Diario dal Tchaikovsky: Primi Risultati

9.49 The Courtyard Hotel, Mosca.

Ogni volta parto pensando di essere perfettamente in tempo, “Quest’oggi la Campana la scrivo con tutta la calma del mondo”, HA! Illuso. Il Tchaikovsky ti fa passare 14 concorrenti al posto di 12 e scopri la mattina stessa che le prove inizieranno un’ora prima. Salvo poi arrivare al conservatori per scoprire che sei tu ad esser mona e hai visto l’orario europeo (alle 12) e non quello russo (alle 13). Dannazione. Beh, caffè sotto al conservatorio e si finisce di scrivere.

Come si potrà evincere dal titolo e da questa mia prima, sconclusionata introduzione, ieri sera sono arrivati i primi risultati: da 25 candidati si dovrebbe passare a 12 ma come il buon Matsuev ha annunciatom visto il livello eccezionalmente alto (che si traduce con: non sapevo chi scegliere LOL li famo passa’ tutti regà [ma si scrive ancora LOL nel 2019?]) ne hanno promossi due in più alle semifinali. Ma prima di commentare questi risultati, bisogna commentare tutte le prove di ieri, già che c’è molto da dire (strano).

Comincio col dire che il miracolo del secondo giorno non si è ripetuto, ma il livello era comunque, com’è da aspettarsi, decisamente molto alto. Primo della giornata Liu Xiaoyu, di cui noterò di sfuggita come il nome contenga tutte le vocali tranne la “e” e ciò lo renda nella mia testa estremamente simile a quelle parole tipo “aiuola” che alle elementari ti danno da imparare per pronunciare bene le vocali. Ciò detto, il ventiduenne canadese è partito con un Preludio e Fuga di Bach un po’ introverso ma con bel suono, con un buon inizio misterioso della Fuga ma un po’ romantico nella conduzione e non sempre chiarissimo. A seguire la Waldstein (anco’?), iniziata un po’ “meh” per tenuta ritmica, un po’ instabile, con una gamma di dinamiche notevole ma forse esagerata (alcuni pianissimissimissimo erano così pianissimissimissimo che scomparivano nel pianoforte). Notevole però per dolcezza e delicatezza, sia nelle sincopi che nel bellissimo secondo tempo. A seguire lo Studio op. 10 n. 4 di Chopin, molto ben controllato, digitalmente disinvolto, musicalmente molto azzeccato (se si perdona qualche eccesso nel turbinoso finale). Con l’Etude-Tableau op. 39 n. 9 il nostro vocalico pianista ha invece tirato fuori un bel suono diverso, più squadrato e con ricerca di timbri, ampio ma senza pestare, non trascinante ma dai begli accordi, ben appoggiati sul suo Steinway. A seguire, ovviamente, La Campanella, sia mai che mi dimentichi come faccia. Purtroppo qui il pianista, dopo un inizio ben riuscito, ha staccato dei tempi folli su cui ha inopinatamente scelto di correre ancor più, non sempre con i migliori risultati: l’ansia da concorso non perdona. Bene la Romanza op. 5 di Tchaikovsky e la Danza dei quattro cigni sempre di Tchaik trascritta da Wild, con buona ricerca timbrica, ma non particolarmente brillanti per lirismo (soprattutto la Romanza ovviamente).

A seguire sempre sullo Steinway è stato l’americano Kenneth Brobergh (vecchio, hai vinto l’Argento al Cliburn due anni fa, che ci fai qui?) su cui nutro pareri contrastanti. Contrastanti perché il suo Bach mi ha completamente conquistato: si poteva davvero sentire tutto il Barocco negli arpeggiati del La bemolle maggiore dal primo volume, si sentiva benissimo come ricercasse timbricamente un suono solare, energico e con sonorità da Brandeburghese. Bellissimo, Kenny. Ottima anche la 110, però un po’ inibita: qui è iniziata la parte che mi dà dei dubbi. Bello il primo tempo, dalle dolci tinte chiare e dai contorni morbidi e ben robusto il secondo, sebbene ogni tanto alcuni tempi drammatici non fossero proprio azzeccati (con conseguente caduta dell’effetto sorpresa), ma ciò che non mi ha convinto è stata la cantabilità del terzo movimento, in cui il pianista avrebbe potuto abbandonare il chiarore dei primi tempi per un tono più ponderoso che inutilmente si è atteso. Così come un legato più nettamente cantabile, che sarebbe stato molto apprezzato in quello che è forse uno dei temi più belli di tutta l’opera del buon Ludwig. Molto bene invece la fuga, soprattutto il tono veramente paradisiaco della ripresa. Sullo Studio op. 39 n. 8 di Rachmaninov il discorso è affine: più dolcezza, morbidezza, più crepuscolo e meno alba per usare un riferimento visivo. Non si può certo dire che non sia stato ben suonato, ma c’era qualcosa nel carattere che mi mancava. Bella l’op. 25 n. 5 di Chopin che emerge da Rac, con splendido carattere negli arpeggiati e quasi un accenno di vero legato dolce e cantabile nel tema centrale: ci stiamo avvicinando. Su Wilde Jagd di Liszt, che in genere è un “liberi tutti” per i macinatori seriali, Broberg è riuscito dare una buona esecuzione, con avere foga ma senza brutto suono, pur ahimé buttando spesso e sacrificando alcuni dettagli di fraseggio anche nella ben espansiva sezione centrale. Ottima la polifonia nella Dumka di Tchaikovsky, affrontata con eleganza e molto senso del fraseggio, seppur ancora senza ombre. Per il solare americano era sicuramente più adatta la parte centrale, affrontata con frenesia danzante e splendido suono. Da risentire sicuramente.

broberg-silver-van-cliburn
Vardaeo che contento che era Broberg al Cliburn

È stata poi la volta dello Yamaha suonato dallo spagnolo Alber Cano Smit, che purtroppo ha ceduto al nervosismo da Tchaikovsky. Lo si è percepito nitidamente già da Bach, molto teso e rigido, cosa che lo ha portato a esagerare e strascicare alcuni tempi e fraseggi. Non diversa l’op. 31 n. 2 di Beethoven, in cui un buon suono non ha trovato la necessaria consistenza, né ricchezza di dettagli che La Tempesta potrebbe offrire. Una generale assenza di chiarezza nelle linee è stato probabilmente il principale problema, ma per tutta la sua prova si è percepita l’ansia del pianista e diamine, le spalle eran così contratte che ancora un po’ ci toccava le orecchie. Non molto meglio le furibonde ottave dell’op. 25 n. 10 di Chopin, iniziato non male, ma un po’ corso nella parte centrale e soprattutto ciccato nella ripresa: esattamente dove sbagliano tutti. Vi giuro, dovrebbero vietare ‘sto Studio ai concorsi, nelle ottave per modo contrario della ripresa nove pianisti su dieci vanno in tilt. Ouff. Bello l’inizio del Decimo Trascendentale, poi un po’ instabile tecnicamente e con difficoltà a lanciarsi nel climax. Particolare la Romanza op. 51 n. 5 di Tchaikovsky, che vi giuro avrei scambiato per un brano spagnolo, e finalmente un po’ più appoggiato lo Studio op. 39 n. 9 di Rachmaninov, finalmente con qualche bel dettaglio. Veramente un peccato, ma anche questa è esperienza purtroppo.

