Diario dal Tchaikovsky: E adesso si fa sul serio

10.22, Courtyard Hotel, Mosca

Non me ne vogliano i gentili lettori per il ritardo con cui inizio questa Campana (soprattutto lei, gentile lettrice), ma ammetto che la giornata di ieri ha messo a dura prova la mia per fortuna inestinguibile passione per l’ascolto. Avendo ammesso due concorrenti in più e avendo deciso di iniziare alle 13 e non alle 12, dopo oltre quattro ore di musica (entrati alle 13, usciti alle 17. 45) abbiamo avuto solo un’ora di stacco prima di ricominciare con altre tre ore e passa di musica: giusto il tempo di mangiare, andare in cerca di un terribile gelato russo per la mia appassionante rubrica su Instagram e tornare. Ecco, quell’ora persa mi sa che l’ho dormita stamattina.

Ma con la giornata di ieri andiamo anche nel vivo del Concorso! Superata la fastidiosa prima prova (sul cui programma mi trovo un po’ perplesso), si inizia finalmente con il grande repertorio. Grande anche perché il Tchaikovsky è famoso per le sue richieste di repertorio ampio e maestoso. Incontreremo ben poca musica francese in questa seconda fase, ma non per questo abbiamo perso l’interesse timbrico e la raffinatezza, anzi!

A cominciare è stato il russo Yemelyanov (per gli amici Emiliano) sullo Yamaha, partito male, ma finito molto bene. Partito male perché né la Canzone elegiaca di Tchaikovsky né lo Scherzo dalla Patetica trascritto da Feinberg hanno saputo liberarsi da una certa piattezza. La Canzone era estremamente immobile, con quei ribattuti che non portavano da nessuna parte, ma senza quella poetica contemplazione: mi sono mancate le sognanti atmosfere della Romanza di Anna Geniushene. Proprio bruttino invece lo Scherzo. La mefistofelica trascrizione richiede un controllo maniacale dello strumento, di modo che tutti i concitati elementi del brillante movimento riescano a trovare una loro dimensione timbrica che non faccia rimpiangere (troppo) l’orchestra, ma restituisca quel brivido d’eccitazione che si riversa con dinamismo nell’elemento di marcia. Molto meglio le Variazioni su un tema di Corelli, in cui Emiliano ha sfoggiato un suono saldo, scuro, ruvido ma non pestato, mai brutto, severo ma cantabile. Le Variazioni sono state un concentrato di suoni, timbri, situazioni, contrasti. Certo, al contosto di una discreta episodicità, ma di grande effetto ed efficacia drammaturgica (fantastica la travolgente cavalcata della Diciottesima Variazione!). Meravigliosa infine la Sonata di Barber, in cui il suono naturalmente squadrato e definito del pianista russo ha trovato perfetta collocazione. La splendida Sonata è stata eseguita con lucidità ed intelligenza, sapendo spaziare dalla chiarezza del primo movimento all’agile valzerino del secondo, dal fraseggio scolpito del terzo all’ottima tenuta ritmica della fuga finale: veramente un’eseguzione spettacolare. L’unica cosa che si può criticare è una certa generale rigidità che raramente ha concesso spazio alle morbidezze così tipiche di Barber, che emergono negli angoli anche di questa Sonata a contrastare magnificamente con le sezioni più astrali, e un tono più da Sesta di Prokofiev che da sonata americana. Insomma più Nasa e meno Sputnik.

A seguire il mio non amatissimo Shishkin, il quale ha però staccato sullo Steinway una delle migliori prove che gli abbia sentito. Non tanto per le Tre Mazurche op. 59 iniziali, un po’ smorte, non sempre chiare nel fraseggio e con spirito molto più arenskijano che chopiniano, ma per il Secondo Scherzo, suonado con splendida eleganza e disinvolta agilità. Mi ha dunque emozionato? Nope, l’ho apprezzato. Ho passato molto tempo ad ascoltarlo chiedendomi perché pur essendo tutto così ben fatto io non riuscissi ad empatizzarvi e infine ho compreso perché in quello Scherzo abbia percepito questa distanza: non c’è fluire nella musica di Shish. Il palestrato pianista lampioniforme ha la tendenza a ragionare per compartimenti stagni, interrompendo la consequenzialità tra un episodio e l’altro a favore di una lucida disanima di ciò che succede dentro. Senza però portarlo all’eccesso di un glaciale approccio scientifico (che avrebbe comunque un suo perché). Così bloccato tra decadente eleganza e meccanicità del discorso, il pianista non riesce ad appellarsi né alle mie viscere passionali, né all’esaltazione cerebrale. Riesco tutt’al più ad apprezzarlo. Questo discorso vale totalmente anche per la Seconda Sonata di Rachmaninov, su cui però l’opera di arenskizzazione si è fatta ancora più pesante. Non mi dispiace l’idea di un Rac più elegante e decadente, ma sacrificare l’impulso drammatico per piegare tutto sotto il proprio immobile suono mi pare un po’ eccessivo. Diverso il discorso per gli Studi op. 4 di Prokofiev. Qui l’elemento meccanicistico di Shish è riuscito a realizzarsi in tutta la sua disinvoltura, sebbene bisogna notare che ancora una volta il pianista abbia faticato a staccarsi dal suo suono per ricercare sonorità a tratti più taglianti, a tratti timbricamente più raffinate (questo soprattutto su alcuni elementi del Terzo e del Quarto Studio). Ciononostante devo ammettere che l’eleganza del pianista ha donato una patina decadente assolutamente fantastica sul Secondo. Ciò che invece mi ha finalmente, pienamente emozionato è stata la Canzona Serenata di Metner: cominciata veramente nelle più delicate atmosfere la Canzona ha trovato una cantabilità intima ma sobria, condotta magnificamente fino allo splendido ritorno dell’elemento di Reminescenza. E lì, scattano i brividi.

