Diario dal Tchaikovsky: The winner is…

9.23 The Courtyard, Mosca

È incredibilmente presto per questa Campana, oggi mi sono quasi svegliato ad un’ora decente, ma ieri s’è deciso con l’affascinante giornalista francese di piazzarsi in sala colazione e intercettare ogni musicista possibile. Devo ammetterlo, non mi fossi svegliato quell’ora e mezza prima mi sarei perso Mao il fanciullino completamente circondato di anziane fanz giapponesi che lo scongiuravano di avere una foto e, insomma, sono quelle cose che non vuoi perderti.

Ma non perdiamo tempo in fronzoli, ieri s’è tenuta l’ultima sera di concorso e sono stati annunciati i premi: bisogna dunque procedere con gli ultimi due concorrenti. Anche perché gli ultimi due concorrenti erano due dei migliori pianisti di tutto il concorso!

Il primo ad esibirsi è stato Mao il fanciullino, senza dubbio la vera star del concorso. Dal giovane pianista giapponese abbiamo ricevuto forse le due più incredibili prove solistiche e, devo ammetterlo, ci si aspettava moltissimo anche dalla prova finale. E la sua prova finale ha dimostrato con fermezza tutta la prodigiosa musicalità del pianista giapponese. Ma con alcune riserve. Il fanciullino ha iniziato con il Primo Concerto di Tchaikovsky (uffpuff), due accordi e già si era capito il mood dell’intera prova. A Mao Fujita manca il suonone necessario a sovrastare (o quanto meno combattere) l’orchestra nei grandi concerti tardo romantici, ma sono bastati due secondi per avere la prima boccata d’aria musicale. Il piccolo pianista non avrà il suono da gran virtuoso (ancora), ma ti dimostra costantemente che il centro della musica non è lui, ma la musica. Basta poco, una minuscola pennellata, come ad esempio diminuire lievemente la dinamica all’entrata del tema dei violini dopo una perorazione più marcata nei primissimi accordi, per capire che vi è una totale consapevolezza di ciò che accade non solo nella parte del pianoforte ma in ogni voce orchestrale. Il Tchaikovsky di Mao è rapido, fresco, elegante, a volte un poco sentimentale, ma sempre senza esagerare, e dalla tenuta ritmica ottima. Il suo controllo dello strumento è veramente incredibile a volte e gli permette di inserire i diversi elementi sempre con suono e carattere diverso, indifferente al fatto se questi arrivino dopo un tranquillo arpeggio o una scarica di ottave in fortissimo: se la frase dopo dev’essere in piano cantabile con suono morbido, ebbene sarà in piano cantabile con suono morbido. Non nego che ogni tanto avrei voluto più sinistra, più suono scuro, più definizione nel registro grave dello strumento, dal pianista un po’ troppo evitato, ma il secondo movimento è stato veramente un momento di poesia, dal  carattere ingenuo ma di una chiarezza che tradiva l’acume del fanciullino e con una delle migliori sezioni centrali che abbia mai sentito. Di nuovo: sono dettagli, ma il piccolo sclero che improvvisamente anima quel secondo movimento è un punto terribilmente difficile da fraseggiare, si trasforma subito in un chaos di volate e note veloci, nervosissimo e sovraeccitato. Non così in Mao, che ha reso certo il carattere concitato, ma mettendo tutto al proprio posto con una naturalezza impressionante. Chi l’aveva mai pensato che per chiarire il fraseggio di quella sezione bastava fare un minuscolo respiro in concomitanza con il pizzicato degli archi? In questo modo il pizzicato ti sistema l’impulso ritmico e tu cadi perfetto sulla frase successiva. Mao era un tutt’uno con l’orchestra, i suoi fraseggi quasi sempre comprendevano nel proprio arco note dell’orchestra, mostrandoti una totale unità del discorso musicale. Un po’ stanco il terzo movimento, comunque suonato splendidamente, da cui però abbiamo avuto le ottave più vertiginose del concorso, rapidissime e perfettamente definite. Serviva solo più suono e più sinistra. Ma ciò che ha fatto sul tema del Rac3 è al di là delle parole. È così facile esagerare quel tema, andare su e giù come su delle montagne russe, sforzando la linea a favore di un patetismo gratuito che non riesce ad evitare un certo tono kitsch. Non in Mao, il tema era fraseggiato con totale purezza malinconica e con un ascolto attentissimo dell’orchestra, così che il pianoforte si inserisse sempre alla perfezione nelle seconde voci relizzate ora dagli archi ora dai fiati. Il discorso per Rachmaninov è simile a quello per Tchaikovsky: più suono, più maestosità, più tensione, più sinistra, meno corsa sui climax, ma un discorso musicale coerentissimo, elegante ed espressivo, polifonicamente eccelso, tecnicamente praticamente impeccabile, sempre inserito nel discorso musicale. Ricordo ancora la cadenza del primo movimento, cantata da vero maestro in tutte le sue voci e che richiede solo più spazio e suono sul culmine per entrare nella storia, oppure la meravigliosa transizione tra secondo e terzo movimento o il fatto che il fanciullino si ostinasse a fraseggiare persino i rapidissimi ribattuti con un senso musicale supremo. Mao Fujita ha ancora da maturare ma diamine!

Mao Fujita by D'Orio
Pic by D’Orio, potevo forse finire senza?

Secondo e ultimo concorrente uno dei miei preferiti: Kenneth Broberg. Le sue Variazioni su un tema di Paganini di Rachmaninov sono state senza alcun dubbio uno dei momenti più alti di queste Finali con orchestra, affrontate con un suono che era letteralmente il doppio di quello di Mao, ma anche dalle splendide sonorità scure e in quell’ottimo equilibrio tra morbido e ruvido, con proprietà di ricerca timbrica. Tra Kenny e il brano corre evidentemente un’identità totale, che si manifestava nella perfetta caratterizzazione di ogni situazione che si alterna in queste espansive variazioni, dai guizzi nervosi e tesi ai momenti di placido respiro, fino a cavar fuori tutta l’anima americana di queste Variazioni nelle parti più ritmate, ma senza sacrificare il carattere russo o l’intensità più appassionata. Ottimo anche il suo insieme con l’orchestra, anche se Broberg non segue o asseconda l’orchestra come Mao o Kantorow, il suo naturale carattere energico lo porta automaticamente a porsi come granitico solista, anche sostenuto da questo suono ampio e definito, quasi scolpito nella roccia o intagliato nel legno. Ed anche per questo il pianista americano è riuscito a domare l’orchestra persino sui fortissimi tchaikovskiani, con un suono che è rimasto forse un po’ fisso, ma che è riuscito sempre ad emergere dalla massa sonora dell’Academic State Symphony Orchestra. Su Tchaikovsky il risultato è stato meno esaltante che su Rachmaninov. La polifonia degli accordi e delle ottave era curata con sensibilità superba e la maestosità non si faceva certo desiderare, ma al contempo dopo un primo movimento veramente ottimo (sebbene un po’ esagerato in alcuni fraseggi), non è riuscito a variare l’attacco per raggiungere quella differenza di legato e di carattere necessario per il secondo tempo. Meglio il terzo, in cui Kenny è stato l’unico a saper rendere con costanza l’energia quasi popolare e un po’ rustica della danza, ma con l’andare del concerto si è percepita la stanchezza del musicista più nella concentrazione musicale che nelle mani, che ha inserito la modalità “Resistenza” buttando tutto sulla forza. Da segnalare la possanza delle ottave, non velocissime come Mao o perfette come in Shish, ma con una mole di suono veramente impareggiabile, senza per questo perdere il senso musicale del passaggio.