Non molto diverso George Harliono (sempre sullo Yamaha). Dopo un discreto Bach, l’Appassionata (risalve, quanto tempo) è stata un prodigio del PESHTO, assai instabile e rigida, senza idee particolarmente riuscite, con suono duro e spigoloso, non senza cose belle per carità, soprattutto nel tono più schiettamente patetico, ma decisamente non maturo (e ce credo c’ha diciotto anni). Discorso affine sul Natha Valse di Tchaikovsky, cui mancava un po’ di eleganza che non fosse affettazione (lo so, è difficile su quel brano), però concluso bene. Non male l’op. 25 n. 5 di Chopin, molto chiaro e ben fraseggiato, ma molto rigido, credo per una certa fissità del polso. L’op. 39 n. 6 di Rachmaninov è iniziato con una tega, ma ha dato una degna dimore al suono secco del giovane britannico, che si è distinto per il gran controllo nella velocità, per quanto ricca di accenti un po’ convulsi. Non ottimo il controllo e la consequenzialità dinamica, ma brillante. Non male Harmonies du Soir, abbastanza misterioso all’inizio ma un po’ povero di timbri, ma finalmente con un suono più aperto nei maestosi climax (quelli sì, da brividi), in cui il pianista ha finalmente iniziato a respirare con la musica, pur senza abbandonare una certa rigidità.

Il successivo, nel tardo pomeriggio, è stato uno dei concorrenti più attesi: il giovane Malofeev. Già lanciato in una carriera stellare in tutto il mondo, c’è chi dava scontata la sua vittoria. La sua prova, però, non mi ha convinto. C’era molta cattiveria nel modo di suonare di Malofeev, non saprei nemmeno come spiegarmi meglio: il suono era intrinsecamente duro. Non pestato, duro, sempre e rigorosamente. Se il peshto di Harliono era un riversare convulsamente la propria baldanza adolescenziale sul malcapitato Yamaha, il medesimo Yamaha ha accolto la glaciale violenza di Malofeev. Fin da Bach, preciso, per carità, ma con delle sleppe nella Fuga assolutamente fuori contesto e non di rado confuso nella polifonia. Bene l’inizio dell’Appassionata (siamo veramente su un altro livello rispetto ad Harliono), ma il discorso è sempre quello. Ogni tanto emergevano dei dettagli profondamente musicali, soprattutto nella costruzione di una drammaturgia musicale d’impatto, ma l’eccesso era costantemente dietro l’angolo e, probabilmente anche per il nervosismo, la cosa è andata peggiorando su secondo e terzo tempo, quest’ultimo letteralmente staccato a 2x. Vi giuro non so come abbia fatto ad arrivare fino alla fine era il doppio del metronomo. Sembravano gli anime guardati dal mio ex coinquilino al doppio della velocità perché così “ne posso vedere di più”. Ecco uguale “faccio il Presto dall’Appassionata al doppio della velocità così posso infilare un pezzo in più nella prova”. Chapeau, ma almeno non rallentarmi sulla coda perché è difficile. Fantastica però la sua Dumka, brano che si sa è letteralmente cresciuto addosso al pianista, con cura dei tempi magistrale e splendida sezione centrale (che fraseggi e che ebbrezza!). Mancava ancora qualcosa, certo, ma per un diciassettenne vi era qualcosa di splendido. Abbastanza bene l’op. 25 n. 11 di Chopin, sebbene non sempre molto chiaro e spesso con scelte musicali un po’ sconclusionate. Meglio l’op. 39 n. 6 di Rachmaninov, affrontata con splendido carattere grottesco, ma anche qui a volte facendo emergere dettagli secondari a volte ottimi, a volte non necessari. Bene la mole di suono, eccessiva per i tre autori precedenti ma qui al suo giusto posto. Simile il discorso per Liszt: un Mazeppa con tanto suono, veramente trascendente sugli elementi tecnici, persino con qualche momento di vera cantabilità nella sezione centrale e con una ripresa veramente funambolica. Oltre non vado, un parere sul ragazzo è troppo presto per darlo, ma a lui va tutta la mia stima per essere riuscito comunque ad esibirsi così, con tale concentrazione, nonostante il terribile lutto appena subito. Onestamente non so nemmeno come abbia fatto a suonare con questa tenuta.

A seguire Malofeev è stata Sara Daneshpour, un guizzo di freschezza e leggerezza dopo la prova sovraccarica di Malofeev (pur rimanendo sullo Yamaha!), ma anche un deciso calo di tensione espressiva. Bene il suo Bach, severo e dall’ottima polifonia, con qualche rigidità sulla fuga, ma tutto sommato bene. Non male anche il primo tempo di Haydn, con buon controllo e brio, ma un secondo tempo un po’ strascicato e, devo ammetterlo, un po’ smortino nonostante l’eleganza. Meglio il terzo movimento, con fraseggio chiaro e belle agilità. Meno efficace la Suite da La bella addormentata di Tchaikovsky/Pletnev, un po’ confusa all’inizio, ma con migliori colori nelle danze successive. Non si può dire che la Daneshpour non sappia suonare, ma cosa manca? Me lo son chiesto molto durante la sua prova e credo che ciò che mancasse a quel Tchaikovsky fosse la freschezza dell’impulso ritmico, la vitalità, il trovare sincero interesse in ogni elemento che si sta suonando, più che puntare ad una buona esecuzione. Meglio l’op. 39 n. 1 di Rachmaninov, anche discretamente chiara e veramente ottima l’op. 10 n. 8 di Chopin, agile, sgranato e delicato. Molto bene Gnomenreigen di Liszt, con suono sempre molto sgranato e bei colori, delicato e guizzante. Forse questo è più il suo regno.