A seguire è stata la volta di Tianxu An, il mio karateka preferito. L’attacco sui medesimi Studi op. 4 di Prokofiev mi ha chiarito con fermezza quanta diversità di timbri si possano trovare e quanto il lato provocatorio del giovane Prok emerga meglio su un suono più squadrato e tagliente, che potremmo definire un suono polemico (sarà per quello che mi piace tanto?). D’altronde, il nostro Quinto Dan sul suo Yangtze River mancava di quella morbida eleganza che aveva reso così splendido il Secondo Studio di Shish, la cui disinvoltura digitale era una spanna sopra. A seguire le non fantastiche Variazioni su un Preludio di Chopin di Rachmaninov, su cui ho apprezzato la comparsa di una tensione espressiva (dopo un’ora di Shish!), ma di cui non ho apprezzato la realizzazione sia timbrica che drammatica: alcuni punti avevano davvero la forza espressiva di una ciabatta. Insomma, diciamo pure che dopo l’iniziale apprezzamento per i timbri diversi ho iniziato lievemente ad assopirmi insieme alla vecchietta una fila più avanti, rinvenuta apposta per il finale dopo che avevo iniziato seriamente a preoccuparmi. Molto meglio invece le Brahms-Paganini, con il primo libro delle temibili Variazioni. Partito bene con un tema squillante e chiaro, un suono severo ma meno tagliente, un carattere capriccioso assai convincente, tecnicamente davvero buono e al contempo sobrio. E per la prima volta dall’inizio del Concorso, Quinto Dan si è concesso anche dei momenti di tenue poesia.

Quinto Dan 2
La D’Orio fornisce sempre le migliori immagini

A seguire (di nuovo sullo Steinway) il trentaduenne russo Andrey Gugnin, che ha attaccato una Settima di Prokofiev con ottimo piglio, fraseggio e varietà: ogni elemento era ben pensato, ben tenuto nel traseggio anche nei punti più affollati. Ma ciò che mi è piaciuto di più nella sua Settima è stata la coerenza nella frammentazione, che ha reso veramente apprezzabile tutta la scienza polifonica e contrappuntistica di questa Sonata. Ciò che non mi ha convinto moltissimo del pianista è stato il suono, non trascendente né per quantità né per qualità, efficace ma non duttile. Mi è piaciuto però come ha saputo differenziare l’atmosfera con l’inizio del secondo movimento, con intensa emozionalità ma poca forza evocativa e soprattutto tensione. Oh beh, almeno non è un pazzo esagerato, mille volte meglio così. Ottimo e sapientemente preparato l’attacco del terzo tempo, in cui il pianista si è scontrato di nuovo con i propri limiti sonori (si percepiva distintamente il suo desiderio di voler andare oltre un certo livello dinamico senza però riuscire ad emergere). Fantastica però la tenuta ritmica, anche al costo di sporcare: questo ha concesso al pianista di mantenere vivo l’affanno fino all’ultima nota. E poi a chi interessa davvero se ci son due note mancate in un salto, quando c’è un senso musicale? Uscito e rientrato, il pianista ha attaccato non so con quale sovrumana abilità il delicatissimo inizio del Preludio dalla Partita in mi minore di Bach/Rachmaninov. Un Preludio che in realtà non è riuscito a trovare una propria dimensione stilistica ben chiara, rimanendo un po’ insoddisfacente come la giga conclusiva, cui mancava un po’ di freschezza ritmica. Molto meglio la Gavotta centrale, questa sì perfettamente individuata e godibilissima. A concludere la sua prova la Terza Sonata di Chopin, iniziata con perentoria enunciazione, evidentemente ben studiata e digerita, anche se con alcune cose affettate erano un po’ incoerenti con il resto della resa. Bello il secondo tempo, soprattutto nell’ispirata sezione centrale. Assolutamente meraviglioso, invece, il primo tema dal terzo movimento: dopo ormai quattro ore di musica mi son riscoperto fresco come al primo ascolto di fronte alla sublime bellezza di quel canto, così semplice, intenso e al contempo sottovoce, con un’atmosfera da vera pelle d’oca. Peccato non sia riuscito a creare varietà timbrica nei successivi episodi, non replicando il miracolo in quello che è uno dei passaggi più belli mai scritti da Chopin: l’entrata del secondo elemento. Ottime le scale dell’ultimo movimento, ma ammetto un po’ tanto, troppo pesante e sovraccarico, fin dalla perorazione iniziale. Però EHI! non ha rallentato come un pazzo durante le temibili sestine conclusive, bravoh!

