Diario dal Tchaikovsky: I Finalisti

13.30 Courtyard Hotel, Mosca.

Questa sarà probabilmente la più tarda delle Campane di questi giorni moscoviti. Ma abbiate pietà, la giornata di ieri è finita direttamente nella giornata di oggi, tra momenti surreali e l’alba a Mosca alle 3 di mattina. Mentre ci si trovava a bere prosecco sotto al Conservatorio con Gadjiev, Geniushene e suo consorte. Che parlavano in russo, mentre io cercavo di impararlo per osmosi. Però ho imparato “zvuk”, suono, parola grazie alla quale, a quanto afferma Lukas, ora posso ufficialmente insegnare in Russia.

Intanto ho potuto gironzolare durante Mosca di notte solo per notare che una buona fetta di popolazione di notte ci vive perfettamente come di giorno, mangiando insalate lungo le vie del centro alle 4 di mattina come se fosse mezzogiorno. Ah, la Russia.

Bei ricordi
Dimostrazione che questa cosa è davvero avvenuta e io non stavo delirando in preda al sonno

Ma andiamo dunque al sodo! La giornata di ieri è stata l’ultima, intensa giornata di semifinali, da cui sono emersi i 7 (!) nomi che parteciperanno alle prove finali. Ma andiamo con ordine.

Il primo ad esibirsi è stato il francese Kantorow, che ha iniziato con una Rapsodia op. 79 n. 1 di Brahms dal suono ampio, anche troppo, fino al punto di mancare di compattezza. È complesso spiegare il suono del buon Kantor, ma ci proverò con una similitudine: se il pianoforte è il telefono di una doccia, il suono è l’acqua che ne esce. L’intensità con cui esce è la dinamica, la temperatura è il colore. Ora, le moderne docce consentono di cambiare non la forza, né la temperatura, bensì la modalità, ad esempio nebulizzando, distribuendo la pressione dell’acqua sull’intero telefono oppure concentrandola in un unico, diretto flutto. Ecco, il suono di Kantorow è spalmato sull’intero telefono, ampio ma non concentrato, grande ma non diretto. Questa caratteristica del suo suono, il pianista francese se la porta dietro dalla prima prova e a quanto pare è un suo fiero tratto distintivo. La Rapsodia di Brahms era in realtà suonata bene, soprattutto dalla sezione centrale in poi, e i vari episodi erano veramente ben cuciti e ricchi di dettagli, se escludiamo qualche eccesso nervoso, ma ogni tanto una maggiore compattezza avrebbe giovato al carattere brahmsiano. Discorso simile per la Seconda Sonata di Brahms (Kantor si distingue sempre per il programma interessante), su cui ha saputo realizzare elementi di mistero e al contempo appassionata foga da vero leone della tastiera, quale il giovane Brahms era. Visto il carattere stesso della capricciosa Sonata, le contrazioni lisztiane erano anche più al loro posto e il pianista francese ha saputo portare avanti l’intero brano con perfetta ed efficace drammaturgia da concerto. A seguire i tre movimenti da L’Uccello di Fuoco di Stravinskij nella trascrizione di Agosti, in cui finalmente abbiamo potuto apprezzare dal Kawai un suono più sottile, teso e tagliente, ma ricco di colori e soprattutto dal fraseggio coerente: una delle principali difficoltà della trascrizione, infatti, è rendere pianisticamente lo spezzettato fraseggio stravinskiano, così naturale negli scambi tra sezioni orchestrali, così scomodo nei salti d’ottava e di registro del pianoforte. Meravigliosa la Berceuse, statica ma non immobile, con timbri che ne mostravano la discendenza mussorgskiana, e assolutamente mozzafiato l’inizio del Finale: così dolce era quel tema nel registro centrale che sembrava davvero un corno. Brividi. Bene ma non benissimo il Notturno n. 6 op. 63 di Fauré, dal suono più intimo, ma anche qui a volte eccessivo nelle dinamiche. In ogni caso un’ottima prova, con cui il beffardo Kantor si conferma uno dei concorrenti più interessanti del Concorso.

A seguirlo era la volta di Arsenio (Tarasevich-Nikolayev), che sullo Steinway ci ha offerto una prova dal pianismo assai diverso. Il buon Arsenio è uno dei concorrenti più nobili ed aristocratici del Tchaikovsky (ben più, a mio avviso, di Shish) e la sua esecuzione dei Sei Moments musicaux di Rachmaninov non mi ha lasciato senza fiato, non mi ha trascinato in un oceano di calda espressività e tensione drammatica, ma mi ha dato un senso di ordine e di maestosità che ho sinceramente apprezzato. Un Rachmaninov sobrio fin dal delicato inizio del Primo, proseguito bene con le folate del Secondo (un po’ troppo pedalizzato e confuso nell’ampia acustica della sala), ma meno bene nel Terzo. Bella la scelta di portare a questa lentezza il Terzo Moment, ma più di una volta vi è stata una sensazione di immobilità che dava l’idea che il pianista stesse letteralmente contando i movimenti, più che inserirli sempre ben misurati ma in un discorso fluido. Meglio il Quarto, in cui Arsenio è riuscito anche ad abbandonare per qualche istante la sua compassata statura per concedersi qualche momento di slancio qui davvero fondamentale. Migliori Moments gli ultimi due (in genere quelli meno calcolati!): il Quinto veramente splendido per colori tenui e serena cantabilità, con una mano sinistra perfettamente condotta, e il Sesto ottimo per ampiezza di suono e fraseggio. Peccato per questa tendenza ad ingessare un po’ lo scorrere musicale. Bene l’Etude-Tableau op. 33 n. 3, in cui il pianista si è trovato particolarmente a suo agio nel tono contemplativo e crepuscolare. La Sesta di Prokofiev che ha concluso la prova era la dimostrazione di quanto lo stesso pianoforte e lo stesso brano possano dare due risultati completamente opposti sotto le mani di due pianisti diversi. Arsenio non è un maestro del suono sfibrato o glaciale come Gadjiev, ma per ampiezza e maestosità non ha rivali. Magnificamente tenuta insieme nella struttura, mi sono però mancate non poco le tensioni e le spigolosità che dovrebbero fare da contrasto ai momenti più caldi ed espressivi, purtroppo soffocate nell’abbondante pedale. Molto bello il secondo movimento, che ha mostrato tutto il suo carattere ballettistico. E l’elemento di danza è stato anche tenuto assai bene dal pianista nel terzo movimento, che ho preferito nella sua interpretazione rispetto a quella di Gadjiev. Nonostante la lentezza, Arsenio è riuscito sempre a far percepire il movimento di valzer, conducendo con efficacia ad entrambi i climax. Di grande effetto anche il quarto movimento, dove però mi è mancata la chiarezza e la caratterizzazione timbrica dell’italiano. In generale una Sesta un po’ romantica, ma ampia, architettonicamente ben pensata e dall’affascinante uso delle risonanze. Non male Arsenio, non mi hai fatto venire i brividi, ma mi hai convinto.