Cambio di pianoforte: sullo Steinway si è esibita Anna Geniushene, la quale è partita subito con un Bach un po’ romantico, ma dal suono bellissimo e dalla grande atmosfera sacrale che, lo ammetto, ha chiamato un applauso soffocato già tra Preludio e Fuga. Bene anche la fuga, con ottima differenziazione timbrica tra le voci, seppur ogni tanto non chiarissima anche a causa dell’abbondante pedale. Splendida la Sonata op. 25 n. 5 di Clementi, su cui la pianista russa ha tirato fuori un suono che, diamine, mi ha tenuto col fiato sospeso. Ottime le agilità e splendidi gli effetti timbrici, raffinati e non gratuiti, mentre non sempre chiarissima la direzione del fraseggio. Bene l’impulso ritmico, anche se a volte inutilmente frammentato. Dopo questo veramente meraviglioso inizio è stata la volta dei meno fortunati studi: l’op. 10 n. 10 di Chopin ha sofferto di un pedale un po’ pesante e di una certa goffaggine tecnica, nonostante le belle sonorità, segno forse di una certa rigidità in alcuni passaggi tecnici. Meglio l’op. 33 n. 5 di Rachmaninov, adattissimo alle sua capacità timbriche e affrontato con un suono diverso e perfettamente adatto. Peccato per alcune note sporche in mezzo alle nuvole sonore e per qualche elemento meno chiaro. Ottimo l’inizio del Decimo Trascendentale di Liszt (anche te t’ho sentito spesso eh), ma la pianista è stata, devo ammetterlo, spesso troppo cauta, non riuscendo a lanciarsi oltre l’elemento tecnico per trascendere (per l’appunto) il virtuosismo e lanciarsi nel far muica. Molto bello però il suono della mano sinistra con gli arpeggi alla destra e con gran carattere  e convinzione le ottave. Peccato per la tensione spezzata nel finale. Dove però Anna la russa ha dato veramente il meglio è stato nella Romanza op. 51 n. 5 di Tchaikovsky. Ben lontana dal sembrare un brano spagnolo come con Cano, questa Romanza è stata veramente un momento di preziosa musica, tale da farmi dimenticare per un secondo di essere ad un concorso. Eleganza, lirismo, tono elegiaco, c’era tutto. Che meraviglia assistere a questi piccoli prodigi musicali. Bene ma meno bene lo Scherzo à la Ruse, con ottima varietà di timbro e carattere, finalmente con suoni convincenti anche nelle parti squillante della destra, ma non sempre chiara in alcuni punti più concitati. Bello il finale, dal suono ampio e maestoso (e che ottave!), ma un po’ confuso e concluso un po’ in discesa. Speriamo meglio per la prossima prova, che riporti un po’ di quell’Anna-da-Busoni che mi ricordo ancora bene dal 2017.

Anna Geniushene
Anna is not amused.

Ultimo del primo giro di quarti di finale il coerano Dohyun Kim, che si è esibito sullo Yamaha. Ben appoggiato l’inizio del Sol diesis minore dal primo volume bachiano, con suono smorzato e attutito che favoriva molto un tono sobrio e intimo, ma non introverso. Bene anche la Fuga, coerente con questo suono anche al costo di perdere un po’ di chiarezza. Bello anche il suono morbido di Mozart, anche se spesso manchevole di nervo quando la Sonata K332 presenta le sue parti più drammatiche. Molto romantico nella pedalizzazione generosa e non sempre disinvolto sulle agilità (quanto mi è mancato il Mozart di Mao il fanciullino!). Bella l’intimità del secondo tempo, per quanto un po’ smortino, ma un po’ meglio il terzo. Bene lo Studio di Rachmaninov (op. 39 n. 6), con suono ben distinto, scuro e intenso, ottimo nell’affannoso e dalla polifonia chiara e non eccessiva, più omogeneo rispetto all’interpretazione di Malof, ma meno esaltante. Terrificantemente veloce (anche troppo) ma miracolosamente in piedi l’op. 10 n. 8 di Chopin, non sempre chiarissimo nel senso musicale, ma molto pulito. Molto bello il fraseggio di Mazeppa, più morigerato rispetto ad alcuni altri Liszt caciaroni e con splendido cantabile nella parte centrale. Ottimi i salti e le ottave, con sorprendente distinzione timbrica e dinamica dei diversi piani sonori anche nei punti tecnicamente più impervi. Bello. Bello anche “Un poco di Chopin” di Tchaikovsky, elegante e con bei bassi e molto belli gli squilli iniziale de Lo Schiaccianoci nella trascrizione di Pletnev, con splendida vitalità ritmica. Delicata e misteriosa la Fata dei confetti, bene i colori della Tarantella, sebbene a volte un po’ impacciata e non male anche il Trepak con cui ha concluso questa selezione, nonostante mi mancasse un po’ di carattere più ruvidamente russo. Ma tutto sommato una buona prova.

Bene, eccoci dunque alla fine di questa lunga, lunghissima Campana: è il momento dei risultati. A passare sono stati Tianxu An (Quinto Dan, ci rivediamo!), Kenneth Broberg (yei, un po’ di positività!), Alexander Gadjiev (yei, un italiano in semifinale!), Anna Geniushene (yei, hanno premiato la Romanza!), Andrey Gugnin (uhm, ok), Sara Daneshpour (uhm, ok dai), Konstantin Yemelyanov (yei, c’è Emiliano in semifinale!) Alexandre Kantorow (yei, c’è Kantor in semifinale!), Dohyun Kim (ok, dai), Philipp Kopachevsky (yei, c’è Philippo in semifinale!), Alexey Melnikov (yei, c’è Melny in semifinale!), Arseny Tarasevich-Nikolayev (yei, c’è Arsenio in semifinale!), Mao Fujita (yei, c’è il fanciullino in semifinale!) e Dmitry Shishkin (prevedibile ma anche giusto). Sono un po’ triste per l’assenza di Beisembayev (l’elegante gargoyle), Wu (che mi era piaciuto molto, il primo giorno), Yasynskyyyyyyy e Yashkin (CiuffoBoy), ma con tutti gli altri sono assai concorde. E sì, c’è un grande assente: Malofeev. In barba a tutte le voce che lo volevano già vincitore del Concorso, non ha passato la prima prova. Lo davo per scontato persino io, ma a quanto pare la giuria l’ha ritenuto ancora immaturo: un’ulteriore dimostrazione che niente è certo in un concorso pianistico. Sarà per la prossima, il ragazzo è giovane e ha tutto il tempo per riprendersi e ripresentarsi con altra maturità al prossimo grande concorso di qui a 3-4 anni. E, ne sono certo, con ben altri risultati.

Questo è quanto, dunque: speravo di poter alleggerire le prossime campane dovendo passare a soli sei candidati al giorno, ma me ne hanno piazzato uno in più. Poco male, la seconda prova è quella in cui finalmente si inizia a fare musica sul serio, con il grande repertorio e la libera scelta. Che il Concorso Tchaikovsky 2019 abbia finalmente inizio.

Diario dal Tchaikovsky: Standing Ovation

10.36. The Courtyard Hotel, Mosca.

 

Dovrei seriamente iniziare a scrivere la sera stessa, la mattina dopo va sempre a finire che mi perdo a parlare con qualcuno, già che stiamo tutti allo stesso hotel (giuria esclusa). Ma devo esser sincero, scrivere ieri sera avrebbe significato scrivere in preda all’entusiasmo e all’euforia, cosa sempre molto divertente, ma che ostacola non poco la lucidità del senso critico. Sì, perché la giornata di ieri, mercoledì 19, è stata un concentrato di nomi di tale livello che fatico ancora a crederci.