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Pic by Mariko Ito

E così dunque, ci siamo. Con la prova di Broberg termina il Tchaikovsky, tempo di agguantare il gelato, mangiare ‘na roba con la affascinante francese e ridirigerci in sala per i risultati, che non si sono fatti attendere. E di questi risultati sono più che soddisfatto.

Nessun sesto posto.

Nessun quinto posto.

Tianxu An al quarto posto.

Broberg, Melnikov e Yemelyanov al terzo.

Shishkin e Mao al secondo.

Kantorow al primo.

 

Che dire, giusto, giustissimo. Personalmente avrei dato il quinto posto ad An e poi spalmato un po’ meglio gli altri concorrenti, ma effettivamente le prove di Kenny, Melny e Konsty differivano tutte molto per carattere ed elementi più o meno riusciti. Personalmente ho amato più Broberg, ma penso sia anche una questione di gusto (e considerando anche le prove solistiche). Sono felice per Quinto Dan quarto, non lo amo moltissimo ma essere riuscito a rimanere in sella dopo quanto successo in Finale non è da tutti e il pianista ha mostrato i suoi nervi d’acciaio e la grande concentrazione in tutta la prova. Shishkin, beh, lo sapete non lo amo molto. Ma il suo Tchaikovsky va rispettato per il costante crescendo che è stato e forse l’avrei visto meglio ad un terzo posto più che ad un secondo, ma son piccolezze. Per Mao sono felicissimo: se su alcune cose il fanciullino deve ancora maturare, questo secondo premio è comunque un enorme trampolino per la sua carriera, ma senza la pressione che il primo premio esige. Ora avrà tempo per continuare a crescere ma al contempo costruirsi il percorso musicale e la carriera che si merita. Primo Premio a Kantorow per me meritatissimo. Il francese si è sempre distinto per l’alto livello delle sue prove, anche solistiche, ma soprattutto per la particolarità del suo approccio: non è un pianista “standard” di quei mitragliatori seriali di note col suonone che potresti a volte trovarti, ma un artista dalla splendida musicalità che a 22 anni suona il Secondo di Tchiakovsky e il Secondo di Brahms di fila con una naturalezza di espressione e una pertinenza di carattere che ne denotano una maturità musicale sublime, oltre ad una preparazione tecnica ineccepibile. Dei vari concorrenti è l’unico che non abbia dato un solo segno di stanchezza, nonostante la titanica finale. Potrei andare avanti ancora per ora a parlare di questi risultati, ma ahimè bisogna fuggire che a breve c’è la cerimonia di consegna dei premi (nel mentre ho infilato anche un’intervista a Mao, per questo son terribilmente in ritardo [o almeno questo è ciò che mi voglio raccontare]).

E di fretta, con la corse dell’ultimo secondo e appena terminata la mia terzultima pantagruelica colazione, dico anche un addio che è più un arrivederci a voi lettori, a Mosca, da cui ripartirò dopodomani, ai concorrenti, a tutta questa musica, a questo Tchaikovsky, una delle esperienze più forti che abbia mai provato in vita mia. Nei prossimi giorni usciranno le interviste, gli articoli di commento o di resoconto, insomma ci sarà modo di calarsi ancora nei retroscena del concorso, ma così si conclude il Diario dal Tchaikovsky e questa nuova Campana dello Zio Tom: grazie, grazie a tutti voi per avermi seguito. Ci rivedremo al prossimo concorso!

Diario dal Tchaikovsky: Er Titano

10.42 The Courtyard, Mosca

Secondo giorno di Finali. In teoria questa giornata dovrebbe durare considerevolmente meno di ieri. Insomma, due candidati al posto di tre significa due interi concerti per pianoforte e orchestra in meno. E un intervallo da trenta minuti in meno. Dai che oggi riesco a cenare ad un orario decente!

Forse dovevo ricordarmi chi erano i concorrenti della prova e quali concerti avrebbero portato. Alexey Melnikov ha attaccato per primo sullo Steinway, con il Primo di Tchaikovsky. Fin da subito il suono è apparso ampio ma definito, molto proiettato in avanti e ben calibrato con l’orchestra. C’è a chi in sala questo non è piaciuto, chi l’ha trovato eccessivo, poco funzionante. A me è piaciuto assai, pur non essendo debordante e massiccio, il suono era ben scolpito e animato da ottimo respiro musicale, che si è manifestato nei rubati ben condotti e non eccessivi. Ciò che era eccessivo era a volte il fraseggio: pur senza raggiungere le smorfie di Yemelyanov, mancava a volte chiarezza nei collegamenti e le linee apparivano in alcuni casi forzate in una ricerca di espressività poco sincera. Ma eccetto questo (che è avvenuto in realtà solo in pochi momenti) il primo movimento è stato il mio preferito tra quelli finora sentiti, non impeccabile tecnicamente ma finalmente con un po’ di ricerca. Secondo movimento meno soddisfacente: ancora nessuno è riuscito a creare la dolce innocenza di quel tema (e ancor più degli accompagnamenti leggeri al pianoforte) come Yemelyanov. Terzo movimento meglio, mancava la brillantezza tecnica di Shishkin, ma c’era una ricchezza dinamica ben maggiore. Peccato per gli accenni di stanchezza, che hanno portato un po’ ad appiattire il carattere danzante proprio laddove sarebbe servito più sgargiante. Ma finora nessun concorrente mi ha ancora convinto su questo terzo tempo. Certo è che attaccare il Terzo di Rachmaninov dopo il Primo di Tchaikovsky si fa complesso. Il Rac3 è andato, direi, abbastanza bene. Purtroppo fin da subito è apparso uno dei problemi del pianista, già emerso nelle due prove precedente: corre. Dopo un primo fraseggio non fortunatissimo, con l’entrata dell’orchestra il pianista ha ingranato la quinta, buttato giù l’acceleratore e l’orchestra chi l’ha più vista? Dopo un po’ di esuberanza, comunque, il pianista ha saputo ricomporsi e regalare un Concerto piuttosto convincente: il suono scuro e a volte un po’ ruvido qui era davvero perfetto. Peccato davvero per la stanchezza, che ha tolto convinzione ed energia drammatica ai punti più tesi e imponenti, ma nonostante la tirata Melny è sempre riuscito a domare l’orchestra, riuscendo al contempo a concedersi degli splendidi respiri musicali, soprattutto nei punti appassionati o più lirici. Bene la chiusa del terzo tempo, pur senza trovare quella maestosa profondità di suono è riuscito comunque a concludere con successo e senso musicale la sua prova. Potrebbe non bastare per il podio, ma basta per sicuramente per dimostrare il musicista che è.

Purtroppo devo ammetterlo: la sua prova è letteralmente impallidita, se confrontata con quella che l’ha seguita. Alexandre Kantorow, Secondo di Tchaikovsky e Secondo di Brahms. Di fila. Ci sono sfide che un musicista si pone consapevole del rischio: o la va o la spacca. E Kantor va. Il suo suono non è nitido e distinto come quello di Melny e per poter passare sull’orchestra ha parzialmente abbandonato il suono che si era costruito per le due prove solistiche sul suo Kawai, passando qui ad un suono più brillante sullo Steinway, ma ciò che questo ventiduenne francese ha realizzato su due dei concerti più imponenti e complessi del repertorio pianistico è veramente prodigioso. Ottimo il rapporto con l’orchestra, finalmente destatasi dal suo torpore per il Secondo di Tchaikovsky, splendido il fraseggio, abilissimo nel trovare una caratterizzazione ad ogni elemento. Kantor si chiede “Perché?” quando suona. Il suo modo di gestire il discorso musicale riesce ad essere elastico e teso, un po’ come avevamo sentito nella Seconda di Brahms, senza mai esagerare, mantenendo sempre un buon gusto veramente sublime, il tutto supportato da mezzi tecnici adatti a far risaltare delle idee musicali ben studiate e preparate. Se si vuole fare il pelo nell’uovo di questo rapsodico Concerto, si potrebbe dire che di più avrebbe potuto osare in primo e terzo movimento come dinamiche e suono scuro, ma ciò che non erano i fortissimo erano i bellissimi piano e pianissimo che sono stati la prima boccata d’aria in due giorni di prove. Spettacolare la cadenza, con dei crescendo condotti con immenso desiderio erotico, e splendida anche la serenità del secondo movimento, realizzato con una sobria cantabilità beethoveniana. Splendido l’inizio del terzo movimento, con cambio d’umore e suono perfettamente riuscito, dal funzionante impulso ritmico e sempre un tutt’uno con l’orchestra: l’unico a seguire ed ascoltare veramente il gesto del direttore o il respiro dei musicisti intorno a lui. Non a caso il beffardo francese dalla faccia da sberle s’è scelto due concerti dallo spirito estremamente cameristico. Ma questo dialogo non ha smorzato l’energia profusa a piene mani nel Concerto, al punto che verso la fine di Tchaikvosky mi son seriamente chiesto se ce la facesse ad arrivare vivo fino alla fine di Brahms.