Fine della prima sessione-albergo-acqua-zuppa-gelato scrauso-si rientra: è la volta di Gadjiev. Beh, non c’è paragone tra la prima, costipata prova e quella di ieri sera. Pur rimasto sullo Steinway, il suo suono era molto più convincente, pur mantenendo quella tanto agognata duttilità. La sua Dante lisztiana era discutibile, lo ammetto, ma nella discussione io sono decisamente a favore: a prescindere dalle note sporche, l’Inspector Gadjiev ha trovato una quantità di suoni e timbri, perennemente alla ricerca del miglior colore per dipingere le atmosfere più infernali e misteriose o quelle più estatiche e paradisiache. Il suo pianismo è ricco di dettagli, infilati in ogni piega dello spartito finanche a renderlo sovraccarico, ma sempre coerente con una visione. Una visione che nel pianista è spesso intossicante, ma dal grande fascino. Temo che in questo subentri veramente il gusto. Da queste premesse, comunque, potrete comprendere quanto siano stati centrati i brani skrjabiniani: il Feuillet d’album, lo Studio op. 8 n. 8, i Preludi 2, 3 e 4 dall’op. 16, il Poema op. 32 n. 1 e lo Studio op. 42 n. 5. Con suono delicato e al contempo nitido, Gadjiev ha qui restituito alla perfezione quel decadente salotto tardo ottocentesco che Shishkin aveva un po’ inopinatamente affibbato al suo intero programma. Non che all’eleganza sia stata sacrificata l’espressività: il bellissimo fraseggio dell’op. 8 n. 8 o il carattere di intensa sacralità del Preludio op. 16 n. 4 restano a testimoniarlo. Meno riuscito lo Studio op. 42 n. 5, partito molto bene, ma poco definito nei bassi (con i caratteristici salti) e senza quello slancio e quell’apertura appassionata che ne caratterizzano il finale. Ciò che invece non mi aspettavo è la differenza di suono trovata sulla Sesta di Prokofiev. Qui Gadjiev ha saputo trovare una varietà sonora sempre al servizio di un discorso musicalmente teso, con chiarezza polifonica che non posso che definire sbalorditiva, senza che venisse sacrificato il carattere grottesco o la forza espressiva ed evocativa delle varie situazioni. Ancora diverso il suono sul secondo movimento, tra l’altro molto ben realizzato tecnicamente anche se a volte un po’ troppo pesanti gli accordi staccati, e così sul terzo, che non ha trovato nel primo climax quella maestosità espressiva richiesta, ma è riuscito finalmente a raggiungerla nel secondo. Splendido il quarto movimento, dal carattere eccitato e fantasioso, tecnicamente eccelso e soprattutto con chiarezza di fraseggio e duttilità timbrica sempre al servizio dell’esigenza espressiva. Alla fine, col suono la regola è sempre quella: non conta quanto ce l’hai grande, ma come lo usi. (E ancora non mi hanno chiamato a Colorado, com’è possibile?)

Glissiamo e andiamo avanti: Alexey Melnikov, sempre sullo Steinway. E signori, io una Sonata di Liszt come quella staccata dal nostro Melny ancora la devo sentire in concerto, figuriamoci in concorso. Sublime è l’unico modo per descriverla: morbida nel suono ma con carattere, tecnicamente smagliante, con dei respiri musicali bellissimi, così preziosi in un concorso in cui tutto sospendono un po’ il fiato fino alla fine!, ma anche con una profondità di sguardo data nella ricerca sempre del carattere migliore senza mai perdere di coerenza e coesione. Vi giuro, potessi riportare indietro il tempo riascolterei da capo tutta la Sonata solo per poter piangere in quei cantabili così dolci e semplici o per potermi esaltare nelle parti più concitate e maestose. Siamo ben lontani dalle mefitiche atmosfere gadjieviane, ma che bellezza! Ciò che invece mi ha convinto di meno è stato il resto della prova: il suo Skrjabin (una selezione di sette Preludi dall’op. 11) ha mancato di quella definizione e di quella tavolozza timbrica cui Gadjiev ci aveva abituato prima, presentando uno Skrjabin in realtà nettamente romantico, dal tono appassionato, un po’ confuso e molto omogeneo come suono. Tono che si sposava molto meglio con l’Etude-Tabelau op. 33 n. 3 di Rachmaninov, che ha purtroppo tenuto sempre lo stesso attacco del tasto di Liszt e Skrjabin, ma che ha goduto di alcuni fantastici effetti ondeggianti. A concludere la prova gli Studi op. 2 di Prokofiev (is this the new Campanella?), che hanno fondamentalmente confermato questa impressione. Confrontati con le due esecuzioni precedenti, gli Studi di Melny mancavano del prodigioso meccanismo shishano o dei taglienti colpi di karate di Quinto Dan, non riuscendo il senza dubbio bellissimo ma inamovibile suono di Melnikov a trovare la sfumatura adatta a questi studi. Molto bello però il collegamento tra Terzo e Quarto Studio, esaltante nella sua forza drammatica. Comunque quella Sonata di Liszt era ‘na robba incredibile, non potete capire.