Cominciamo con il russo Andrey Gugnin, esibitosi sullo Steinway, che superata la tensione che ha un po’ inibito e reso instabile il Preludio e Fuga di Bach, ci ha donato una Waldstein sobria e dal suono chiaro, ben condotta musicalmente anche se un po’ troppo omogenea e un po’ superficiale come lettura. Meglio l’op 39 n. 4 di Rachmaninov, con un buon cambio di suono e un attacco del tasto quasi selvaggio (anche se mi mancavano un po’ i bassi). Splendido lo Studio op. 25 n. 1 di Chopin, raro ai concorsi!, suonato con eleganza, grazia e suono morbidissimo. Wilde Jagd è partito con l’esplosività tipica dei russi che suonano Liszt, cosa che non lo ha aiutato a tenere a bada lo studio. Per qualche ragione a me ignota i russi suonano Liszt come Rachmaninov e Rachmaninov come Liszt, di questa cosa ancora non mi capacito. Ma la folle esaltazione con cui molto spesso si riversano sulla tastiera (non di rado pestacchiando) durante il povero Ferenc raramente ha dato bei risultati musicali. Meglio la Dumka di Tchaikovsky, soprattutto nella ripresa in cui Gugnin ha fatto un meraviglioso lavoro sulle pause, con quel senso di inevitabile che così tanto appartiene a questo splendido brano.

Dopo Gugnin è stata la volta del nostrano Gadjiev (un italiano al Tchaikvosky, incredibile, si saranno confusi leggendo il cognome), il quale ha fatto una prova assai interessante e, finalmente, con un suono diverso. Gadjiev non è un campione del suono ampio e poderoso, ma devo esser sincero che sentire un po’ più di duttilità è stato un balsamo per le orecchie e per i tasti dello Steinway. C’è in realtà voluto un po’ perché si scaldasse: il Preludio e Fuga è stato affrontato con bel suono e bel fraseggio, caratterizzato da un’atmosfera veramente sacra, ma si sentiva chiaramente il nervosismo del pianista che ha tenuto un tempo forse troppo veloce per il suo intento espressivo. La successiva Waldstein è stata una lettura decisamente più approfondita, ricca di idee e dettagli, capace di cogliere il senso musicale di ciò che aveva sotto le mani, la cui principale criticità era una certa scostanza che non ha permesso a tutte le belle idee di rimanere stabili in una drammaturgia ben organizzata. Ciononostante è stato l’unico finora a realizzare i pedali come Beethoven stesso li ha scritti o a rendere magnificamente quel senso di stasi e mistero che permea il secondo movimento. Idem il Tema e Variazioni op. 19 n. 6 di Tchaikovsky, sobrio e dal bel fraseggio, ma in cui il pianista è sembrato un po’ a disagio (soprattutto se paragonato all’esecuzione del medesimo brano da parte di Wu!). Ciò che in generale in Tchaikovsky mi è mancato è stata una morbidezza di suono che avrebbe dovuto abbandonare le velleità skrjabiniane per concedersi dei momenti davvero elegiaci. Azzeccata per questo tipo di suono la scelta dello Studio op. 25 n. 5 di Chopin, in cui i rapidi arpeggiati iniziali sono stati affrontati con lisztiana fantasia, ma in cui la lirica sezione centrale avrebbe beneficiato di più leggerezza nella mano destra, spesso fraseggiata al punto da disturbare il tema alla sinistra. E qui finisce la parte meno riuscita della prova di Gadjiev e inizia la musica. L’op. 39 n. 5 di Rachmaninov ha trovato un’espressione acuminata notevole che, anche senza il suonone che sarebbe servito, ha saputo con un fraseggio tesissimo e nervoso letteralmente vomitare tensione espressiva sullo strumento (quella ripresa!), una roba da tirarti fuori le viscere. Stessa fantasia espressiva in Mazeppa, affrontato con suono furioso ma non eccessivo, spezzando a volte il discorso (quella scostanza di cui scrivevo sopra), ma trovando grande varietà timbrica e tenendo costantemente l’interesse dinamico e agogico senza sacrificare il tono epico.

Bene, da adesso in poi inizia la cavalcata verso il trionfo. Il successivo ad esibirsi (sempre sullo Steinway) è stato Alexey Melnikov, che dopo un Si bemolle minore dal primo volume bachiano realizzato con delicatezza e sobria espressività ci ha donato un’Appassionata di Beethoven (e cinque) assolutamente da urlo per naturalezza e moderazione. Finalmente un’Appassionata che suonava veramente beethoveniana, con scarti espressivi e tensioni, ma senza un suono da primo Novecento russo, in cui il secondo tempo appariva fin dall’inizio ben fraseggiato e con delizioso respiro musicale fra le variazioni, magistralmente bilanciato, con tono misterioso e appassionato nel terzo tempo, chiaro eppure trascinante anche nel passaggio alla coda, perfettamente tenuta e proprio per questo ancora più bella. Intimo e lirico Ottobre dalle Stagioni di Tchaikovsky, affrontato con suono dolce ed espressivo ma senza eccessi e bene anch e l’op. 10 n. 1 di Chopin, non fantastico come quello di Yasynskyyyyy ma ben realizzato. Su Rachmaninov (op. 33 n. 2) ammetto che avrei apprezzato un suono meno freddo e tagliente, ma la misura di Melny ha prevalso facendogli condurre con sapienza anche le sezioni più affannose senza eccedere. Sul Decimo Trascendentale che ha chiuso la prova, il nostro si è improvvisamente ricordato di essere russo e quindi si è gettato con la foga tipica di un buffet, riuscendo comunque (per fortuna) a tenere in piedi un’interpretazione ricca di colori, per quanto non visionaria.

Dopo Melny è stata la volta di Philipp Kopachevsky, in arte Philippo, che è partito (audacia pura!) con il primo Preludio e Fuga in do maggiore di Bach, suonato con semplicità e bellissimo suono e ottimo controllo sullo Yamaha. Stesse qualità le ritroviamo su una splendida Sonata in La bemolle di Haydn, in cui il pianista ha saputo, udite udite, trovare un suono diverso rispetto a Bach. Forse mancava un po’ di gusto del gioco e della sorpresa a questo Haydn a tratti leggero a tratti sobrio, ma l’elegante magistero con cui ha condotto tutti i movimenti era veramente da fuoriclasse. Molto bene il terzo tempo, in cui alcuni di quegli scambi cameristici così tipici del compositore austriaco sono brillantemente emersi. Dopo Haydn è stata la volta della collezione primavera-estate con Maggio-Giugno-Luglio dalle Stagioni tchaikovskiane: Maggio, devo ammetterlo, è stato molto delicato ma un po’ sacrificato, ma ricordo con grande emozione l’emergere del canto di Giugno dalle ultime sonorità di Maggio, con nobiltà di fraseggio e suono morbido e cantabile. Splendido Luglio, in cui è emerso finalmente un po’ di carattere un po’ ruvido e vivace a dare sostanza. Molto bene l’op. 10 n. 1 di Chopin (che a quanto pare è la nuova Campanella [ma almeno dura meno]) che ancora non una volta non aveva gli effetti e la disinvoltura di Yasynskyyyyyy ma è stato senza dubbio uno dei migliori finora sentiti. Meno bene l’op. 33 n. 4 di Rachmaninov, iniziato benissimo tra polifonia ben curata e timbri come di campane, ma poi un po’ sminchiato nella parte centrale e arrivato zoppicante sulla sovrapposizione tematica della ripresa. Sul Sesto Paganini/Liszt Philippo ha infine dato prova di un’enorme varietà di approcci timbrici e sonori e soprattutto di una prodigiosa abilità nel passare da una sezione all’altra apparentemente senza nessuno sforzo e con enorme efficacia drammatica. Pubblico entusiasta, bravo Philippo.