Sì, ce la fa.

Kantorow by D'Orio
Pic by D’Orio

Dopo aver meditato l’assassinio del primo corno per quell’ignobile primo solo (nessuno mi avrebbe criticato se l’avessi fatto.), ho potuto godermi l’intelligenza musicale di Kantorow. Il suono non immenso ma comunque più scuro ed appoggiato di Tchaikovsky ha lasciato spazio ad una maggiore severità tedesca, sebbene lo spirito francese del beffardo Kantor sia rimasto ben chiaro dall’inizio alla fine del concerto. In questo Brahms è continuato quel magnifico dialogo con l’orchestra iniziato con Tchaikovsky, nonostante orchestra e direttore abbiano dato veramente filo da torcere a quasi tutti i pianisti (c’è gente finita in Siberia per molto meno dell’intonazione dei corni). Il primo movimento dal sinfonico concerto brahmsiano è stato forse quello che mi è piaciuto di meno, che avrebbe beneficiato di una maggiore verticalità polifonica e maestosità sonora, ma il per fraseggio e bellezza di suono eravamo veramente su livelli altissimi. Semplicemente meraviglioso il secondo tempo, forse un po’ pesante, ma con un bel suono scuoro e dalla tesa espressione musicale: c’è una costruzione drammaturgica del discorso musicale che mostra al contempo il naturale talento del musicista e la solida preparazione dell’insegnante. Superbo il secondo tempo, in cui nelle parti più delicate Kantor ha davvero trovato una dolcezza espressiva meravigliosa, capace di esprimersi anche nei delicati accompagnamenti ai temi realizzati dall’orchestra. Molto bene il collegamento con il quarto movimento, dal tono gioco e più capriccioso che scherzoso. Qui veramente non volevo credere alle mie orecchie. Era oltre un’ora e un quarto che il pianista suonava: non un dubbio, non un’insicurezza, non un momento in cui interrompesse la concentrazione o la conduzione del respiro musicale. Questo è ciò che mi ha impressionato di più. Farcela con le mani lo posso capire, tanto allenamento, abilità nel suonare senza tensioni nervose, sapere come e dove poter riposare. È una questione di resistenza fisica, ci si allena. Ma mantenere una totale immersione nel discorso musicale in modo che quello non accusi mai alcun segno di stanchezza e riesca sempre a mantenersi fresco e spontaneo, sempre ben pensato drammaturgicamente, sempre efficace nei climax, sempre vivo insomma, ecco questo è prodigioso. Per carità, la testa è un muscolo e si allena anche quella, ma la sensazione di star assistendo a qualcosa di incredibile non te la cava nessuno. E quel quarto movimento lo era davvero, incredibile. Si potevano curare meglio alcuni dettagli di un paio di fraseggi e forse il finale poteva essere più brillante ed esplosivo, tiè. Questo è letteralmente tutto ciò che riesco a dire. Per il resto di fronte ad una simile e titanica prova mi taccio: questo secco ragazzo francese si è veramente guadagnato il titolo di Er Titano.

Spero ora che una prova simile (unita alle ottime prove precedenti!) gli valga il podio. Alexandre Kantorow ha ancora da crescere, come ci si può aspettare da un ventiduenne, ma è già un musicista vero e son piuttosto sicuro che il futuro gli riserverà le occasioni artistiche che merita.

 

 

Noi, nel mentre, ci rivediamo domani, con un po’ di malinconia. Oggi ultimo giorno di Tchaikovsky, domani ultima Campana. Ma sono contento di star finendo queste mie giornate russe con questa musica, con questi pianisti, con questa sincera emozione che deriva dal sapere di esserci, di star scoprendo tutto ciò passo per passo mentre si crea, mentre nasce. E di questo non potrò mai essere grato abbastanza.

Diario dal Tchaikovsky: I Finalisti

13.30 Courtyard Hotel, Mosca.

Questa sarà probabilmente la più tarda delle Campane di questi giorni moscoviti. Ma abbiate pietà, la giornata di ieri è finita direttamente nella giornata di oggi, tra momenti surreali e l’alba a Mosca alle 3 di mattina. Mentre ci si trovava a bere prosecco sotto al Conservatorio con Gadjiev, Geniushene e suo consorte. Che parlavano in russo, mentre io cercavo di impararlo per osmosi. Però ho imparato “zvuk”, suono, parola grazie alla quale, a quanto afferma Lukas, ora posso ufficialmente insegnare in Russia.

Intanto ho potuto gironzolare durante Mosca di notte solo per notare che una buona fetta di popolazione di notte ci vive perfettamente come di giorno, mangiando insalate lungo le vie del centro alle 4 di mattina come se fosse mezzogiorno. Ah, la Russia.

Bei ricordi
Dimostrazione che questa cosa è davvero avvenuta e io non stavo delirando in preda al sonno

Ma andiamo dunque al sodo! La giornata di ieri è stata l’ultima, intensa giornata di semifinali, da cui sono emersi i 7 (!) nomi che parteciperanno alle prove finali. Ma andiamo con ordine.

Il primo ad esibirsi è stato il francese Kantorow, che ha iniziato con una Rapsodia op. 79 n. 1 di Brahms dal suono ampio, anche troppo, fino al punto di mancare di compattezza. È complesso spiegare il suono del buon Kantor, ma ci proverò con una similitudine: se il pianoforte è il telefono di una doccia, il suono è l’acqua che ne esce. L’intensità con cui esce è la dinamica, la temperatura è il colore. Ora, le moderne docce consentono di cambiare non la forza, né la temperatura, bensì la modalità, ad esempio nebulizzando, distribuendo la pressione dell’acqua sull’intero telefono oppure concentrandola in un unico, diretto flutto. Ecco, il suono di Kantorow è spalmato sull’intero telefono, ampio ma non concentrato, grande ma non diretto. Questa caratteristica del suo suono, il pianista francese se la porta dietro dalla prima prova e a quanto pare è un suo fiero tratto distintivo. La Rapsodia di Brahms era in realtà suonata bene, soprattutto dalla sezione centrale in poi, e i vari episodi erano veramente ben cuciti e ricchi di dettagli, se escludiamo qualche eccesso nervoso, ma ogni tanto una maggiore compattezza avrebbe giovato al carattere brahmsiano. Discorso simile per la Seconda Sonata di Brahms (Kantor si distingue sempre per il programma interessante), su cui ha saputo realizzare elementi di mistero e al contempo appassionata foga da vero leone della tastiera, quale il giovane Brahms era. Visto il carattere stesso della capricciosa Sonata, le contrazioni lisztiane erano anche più al loro posto e il pianista francese ha saputo portare avanti l’intero brano con perfetta ed efficace drammaturgia da concerto. A seguire i tre movimenti da L’Uccello di Fuoco di Stravinskij nella trascrizione di Agosti, in cui finalmente abbiamo potuto apprezzare dal Kawai un suono più sottile, teso e tagliente, ma ricco di colori e soprattutto dal fraseggio coerente: una delle principali difficoltà della trascrizione, infatti, è rendere pianisticamente lo spezzettato fraseggio stravinskiano, così naturale negli scambi tra sezioni orchestrali, così scomodo nei salti d’ottava e di registro del pianoforte. Meravigliosa la Berceuse, statica ma non immobile, con timbri che ne mostravano la discendenza mussorgskiana, e assolutamente mozzafiato l’inizio del Finale: così dolce era quel tema nel registro centrale che sembrava davvero un corno. Brividi. Bene ma non benissimo il Notturno n. 6 op. 63 di Fauré, dal suono più intimo, ma anche qui a volte eccessivo nelle dinamiche. In ogni caso un’ottima prova, con cui il beffardo Kantor si conferma uno dei concorrenti più interessanti del Concorso.