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Ciao mamma, scrivo di musica classica con i meme

 

A terminare la lunga ed intensa giornata è stato Philipp Kopachevsky, sullo Yamaha. Il ventinovenne russo è stato l’unico che mi è piaciuto di meno in seconda prova, rispetto alla prima. Forse perché il suo Carnaval di Schumann (geniale, chi lo suona più il Carnaval, è passato di moda quindici anni fa) sembrava più Quadri da un’esposizione di Mussorgskij, con quella palette timbrica ampia e variegata che avevamo potuto apprezzare nel Liszt/Paganini, ma che qui appariva un po’ fuori posto. Sull’altare della sperimentazione sonora sono stati immolati quel senso dello schumanesco che pure nelle prime battute sembrava presente, ma ho apprezzato la sua disinvoltura nel prendersi libertà di tempo, apparentemente immune alla tensione da Concorso Tchaikovsky. Ma nonostante le indubbie abilità del nostro Philippo non son convinto di questo Schumann, così vario, ma anche poco spontaneo, poco ingenuo e facilmente sovraccarico negli slanci più appassionati. Forse era anche quel suono sempre così pieno e brillante a non restituirmi quella sonorità tedesca che tanto è bella in questo brano. Però è un po’ come con Shishkin: non gli si può certo dire che abbia suonato male, al massimo che non si è d’accordo e dunque subentra anche qui una questione di puro gusto. La Canzona serenata di Metner invece l’ho trovata oggettivamente superficiale, manchevole delle atmosfere languide e sognanti di Shish, senza quel senso di nostalgia. Niente brividi all’elemento-reminescenza. Un po’ meglio Vers la flamme di Skrjabin, soprattutto nell’accendesi del movimento che porta a combustione l’intero brano, ma un’atmosfera immobile più algida e soffocante avrebbe favorito di molto il contrasto con l’accensione della prima fiamma e al culmine della deflagrazione mancava la forza evocativa di cui questo brano è colmo, soprattutto nell’assenza di nitidezza negli accordi ribattuti nel registro alto dello strumento: qui Skrjabin si appella veramente a sonorità aliene. Sulla conclusiva trascrizione di Ginzburg dalla Prima Suite del Peer Gynt di Grieg non ho molto da dire: meh. Già la trascrizione stessa non mi ha convinto, ma l’esecuzione di Philippo è stata insoddisfacente nell’evocare i timbri orchestrali fin dall’elegiaco Mattino, o il lugubre e maestoso carattere della Morte di Ase, o la sensualità rigonfia della Danza di Anitra. Per finire con un Nell’antro del Re della Montagna partito bene nel carattere grottesco, ma a fin di prova un po’ buttato in caciara senza raggiungere la frenetica esaltazione. Ma non tutto è colpa di Philippo, è proprio la trascizione che non è baciata dal dio del pianismo. Che la trascrizione se la sia scelta lui, quindi sia comunque sua responsabilità, beh, lo taceremo per eleganza.

Così dunque si è conclusa la serata di una delle giornate più impegnative. Miei preferiti dei sette di oggi direi Emiliano, Gadjiev e Melny, con particolare distinzione per Gugnin e Shish. Ma tutto è ancora da decidere e tra mezz’ora qua si ricomincia con altre quattro, vorticose ore di musica: buon ascolto a tutti!

Diario dal Tchaikovsky: Standing Ovation

10.36. The Courtyard Hotel, Mosca.

 

Dovrei seriamente iniziare a scrivere la sera stessa, la mattina dopo va sempre a finire che mi perdo a parlare con qualcuno, già che stiamo tutti allo stesso hotel (giuria esclusa). Ma devo esser sincero, scrivere ieri sera avrebbe significato scrivere in preda all’entusiasmo e all’euforia, cosa sempre molto divertente, ma che ostacola non poco la lucidità del senso critico. Sì, perché la giornata di ieri, mercoledì 19, è stata un concentrato di nomi di tale livello che fatico ancora a crederci.