A seguirlo il ventunenne Anton Yashkin che partito non benissimo sul Preludio e Fuga di Bach ha affrontato l’Appassionata (eddaje) con tono ben più romantico di Melny, ma con sincera espressività e bellissimo suono, trovando alcuni splendidi dettagli di fraseggio e in generale senza eccedere con il PESHTO che a volte questa Sonata rischia di chiamare. Soprattutto notevole il colpo di ciuffo pre-coda del primo movimento, a mio avviso componente fondamentale per affrontare con sbarazzina caparbietà la concitata sezione. Molto bello lo Studio op. 10 n. 4 di Chopin, bellissimo suono, tecnicamente impeccabile e incredibile ma vero addirittura espressivo e non semplicemente ‘na mitraglia di note velocissime. Vai così, CiuffoBoy. Bene anche lo Studio op. 39 n. 3 di Rachmaninov, che ha perfettamente beneficiato del suono ampio e scuro del pianista, il quale ha saputo anche concedersi delle oasi di respiro musicale. Il successivo Mazeppa aveva senza dubbio più suono e più maestosità di quello di Inspector Gàdjiev, ma anche molta meno chiarezza e definizione e soprattutto una più ristretta tavolozza timbrica. Sullo Scherzo Russo di Tchaik, Yashkin ha poi finalmente cambiato attacco del tasto, trovando sonorità più leggere e colori nuovi, sebbene non perdesse occasione per darci nuovamente dentro come nel finale. Un po’ eccessivo, ma ammazza che suono sul suo Steinway.

E basta, già così abbiamo una sequela di pianisti fantastici, possiamo tirare i remi in barca e dichiarare la giornata conclusa. E invece no, il meglio deve ancora venire! Il successivo Alexandre Kantorow, francese (anche con lui si saranno confusi leggendo il cognome), oltre ad avere una discreta faccia da schiaffi mentre guardava beffardo il pubblico prima dell’inchino (che vuoi, ao, cerchi botte?), ha anche un suono assolutamente incredibile. Ho la sensazione che la sua sia una personalità di quelle un divisive, anticonformiste e non a caso arriva dalla medesima insegnante di quel Debargue che tanto fece discutere quattro anni fa. Ma davvero il suono che ha cacciato nel Preludio e Fuga di Bach o il surreale Chasse Neige che ci ha regalato erano indescrivibili. L’abilità con cui ha gestito la sonorità dei tremoli di Chasse Neige, il primo climax da pelle d’oca, scale cromatiche veramente da brividi (peccato per l’ultima a moto contrario!), una chiusa forse eccessiva nel fraseggio ma di grande atmosfera, tutto era veramente incredibile. L’op. 10 n. 8 di Chopin non è iniziato nel migliore dei modi, tra imprecisioni ed errori, ma il beffardo Kantor è riuscito a rimanere in sella al suo Kawai e a non perdersi d’animo per il Beethoven successivo. Una Sonata op. 2 n. 2, finalmente!, che è riuscita a trascendere la proverbiale scomodità dl giovane Beethoven per donarci un universo sonoro estremamente variegato, in cui ogni idea musicale aveva una sua caratterizzazione timbrica coerente, elegante e leggera ma anche pesante e ruvida, passando da bassi staccati come pizzicati d’archi nel secondo movimento fino allo spirito fresco e cordiale e di colpo appassionato ma non eccessivo del quarto. Sulla Meditation di Tchaikovsky si poteva trovare magari un altro suono, ma il tono affettuoso dell’inizio e poi ampio e appassionato della sezione centrale erano davvero fantastici. Fantastica era anche l’op. 39 n. 9, finalmente con diversità di suono e un po’ di bassi pesanti ed incandescenti. Se fosse un po’ meno innamorato della punta del suo naso, il buon Kantor avrebbe potuto chiamare la standing ovation.

Non che il successivo sia stato da meno (madò che giornata). Arseny Tarasevich-Nikolayev, che per praticità d’uso chiameremo qui Arsenio, è tornato allo Steinway con un Bach musicalissimo, forse un po’ romantico ma davvero meraviglioso. L’entrata delle voci della Fuga è stato veramente un prodigio per delicatezza. Sulla Sonata K 333 di Mozart Arsenio ha saputo trovare un suono diverso, brillante eppure non solo rotondo, con bellissime scelte di tempi per le diverse idee, dal bellissimo tono sereno e cantabile (secondo tempo splendido), ma anche capace di carattere sul terzo, che avrebbe potuto solo beneficiare di qualche varietà di tocco in più. Ma si sa, ai concorsi su Mozart ci si muove sempre col freno a mano tirato per non incorrere nelle ire. Qualcuno un giorno mi dovrà spiegare perché Haydn si può massacrare ma Mozart non si tocca. Misteri della musica classica. Bellissima la Meditation di Tchaik, con diverso suono e carattere, russo ma senza eccessi svenevoli o aggressivi, meno pretenzioso della Meditation di Kantor, ma anche meno ricca di timbri e sfumature. Che cosa incredibile poter osservare così vicino due pianisti così diversi. Tanto Kantor era raffinatezza e fascino timbrico, tanto Arsenio era semplicità ed efficacia drammatica. Ne è stato un esempio Chasse Neige, arrivato dopo un’op. 10 n. 1 di Chopin molto ben realizzato nonostante qualche basso eccessivo. Non avevamo di certo quell’incredibile tavolozza di colori, né quelle scale cromatiche che sembravano provenire da un tempo passato, ma un tono molto più diretto e appassionato che non stava affatto male sul bellissimo studio di Liszt, affrontato con grande forza drammatica nonostante un piccolo dubbio che però non ha inficiato le ultime pagine. Con Rachmaninov, infine, si è giunti all’apoteosi, bellissimi i bassi della sua op. 39 n. 9 (sì, sempre quello), ma anche efficacissima la forza drammatica, sostenuta da una polifonia ben curata nei fraseggi che ha condotto fino ad un finale di tale piglio da farmi venir voglia di alzarmi in piedi. Ma non era ancora tempo.