A seguirlo era la volta di Arsenio (Tarasevich-Nikolayev), che sullo Steinway ci ha offerto una prova dal pianismo assai diverso. Il buon Arsenio è uno dei concorrenti più nobili ed aristocratici del Tchaikovsky (ben più, a mio avviso, di Shish) e la sua esecuzione dei Sei Moments musicaux di Rachmaninov non mi ha lasciato senza fiato, non mi ha trascinato in un oceano di calda espressività e tensione drammatica, ma mi ha dato un senso di ordine e di maestosità che ho sinceramente apprezzato. Un Rachmaninov sobrio fin dal delicato inizio del Primo, proseguito bene con le folate del Secondo (un po’ troppo pedalizzato e confuso nell’ampia acustica della sala), ma meno bene nel Terzo. Bella la scelta di portare a questa lentezza il Terzo Moment, ma più di una volta vi è stata una sensazione di immobilità che dava l’idea che il pianista stesse letteralmente contando i movimenti, più che inserirli sempre ben misurati ma in un discorso fluido. Meglio il Quarto, in cui Arsenio è riuscito anche ad abbandonare per qualche istante la sua compassata statura per concedersi qualche momento di slancio qui davvero fondamentale. Migliori Moments gli ultimi due (in genere quelli meno calcolati!): il Quinto veramente splendido per colori tenui e serena cantabilità, con una mano sinistra perfettamente condotta, e il Sesto ottimo per ampiezza di suono e fraseggio. Peccato per questa tendenza ad ingessare un po’ lo scorrere musicale. Bene l’Etude-Tableau op. 33 n. 3, in cui il pianista si è trovato particolarmente a suo agio nel tono contemplativo e crepuscolare. La Sesta di Prokofiev che ha concluso la prova era la dimostrazione di quanto lo stesso pianoforte e lo stesso brano possano dare due risultati completamente opposti sotto le mani di due pianisti diversi. Arsenio non è un maestro del suono sfibrato o glaciale come Gadjiev, ma per ampiezza e maestosità non ha rivali. Magnificamente tenuta insieme nella struttura, mi sono però mancate non poco le tensioni e le spigolosità che dovrebbero fare da contrasto ai momenti più caldi ed espressivi, purtroppo soffocate nell’abbondante pedale. Molto bello il secondo movimento, che ha mostrato tutto il suo carattere ballettistico. E l’elemento di danza è stato anche tenuto assai bene dal pianista nel terzo movimento, che ho preferito nella sua interpretazione rispetto a quella di Gadjiev. Nonostante la lentezza, Arsenio è riuscito sempre a far percepire il movimento di valzer, conducendo con efficacia ad entrambi i climax. Di grande effetto anche il quarto movimento, dove però mi è mancata la chiarezza e la caratterizzazione timbrica dell’italiano. In generale una Sesta un po’ romantica, ma ampia, architettonicamente ben pensata e dall’affascinante uso delle risonanze. Non male Arsenio, non mi hai fatto venire i brividi, ma mi hai convinto.

Chi mi ha fatto venire i brividi invece è stato il concorrente dopo. Ci siamo, è di nuovo il turno di Mao il fanciullino. E vi assicuro, la sala era stracolma di gente, non ho sentito così tanta aspettativa per nessun candidato finora. Si potrebbe pensare che di fronte a questa aspettativa anche la pressione sia a mille, ma già dalla spigliata camminata dalla porta allo Steinway, il ragazzo ha completamente annullato qualsiasi forma di tensione. Sedutosi, ha attaccato una Seconda di Skrjabin dal suono soffuso e dolce, liquido fino all’inverosimile ma sempre chiarissimo nel fraseggio e con gusto nei rubati. Avevo diversi dubbi su questa prova, il primo ero “Riuscirà a cambiare suono e a dare un po’ di quei colori scuri al secondo tempo?”. La risposta è sì, c’è riuscito. Il secondo tempo della Sonata è stato un prodigio per effetto turbinoso ma elegante, che poteva trovare qualche slancio più marcato, ma ha saputo differenziare il suono e trovare scure sonorità misteriose. Surreali gli arpeggi della sinistra: solo a pensarci mi viene da riascoltarmi la sua prova. Dopo Skrjabin è stata la volta della Terza di Chopin, su cui avevo il mio secondo dubbio: “Ma ce l’avrà l’imponenza romantica?” La risposta qui è “Sni”. Non nascondo che a volte una sinistra un po’ più presente e una maggiore ampiezza di suono nei punti più concitati e maestosi sarebbe servita a far da miglior contraltare al resto, ma eccetto questo fatico a trovare cose da criticare. La Sonata è stata affrontata con suono bellissimo e calibratissimo, con una disinvoltura tecnica più che trascendentale, con dei fraseggi così perfettamente coerenti e ben condotti da portarmi alle lacrime. Più maestoso ed appoggiato l’inizio del terzo tempo (ma allora ce li ha i bassi), anche se non riuscitissimo il primo cantabile, di cui si sentiva quanto in mutande lasci Chopin in quel tema, e ancora da far maturare il secondo elemento. Ma sul ritorno di A, rassicurato dalla tessitura più stratificata, Mao si è finalmente concesso quella meraviglia così attesa. Molto bene anche il finale, in cui si è trovato un sublime equilibrio da pesantezza e impulso ritmico, in cui qualche momento più teso non sarebbe stato fuori luogo, ma che ha condotto trionfalmente la Sonata alla conclusione. Pubblico in delirio. E dobbiamo ancora finire: manca la Settima di Prokofiev e il mio terzo dubbio. “Riuscirà il fanciullino a confrontarsi con il pesante repertorio russo?”. La risposta è “Sì, dannazione”. In Prokofiev Fujitara ha trovato un suono secco e netto, che gli hanno regalato una Settima veramente incredibile. Il ventenne giapponese non aveva forse la sapienza polifonica di Gugnin, ma ogni voce era fraseggiata con una chiarezza ed una felicità espressiva sempre adatte ad ogni richiesta della parte. E il fraseggio è la cosa veramente prodigiosa di questo pianista. Se leggeste i miei appunti dedicato alla sua prova vi trovereste frasi tipo “fraseggi bellissimi”, “fraseggi da panico”, “Madò che fraseggi, muoio”. Perché è così, tutto ottiene senso sotto le mani di Mao, tutto è così chiaro ed espressivo che ascoltando la sua Settima di accorgevi di relazioni tematiche mai notate, di dettagli mai considerati, di quanto geniale fosse la costruzione di Prokofiev. Non di Mao, di Prokofiev: ad emergere nella sua esecuzione non è il genio del pianista, ma il genio del compositore. E in questo sta il genio del pianista. E così bello e condotto era quel terzo tempo che ho avuto le lacrime agli occhi: chi piange durante il Precipitato? Mezza sala, apparentemente, se consideriamo la SECONDA standing ovation: è il fanciullino la vera star di questo Tchaikovsky, c’è poco da fare.