Chi mi ha fatto venire i brividi invece è stato il concorrente dopo. Ci siamo, è di nuovo il turno di Mao il fanciullino. E vi assicuro, la sala era stracolma di gente, non ho sentito così tanta aspettativa per nessun candidato finora. Si potrebbe pensare che di fronte a questa aspettativa anche la pressione sia a mille, ma già dalla spigliata camminata dalla porta allo Steinway, il ragazzo ha completamente annullato qualsiasi forma di tensione. Sedutosi, ha attaccato una Seconda di Skrjabin dal suono soffuso e dolce, liquido fino all’inverosimile ma sempre chiarissimo nel fraseggio e con gusto nei rubati. Avevo diversi dubbi su questa prova, il primo ero “Riuscirà a cambiare suono e a dare un po’ di quei colori scuri al secondo tempo?”. La risposta è sì, c’è riuscito. Il secondo tempo della Sonata è stato un prodigio per effetto turbinoso ma elegante, che poteva trovare qualche slancio più marcato, ma ha saputo differenziare il suono e trovare scure sonorità misteriose. Surreali gli arpeggi della sinistra: solo a pensarci mi viene da riascoltarmi la sua prova. Dopo Skrjabin è stata la volta della Terza di Chopin, su cui avevo il mio secondo dubbio: “Ma ce l’avrà l’imponenza romantica?” La risposta qui è “Sni”. Non nascondo che a volte una sinistra un po’ più presente e una maggiore ampiezza di suono nei punti più concitati e maestosi sarebbe servita a far da miglior contraltare al resto, ma eccetto questo fatico a trovare cose da criticare. La Sonata è stata affrontata con suono bellissimo e calibratissimo, con una disinvoltura tecnica più che trascendentale, con dei fraseggi così perfettamente coerenti e ben condotti da portarmi alle lacrime. Più maestoso ed appoggiato l’inizio del terzo tempo (ma allora ce li ha i bassi), anche se non riuscitissimo il primo cantabile, di cui si sentiva quanto in mutande lasci Chopin in quel tema, e ancora da far maturare il secondo elemento. Ma sul ritorno di A, rassicurato dalla tessitura più stratificata, Mao si è finalmente concesso quella meraviglia così attesa. Molto bene anche il finale, in cui si è trovato un sublime equilibrio da pesantezza e impulso ritmico, in cui qualche momento più teso non sarebbe stato fuori luogo, ma che ha condotto trionfalmente la Sonata alla conclusione. Pubblico in delirio. E dobbiamo ancora finire: manca la Settima di Prokofiev e il mio terzo dubbio. “Riuscirà il fanciullino a confrontarsi con il pesante repertorio russo?”. La risposta è “Sì, dannazione”. In Prokofiev Fujitara ha trovato un suono secco e netto, che gli hanno regalato una Settima veramente incredibile. Il ventenne giapponese non aveva forse la sapienza polifonica di Gugnin, ma ogni voce era fraseggiata con una chiarezza ed una felicità espressiva sempre adatte ad ogni richiesta della parte. E il fraseggio è la cosa veramente prodigiosa di questo pianista. Se leggeste i miei appunti dedicato alla sua prova vi trovereste frasi tipo “fraseggi bellissimi”, “fraseggi da panico”, “Madò che fraseggi, muoio”. Perché è così, tutto ottiene senso sotto le mani di Mao, tutto è così chiaro ed espressivo che ascoltando la sua Settima di accorgevi di relazioni tematiche mai notate, di dettagli mai considerati, di quanto geniale fosse la costruzione di Prokofiev. Non di Mao, di Prokofiev: ad emergere nella sua esecuzione non è il genio del pianista, ma il genio del compositore. E in questo sta il genio del pianista. E così bello e condotto era quel terzo tempo che ho avuto le lacrime agli occhi: chi piange durante il Precipitato? Mezza sala, apparentemente, se consideriamo la SECONDA standing ovation: è il fanciullino la vera star di questo Tchaikovsky, c’è poco da fare.

Dopo una prova simile, sfortunato il pianista che si doveva esibire. E invece Kenneth Broberg è riuscito ad arrivare e imporsi all’attenzione fin dalla Toccata e Fuga in do minore BWV 911 di Bach: vi prego qualcuno proibisca a questo pianista di fare qualsiasi cosa nella vita che non sia suonare Bach, tutto il giorno tutti i giorni. Fin dall’inizio energico, lo Steinway della Sala Grande non sembrava nemmeno lo stesso strumento di Mao, tanto sagomato e schiettamente, onestamente barocco era il suo modo di utilizzare il pianoforte. Esaltante. Meravigliosa anche la Sonata di Barber, che ha trovato un carattere completamente diversa rispetto a quella di Yemelyanov, con ritmate morbidezze che contrastavano perfettamente con i punti più siderali e un finale esplosivo. Splendido anche il secondo movimento, in cui è emerso meno il valzerino russo di Yemelyanov e molto di più il carattere americano, con splendida polifonia. Maestoso il suono e centrato il fraseggio sul terzo movimento, dai bei colori scuri e drammatici (quindi non è solo smagliante sorriso, costui) e perfettamente realizzato il carattere del soggetto della fuga, purtroppo colpita da un paio di dubbi che non hanno però destabilizzato il pianista americano. Un po’ pesante invece la Sonata op. 25 n. 2 di Metner, che ha messo a dura prova la tenuta della sala (forse anche provata dalle quattro ore di musica), ma in realtà suonata con gran virtuosismo, suono fantastico anche se un po’ troppo chiaro e brillante (ciononostante ho apprezzato un Metner con una sua identità sonora non à la Rachmaninov) e ottima consapevolezza formale. Meno buona a mio avviso la chiarezza, che non sempre riusciva a superare l’ingrata scrittura pianista per far emergere con limpidezza la complessa tessitura polifonica. Espressivi e travolgenti i climax.