Compito arduo suonare dopo ‘sti due tizi, per il povero Alim Beisembayev e il suo Fazioli. Il giovane pianista kazako, devo essere sincero, all’inizio non mi aveva fatto una grande impressione. L’ho trovato rigido, troppo anche per Bach, e mi son trovato a pensare “Beh, dopo tutti ‘sti pianisti eccelsi è normale che arrivi qualcuno bravo ma un po’ meno”: e invece. A partire dalla Fuga e soprattutto dalla Sonata di Beethoven sono stato sempre più convinto da questa figura che è così contraddittoria da risultare grottesca. Un ragazzone grande e grosso dalle fattezze gargoyliformi che suona con una ingenua delicatezza che era un balsamo per l’anima. L’op. 10 n. 3 di Beethoven era sì, un po’ rigida, ma perfettamente coerente, eseguita con una sincerità di espressione che era sensazionale. Stranissima, per carità, piena di timbri e di idee, ma al contempo nulla sembrava mai forzato sotto le pietrose mani di Beisembayev, che ha mostrato tutta la profondità del suo spirito musicale su quel meraviglioso secondo tempo, ma anche sulla delicata agilità del quarto. Ingenuo, delicato e cantabile anche il Notturno op. 10 n. 1 di Tchaikovsky, di una sobria eleganza e così Chasse Neige (tre di fila e nessuna Campanella? Che accade?), non sempre riuscitissimo, ma di splendida nitidezza. Molto bene la chiarezza dell’op. 10 n. 7, ricco di spunti però sempre ben inseriti nel discorso musicale e bellissimo il suono dell’op. 39 n. 9 (ouff) di Rachmaninov, maestoso, gonfio, ma non eccessivo, semplice eppure trascinante fino al tocco di classe del crescendino sull’ultimo ribattuto nel basso, perfetto per scatenare l’applauso. Che dire.

E così siamo arrivati all’ultimo della giornata, Mao Fujita ed io per l’ennesima volta mi aspettavo un qualcosa di meno, un fanciullino giapponese ventenne di belle speranze ma poca sostanza. Illuso. Il suo Bach (La minore dal primo volume) è iniziato un po’ di corsa sul Preludio, ma dall’ottima presentazione delle voci della Fuga ha dimostrato come il suo suono morbidissimo e rotondissimo fosse capace anche di varietà nel ricercare le diverse registrazioni tastieristiche, il tutto condotto con ottimi tempi musicali. Ma dove il fanciullino ha veramente fatto l’incredibile è stato sulla Sonata K 330 di Mozart: una semplicità di espressione che aveva di sublime, una grazie, un’eleganza, un gusto per l’ingenua leggerezza sostenuto da un controllo perfetto e un vero respiro musicale. Non sto nemmeno a raccontarvi la leggiadria delle agilità o la bellezza dell’atmosfera delle sezioni in minore o con quale abilità passasse da un episodio all’altro, a volte con bel tocco (qualche basso marcato nel terzo tempo non guastava affatto, anzi), altre con tale eleganza da far dimenticare che il suo Steinway avesse dei martelletti, un suono che per definizione e rotondità sembravano veramente gocce d’acqua, permettetemi il paragone. Dopo una giornata passata da un suonone all’altro, sentire questo Mozart è stato un bagno rinfrescante, che ha preparato perfettamente al resto del programma. E se la Dumka di Tchaik non è stata il brano meglio riuscito (tecnicamente impeccabile, ma al cantabile iniziale mancava un po’ di epicità e non si è mai lasciato andare nella danza centrale), con lo Studio di Chopin mi son dovuto ricredere. Il fanciullino ha trovato una tensione espressiva nell’op. 25 n. 11 che non mi sarei aspettato, riuscendo anche a superare il suo bel suonino rotondo per tirare qualche sleppa (ma sempre controllata) che rendeva perfettamente il tono drammatico del tempestoso Studio. Similmente sull’op. 39 n. 5 Rachmaninov, in cui mancava la tesa espressività di Gadjiev (ancora mi vengono i brividi a pensare alla visceralità di alcuni suoi passaggi), ma che non gli era secondo per cantabilità, intensità espressiva e soprattutto definizione. Sentire nella ripresa una tale definizione della mano destra senza che questo disturbasse il canto della sinistra (che non è già fortissimo con molto peshto) era veramente da brividi.  Ma ciò che ha davvero lasciato sbalorditi è stato quello Studio Trascendenale n. 10 conclusivo: belli gli effetti timbrici, ottimo il fraseggio, bello il suono, definito e al contempo appassionato, qualcosa di incredibile. Ma già lo aspettavo al varco sul finale: con questo suono bello e rotondo come rendere la grottesca cavalcata che chiude il turbinoso studio? Illuso! Consapevole di non avere quel suono mostruoso o sfibrato, il fanciullino ha letteralmente staccato un tempo vertiginoso, tenuto con un’ebbrezza della velocità e una definizione tali da far venire il batticuore. Quando si staccano questi tempi è un rischio enorme, o la va o la spacca: ma possiamo qui serenamente affermare che la situazione non gli sia sFujita di mano (badum-tsch).

E niente, il pubblico non ce l’ha fatta. Conquistata dalla serena felicità, dalla naturale musicalità e dalla temeraria abilità tecnica del fanciullino prodigioso, ancor prima che staccasse la mani dal pianoforte è esploso in un boato. E standing ovation fu. Io in mezzo a loro.

Non so veramente che altro aggiungere a questa già lunga Campana. Come avrete potuto notare quest’oggi meno battute, meno ironia, meno maligne allusioni. Ma è solo perché ieri alle 23 sono uscito dalla Sala Grande che le orecchie ancora mi rimbombavano dalla bellezza sentita lungo tutta la giornata, in preda ad un’euforica sindrome di Stendhal. Vedremo oggi gli ultimi otto pianisti e infine i risultati, ma se queste son le premesse, non vedo davvero l’ora di sentire il secondo round, dove la musica prenderà davvero il sopravvento.

 

Diario dal Tchaikovsky: il Risveglio

Ore 9.18, The Courtyard Hotel, Mosca.

Mentre scopro il piacere di far colazione con salmone affumicato e musica vagamente trash vagamente Signore degli Anelli come sottofondo, riprendo in mano la Campana dello Zio Tom non senza emozione.

Sono passati due anni dal Diario dal Busoni e per due anni ho coltivato il sogno di girare per i più importanti concorsi pianistici del mondo come giornalista, tenendo i miei diari quotidiani e studiando la prossima generazione di grandi pianisti mentre muove i suoi primi passi nelle più grandi arene del globo. Due anni dopo, il Concorso Tchaikovsky mi ha invitato. Ancora non ci posso credere davvero.

Ma l’inaugurazione di lunedì deve fugare ogni dubbio: sono veramente qui, ero veramente in platea mentre Gergiev, Trifonov e ARIUNBAAR GANBATAAR (scusatemi, è un nome che si può scrivere solo in caps lock) aprivano il sedicesimo Concorso Tchaikovsky, a sessantuno anni dalla prima edizione. Del concerto non parlerò, ma non posso nascondere che l’emozione di esserci, di vedere con i miei occhi ciò che succedeva, di sentire il suono dell’Orchestra del Marinskij sul palco della Sala Grande del Conservatorio Tchaikovsky è roba da far tremare i polsi.

Ma viah, so benissimo perché qualcuno potrebbe decidere di leggersi una mia pagina di blog, andiamo al punto: la prima giornata di prove. Ieri, martedì, si è tenuta la prima turnata di concorrenti di questo Tchaikovsky. Si sono esibiti, in ordine, Ming Xie, Yuchong Wu, Ke Yi Yang, Konstantin Yemelyanov, Dmitri Shishkin, Tianxu An, Arseny Mun e Artem Yasynskyy. Preparatevi perché la gente è tanta e ha suonato tanto. Sarà una lunga Campana.