Dopo una prova simile, sfortunato il pianista che si doveva esibire. E invece Kenneth Broberg è riuscito ad arrivare e imporsi all’attenzione fin dalla Toccata e Fuga in do minore BWV 911 di Bach: vi prego qualcuno proibisca a questo pianista di fare qualsiasi cosa nella vita che non sia suonare Bach, tutto il giorno tutti i giorni. Fin dall’inizio energico, lo Steinway della Sala Grande non sembrava nemmeno lo stesso strumento di Mao, tanto sagomato e schiettamente, onestamente barocco era il suo modo di utilizzare il pianoforte. Esaltante. Meravigliosa anche la Sonata di Barber, che ha trovato un carattere completamente diversa rispetto a quella di Yemelyanov, con ritmate morbidezze che contrastavano perfettamente con i punti più siderali e un finale esplosivo. Splendido anche il secondo movimento, in cui è emerso meno il valzerino russo di Yemelyanov e molto di più il carattere americano, con splendida polifonia. Maestoso il suono e centrato il fraseggio sul terzo movimento, dai bei colori scuri e drammatici (quindi non è solo smagliante sorriso, costui) e perfettamente realizzato il carattere del soggetto della fuga, purtroppo colpita da un paio di dubbi che non hanno però destabilizzato il pianista americano. Un po’ pesante invece la Sonata op. 25 n. 2 di Metner, che ha messo a dura prova la tenuta della sala (forse anche provata dalle quattro ore di musica), ma in realtà suonata con gran virtuosismo, suono fantastico anche se un po’ troppo chiaro e brillante (ciononostante ho apprezzato un Metner con una sua identità sonora non à la Rachmaninov) e ottima consapevolezza formale. Meno buona a mio avviso la chiarezza, che non sempre riusciva a superare l’ingrata scrittura pianista per far emergere con limpidezza la complessa tessitura polifonica. Espressivi e travolgenti i climax.

Un’ora di pausa e poi si è di nuovo dentro: è il turno di Sara Daneshpour. La pianista americana si è esibita sullo Yamaha con uno dei programmi più belli di tutto il Tchaikovsky: Incises di Boulez, due brani da L’arte della fuga di Bach, la Barcarolle di Chopin e l’Ottava Sonata di Prokofiev. L’esecuzione purtroppo non è stata bene dietro al programma. Partita benissimo con Boulez, suonavo con ottimo suono e grande senso drammatico, la pianista ha iniziato a zoppicare su Bach, che mancava della chiarezza polifonica di Broberg ma sembra anche fin troppo cauto, non riuscendo a raggiungere quell’astrattismo mistico che così bene si confà al contrappunto dell’estremo capolavoro bachiano. Meglio la Barcarolle, soprattutto nel tema affrontato con leggerezza e discrezione, con bei fraseggi e un’interpretazione alquanto vaporosa ma coerente. Peccato per la graduale perdita di convinzione, che le ha smorzato la crescita verso il climax, poi non tenuto fino in fondo. Abbastanza buono Prokofiev, attaccato con il medesimo suono di Chopin, ma dal buon uso delle risonanze. Tecnicamente la pianista funziona bene, soprattutto nelle agilità, e riesce anche a dimostrare di saper trovare timbri e suoni diversi sulla tastiera, ma ogni tanto il suo discorso mi sembra non perfettamente pensato e più di una volta mi son trovato a domandarmi se la pianista si chieda i suoi “Perché” di fronte alla parte. Forse è questo che mi manca, quando cerco in questo capolavoro quella forza evocativa di situazioni, timbri e sensazioni. Ma poi mi ricordo anche quanto la tensione inibisca proprio la libertà espressiva e quanta tensione questi musicisti debbano sopportare per esibirsi su quel palco.

Certo, c’è anche chi in mezzo alla folle tensione riesce a non perdere la rotta espressiva. È stato il caso di Anna Geniushene, che ha suonato sullo Steinway l’Humoreske di Schumann, la Berceuse heroique di Debussy e l’Ottava di Prokofiev. Così ci siam sentiti tutte le Sonate di Guerra due volte e via. La sua prova è stata davvero notevole: fin dalla prima nota di Schumann, la pianista russa è riuscita a trovare quel carattere schumanniano che mi era mancato nella prova di Philippo il giorno prima, tra delicata cantabilità ed esuberanti scatti (che potevano però essere ancora più disinvolti, liberi e fantasiosi). Alla Geniushene dobbiamo alcuni dei momenti di più alta poesia del Concorso, tra la Romanza del primo turno e questa Humoreske, e per alcuni incredibili istanti tutta la Sala Grande del Conservatorio ha trattenuto il fiato. Meglio il pedale, un po’ pesante in prima prova, anche se di più si poteva fare in chiarezza in alcuni punti turbinosi. Ma devo ammettere che il livello di dettaglio e sgranatura del suo suono nelle folate era veramente impressionante. Questo soprattutto nelle dinamiche dal mezzoforte in giù: ad Anna è mancata l’energia travolgente e il coraggio di lanciarsi soprattutto con la mano destra, che più di una volta è apparsa soffocata nel tentativo di controllare al meglio la tastiera.  Ma non per questo le sono mancati gli slanci passionali o i fraseggi chiari e ben condotti: la sua prova è stata in generale una delle migliori per fluidità del discorso musicale, portato con perfettetta drammaturgia da un elemento all’altro. Tutto cadeva esattamente dove doveva cadere. Bene la Berceuse di Debussy, che poteva trovare dei colori più fantasiosi sullo strumento (è l’unico brano di Debussy ascoltato nell’intero concorso!), ma ammetto che il carattere funereo di questo atipico brano era perfettamente centrato. Molto buona la gestione dei piani sonori. L’attacco dell’Ottava di Prokofiev ha invece sancito un meraviglioso stacco: non c’era nemmeno paragone con il suono di Schumann o di Debussy, la Geniushene ha saputo trovare un suono veramente adatto ai raffinati contrasti di questa Sonata. Le cose meravigliose sono state veramente molto, ma credo ricorderò a lungo il magistrale attacco del secondo tema nel primo movimento, veramente dal nulla e con proprietà timbrica impressionante: non mi stupisco sia partito l’applauso dopo il finale del primo movimento. Bella la serena grazia del secondo movimento, la cui scorrevolezza agogica ha rafforzato il carattere di elegante e trasognata danza. Splendido anche il terzo movimento, con grande ricchezza di caratteri (da brividi il ritorno del primo tempo!) e coerenza di fraseggio. Peccato solo per qualche errore e la stanchezza nel sovrabbondante finale, che però non ha rovinato l’effetto travolgente della conclusione. Da segnalare infine che, come ho avuto modo di apprendere, lo stesso Daniil Trifonov (nelle sue evidenti giornate di 48 ore +1) sta seguendo il Concorso ed è rimasto entusiasta di fronte all’Ottava della Geniushene.