Un’ora di pausa e poi si è di nuovo dentro: è il turno di Sara Daneshpour. La pianista americana si è esibita sullo Yamaha con uno dei programmi più belli di tutto il Tchaikovsky: Incises di Boulez, due brani da L’arte della fuga di Bach, la Barcarolle di Chopin e l’Ottava Sonata di Prokofiev. L’esecuzione purtroppo non è stata bene dietro al programma. Partita benissimo con Boulez, suonavo con ottimo suono e grande senso drammatico, la pianista ha iniziato a zoppicare su Bach, che mancava della chiarezza polifonica di Broberg ma sembra anche fin troppo cauto, non riuscendo a raggiungere quell’astrattismo mistico che così bene si confà al contrappunto dell’estremo capolavoro bachiano. Meglio la Barcarolle, soprattutto nel tema affrontato con leggerezza e discrezione, con bei fraseggi e un’interpretazione alquanto vaporosa ma coerente. Peccato per la graduale perdita di convinzione, che le ha smorzato la crescita verso il climax, poi non tenuto fino in fondo. Abbastanza buono Prokofiev, attaccato con il medesimo suono di Chopin, ma dal buon uso delle risonanze. Tecnicamente la pianista funziona bene, soprattutto nelle agilità, e riesce anche a dimostrare di saper trovare timbri e suoni diversi sulla tastiera, ma ogni tanto il suo discorso mi sembra non perfettamente pensato e più di una volta mi son trovato a domandarmi se la pianista si chieda i suoi “Perché” di fronte alla parte. Forse è questo che mi manca, quando cerco in questo capolavoro quella forza evocativa di situazioni, timbri e sensazioni. Ma poi mi ricordo anche quanto la tensione inibisca proprio la libertà espressiva e quanta tensione questi musicisti debbano sopportare per esibirsi su quel palco.

Certo, c’è anche chi in mezzo alla folle tensione riesce a non perdere la rotta espressiva. È stato il caso di Anna Geniushene, che ha suonato sullo Steinway l’Humoreske di Schumann, la Berceuse heroique di Debussy e l’Ottava di Prokofiev. Così ci siam sentiti tutte le Sonate di Guerra due volte e via. La sua prova è stata davvero notevole: fin dalla prima nota di Schumann, la pianista russa è riuscita a trovare quel carattere schumanniano che mi era mancato nella prova di Philippo il giorno prima, tra delicata cantabilità ed esuberanti scatti (che potevano però essere ancora più disinvolti, liberi e fantasiosi). Alla Geniushene dobbiamo alcuni dei momenti di più alta poesia del Concorso, tra la Romanza del primo turno e questa Humoreske, e per alcuni incredibili istanti tutta la Sala Grande del Conservatorio ha trattenuto il fiato. Meglio il pedale, un po’ pesante in prima prova, anche se di più si poteva fare in chiarezza in alcuni punti turbinosi. Ma devo ammettere che il livello di dettaglio e sgranatura del suo suono nelle folate era veramente impressionante. Questo soprattutto nelle dinamiche dal mezzoforte in giù: ad Anna è mancata l’energia travolgente e il coraggio di lanciarsi soprattutto con la mano destra, che più di una volta è apparsa soffocata nel tentativo di controllare al meglio la tastiera.  Ma non per questo le sono mancati gli slanci passionali o i fraseggi chiari e ben condotti: la sua prova è stata in generale una delle migliori per fluidità del discorso musicale, portato con perfettetta drammaturgia da un elemento all’altro. Tutto cadeva esattamente dove doveva cadere. Bene la Berceuse di Debussy, che poteva trovare dei colori più fantasiosi sullo strumento (è l’unico brano di Debussy ascoltato nell’intero concorso!), ma ammetto che il carattere funereo di questo atipico brano era perfettamente centrato. Molto buona la gestione dei piani sonori. L’attacco dell’Ottava di Prokofiev ha invece sancito un meraviglioso stacco: non c’era nemmeno paragone con il suono di Schumann o di Debussy, la Geniushene ha saputo trovare un suono veramente adatto ai raffinati contrasti di questa Sonata. Le cose meravigliose sono state veramente molto, ma credo ricorderò a lungo il magistrale attacco del secondo tema nel primo movimento, veramente dal nulla e con proprietà timbrica impressionante: non mi stupisco sia partito l’applauso dopo il finale del primo movimento. Bella la serena grazia del secondo movimento, la cui scorrevolezza agogica ha rafforzato il carattere di elegante e trasognata danza. Splendido anche il terzo movimento, con grande ricchezza di caratteri (da brividi il ritorno del primo tempo!) e coerenza di fraseggio. Peccato solo per qualche errore e la stanchezza nel sovrabbondante finale, che però non ha rovinato l’effetto travolgente della conclusione. Da segnalare infine che, come ho avuto modo di apprendere, lo stesso Daniil Trifonov (nelle sue evidenti giornate di 48 ore +1) sta seguendo il Concorso ed è rimasto entusiasta di fronte all’Ottava della Geniushene.

A concludere le Semifinali del Concorso Tchaikovsky 2019 il coreano Dohyun Kim, partito con una splendida Barcarolle di Chopin  che ha ben sfruttato le delicate risonanze e la chiarezza dello Yamaha. Splendide le volate, eseguite con eleganza e ben fraseggiate e bello il carattere concitato. Avevo dunque buone speranze anche per i 12 Studi op. 25 che seguivano, ma fin dal primo il pianista ha iniziato a mostrare alcuni dubbi. La scelta di portare l’op. 25 è rischiosissima, una di quelle cose che si fanno solo se sei pronto a spaccare il mondo, al primo dubbio Chopin non perdona. E così dopo un inizio ancora buono, tra l’eleganza del Primo e il cambio di tocco del Secondo, il pianista ha iniziato piano piano a correre sempre di più, sacrificando la chiarezza degli elementi tecnici per immergere tutto nel pedale o coprire con gli incisi tematici, gradualmente mangiandosi sempre più dettagli. Peccato perché elementi squisitamente musicali si potevano sentire. Meglio il Nono Studio e non troppo buttato il Decimo, ma meno riusciti gli ultimi due, tra cui il Dodicesimo affrontato con evidente nervosismo e durezza. Rincuorato dai caldi applausi del pubblico russo, però, Kim ha affrontato con rinnovata energia Petrouchka di Stravinskij, purtroppo non per molto. Ben presto nella Danza Russa e poi nel La semain grasse il pianista ha iniziato a sporcare molto, tendendosi gradualmente sempre più fino al finale, apparentemente nel panico. Come si diceva, la tensione dei concorsi è una brutta belva.