Partiamo col dire che, come si può aspettare da un concorso simile, il livello è stato veramente altissimo e il pubblico moscovita affollava entusiasta la Sala Grande applaudendo con generosità ogni concorrente in una vera festa della musica, come l’ha descritta una Ingrid Fliter incontrata per caso in platea: davvero uno spettacolo per gli occhi (la platea, non la Fliter. Cioè, anche la Fliter, ma qui mi sto riferendo alla platea).

Il cinese Xie, primo della giornata e apparentemente appena uscito dal suo ultimo shooting per Armani (almeno a guardare la sua foto sul libretto), ha fatto una buona prova, ben assolvendo all’ingrato compito di aprire le danze per tutti. Il suo approccio è caratterizzato da una grande leggerezza e una frizzante brillantezza che hanno reso l’op. 31 n. 3 di Beethoven una sonata veramente classica, tutta brio e giocosità. Bene anche il Preludio e Fuga, ben condotto e concluso anche se non sempre controllato il fraseggio, e non male Natha-Valse e Impromptu di Tchaikovsky, sebbene un suono diverso e un’eleganza più salotto e meno saloon sarebbe stata apprezzata. Ciò su cui il pianista ha però davvero brillato è stato lo Studio op. 25 n. 6 di Chopin, le temibili terze, che il pianista cinese ha affrontato con abilità che non esito a definire surreale: così agili e leggere erano le sue terze da dare l’impressione di un glissando. Probabilmente per la tensione, però, il pianista venticinquenne si è mangiato via molta della sua prova correndo come un pazzo. Questo è successo su Beethoven (con dei forsennati “attacca” tra tutti i tempi che non hanno premiato), su un confuso op. 39 n. 1 di Rachmaninov e su una Campanella piuttosto buttata. Sempre bello però il suono, con buona sintonia tra il pianista e il suo Fazioli.

Il secondo cinese del giorno è stato Yuchong Wu e, lo dico subito, la sua è stata la prova che più mi è piaciuta di tutta la giornata. E per una semplice ragione, disse Tommasi addentando il suo secondo muffin (voi non potete capire quanto sia buona la colazione qui, sto mangiando senza fermarmi da un’ora), il ventitreenne cinese è riuscito a trovare nel suo Yangtze River un suono diverso per ogni singolo compositore del programma. Il suo Preludio e Fuga (il Si minore dal secondo volume) ha goduto di un suono meno lucido e chiaro rispetto a Ming Xie, ma con molta più varietà timbrica ed espressiva. Con un suono più scuro e ruvido potrete ben immaginare come Beethoven abbia trovato la sua dimensione ideale. Wu ha suonato sempre la Sonata op. 31 n. 3, ma non sembrava nemmeno lo stesso brano, tanto coerente ed efficace era la sua interpretazione: ricca di dettagli, a tratti severa a tratti bonaria e scherzosa, mai esagerata, mai affrettata. Nel tenere il tempo con concentrazione il pianista ne ha di fatto esaltato l’elemento ritmico. Meno riuscito il cantabile del terzo tempo, con un legato un po’ goffo e non ben sostenuto dall’accompagnamento. Splendida La Leggierezza di Liszt, con suono diverso, espansivo ma non eccessivo, espressivo ma mai svenevole, tecnicamente elegantissimo. Bene anche l’op. 25 n. 6 di Chopin (ci saranno diversi doppioni in questa giornata), anche se le terze di Xie erano veramente insuperabili, ancora diverso il suono dell’op. 39 n. 9 di Rachmaninov, con buona presa del tasto e gran piglio, ottima la Polka di Tchaikovsky e meravigliosa l’atmosfera in cui ha immerso il Tema dal Tema e variazioni op. 19 n. 6.

Il successivo concorrente Ke Yang Yi, anche soprannominato “poliestere” dagli spettatori italiani a causa della improbabile camicia e della prevedibile sudata, ha staccato un’altra prova di buon livello, partendo da un Bach fresco e ben condotto, con vivacità e belle idee di registrazione. La 101 di Beethoven, scelta sempre coraggiosa ad un concorso, è stata realizzata con grazia e incredibile morbidezza, ma devo essere sincero che molto spesso un maggiore appoggio, una maggiore definizione mi sarebbero serviti, soprattutto nel secondo movimento. Tutto nel pianismo di Yang Yi è apollineo, paradisiaco, leggero, elegante, con splendido controllo timbrico e dinamico, ma sacrificando un po’ i contrasti e la profondità di sguardo che anima, per esempio, il terzo movimento. Stesso discorso per Notturno op. 10 n. 1 e Dumka di Tchaik, in cui sarebbe servito un altro suono e soprattutto un altro bilanciamento dei bassi del suo Yamaha. Sull’op. 10 n. 7 di Chopin il pianista ha trovato una dimensione più consona al suo suono, ma la fretta ha reso poco chiaro lo studio. Solo con l’op. 39 n. 3 di Rachmaninov e il decimo Trascendentale di Liszt l’angelico poliestere è riuscito a calarsi nel regno dei mortali e regalarci alcuni climax di solida e intensa musicalità.

A seguire il pianista ventenne, è stato il russo Konstantiv Yemelyanov, accolto fin dalla sua entrata da una trionfale ovazione (non a caso, a Mosca costui ci studia). Yemelyanov ha suonato sullo stesso pianoforte di Yang Yi, ma ha dimostrato quanta varietà sonora si possa tirar fuori da quello Yamaha. Il suo Bach (Do diesis minore dal secondo volume) è partito con carattere ponderoso e ottima polifonia, per poi passare ad una fuga energica ma severa, un po’ improvvisa solo nel finale. Bene Haydn, con splendido suono, tono sobrio e al contempo vivace, splendidi ribattuti e gran cura delle sonorità. Non avrebbe guastato, tuttavia, un po’ più di varietà e giocosità, soprattutto nel dialogo tra le due mani e nel passaggio da un movimento all’altro. Ma dove il pianista ha veramente dato il meglio è stato sulla combo Tchaik-Chop-Rac-Liszt. Ancora un po’ spento nella Romanza op. 5, il pianista ha tirato fuori una vivacità timbrica e di carattere che dalla Danza caratteristica op. 72 al Notturno op. 19 n. 2 ha portato fino ad uno dei più incredibili Studi op. 10 n. 2 che io abbia sentito (e il pubblico ha risposto con un’ovazione alla delicatezza dei fraseggi della sua mano sinistra), un incredibile op. 39 n. 6 di Rachmaninov (con quale affanno e tensione, superbo!) e soprattutto una Campanella di Liszt (e due) ricca di nuances, chiara ed elegante.