A concludere le Semifinali del Concorso Tchaikovsky 2019 il coreano Dohyun Kim, partito con una splendida Barcarolle di Chopin  che ha ben sfruttato le delicate risonanze e la chiarezza dello Yamaha. Splendide le volate, eseguite con eleganza e ben fraseggiate e bello il carattere concitato. Avevo dunque buone speranze anche per i 12 Studi op. 25 che seguivano, ma fin dal primo il pianista ha iniziato a mostrare alcuni dubbi. La scelta di portare l’op. 25 è rischiosissima, una di quelle cose che si fanno solo se sei pronto a spaccare il mondo, al primo dubbio Chopin non perdona. E così dopo un inizio ancora buono, tra l’eleganza del Primo e il cambio di tocco del Secondo, il pianista ha iniziato piano piano a correre sempre di più, sacrificando la chiarezza degli elementi tecnici per immergere tutto nel pedale o coprire con gli incisi tematici, gradualmente mangiandosi sempre più dettagli. Peccato perché elementi squisitamente musicali si potevano sentire. Meglio il Nono Studio e non troppo buttato il Decimo, ma meno riusciti gli ultimi due, tra cui il Dodicesimo affrontato con evidente nervosismo e durezza. Rincuorato dai caldi applausi del pubblico russo, però, Kim ha affrontato con rinnovata energia Petrouchka di Stravinskij, purtroppo non per molto. Ben presto nella Danza Russa e poi nel La semain grasse il pianista ha iniziato a sporcare molto, tendendosi gradualmente sempre più fino al finale, apparentemente nel panico. Come si diceva, la tensione dei concorsi è una brutta belva.

Così siamo dunque giunti al termine all’ultima, lunga Campana dedicata alle Semifinali. Ed evidentemente meno delirante e frizzante rispetto alle altre, ma beh, ho sonno, sono le quattro e sono ancora in pigiama in stanza d’albergo, la mia vita mi sta sfuggendo di mano e ancora non sono andato a portare i miei rispetti al Museo Skrjabin. È tempo dunque di commentare i risultati e affrontare finalmente il giorno col sole in fronte.

A passare sono stati Tianxu An (Quinto Dan, ma che davero?), Kenneth Broberg, Konstantin Yemelyanov, Alexandre Kantorow, Alexey Melnikov, Mao Fujita e Dmitry Shishkin. Risultati direi piuttosto soddisfacenti, eccetto un paio di esclusi (per mio gusto personae ovviamente). Per Broberg, Kantorow, Melnikov e Fujita sono pienamente d’accordo. Ottima è stata anche la prova di Yemelyanov, che si conferma un candidato assai solido e interessante. Non concordo molto su An, per quanto abbia suonato decisamente meglio in questo secondo giro e su Shishkin sapete che non sono un grande fan: se eleganza ed aristocrazia bisognava premiare, molto meglio Tarasevich-Nikolayev! Gli esclusi che poi mi dispiacciono assai sono stati Anna Geniushene, la cui prova di ieri sera mi aveva completamente convinto, e Alexander Gadjiev, che però era più prevedibile vista la natura piuttosto divisiva del suo pianismo. Ma così vanno i concorsi e a noi non resta ora che felicitarci della presenza di personalità decisamente interessanti e vedere se il fanciullino riuscirà anche in Finalissima a strappare la terza standing ovation.

Diario dal Tchaikovsky: Standing Ovation

10.36. The Courtyard Hotel, Mosca.

 

Dovrei seriamente iniziare a scrivere la sera stessa, la mattina dopo va sempre a finire che mi perdo a parlare con qualcuno, già che stiamo tutti allo stesso hotel (giuria esclusa). Ma devo esser sincero, scrivere ieri sera avrebbe significato scrivere in preda all’entusiasmo e all’euforia, cosa sempre molto divertente, ma che ostacola non poco la lucidità del senso critico. Sì, perché la giornata di ieri, mercoledì 19, è stata un concentrato di nomi di tale livello che fatico ancora a crederci.

Cominciamo con il russo Andrey Gugnin, esibitosi sullo Steinway, che superata la tensione che ha un po’ inibito e reso instabile il Preludio e Fuga di Bach, ci ha donato una Waldstein sobria e dal suono chiaro, ben condotta musicalmente anche se un po’ troppo omogenea e un po’ superficiale come lettura. Meglio l’op 39 n. 4 di Rachmaninov, con un buon cambio di suono e un attacco del tasto quasi selvaggio (anche se mi mancavano un po’ i bassi). Splendido lo Studio op. 25 n. 1 di Chopin, raro ai concorsi!, suonato con eleganza, grazia e suono morbidissimo. Wilde Jagd è partito con l’esplosività tipica dei russi che suonano Liszt, cosa che non lo ha aiutato a tenere a bada lo studio. Per qualche ragione a me ignota i russi suonano Liszt come Rachmaninov e Rachmaninov come Liszt, di questa cosa ancora non mi capacito. Ma la folle esaltazione con cui molto spesso si riversano sulla tastiera (non di rado pestacchiando) durante il povero Ferenc raramente ha dato bei risultati musicali. Meglio la Dumka di Tchaikovsky, soprattutto nella ripresa in cui Gugnin ha fatto un meraviglioso lavoro sulle pause, con quel senso di inevitabile che così tanto appartiene a questo splendido brano.

Dopo Gugnin è stata la volta del nostrano Gadjiev (un italiano al Tchaikvosky, incredibile, si saranno confusi leggendo il cognome), il quale ha fatto una prova assai interessante e, finalmente, con un suono diverso. Gadjiev non è un campione del suono ampio e poderoso, ma devo esser sincero che sentire un po’ più di duttilità è stato un balsamo per le orecchie e per i tasti dello Steinway. C’è in realtà voluto un po’ perché si scaldasse: il Preludio e Fuga è stato affrontato con bel suono e bel fraseggio, caratterizzato da un’atmosfera veramente sacra, ma si sentiva chiaramente il nervosismo del pianista che ha tenuto un tempo forse troppo veloce per il suo intento espressivo. La successiva Waldstein è stata una lettura decisamente più approfondita, ricca di idee e dettagli, capace di cogliere il senso musicale di ciò che aveva sotto le mani, la cui principale criticità era una certa scostanza che non ha permesso a tutte le belle idee di rimanere stabili in una drammaturgia ben organizzata. Ciononostante è stato l’unico finora a realizzare i pedali come Beethoven stesso li ha scritti o a rendere magnificamente quel senso di stasi e mistero che permea il secondo movimento. Idem il Tema e Variazioni op. 19 n. 6 di Tchaikovsky, sobrio e dal bel fraseggio, ma in cui il pianista è sembrato un po’ a disagio (soprattutto se paragonato all’esecuzione del medesimo brano da parte di Wu!). Ciò che in generale in Tchaikovsky mi è mancato è stata una morbidezza di suono che avrebbe dovuto abbandonare le velleità skrjabiniane per concedersi dei momenti davvero elegiaci. Azzeccata per questo tipo di suono la scelta dello Studio op. 25 n. 5 di Chopin, in cui i rapidi arpeggiati iniziali sono stati affrontati con lisztiana fantasia, ma in cui la lirica sezione centrale avrebbe beneficiato di più leggerezza nella mano destra, spesso fraseggiata al punto da disturbare il tema alla sinistra. E qui finisce la parte meno riuscita della prova di Gadjiev e inizia la musica. L’op. 39 n. 5 di Rachmaninov ha trovato un’espressione acuminata notevole che, anche senza il suonone che sarebbe servito, ha saputo con un fraseggio tesissimo e nervoso letteralmente vomitare tensione espressiva sullo strumento (quella ripresa!), una roba da tirarti fuori le viscere. Stessa fantasia espressiva in Mazeppa, affrontato con suono furioso ma non eccessivo, spezzando a volte il discorso (quella scostanza di cui scrivevo sopra), ma trovando grande varietà timbrica e tenendo costantemente l’interesse dinamico e agogico senza sacrificare il tono epico.