Così siamo dunque giunti al termine all’ultima, lunga Campana dedicata alle Semifinali. Ed evidentemente meno delirante e frizzante rispetto alle altre, ma beh, ho sonno, sono le quattro e sono ancora in pigiama in stanza d’albergo, la mia vita mi sta sfuggendo di mano e ancora non sono andato a portare i miei rispetti al Museo Skrjabin. È tempo dunque di commentare i risultati e affrontare finalmente il giorno col sole in fronte.

A passare sono stati Tianxu An (Quinto Dan, ma che davero?), Kenneth Broberg, Konstantin Yemelyanov, Alexandre Kantorow, Alexey Melnikov, Mao Fujita e Dmitry Shishkin. Risultati direi piuttosto soddisfacenti, eccetto un paio di esclusi (per mio gusto personae ovviamente). Per Broberg, Kantorow, Melnikov e Fujita sono pienamente d’accordo. Ottima è stata anche la prova di Yemelyanov, che si conferma un candidato assai solido e interessante. Non concordo molto su An, per quanto abbia suonato decisamente meglio in questo secondo giro e su Shishkin sapete che non sono un grande fan: se eleganza ed aristocrazia bisognava premiare, molto meglio Tarasevich-Nikolayev! Gli esclusi che poi mi dispiacciono assai sono stati Anna Geniushene, la cui prova di ieri sera mi aveva completamente convinto, e Alexander Gadjiev, che però era più prevedibile vista la natura piuttosto divisiva del suo pianismo. Ma così vanno i concorsi e a noi non resta ora che felicitarci della presenza di personalità decisamente interessanti e vedere se il fanciullino riuscirà anche in Finalissima a strappare la terza standing ovation.

Diario dal Tchaikovsky: Primi Risultati

9.49 The Courtyard Hotel, Mosca.

Ogni volta parto pensando di essere perfettamente in tempo, “Quest’oggi la Campana la scrivo con tutta la calma del mondo”, HA! Illuso. Il Tchaikovsky ti fa passare 14 concorrenti al posto di 12 e scopri la mattina stessa che le prove inizieranno un’ora prima. Salvo poi arrivare al conservatori per scoprire che sei tu ad esser mona e hai visto l’orario europeo (alle 12) e non quello russo (alle 13). Dannazione. Beh, caffè sotto al conservatorio e si finisce di scrivere.

Come si potrà evincere dal titolo e da questa mia prima, sconclusionata introduzione, ieri sera sono arrivati i primi risultati: da 25 candidati si dovrebbe passare a 12 ma come il buon Matsuev ha annunciatom visto il livello eccezionalmente alto (che si traduce con: non sapevo chi scegliere LOL li famo passa’ tutti regà [ma si scrive ancora LOL nel 2019?]) ne hanno promossi due in più alle semifinali. Ma prima di commentare questi risultati, bisogna commentare tutte le prove di ieri, già che c’è molto da dire (strano).

Comincio col dire che il miracolo del secondo giorno non si è ripetuto, ma il livello era comunque, com’è da aspettarsi, decisamente molto alto. Primo della giornata Liu Xiaoyu, di cui noterò di sfuggita come il nome contenga tutte le vocali tranne la “e” e ciò lo renda nella mia testa estremamente simile a quelle parole tipo “aiuola” che alle elementari ti danno da imparare per pronunciare bene le vocali. Ciò detto, il ventiduenne canadese è partito con un Preludio e Fuga di Bach un po’ introverso ma con bel suono, con un buon inizio misterioso della Fuga ma un po’ romantico nella conduzione e non sempre chiarissimo. A seguire la Waldstein (anco’?), iniziata un po’ “meh” per tenuta ritmica, un po’ instabile, con una gamma di dinamiche notevole ma forse esagerata (alcuni pianissimissimissimo erano così pianissimissimissimo che scomparivano nel pianoforte). Notevole però per dolcezza e delicatezza, sia nelle sincopi che nel bellissimo secondo tempo. A seguire lo Studio op. 10 n. 4 di Chopin, molto ben controllato, digitalmente disinvolto, musicalmente molto azzeccato (se si perdona qualche eccesso nel turbinoso finale). Con l’Etude-Tableau op. 39 n. 9 il nostro vocalico pianista ha invece tirato fuori un bel suono diverso, più squadrato e con ricerca di timbri, ampio ma senza pestare, non trascinante ma dai begli accordi, ben appoggiati sul suo Steinway. A seguire, ovviamente, La Campanella, sia mai che mi dimentichi come faccia. Purtroppo qui il pianista, dopo un inizio ben riuscito, ha staccato dei tempi folli su cui ha inopinatamente scelto di correre ancor più, non sempre con i migliori risultati: l’ansia da concorso non perdona. Bene la Romanza op. 5 di Tchaikovsky e la Danza dei quattro cigni sempre di Tchaik trascritta da Wild, con buona ricerca timbrica, ma non particolarmente brillanti per lirismo (soprattutto la Romanza ovviamente).