Cominciamo con il russo Andrey Gugnin, esibitosi sullo Steinway, che superata la tensione che ha un po’ inibito e reso instabile il Preludio e Fuga di Bach, ci ha donato una Waldstein sobria e dal suono chiaro, ben condotta musicalmente anche se un po’ troppo omogenea e un po’ superficiale come lettura. Meglio l’op 39 n. 4 di Rachmaninov, con un buon cambio di suono e un attacco del tasto quasi selvaggio (anche se mi mancavano un po’ i bassi). Splendido lo Studio op. 25 n. 1 di Chopin, raro ai concorsi!, suonato con eleganza, grazia e suono morbidissimo. Wilde Jagd è partito con l’esplosività tipica dei russi che suonano Liszt, cosa che non lo ha aiutato a tenere a bada lo studio. Per qualche ragione a me ignota i russi suonano Liszt come Rachmaninov e Rachmaninov come Liszt, di questa cosa ancora non mi capacito. Ma la folle esaltazione con cui molto spesso si riversano sulla tastiera (non di rado pestacchiando) durante il povero Ferenc raramente ha dato bei risultati musicali. Meglio la Dumka di Tchaikovsky, soprattutto nella ripresa in cui Gugnin ha fatto un meraviglioso lavoro sulle pause, con quel senso di inevitabile che così tanto appartiene a questo splendido brano.

Dopo Gugnin è stata la volta del nostrano Gadjiev (un italiano al Tchaikvosky, incredibile, si saranno confusi leggendo il cognome), il quale ha fatto una prova assai interessante e, finalmente, con un suono diverso. Gadjiev non è un campione del suono ampio e poderoso, ma devo esser sincero che sentire un po’ più di duttilità è stato un balsamo per le orecchie e per i tasti dello Steinway. C’è in realtà voluto un po’ perché si scaldasse: il Preludio e Fuga è stato affrontato con bel suono e bel fraseggio, caratterizzato da un’atmosfera veramente sacra, ma si sentiva chiaramente il nervosismo del pianista che ha tenuto un tempo forse troppo veloce per il suo intento espressivo. La successiva Waldstein è stata una lettura decisamente più approfondita, ricca di idee e dettagli, capace di cogliere il senso musicale di ciò che aveva sotto le mani, la cui principale criticità era una certa scostanza che non ha permesso a tutte le belle idee di rimanere stabili in una drammaturgia ben organizzata. Ciononostante è stato l’unico finora a realizzare i pedali come Beethoven stesso li ha scritti o a rendere magnificamente quel senso di stasi e mistero che permea il secondo movimento. Idem il Tema e Variazioni op. 19 n. 6 di Tchaikovsky, sobrio e dal bel fraseggio, ma in cui il pianista è sembrato un po’ a disagio (soprattutto se paragonato all’esecuzione del medesimo brano da parte di Wu!). Ciò che in generale in Tchaikovsky mi è mancato è stata una morbidezza di suono che avrebbe dovuto abbandonare le velleità skrjabiniane per concedersi dei momenti davvero elegiaci. Azzeccata per questo tipo di suono la scelta dello Studio op. 25 n. 5 di Chopin, in cui i rapidi arpeggiati iniziali sono stati affrontati con lisztiana fantasia, ma in cui la lirica sezione centrale avrebbe beneficiato di più leggerezza nella mano destra, spesso fraseggiata al punto da disturbare il tema alla sinistra. E qui finisce la parte meno riuscita della prova di Gadjiev e inizia la musica. L’op. 39 n. 5 di Rachmaninov ha trovato un’espressione acuminata notevole che, anche senza il suonone che sarebbe servito, ha saputo con un fraseggio tesissimo e nervoso letteralmente vomitare tensione espressiva sullo strumento (quella ripresa!), una roba da tirarti fuori le viscere. Stessa fantasia espressiva in Mazeppa, affrontato con suono furioso ma non eccessivo, spezzando a volte il discorso (quella scostanza di cui scrivevo sopra), ma trovando grande varietà timbrica e tenendo costantemente l’interesse dinamico e agogico senza sacrificare il tono epico.

Bene, da adesso in poi inizia la cavalcata verso il trionfo. Il successivo ad esibirsi (sempre sullo Steinway) è stato Alexey Melnikov, che dopo un Si bemolle minore dal primo volume bachiano realizzato con delicatezza e sobria espressività ci ha donato un’Appassionata di Beethoven (e cinque) assolutamente da urlo per naturalezza e moderazione. Finalmente un’Appassionata che suonava veramente beethoveniana, con scarti espressivi e tensioni, ma senza un suono da primo Novecento russo, in cui il secondo tempo appariva fin dall’inizio ben fraseggiato e con delizioso respiro musicale fra le variazioni, magistralmente bilanciato, con tono misterioso e appassionato nel terzo tempo, chiaro eppure trascinante anche nel passaggio alla coda, perfettamente tenuta e proprio per questo ancora più bella. Intimo e lirico Ottobre dalle Stagioni di Tchaikovsky, affrontato con suono dolce ed espressivo ma senza eccessi e bene anch e l’op. 10 n. 1 di Chopin, non fantastico come quello di Yasynskyyyyy ma ben realizzato. Su Rachmaninov (op. 33 n. 2) ammetto che avrei apprezzato un suono meno freddo e tagliente, ma la misura di Melny ha prevalso facendogli condurre con sapienza anche le sezioni più affannose senza eccedere. Sul Decimo Trascendentale che ha chiuso la prova, il nostro si è improvvisamente ricordato di essere russo e quindi si è gettato con la foga tipica di un buffet, riuscendo comunque (per fortuna) a tenere in piedi un’interpretazione ricca di colori, per quanto non visionaria.