Bene, da adesso in poi inizia la cavalcata verso il trionfo. Il successivo ad esibirsi (sempre sullo Steinway) è stato Alexey Melnikov, che dopo un Si bemolle minore dal primo volume bachiano realizzato con delicatezza e sobria espressività ci ha donato un’Appassionata di Beethoven (e cinque) assolutamente da urlo per naturalezza e moderazione. Finalmente un’Appassionata che suonava veramente beethoveniana, con scarti espressivi e tensioni, ma senza un suono da primo Novecento russo, in cui il secondo tempo appariva fin dall’inizio ben fraseggiato e con delizioso respiro musicale fra le variazioni, magistralmente bilanciato, con tono misterioso e appassionato nel terzo tempo, chiaro eppure trascinante anche nel passaggio alla coda, perfettamente tenuta e proprio per questo ancora più bella. Intimo e lirico Ottobre dalle Stagioni di Tchaikovsky, affrontato con suono dolce ed espressivo ma senza eccessi e bene anch e l’op. 10 n. 1 di Chopin, non fantastico come quello di Yasynskyyyyy ma ben realizzato. Su Rachmaninov (op. 33 n. 2) ammetto che avrei apprezzato un suono meno freddo e tagliente, ma la misura di Melny ha prevalso facendogli condurre con sapienza anche le sezioni più affannose senza eccedere. Sul Decimo Trascendentale che ha chiuso la prova, il nostro si è improvvisamente ricordato di essere russo e quindi si è gettato con la foga tipica di un buffet, riuscendo comunque (per fortuna) a tenere in piedi un’interpretazione ricca di colori, per quanto non visionaria.

Dopo Melny è stata la volta di Philipp Kopachevsky, in arte Philippo, che è partito (audacia pura!) con il primo Preludio e Fuga in do maggiore di Bach, suonato con semplicità e bellissimo suono e ottimo controllo sullo Yamaha. Stesse qualità le ritroviamo su una splendida Sonata in La bemolle di Haydn, in cui il pianista ha saputo, udite udite, trovare un suono diverso rispetto a Bach. Forse mancava un po’ di gusto del gioco e della sorpresa a questo Haydn a tratti leggero a tratti sobrio, ma l’elegante magistero con cui ha condotto tutti i movimenti era veramente da fuoriclasse. Molto bene il terzo tempo, in cui alcuni di quegli scambi cameristici così tipici del compositore austriaco sono brillantemente emersi. Dopo Haydn è stata la volta della collezione primavera-estate con Maggio-Giugno-Luglio dalle Stagioni tchaikovskiane: Maggio, devo ammetterlo, è stato molto delicato ma un po’ sacrificato, ma ricordo con grande emozione l’emergere del canto di Giugno dalle ultime sonorità di Maggio, con nobiltà di fraseggio e suono morbido e cantabile. Splendido Luglio, in cui è emerso finalmente un po’ di carattere un po’ ruvido e vivace a dare sostanza. Molto bene l’op. 10 n. 1 di Chopin (che a quanto pare è la nuova Campanella [ma almeno dura meno]) che ancora non una volta non aveva gli effetti e la disinvoltura di Yasynskyyyyyy ma è stato senza dubbio uno dei migliori finora sentiti. Meno bene l’op. 33 n. 4 di Rachmaninov, iniziato benissimo tra polifonia ben curata e timbri come di campane, ma poi un po’ sminchiato nella parte centrale e arrivato zoppicante sulla sovrapposizione tematica della ripresa. Sul Sesto Paganini/Liszt Philippo ha infine dato prova di un’enorme varietà di approcci timbrici e sonori e soprattutto di una prodigiosa abilità nel passare da una sezione all’altra apparentemente senza nessuno sforzo e con enorme efficacia drammatica. Pubblico entusiasta, bravo Philippo.

A seguirlo il ventunenne Anton Yashkin che partito non benissimo sul Preludio e Fuga di Bach ha affrontato l’Appassionata (eddaje) con tono ben più romantico di Melny, ma con sincera espressività e bellissimo suono, trovando alcuni splendidi dettagli di fraseggio e in generale senza eccedere con il PESHTO che a volte questa Sonata rischia di chiamare. Soprattutto notevole il colpo di ciuffo pre-coda del primo movimento, a mio avviso componente fondamentale per affrontare con sbarazzina caparbietà la concitata sezione. Molto bello lo Studio op. 10 n. 4 di Chopin, bellissimo suono, tecnicamente impeccabile e incredibile ma vero addirittura espressivo e non semplicemente ‘na mitraglia di note velocissime. Vai così, CiuffoBoy. Bene anche lo Studio op. 39 n. 3 di Rachmaninov, che ha perfettamente beneficiato del suono ampio e scuro del pianista, il quale ha saputo anche concedersi delle oasi di respiro musicale. Il successivo Mazeppa aveva senza dubbio più suono e più maestosità di quello di Inspector Gàdjiev, ma anche molta meno chiarezza e definizione e soprattutto una più ristretta tavolozza timbrica. Sullo Scherzo Russo di Tchaik, Yashkin ha poi finalmente cambiato attacco del tasto, trovando sonorità più leggere e colori nuovi, sebbene non perdesse occasione per darci nuovamente dentro come nel finale. Un po’ eccessivo, ma ammazza che suono sul suo Steinway.

E basta, già così abbiamo una sequela di pianisti fantastici, possiamo tirare i remi in barca e dichiarare la giornata conclusa. E invece no, il meglio deve ancora venire! Il successivo Alexandre Kantorow, francese (anche con lui si saranno confusi leggendo il cognome), oltre ad avere una discreta faccia da schiaffi mentre guardava beffardo il pubblico prima dell’inchino (che vuoi, ao, cerchi botte?), ha anche un suono assolutamente incredibile. Ho la sensazione che la sua sia una personalità di quelle un divisive, anticonformiste e non a caso arriva dalla medesima insegnante di quel Debargue che tanto fece discutere quattro anni fa. Ma davvero il suono che ha cacciato nel Preludio e Fuga di Bach o il surreale Chasse Neige che ci ha regalato erano indescrivibili. L’abilità con cui ha gestito la sonorità dei tremoli di Chasse Neige, il primo climax da pelle d’oca, scale cromatiche veramente da brividi (peccato per l’ultima a moto contrario!), una chiusa forse eccessiva nel fraseggio ma di grande atmosfera, tutto era veramente incredibile. L’op. 10 n. 8 di Chopin non è iniziato nel migliore dei modi, tra imprecisioni ed errori, ma il beffardo Kantor è riuscito a rimanere in sella al suo Kawai e a non perdersi d’animo per il Beethoven successivo. Una Sonata op. 2 n. 2, finalmente!, che è riuscita a trascendere la proverbiale scomodità dl giovane Beethoven per donarci un universo sonoro estremamente variegato, in cui ogni idea musicale aveva una sua caratterizzazione timbrica coerente, elegante e leggera ma anche pesante e ruvida, passando da bassi staccati come pizzicati d’archi nel secondo movimento fino allo spirito fresco e cordiale e di colpo appassionato ma non eccessivo del quarto. Sulla Meditation di Tchaikovsky si poteva trovare magari un altro suono, ma il tono affettuoso dell’inizio e poi ampio e appassionato della sezione centrale erano davvero fantastici. Fantastica era anche l’op. 39 n. 9, finalmente con diversità di suono e un po’ di bassi pesanti ed incandescenti. Se fosse un po’ meno innamorato della punta del suo naso, il buon Kantor avrebbe potuto chiamare la standing ovation.