A seguire sempre sullo Steinway è stato l’americano Kenneth Brobergh (vecchio, hai vinto l’Argento al Cliburn due anni fa, che ci fai qui?) su cui nutro pareri contrastanti. Contrastanti perché il suo Bach mi ha completamente conquistato: si poteva davvero sentire tutto il Barocco negli arpeggiati del La bemolle maggiore dal primo volume, si sentiva benissimo come ricercasse timbricamente un suono solare, energico e con sonorità da Brandeburghese. Bellissimo, Kenny. Ottima anche la 110, però un po’ inibita: qui è iniziata la parte che mi dà dei dubbi. Bello il primo tempo, dalle dolci tinte chiare e dai contorni morbidi e ben robusto il secondo, sebbene ogni tanto alcuni tempi drammatici non fossero proprio azzeccati (con conseguente caduta dell’effetto sorpresa), ma ciò che non mi ha convinto è stata la cantabilità del terzo movimento, in cui il pianista avrebbe potuto abbandonare il chiarore dei primi tempi per un tono più ponderoso che inutilmente si è atteso. Così come un legato più nettamente cantabile, che sarebbe stato molto apprezzato in quello che è forse uno dei temi più belli di tutta l’opera del buon Ludwig. Molto bene invece la fuga, soprattutto il tono veramente paradisiaco della ripresa. Sullo Studio op. 39 n. 8 di Rachmaninov il discorso è affine: più dolcezza, morbidezza, più crepuscolo e meno alba per usare un riferimento visivo. Non si può certo dire che non sia stato ben suonato, ma c’era qualcosa nel carattere che mi mancava. Bella l’op. 25 n. 5 di Chopin che emerge da Rac, con splendido carattere negli arpeggiati e quasi un accenno di vero legato dolce e cantabile nel tema centrale: ci stiamo avvicinando. Su Wilde Jagd di Liszt, che in genere è un “liberi tutti” per i macinatori seriali, Broberg è riuscito dare una buona esecuzione, con avere foga ma senza brutto suono, pur ahimé buttando spesso e sacrificando alcuni dettagli di fraseggio anche nella ben espansiva sezione centrale. Ottima la polifonia nella Dumka di Tchaikovsky, affrontata con eleganza e molto senso del fraseggio, seppur ancora senza ombre. Per il solare americano era sicuramente più adatta la parte centrale, affrontata con frenesia danzante e splendido suono. Da risentire sicuramente.

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Vardaeo che contento che era Broberg al Cliburn

È stata poi la volta dello Yamaha suonato dallo spagnolo Alber Cano Smit, che purtroppo ha ceduto al nervosismo da Tchaikovsky. Lo si è percepito nitidamente già da Bach, molto teso e rigido, cosa che lo ha portato a esagerare e strascicare alcuni tempi e fraseggi. Non diversa l’op. 31 n. 2 di Beethoven, in cui un buon suono non ha trovato la necessaria consistenza, né ricchezza di dettagli che La Tempesta potrebbe offrire. Una generale assenza di chiarezza nelle linee è stato probabilmente il principale problema, ma per tutta la sua prova si è percepita l’ansia del pianista e diamine, le spalle eran così contratte che ancora un po’ ci toccava le orecchie. Non molto meglio le furibonde ottave dell’op. 25 n. 10 di Chopin, iniziato non male, ma un po’ corso nella parte centrale e soprattutto ciccato nella ripresa: esattamente dove sbagliano tutti. Vi giuro, dovrebbero vietare ‘sto Studio ai concorsi, nelle ottave per modo contrario della ripresa nove pianisti su dieci vanno in tilt. Ouff. Bello l’inizio del Decimo Trascendentale, poi un po’ instabile tecnicamente e con difficoltà a lanciarsi nel climax. Particolare la Romanza op. 51 n. 5 di Tchaikovsky, che vi giuro avrei scambiato per un brano spagnolo, e finalmente un po’ più appoggiato lo Studio op. 39 n. 9 di Rachmaninov, finalmente con qualche bel dettaglio. Veramente un peccato, ma anche questa è esperienza purtroppo.

Non molto diverso George Harliono (sempre sullo Yamaha). Dopo un discreto Bach, l’Appassionata (risalve, quanto tempo) è stata un prodigio del PESHTO, assai instabile e rigida, senza idee particolarmente riuscite, con suono duro e spigoloso, non senza cose belle per carità, soprattutto nel tono più schiettamente patetico, ma decisamente non maturo (e ce credo c’ha diciotto anni). Discorso affine sul Natha Valse di Tchaikovsky, cui mancava un po’ di eleganza che non fosse affettazione (lo so, è difficile su quel brano), però concluso bene. Non male l’op. 25 n. 5 di Chopin, molto chiaro e ben fraseggiato, ma molto rigido, credo per una certa fissità del polso. L’op. 39 n. 6 di Rachmaninov è iniziato con una tega, ma ha dato una degna dimore al suono secco del giovane britannico, che si è distinto per il gran controllo nella velocità, per quanto ricca di accenti un po’ convulsi. Non ottimo il controllo e la consequenzialità dinamica, ma brillante. Non male Harmonies du Soir, abbastanza misterioso all’inizio ma un po’ povero di timbri, ma finalmente con un suono più aperto nei maestosi climax (quelli sì, da brividi), in cui il pianista ha finalmente iniziato a respirare con la musica, pur senza abbandonare una certa rigidità.

Il successivo, nel tardo pomeriggio, è stato uno dei concorrenti più attesi: il giovane Malofeev. Già lanciato in una carriera stellare in tutto il mondo, c’è chi dava scontata la sua vittoria. La sua prova, però, non mi ha convinto. C’era molta cattiveria nel modo di suonare di Malofeev, non saprei nemmeno come spiegarmi meglio: il suono era intrinsecamente duro. Non pestato, duro, sempre e rigorosamente. Se il peshto di Harliono era un riversare convulsamente la propria baldanza adolescenziale sul malcapitato Yamaha, il medesimo Yamaha ha accolto la glaciale violenza di Malofeev. Fin da Bach, preciso, per carità, ma con delle sleppe nella Fuga assolutamente fuori contesto e non di rado confuso nella polifonia. Bene l’inizio dell’Appassionata (siamo veramente su un altro livello rispetto ad Harliono), ma il discorso è sempre quello. Ogni tanto emergevano dei dettagli profondamente musicali, soprattutto nella costruzione di una drammaturgia musicale d’impatto, ma l’eccesso era costantemente dietro l’angolo e, probabilmente anche per il nervosismo, la cosa è andata peggiorando su secondo e terzo tempo, quest’ultimo letteralmente staccato a 2x. Vi giuro non so come abbia fatto ad arrivare fino alla fine era il doppio del metronomo. Sembravano gli anime guardati dal mio ex coinquilino al doppio della velocità perché così “ne posso vedere di più”. Ecco uguale “faccio il Presto dall’Appassionata al doppio della velocità così posso infilare un pezzo in più nella prova”. Chapeau, ma almeno non rallentarmi sulla coda perché è difficile. Fantastica però la sua Dumka, brano che si sa è letteralmente cresciuto addosso al pianista, con cura dei tempi magistrale e splendida sezione centrale (che fraseggi e che ebbrezza!). Mancava ancora qualcosa, certo, ma per un diciassettenne vi era qualcosa di splendido. Abbastanza bene l’op. 25 n. 11 di Chopin, sebbene non sempre molto chiaro e spesso con scelte musicali un po’ sconclusionate. Meglio l’op. 39 n. 6 di Rachmaninov, affrontata con splendido carattere grottesco, ma anche qui a volte facendo emergere dettagli secondari a volte ottimi, a volte non necessari. Bene la mole di suono, eccessiva per i tre autori precedenti ma qui al suo giusto posto. Simile il discorso per Liszt: un Mazeppa con tanto suono, veramente trascendente sugli elementi tecnici, persino con qualche momento di vera cantabilità nella sezione centrale e con una ripresa veramente funambolica. Oltre non vado, un parere sul ragazzo è troppo presto per darlo, ma a lui va tutta la mia stima per essere riuscito comunque ad esibirsi così, con tale concentrazione, nonostante il terribile lutto appena subito. Onestamente non so nemmeno come abbia fatto a suonare con questa tenuta.