Dopo Melny è stata la volta di Philipp Kopachevsky, in arte Philippo, che è partito (audacia pura!) con il primo Preludio e Fuga in do maggiore di Bach, suonato con semplicità e bellissimo suono e ottimo controllo sullo Yamaha. Stesse qualità le ritroviamo su una splendida Sonata in La bemolle di Haydn, in cui il pianista ha saputo, udite udite, trovare un suono diverso rispetto a Bach. Forse mancava un po’ di gusto del gioco e della sorpresa a questo Haydn a tratti leggero a tratti sobrio, ma l’elegante magistero con cui ha condotto tutti i movimenti era veramente da fuoriclasse. Molto bene il terzo tempo, in cui alcuni di quegli scambi cameristici così tipici del compositore austriaco sono brillantemente emersi. Dopo Haydn è stata la volta della collezione primavera-estate con Maggio-Giugno-Luglio dalle Stagioni tchaikovskiane: Maggio, devo ammetterlo, è stato molto delicato ma un po’ sacrificato, ma ricordo con grande emozione l’emergere del canto di Giugno dalle ultime sonorità di Maggio, con nobiltà di fraseggio e suono morbido e cantabile. Splendido Luglio, in cui è emerso finalmente un po’ di carattere un po’ ruvido e vivace a dare sostanza. Molto bene l’op. 10 n. 1 di Chopin (che a quanto pare è la nuova Campanella [ma almeno dura meno]) che ancora non una volta non aveva gli effetti e la disinvoltura di Yasynskyyyyyy ma è stato senza dubbio uno dei migliori finora sentiti. Meno bene l’op. 33 n. 4 di Rachmaninov, iniziato benissimo tra polifonia ben curata e timbri come di campane, ma poi un po’ sminchiato nella parte centrale e arrivato zoppicante sulla sovrapposizione tematica della ripresa. Sul Sesto Paganini/Liszt Philippo ha infine dato prova di un’enorme varietà di approcci timbrici e sonori e soprattutto di una prodigiosa abilità nel passare da una sezione all’altra apparentemente senza nessuno sforzo e con enorme efficacia drammatica. Pubblico entusiasta, bravo Philippo.

A seguirlo il ventunenne Anton Yashkin che partito non benissimo sul Preludio e Fuga di Bach ha affrontato l’Appassionata (eddaje) con tono ben più romantico di Melny, ma con sincera espressività e bellissimo suono, trovando alcuni splendidi dettagli di fraseggio e in generale senza eccedere con il PESHTO che a volte questa Sonata rischia di chiamare. Soprattutto notevole il colpo di ciuffo pre-coda del primo movimento, a mio avviso componente fondamentale per affrontare con sbarazzina caparbietà la concitata sezione. Molto bello lo Studio op. 10 n. 4 di Chopin, bellissimo suono, tecnicamente impeccabile e incredibile ma vero addirittura espressivo e non semplicemente ‘na mitraglia di note velocissime. Vai così, CiuffoBoy. Bene anche lo Studio op. 39 n. 3 di Rachmaninov, che ha perfettamente beneficiato del suono ampio e scuro del pianista, il quale ha saputo anche concedersi delle oasi di respiro musicale. Il successivo Mazeppa aveva senza dubbio più suono e più maestosità di quello di Inspector Gàdjiev, ma anche molta meno chiarezza e definizione e soprattutto una più ristretta tavolozza timbrica. Sullo Scherzo Russo di Tchaik, Yashkin ha poi finalmente cambiato attacco del tasto, trovando sonorità più leggere e colori nuovi, sebbene non perdesse occasione per darci nuovamente dentro come nel finale. Un po’ eccessivo, ma ammazza che suono sul suo Steinway.

