate nella Semifinale solistica (nella quale ha eseguito i Phantasiestücke op. 111), dimostrazione di una maturità espressiva e stilistica che non prevede scelte casuali. Rispetto alla prova solistica era però meno lanciata l’esecuzione, con conseguente anche ammorbidimento del suono, minore aggressività e maggiore attenzione ai dialoghi, ma al prezzo di quello slancio schumanniano e quell’energia che è emersa con maggiore chiarezza forse solo nel terzo movimento e in alcuni momenti del quarto. Molto ben condotto tutto, tecnicamente solido come ‘na roccia, musicalmente raffinato, il suo Quintetto di Schumann sembrava calibrato alla perfezione con gli archi, con una chiarezza della tessitura veramente ottima (anche raggiunta grazie ad un oculato uso del pedale di risonanza).

A confermare la positività della serata, la prova del coreano JaeYeon Won, amorevolmente detto “facciotta” per il suo volto incredibilmente bonario, è stata una vera rivelazione. Certo, avevo già fatto notare l’originalità della sua personalità artistica nella Sonata n. 7 di Prokofiev in Finale solistica, ma nel Quintetto di Dvorak il pianista ha mostrato con chiarezza che i suoi 29 anni sono sintomo di una notevole esperienza musicale. Dei sei, il suo è stato secondo me il Quintetto più riuscito, in cui il pianista è riuscito in maniera più interessante a scambiarsi ruoli con i vari archi, ad emergere quando necessario con suono brillante e chiaro e a tornare in secondo piano lasciando la guida all’arco di turno. Finalmente c’è stato anche modo di sentire quel Quintetto eseguito con un’intenzione stilistica ben chiara ed elaborata, con frequenti cambi di umore, timbro e suono che assecondavano la capricciosa scrittura e ben si adattavano alla varietà arcolaia del quartetto. L’uso del pedale è stato anche qui più calibrato, non un elemento costante, ma un colore prezioso da utilizzare con cura. Sono stato parecchio contento di notare che i miei pareri dal palcoscenico, dove avevo ripreso possesso della mia rumorosa panchetta da voltapagine, sono stati confermati dalla solita paziente e pervicace Sofia, che ha confermato le mie impressioni dalla platea. Insomma una prova so convincing, that you might say,  he already Won the competition! (badum-tsch) [perdoname madre por mi umorismo pessimo]

Il croato Ivan, dopo l’ “entrata con camicia trionfalmente fuori dai panta” [cit. Sofia], ha eseguito il Quintetto di Brahms, scelta coraggiosa operata dal pianista ventenne (come EunSeong Kim ieri). Dei tre della serata la sua è la prova che mi è piaciuta di meno. Nonostante il suono fosse più adatto e plasmabile rispetto al Brahms di EunSeong, anche il Brahms di Ivan è stato interpretato con una certa noncuranza del Quartetto che gli stava intorno. Raro il contatto con i musicisti, sia visivo che musicale, e l’intero Quintetto ha dato l’impressione di essere una lettura molto scolastica e un po’ superficiale, impressione che ha avuto Sofia dal pubblico, ma cui posso dare conferma io stesso dal palco. La parte del Quintetto era stata ben poco aperta, considerando che eccetto un paio di diteggiature nel quarto movimento non ho visto alcuna annotazione e il libro stava aperto con fatica sul leggio. Certo questo dimostra l’incredibile facilità tecnica e abilità di lettura del pianista, che nell’affrontare il leonino Quintetto non ha versato troppe gocce di sudore (ma che si è isolato a tal punto da dimenticarsi anche di darmi dei cenni nei punti in cui voleva che girassi prima). Forse è questo che la giuria ha apprezzato così tanto!

Infatti i tre pianisti su menzionati sono stati anche gli stessi a passare in Finalissima, con un risultato che non ci ha sorpresi troppo (anche se avrei preferito EunSeong al posto di Ivan per quella fantastica Finale solistica). Ad Anna è andato il Premio del Quartetto di Cremona, che consiste in una serie di concerti con il Quartetto col pianista con cui loro si sono trovati meglio nelle due ore e un quarto totali di prova (“more than enough!” ha commentato la sorprendente fanciulla russa). Fra Premio della Junior Jury e Premio del Quartetto, la pianista ha già accumulato un paio di bei concerti, oltre a quelli che le arriveranno come finalistissima del Concorso. Sono molto contento anche per il rubicondo JaeYeon, di cui ho apprezzato la maturità espressiva, e incuriosito dalla prova di Ivan il conquistatore. Domani sera infatti i tre pianisti si sfideranno a colpi di Beethoven (buffa immagine), eseguendo infatti Anna e Ivan il Quinto Concerto e JaeYeon il Quarto.

Siamo così arrivati al penultimo giorno di concorso, ma non disperate: un particolare dietro le quinte vi accompagnerà domani, nell’attesa della Finalissima. Una conversazione di fronte a tre caffè (uno per me, due per lui) con il meraviglioso Giulio Passadori, accordatore, noleggiatore, rivenditore e psicologo pianistico, colonna portante del Concorso Pianistico Ferruccio Busoni.