A seguire Malofeev è stata Sara Daneshpour, un guizzo di freschezza e leggerezza dopo la prova sovraccarica di Malofeev (pur rimanendo sullo Yamaha!), ma anche un deciso calo di tensione espressiva. Bene il suo Bach, severo e dall’ottima polifonia, con qualche rigidità sulla fuga, ma tutto sommato bene. Non male anche il primo tempo di Haydn, con buon controllo e brio, ma un secondo tempo un po’ strascicato e, devo ammetterlo, un po’ smortino nonostante l’eleganza. Meglio il terzo movimento, con fraseggio chiaro e belle agilità. Meno efficace la Suite da La bella addormentata di Tchaikovsky/Pletnev, un po’ confusa all’inizio, ma con migliori colori nelle danze successive. Non si può dire che la Daneshpour non sappia suonare, ma cosa manca? Me lo son chiesto molto durante la sua prova e credo che ciò che mancasse a quel Tchaikovsky fosse la freschezza dell’impulso ritmico, la vitalità, il trovare sincero interesse in ogni elemento che si sta suonando, più che puntare ad una buona esecuzione. Meglio l’op. 39 n. 1 di Rachmaninov, anche discretamente chiara e veramente ottima l’op. 10 n. 8 di Chopin, agile, sgranato e delicato. Molto bene Gnomenreigen di Liszt, con suono sempre molto sgranato e bei colori, delicato e guizzante. Forse questo è più il suo regno.

Cambio di pianoforte: sullo Steinway si è esibita Anna Geniushene, la quale è partita subito con un Bach un po’ romantico, ma dal suono bellissimo e dalla grande atmosfera sacrale che, lo ammetto, ha chiamato un applauso soffocato già tra Preludio e Fuga. Bene anche la fuga, con ottima differenziazione timbrica tra le voci, seppur ogni tanto non chiarissima anche a causa dell’abbondante pedale. Splendida la Sonata op. 25 n. 5 di Clementi, su cui la pianista russa ha tirato fuori un suono che, diamine, mi ha tenuto col fiato sospeso. Ottime le agilità e splendidi gli effetti timbrici, raffinati e non gratuiti, mentre non sempre chiarissima la direzione del fraseggio. Bene l’impulso ritmico, anche se a volte inutilmente frammentato. Dopo questo veramente meraviglioso inizio è stata la volta dei meno fortunati studi: l’op. 10 n. 10 di Chopin ha sofferto di un pedale un po’ pesante e di una certa goffaggine tecnica, nonostante le belle sonorità, segno forse di una certa rigidità in alcuni passaggi tecnici. Meglio l’op. 33 n. 5 di Rachmaninov, adattissimo alle sua capacità timbriche e affrontato con un suono diverso e perfettamente adatto. Peccato per alcune note sporche in mezzo alle nuvole sonore e per qualche elemento meno chiaro. Ottimo l’inizio del Decimo Trascendentale di Liszt (anche te t’ho sentito spesso eh), ma la pianista è stata, devo ammetterlo, spesso troppo cauta, non riuscendo a lanciarsi oltre l’elemento tecnico per trascendere (per l’appunto) il virtuosismo e lanciarsi nel far muica. Molto bello però il suono della mano sinistra con gli arpeggi alla destra e con gran carattere  e convinzione le ottave. Peccato per la tensione spezzata nel finale. Dove però Anna la russa ha dato veramente il meglio è stato nella Romanza op. 51 n. 5 di Tchaikovsky. Ben lontana dal sembrare un brano spagnolo come con Cano, questa Romanza è stata veramente un momento di preziosa musica, tale da farmi dimenticare per un secondo di essere ad un concorso. Eleganza, lirismo, tono elegiaco, c’era tutto. Che meraviglia assistere a questi piccoli prodigi musicali. Bene ma meno bene lo Scherzo à la Ruse, con ottima varietà di timbro e carattere, finalmente con suoni convincenti anche nelle parti squillante della destra, ma non sempre chiara in alcuni punti più concitati. Bello il finale, dal suono ampio e maestoso (e che ottave!), ma un po’ confuso e concluso un po’ in discesa. Speriamo meglio per la prossima prova, che riporti un po’ di quell’Anna-da-Busoni che mi ricordo ancora bene dal 2017.

Anna Geniushene
Anna is not amused.