E basta, già così abbiamo una sequela di pianisti fantastici, possiamo tirare i remi in barca e dichiarare la giornata conclusa. E invece no, il meglio deve ancora venire! Il successivo Alexandre Kantorow, francese (anche con lui si saranno confusi leggendo il cognome), oltre ad avere una discreta faccia da schiaffi mentre guardava beffardo il pubblico prima dell’inchino (che vuoi, ao, cerchi botte?), ha anche un suono assolutamente incredibile. Ho la sensazione che la sua sia una personalità di quelle un divisive, anticonformiste e non a caso arriva dalla medesima insegnante di quel Debargue che tanto fece discutere quattro anni fa. Ma davvero il suono che ha cacciato nel Preludio e Fuga di Bach o il surreale Chasse Neige che ci ha regalato erano indescrivibili. L’abilità con cui ha gestito la sonorità dei tremoli di Chasse Neige, il primo climax da pelle d’oca, scale cromatiche veramente da brividi (peccato per l’ultima a moto contrario!), una chiusa forse eccessiva nel fraseggio ma di grande atmosfera, tutto era veramente incredibile. L’op. 10 n. 8 di Chopin non è iniziato nel migliore dei modi, tra imprecisioni ed errori, ma il beffardo Kantor è riuscito a rimanere in sella al suo Kawai e a non perdersi d’animo per il Beethoven successivo. Una Sonata op. 2 n. 2, finalmente!, che è riuscita a trascendere la proverbiale scomodità dl giovane Beethoven per donarci un universo sonoro estremamente variegato, in cui ogni idea musicale aveva una sua caratterizzazione timbrica coerente, elegante e leggera ma anche pesante e ruvida, passando da bassi staccati come pizzicati d’archi nel secondo movimento fino allo spirito fresco e cordiale e di colpo appassionato ma non eccessivo del quarto. Sulla Meditation di Tchaikovsky si poteva trovare magari un altro suono, ma il tono affettuoso dell’inizio e poi ampio e appassionato della sezione centrale erano davvero fantastici. Fantastica era anche l’op. 39 n. 9, finalmente con diversità di suono e un po’ di bassi pesanti ed incandescenti. Se fosse un po’ meno innamorato della punta del suo naso, il buon Kantor avrebbe potuto chiamare la standing ovation.

Non che il successivo sia stato da meno (madò che giornata). Arseny Tarasevich-Nikolayev, che per praticità d’uso chiameremo qui Arsenio, è tornato allo Steinway con un Bach musicalissimo, forse un po’ romantico ma davvero meraviglioso. L’entrata delle voci della Fuga è stato veramente un prodigio per delicatezza. Sulla Sonata K 333 di Mozart Arsenio ha saputo trovare un suono diverso, brillante eppure non solo rotondo, con bellissime scelte di tempi per le diverse idee, dal bellissimo tono sereno e cantabile (secondo tempo splendido), ma anche capace di carattere sul terzo, che avrebbe potuto solo beneficiare di qualche varietà di tocco in più. Ma si sa, ai concorsi su Mozart ci si muove sempre col freno a mano tirato per non incorrere nelle ire. Qualcuno un giorno mi dovrà spiegare perché Haydn si può massacrare ma Mozart non si tocca. Misteri della musica classica. Bellissima la Meditation di Tchaik, con diverso suono e carattere, russo ma senza eccessi svenevoli o aggressivi, meno pretenzioso della Meditation di Kantor, ma anche meno ricca di timbri e sfumature. Che cosa incredibile poter osservare così vicino due pianisti così diversi. Tanto Kantor era raffinatezza e fascino timbrico, tanto Arsenio era semplicità ed efficacia drammatica. Ne è stato un esempio Chasse Neige, arrivato dopo un’op. 10 n. 1 di Chopin molto ben realizzato nonostante qualche basso eccessivo. Non avevamo di certo quell’incredibile tavolozza di colori, né quelle scale cromatiche che sembravano provenire da un tempo passato, ma un tono molto più diretto e appassionato che non stava affatto male sul bellissimo studio di Liszt, affrontato con grande forza drammatica nonostante un piccolo dubbio che però non ha inficiato le ultime pagine. Con Rachmaninov, infine, si è giunti all’apoteosi, bellissimi i bassi della sua op. 39 n. 9 (sì, sempre quello), ma anche efficacissima la forza drammatica, sostenuta da una polifonia ben curata nei fraseggi che ha condotto fino ad un finale di tale piglio da farmi venir voglia di alzarmi in piedi. Ma non era ancora tempo.

Compito arduo suonare dopo ‘sti due tizi, per il povero Alim Beisembayev e il suo Fazioli. Il giovane pianista kazako, devo essere sincero, all’inizio non mi aveva fatto una grande impressione. L’ho trovato rigido, troppo anche per Bach, e mi son trovato a pensare “Beh, dopo tutti ‘sti pianisti eccelsi è normale che arrivi qualcuno bravo ma un po’ meno”: e invece. A partire dalla Fuga e soprattutto dalla Sonata di Beethoven sono stato sempre più convinto da questa figura che è così contraddittoria da risultare grottesca. Un ragazzone grande e grosso dalle fattezze gargoyliformi che suona con una ingenua delicatezza che era un balsamo per l’anima. L’op. 10 n. 3 di Beethoven era sì, un po’ rigida, ma perfettamente coerente, eseguita con una sincerità di espressione che era sensazionale. Stranissima, per carità, piena di timbri e di idee, ma al contempo nulla sembrava mai forzato sotto le pietrose mani di Beisembayev, che ha mostrato tutta la profondità del suo spirito musicale su quel meraviglioso secondo tempo, ma anche sulla delicata agilità del quarto. Ingenuo, delicato e cantabile anche il Notturno op. 10 n. 1 di Tchaikovsky, di una sobria eleganza e così Chasse Neige (tre di fila e nessuna Campanella? Che accade?), non sempre riuscitissimo, ma di splendida nitidezza. Molto bene la chiarezza dell’op. 10 n. 7, ricco di spunti però sempre ben inseriti nel discorso musicale e bellissimo il suono dell’op. 39 n. 9 (ouff) di Rachmaninov, maestoso, gonfio, ma non eccessivo, semplice eppure trascinante fino al tocco di classe del crescendino sull’ultimo ribattuto nel basso, perfetto per scatenare l’applauso. Che dire.