Primo della sera invece è stato Dmitry Shishkin. Celebre ai più per le sue partecipazioni a molti concorsi internazionali (fra cui lo stesso Tchaikovsky di quattro anni fa), il nostro Shish ci ha dato un notevole saggio delle sue qualità pianistiche, ossia nobilità, eleganza, un suono limpido e luminoso. Se poi vi aggiungiamo la figura alta e slanciata non possiamo che paragonare il pianista ad un lampione econ il suo corrispettivo lucente, Shish condivide ahimè anche l’espressività. È pur vero che il suo Bach (Sol maggiore, primo libro) è stato staccato con tempi rapidi e perfettamente tenuti, ma fin dalla Fuga si è percepito quello che è a mio avviso il più grande problema del pianista: ogni tanto macina note senza veramente pensare a ciò che sta facendo. La cosa è diventata più che lampante (pun intended) sulla Waldstein, in cui le agili volate e le contorte scalette ogni tanto perdevano qualsiasi intento espressivo, qualsiasi direzionalità, per diventare veramente solo note eseguite molto velocemente con abbastanza definizione ma comunque in modo confuso, perché non si capisce dove vogliano andare a parare. In Beethoven a mancarmi nel limpido pianista (Mastrolindo lo si era soprannominato al Busoni di diversi anni fa) è stato proprio il senso, una ricerca di espressività, che può pure essere sacrale, o misteriosa, o essenziale, ma che vi sia insomma. Sullo Scherzo à la Russe di Tchaik il discorso è affine, Shish cambia attacco del tasto, ma il suo suono non ottiene più profondità e non v’è traccia né di slancio appassionato e danzante né di quell’atmosfera da coro russo che caratterizza la parte centrale.

Meglio l’op. 10 n. 4 di Chopin, impressionante per controllo e definizione, meno bene Rachmaninov (un op. 39 n. 8 senza quasi nessuna concessione all’agogica) ma fantastica La Campanella (e tre), che del luminoso suono del nostro Shish ha fatto un punto di forza, insieme alla impressionante resa digitale e a una più nitida chiarezza di fraseggio. Ma per interesse timbrico, raffinatezza e fraseggio, devo ammetterlo: meglio Yemelyanov. Comunque il pubblico è andato in delirio, quindi chissà.

Il candidato successivo, Tianxu An, è stato quello che ha ahimè più sofferto la tensione da Concorso Tchaikovsky. Il ventenne cinese ha attaccato il suo Bach con suono teso e rigido, migliorando nella fuga in chiarezza della polifonia e dell’impulso ritmico, ma andando via via irrigidendosi sull’op. 10 n. 10 di Chopin e sull’op. 39 n. 6 di Rac (con delle sferzate ai bassi da vero karateka che gli son valse il soprannome di Quinto Dan [Dan sta per Dannazione, afferma Antonella D’Orio]). Simile il discorso sullo Scherzo Fantasia op. 72 n. 1′ di Tchaik, di cui devo essere sincero non ho capito molto, e meglio l’Appassionata, per quanto esagerato e manieristico su alcuni dettagli di fraseggio e sempre ahimè piuttosto rigido. Peccato perché il pianista ha suono e ogni tanto riesce a rendere davvero incandescente il suo Yangtze River. A chiudere il programma una Wilde Jagd lisztiana affrontata con la placida furia di una tempesta silenziosa. Così vuole la via del karateka.

Foto by D’Orio

Dopo il nostro Quinto Dan è stata la volta di Arseny Mun, altro russo accolto con grande fragore dal pubblico, che ha iniziato con un ottimo Bach, superato qualche nervosismo iniziale sul Preludio (oh ma iniziano tutti con Bach? Son pazzi?), dal suono definito e i bei cambi di registro, subinatei ma non eccessivi. Eccessiva era invece la successiva Appassionata (e due), ricca di spunti e slanci appassionati, ma veramente letta con il gusto tardo romantico di un Rachmaninov. Ho apprezzato alcuni pedali, più nettamente beethoveniani rispetto a quelli di Shish, così come alcune intemperanze che nascevano da un’idea espressiva di un ventenne appassionato, ma ogni tanto la mole di suono e il suono schiacciato rendevano veramente pesante la già di per sé complessa Sonata. Non male la coda della Sonata, indubbiamente un Beethoven/Rachmaninov di trascinante energia drammatica. Bello anche lo studio op. 10 n. 1 di Chopin/Rachmaninov, anch’esso eseguito con spolvero tecnico alla destra (ma in realtà comprendosi alcuni passaggi furbescamente con una sinistra da vero carro armato). Sorprendente poi come arrivato su Rachmaninov abbia improvvisamente tirato il freno a mano del suo panzer, mancando di chiarezza fino alla ripresa dell’op. 39 n. 3, questa sì perfettamente raggiunta e condotta alla fine. Sulla Campanella di Liszt (e tre) il discorso è fondamentalmente lo stesso: bel carattere ma spesso eccessivo negli effetti, non al livello dell’elfica Campanella di Yemelyanov e di quella shintillante di Shish. Dove il giovane russo ha dato il meglio, però, è stata la Dumka, affrontata con vera ricchezza di timbri e comprensione del valore epico, nostalgico e improvvisamente lanciato ed appassionato, sapendo trarre sempre il giusto suono dal suo Yamaha.

Ha chiuso la prima giornata di prove Artem Yasynskyyy, che ci ha regalato forse il miglior Bach di tutta la giornata. Partito con un suono un po’ stridulo, forse per il nervosismo, il pianista ucraino si è ben presto ripreso, riuscendo a non essere eccessivo sul ritmo puntato del suo Sol minore (secondo volume), con sobrietà ma senza fermare troppo il discorso. Ottima la fuga, con cura timbrica spettacolare nei controsoggetti e nei divertimenti, mantenendo sempre limpida la polifonia e nitido ma non brillante il suono del suo Steinway e chiudendo con i giusti tempi musicali. Molto bene Beethoven (indovinate: l’Appassionata!), con morigerati ma ben condotti scarti timbrici, carattere appassionato mai eccessivo, tenicamente disinvolto e ricco di dettagli musicali, anche se a volte non costante nel seguirli (ad esempio in alcuni accenti e sforzati). Buono il II tempo, nonostante il tema partito aggressivo, e soprattutto buono l’ultimo movimento, con un ritmo chiaro e ben tenuto che ha esaltato il carattere da moto perpetuo di questo finale. Ottima la coda, finalmente non corsa a perdifiato ma tenuta sempre sotto controllo (a volte anche troppo, ma l’ha portata a compimento splendidamente). Bene anche Tchaikovsky, anche se rimpiangevo il suono di Wu, con ottimi timbri e splendida pedalizzazione. Ottimo l’op. 10 n. 1 di Chopin, ben altra cosa per chiarezza della destra e fraseggio della sinistra rispetto a quello di Mun, fino ad arrivare all’op. 39 n. 6 di Rac con finalemnte un altro suono e interessanti idee drammatiche e timbriche, anche se il trascinante affanno di Yemelyanov non l’ho più risentito. A concludere con un po’ di stanchezza ma tenendo ben botta, un Paganini/Liszt che, incredibile ma vero, NON era la Campanella bensì il Sesto in la minore, affrontato con chiarezza e piglio davvero violinistico.

Ecco! Questo è quanto per la mia prima, lunghissima Campana! Forse ora è tempo di chiuderla perché mi son tirato così tardi da starla finendo niente meno che in Sala Grande del Tchaikovsky stesso. Forse è il caso di sentirmi Gugnin che ci spara!