Ultimo del primo giro di quarti di finale il coerano Dohyun Kim, che si è esibito sullo Yamaha. Ben appoggiato l’inizio del Sol diesis minore dal primo volume bachiano, con suono smorzato e attutito che favoriva molto un tono sobrio e intimo, ma non introverso. Bene anche la Fuga, coerente con questo suono anche al costo di perdere un po’ di chiarezza. Bello anche il suono morbido di Mozart, anche se spesso manchevole di nervo quando la Sonata K332 presenta le sue parti più drammatiche. Molto romantico nella pedalizzazione generosa e non sempre disinvolto sulle agilità (quanto mi è mancato il Mozart di Mao il fanciullino!). Bella l’intimità del secondo tempo, per quanto un po’ smortino, ma un po’ meglio il terzo. Bene lo Studio di Rachmaninov (op. 39 n. 6), con suono ben distinto, scuro e intenso, ottimo nell’affannoso e dalla polifonia chiara e non eccessiva, più omogeneo rispetto all’interpretazione di Malof, ma meno esaltante. Terrificantemente veloce (anche troppo) ma miracolosamente in piedi l’op. 10 n. 8 di Chopin, non sempre chiarissimo nel senso musicale, ma molto pulito. Molto bello il fraseggio di Mazeppa, più morigerato rispetto ad alcuni altri Liszt caciaroni e con splendido cantabile nella parte centrale. Ottimi i salti e le ottave, con sorprendente distinzione timbrica e dinamica dei diversi piani sonori anche nei punti tecnicamente più impervi. Bello. Bello anche “Un poco di Chopin” di Tchaikovsky, elegante e con bei bassi e molto belli gli squilli iniziale de Lo Schiaccianoci nella trascrizione di Pletnev, con splendida vitalità ritmica. Delicata e misteriosa la Fata dei confetti, bene i colori della Tarantella, sebbene a volte un po’ impacciata e non male anche il Trepak con cui ha concluso questa selezione, nonostante mi mancasse un po’ di carattere più ruvidamente russo. Ma tutto sommato una buona prova.

Bene, eccoci dunque alla fine di questa lunga, lunghissima Campana: è il momento dei risultati. A passare sono stati Tianxu An (Quinto Dan, ci rivediamo!), Kenneth Broberg (yei, un po’ di positività!), Alexander Gadjiev (yei, un italiano in semifinale!), Anna Geniushene (yei, hanno premiato la Romanza!), Andrey Gugnin (uhm, ok), Sara Daneshpour (uhm, ok dai), Konstantin Yemelyanov (yei, c’è Emiliano in semifinale!) Alexandre Kantorow (yei, c’è Kantor in semifinale!), Dohyun Kim (ok, dai), Philipp Kopachevsky (yei, c’è Philippo in semifinale!), Alexey Melnikov (yei, c’è Melny in semifinale!), Arseny Tarasevich-Nikolayev (yei, c’è Arsenio in semifinale!), Mao Fujita (yei, c’è il fanciullino in semifinale!) e Dmitry Shishkin (prevedibile ma anche giusto). Sono un po’ triste per l’assenza di Beisembayev (l’elegante gargoyle), Wu (che mi era piaciuto molto, il primo giorno), Yasynskyyyyyyy e Yashkin (CiuffoBoy), ma con tutti gli altri sono assai concorde. E sì, c’è un grande assente: Malofeev. In barba a tutte le voce che lo volevano già vincitore del Concorso, non ha passato la prima prova. Lo davo per scontato persino io, ma a quanto pare la giuria l’ha ritenuto ancora immaturo: un’ulteriore dimostrazione che niente è certo in un concorso pianistico. Sarà per la prossima, il ragazzo è giovane e ha tutto il tempo per riprendersi e ripresentarsi con altra maturità al prossimo grande concorso di qui a 3-4 anni. E, ne sono certo, con ben altri risultati.

Questo è quanto, dunque: speravo di poter alleggerire le prossime campane dovendo passare a soli sei candidati al giorno, ma me ne hanno piazzato uno in più. Poco male, la seconda prova è quella in cui finalmente si inizia a fare musica sul serio, con il grande repertorio e la libera scelta. Che il Concorso Tchaikovsky 2019 abbia finalmente inizio.

Diario dal Busoni: Fine del viaggio

Con la serata di ieri, 1 settembre, si è conclusa questa sessantunesima edizione del Concorso Pianistico Internazionale/Internationaler Klavierwettbewerb/International Piano Competition Ferruccio Busoni, Membro della Fédération Mondiale des Concours Internationaux de Musique, Membro della Alink-Argerich Foundation, Primo del Suo Nome, Padre di Carriere, Sfornatore di talenti (titoli che manco Daenerys Targaryen).

La Finalissima ha visto, come quasi tutti voi lettori saprete, la vittoria del croato Ivan Krpan, cui è stato dato il Primo premio. Come potrete sicuramente immaginare viste le mie precenti pagine, non mi trovo concorde in questa decisione. Ma vediamo le cose con calma.

Della prova di ieri sera, Ivan è stato sicuramente il migliore. Anna Geniushene ha purtroppo accusato pesantemente la stanchezza, offrendo una prova decisamente sottotono rispetto alle precedenti. Il suono era sempre bello e preciso, ma poco appoggiato e la stanchezza la portava a tirarsi indietro quando poteva essere più lanciata. Timbricamente interessante e dalla musicalità indubbia, la pianista russa ha eseguito un Imperatore di Beethoven con un piglio severo che non m’è dispiaciuto, ma che sarebbe stato meglio se associato anche ad una maggiore energia e libertà nei momenti gagliardi, oltre ad una maggiore pulizia tecnica e un migliore controllo delle dinamiche, nonché di legato. Con lo scrupolo e l’attenzione che la contraddistinguono, tuttavia, la sua prova è stata quella migliore per insieme con l’orchestra e dei tre è stata l’unica ad aver veramente dialogato con gli strumenti ed essersi adattata all’orchestra (e su questo ne parlerò più sotto). Terzo posto per lei (ma altri due premi speciali vinti, quindi la sentiremo di nuovo).

Più convincente la prova di Jaeyeon (sì, chiunque lo senta in streaming non concorderà, ma vi assicuro che la differenza sonora cambia tantissimo la capacità di coinvolgimento del pubblico), che non a caso ha anche vinto il Premio del Pubblico quella sera (probabilmente anche grazie alla splendida prova cameristica di due giorni prima). Il suo Quarto di Beethoven è stato il più dei tre concerti, nonostante una brutta tendenza a correre e ad essere troppo instabile di metronomo, sintomo di un’agitazione parecchio invadente. Molto bello il suono, tecnicamente più preciso di Anna (ma più evidenti gli errori fatti) e musicalmente interessante, soprattutto nelle cadenze del primo movimento. È stato l’unico della serata a raggiungermi espressivamente, ma ha avuto dei grossi problemi a relazionarsi con l’orchestra, sia per l’instabilità agogica, sia per la fretta nei dialoghi, che non dava i dovuti respiri nemmeno nel secondo movimento. Il terzo tempo è stato poi ben realizzato, ma la stanchezza (e il mal di schiena atroce) si è fatta sentire ed è mancata quel carattere spigliato e divertente così tipico del Rondò. Secondo posto per Jaeyeon.