E così siamo arrivati all’ultimo della giornata, Mao Fujita ed io per l’ennesima volta mi aspettavo un qualcosa di meno, un fanciullino giapponese ventenne di belle speranze ma poca sostanza. Illuso. Il suo Bach (La minore dal primo volume) è iniziato un po’ di corsa sul Preludio, ma dall’ottima presentazione delle voci della Fuga ha dimostrato come il suo suono morbidissimo e rotondissimo fosse capace anche di varietà nel ricercare le diverse registrazioni tastieristiche, il tutto condotto con ottimi tempi musicali. Ma dove il fanciullino ha veramente fatto l’incredibile è stato sulla Sonata K 330 di Mozart: una semplicità di espressione che aveva di sublime, una grazie, un’eleganza, un gusto per l’ingenua leggerezza sostenuto da un controllo perfetto e un vero respiro musicale. Non sto nemmeno a raccontarvi la leggiadria delle agilità o la bellezza dell’atmosfera delle sezioni in minore o con quale abilità passasse da un episodio all’altro, a volte con bel tocco (qualche basso marcato nel terzo tempo non guastava affatto, anzi), altre con tale eleganza da far dimenticare che il suo Steinway avesse dei martelletti, un suono che per definizione e rotondità sembravano veramente gocce d’acqua, permettetemi il paragone. Dopo una giornata passata da un suonone all’altro, sentire questo Mozart è stato un bagno rinfrescante, che ha preparato perfettamente al resto del programma. E se la Dumka di Tchaik non è stata il brano meglio riuscito (tecnicamente impeccabile, ma al cantabile iniziale mancava un po’ di epicità e non si è mai lasciato andare nella danza centrale), con lo Studio di Chopin mi son dovuto ricredere. Il fanciullino ha trovato una tensione espressiva nell’op. 25 n. 11 che non mi sarei aspettato, riuscendo anche a superare il suo bel suonino rotondo per tirare qualche sleppa (ma sempre controllata) che rendeva perfettamente il tono drammatico del tempestoso Studio. Similmente sull’op. 39 n. 5 Rachmaninov, in cui mancava la tesa espressività di Gadjiev (ancora mi vengono i brividi a pensare alla visceralità di alcuni suoi passaggi), ma che non gli era secondo per cantabilità, intensità espressiva e soprattutto definizione. Sentire nella ripresa una tale definizione della mano destra senza che questo disturbasse il canto della sinistra (che non è già fortissimo con molto peshto) era veramente da brividi.  Ma ciò che ha davvero lasciato sbalorditi è stato quello Studio Trascendenale n. 10 conclusivo: belli gli effetti timbrici, ottimo il fraseggio, bello il suono, definito e al contempo appassionato, qualcosa di incredibile. Ma già lo aspettavo al varco sul finale: con questo suono bello e rotondo come rendere la grottesca cavalcata che chiude il turbinoso studio? Illuso! Consapevole di non avere quel suono mostruoso o sfibrato, il fanciullino ha letteralmente staccato un tempo vertiginoso, tenuto con un’ebbrezza della velocità e una definizione tali da far venire il batticuore. Quando si staccano questi tempi è un rischio enorme, o la va o la spacca: ma possiamo qui serenamente affermare che la situazione non gli sia sFujita di mano (badum-tsch).

E niente, il pubblico non ce l’ha fatta. Conquistata dalla serena felicità, dalla naturale musicalità e dalla temeraria abilità tecnica del fanciullino prodigioso, ancor prima che staccasse la mani dal pianoforte è esploso in un boato. E standing ovation fu. Io in mezzo a loro.

Non so veramente che altro aggiungere a questa già lunga Campana. Come avrete potuto notare quest’oggi meno battute, meno ironia, meno maligne allusioni. Ma è solo perché ieri alle 23 sono uscito dalla Sala Grande che le orecchie ancora mi rimbombavano dalla bellezza sentita lungo tutta la giornata, in preda ad un’euforica sindrome di Stendhal. Vedremo oggi gli ultimi otto pianisti e infine i risultati, ma se queste son le premesse, non vedo davvero l’ora di sentire il secondo round, dove la musica prenderà davvero il sopravvento.