Non che il successivo sia stato da meno (madò che giornata). Arseny Tarasevich-Nikolayev, che per praticità d’uso chiameremo qui Arsenio, è tornato allo Steinway con un Bach musicalissimo, forse un po’ romantico ma davvero meraviglioso. L’entrata delle voci della Fuga è stato veramente un prodigio per delicatezza. Sulla Sonata K 333 di Mozart Arsenio ha saputo trovare un suono diverso, brillante eppure non solo rotondo, con bellissime scelte di tempi per le diverse idee, dal bellissimo tono sereno e cantabile (secondo tempo splendido), ma anche capace di carattere sul terzo, che avrebbe potuto solo beneficiare di qualche varietà di tocco in più. Ma si sa, ai concorsi su Mozart ci si muove sempre col freno a mano tirato per non incorrere nelle ire. Qualcuno un giorno mi dovrà spiegare perché Haydn si può massacrare ma Mozart non si tocca. Misteri della musica classica. Bellissima la Meditation di Tchaik, con diverso suono e carattere, russo ma senza eccessi svenevoli o aggressivi, meno pretenzioso della Meditation di Kantor, ma anche meno ricca di timbri e sfumature. Che cosa incredibile poter osservare così vicino due pianisti così diversi. Tanto Kantor era raffinatezza e fascino timbrico, tanto Arsenio era semplicità ed efficacia drammatica. Ne è stato un esempio Chasse Neige, arrivato dopo un’op. 10 n. 1 di Chopin molto ben realizzato nonostante qualche basso eccessivo. Non avevamo di certo quell’incredibile tavolozza di colori, né quelle scale cromatiche che sembravano provenire da un tempo passato, ma un tono molto più diretto e appassionato che non stava affatto male sul bellissimo studio di Liszt, affrontato con grande forza drammatica nonostante un piccolo dubbio che però non ha inficiato le ultime pagine. Con Rachmaninov, infine, si è giunti all’apoteosi, bellissimi i bassi della sua op. 39 n. 9 (sì, sempre quello), ma anche efficacissima la forza drammatica, sostenuta da una polifonia ben curata nei fraseggi che ha condotto fino ad un finale di tale piglio da farmi venir voglia di alzarmi in piedi. Ma non era ancora tempo.

Compito arduo suonare dopo ‘sti due tizi, per il povero Alim Beisembayev e il suo Fazioli. Il giovane pianista kazako, devo essere sincero, all’inizio non mi aveva fatto una grande impressione. L’ho trovato rigido, troppo anche per Bach, e mi son trovato a pensare “Beh, dopo tutti ‘sti pianisti eccelsi è normale che arrivi qualcuno bravo ma un po’ meno”: e invece. A partire dalla Fuga e soprattutto dalla Sonata di Beethoven sono stato sempre più convinto da questa figura che è così contraddittoria da risultare grottesca. Un ragazzone grande e grosso dalle fattezze gargoyliformi che suona con una ingenua delicatezza che era un balsamo per l’anima. L’op. 10 n. 3 di Beethoven era sì, un po’ rigida, ma perfettamente coerente, eseguita con una sincerità di espressione che era sensazionale. Stranissima, per carità, piena di timbri e di idee, ma al contempo nulla sembrava mai forzato sotto le pietrose mani di Beisembayev, che ha mostrato tutta la profondità del suo spirito musicale su quel meraviglioso secondo tempo, ma anche sulla delicata agilità del quarto. Ingenuo, delicato e cantabile anche il Notturno op. 10 n. 1 di Tchaikovsky, di una sobria eleganza e così Chasse Neige (tre di fila e nessuna Campanella? Che accade?), non sempre riuscitissimo, ma di splendida nitidezza. Molto bene la chiarezza dell’op. 10 n. 7, ricco di spunti però sempre ben inseriti nel discorso musicale e bellissimo il suono dell’op. 39 n. 9 (ouff) di Rachmaninov, maestoso, gonfio, ma non eccessivo, semplice eppure trascinante fino al tocco di classe del crescendino sull’ultimo ribattuto nel basso, perfetto per scatenare l’applauso. Che dire.

E così siamo arrivati all’ultimo della giornata, Mao Fujita ed io per l’ennesima volta mi aspettavo un qualcosa di meno, un fanciullino giapponese ventenne di belle speranze ma poca sostanza. Illuso. Il suo Bach (La minore dal primo volume) è iniziato un po’ di corsa sul Preludio, ma dall’ottima presentazione delle voci della Fuga ha dimostrato come il suo suono morbidissimo e rotondissimo fosse capace anche di varietà nel ricercare le diverse registrazioni tastieristiche, il tutto condotto con ottimi tempi musicali. Ma dove il fanciullino ha veramente fatto l’incredibile è stato sulla Sonata K 330 di Mozart: una semplicità di espressione che aveva di sublime, una grazie, un’eleganza, un gusto per l’ingenua leggerezza sostenuto da un controllo perfetto e un vero respiro musicale. Non sto nemmeno a raccontarvi la leggiadria delle agilità o la bellezza dell’atmosfera delle sezioni in minore o con quale abilità passasse da un episodio all’altro, a volte con bel tocco (qualche basso marcato nel terzo tempo non guastava affatto, anzi), altre con tale eleganza da far dimenticare che il suo Steinway avesse dei martelletti, un suono che per definizione e rotondità sembravano veramente gocce d’acqua, permettetemi il paragone. Dopo una giornata passata da un suonone all’altro, sentire questo Mozart è stato un bagno rinfrescante, che ha preparato perfettamente al resto del programma. E se la Dumka di Tchaik non è stata il brano meglio riuscito (tecnicamente impeccabile, ma al cantabile iniziale mancava un po’ di epicità e non si è mai lasciato andare nella danza centrale), con lo Studio di Chopin mi son dovuto ricredere. Il fanciullino ha trovato una tensione espressiva nell’op. 25 n. 11 che non mi sarei aspettato, riuscendo anche a superare il suo bel suonino rotondo per tirare qualche sleppa (ma sempre controllata) che rendeva perfettamente il tono drammatico del tempestoso Studio. Similmente sull’op. 39 n. 5 Rachmaninov, in cui mancava la tesa espressività di Gadjiev (ancora mi vengono i brividi a pensare alla visceralità di alcuni suoi passaggi), ma che non gli era secondo per cantabilità, intensità espressiva e soprattutto definizione. Sentire nella ripresa una tale definizione della mano destra senza che questo disturbasse il canto della sinistra (che non è già fortissimo con molto peshto) era veramente da brividi.  Ma ciò che ha davvero lasciato sbalorditi è stato quello Studio Trascendenale n. 10 conclusivo: belli gli effetti timbrici, ottimo il fraseggio, bello il suono, definito e al contempo appassionato, qualcosa di incredibile. Ma già lo aspettavo al varco sul finale: con questo suono bello e rotondo come rendere la grottesca cavalcata che chiude il turbinoso studio? Illuso! Consapevole di non avere quel suono mostruoso o sfibrato, il fanciullino ha letteralmente staccato un tempo vertiginoso, tenuto con un’ebbrezza della velocità e una definizione tali da far venire il batticuore. Quando si staccano questi tempi è un rischio enorme, o la va o la spacca: ma possiamo qui serenamente affermare che la situazione non gli sia sFujita di mano (badum-tsch).

E niente, il pubblico non ce l’ha fatta. Conquistata dalla serena felicità, dalla naturale musicalità e dalla temeraria abilità tecnica del fanciullino prodigioso, ancor prima che staccasse la mani dal pianoforte è esploso in un boato. E standing ovation fu. Io in mezzo a loro.

Non so veramente che altro aggiungere a questa già lunga Campana. Come avrete potuto notare quest’oggi meno battute, meno ironia, meno maligne allusioni. Ma è solo perché ieri alle 23 sono uscito dalla Sala Grande che le orecchie ancora mi rimbombavano dalla bellezza sentita lungo tutta la giornata, in preda ad un’euforica sindrome di Stendhal. Vedremo oggi gli ultimi otto pianisti e infine i risultati, ma se queste son le premesse, non vedo davvero l’ora di sentire il secondo round, dove la musica prenderà davvero il sopravvento.