Giungiamo infine al nostro Premio Busoni: Ivan Krpan. Che dire, il suo Quinto di Beethoven è stato il concerto più convincente ieri sera. Il suo suono riempie senza problemi il secco Teatro Comunale e si è distinto bene rispetto all’Orchestra Haydn. È stato quello che meglio ha retto tecnicamente, mostrando anche la forza di tirare dritto con determinazione dopo due quasi-vuoti che avrebbero fatto panicare chiunque. Tecnicamente brillante, buono il carattere, determinato il pianista, tutto molto bene insomma, dunque perché non condivido con il Primo premio? Molto semplice, non c’era molto altro in quell’Imperatore. Non c’era un interessante respiro musicale, ma soprattutto non c’erano cura per i dettagli e ricerca timbrica. Si potrà argomentare sul fatto che il ragazzo ha vent’anni, ma è un’argomentazione molto debole. In un’intervista che ho fatto a Mari Kodama (e che vedrete su Amadeus Online tra qualche giorno), lei giustamente ha messo in risalto la necessità di avere un Primo premio che sia già maturo e pronto per intraprendere le tournée che sono parte del Premio. Ebbene, Ivan Krpan secondo me non ha quella maturità. Tecnicamente, ad esempio, deve ancora risolvere un grande problema, ossia la tendenza a bloccare e irrigidire il polso ogni volta che tenta di andare oltre il forte, con conseguente suono metallico e pestato veramente fastidioso. Osservando le prove precedenti inoltre, non ho mai avuto la sensazione di trovarmi di fronte ad un artista unico.

Certo, la sua Semifinale è stata solida e convincente, ma la sua Finale solistica è stata affossata da una Seconda di Chopin pestata e con vuoti di memoria molto pesanti, la sua Finale cameristica è stata vissuta all’insegna della noncuranza nei confronti del Quartetto e questa Finalissima lo ha visto così indifferente all’orchestra, da coprire i soli dei legni nel primo movimento, per far risaltare un elemento di accompagnamento nel pianoforte assolutamente secondario. Certo, il pianista ha suono, ha un enorme talento tecnico e ha determinazione, ma gli manca ancora la cura del dettaglio e sembra non concepire con chiarezza il concetto di “poesia” da contrapporre al carattere più fiero che gli riesce meglio. Non mi si tiri in ballo il discorso degli anni, Julius Asal ha esattamente la stessa età e ha mostrato quanto si possa essere musicalmente maturi a vent’anni (non parliamo mica di quindicenni). Quindi devo ammettere di non condividere questa scelta, ma mi tiro anche indietro: la giuria ha le sue motivazioni.Prima fra tutte è il fatto che Krpan abbia una brillante carriera dinanzi a sé, una caratteristica che sicuramente farà onore al Concorso Busoni un giorno. Il discorso del suono è poi veramente più importante di quanto non gli si dia credito. Essere capaci di sfoggiare un suono convincente che possa riempire e adattarsi a qualsiasi sala, sia essa piccola o enorme, è una necessità fondamentale per un pianista che si appresti a fare dei tour nei prossimi anni lo porteranno in Europa, America e Asia. Il mio parere inoltre, come quello di molti altri pianisti e appassionati che seguono in streaming e dal vivo l’importante concorso, è tendenzialmente viziato dal gusto personale: io adoro i musicisti che mostrano di avere una ricerca musicale, timbrica e sonora propria. Non sempre però questa è la caratteristica che apre le porte del successo e, per citare Daniele Spini ieri sera al rinfresco post concorso, suonare la 111 di Beethoven in una sala da musica da camera e bucare la Filarmonia di Berlino con il Primo di Tchaikovsky è cosa assai diversa.

Come accennavo sopra, una menzione negativa va infine all’Orchestra Haydn diretta da Arvo Volmer, che ha faticato a seguire i solisti e a metterli a loro agio, contribuendo a render loro la vita complessa. Nell’orchestra stessa si salvano gli archi, compatti e sufficientemente precisi (anche se un po’ lentini ogni tanto), ma i fiati hanno avuto dei problemi di intonazione pesantissimi (i due oboi nell’Adagio dell’Imperatore avevano la grazia di un clacson in tangenziale), oltre a fastidiose difficoltà di insieme (i corni erano assolutamente incapaci di andare a tempo). Insomma, come ogni anno, l’Orchestra Haydn, che pure riserva degli ottimi concerti in stagione, dà quasi il peggio di sé al Busoni (eccetto quello splendido Secondo di Bartók con Alberto Ferro due anni fa): veramente un peccato!

E così dunque si conclude il Concorso Busoni e con esso questo mio diario personale. Come ogni anno mi sono trovato d’accordo e in disaccordo con la giuria, come ogni anno ho scoperto fantastici artisti (Anna Geniushene, Jaeyeon Won, Julius Asal, Eunseong Kim [Dio Pessshto redento!]) e ho visto la conferma di altri (il caso di Leonora Armellini basta per mille), e come ogni anno ho avuto l’opportunità di conoscere persone fantastiche, stringere amicizie e, per la prima volta, vivere questo concorso con la vicinanza della vivace e ironica Sofia (senza il cui supporto ammetto avrei fatto assai più fatica a fare tutto). Ma è stata anche l’occasione di mettermi in discussione e far nascere diverse riflessioni. A tal proposito vi invito a tenere d’occhio il sito di Amadeus, fra una settimana o giù di lì, perché nell’intervista alla Presidentessa di Giuria Mari Kodama potrete trovare numerosi spunti e, forse, le risposte ad alcune domande che vi starete ponendo. Io vi ringrazio per avermi seguito in così tanti (non me lo aspettavo davvero) e ci rivedremo con le mie future pagine di blog, coi miei prossimi articoli e con un nuovo Diario dal Busoni!

Diario dal Busoni: Los Tres Pianisteros

Sì, quello del titolo è un chiaro omaggio alla mia infanzia e al meraviglioso Los Tres Caballeros della Disney, guardato tante volte da consumare la cassetta. Ma è anche un modo un po’ leggero per riferirmi ai nostri tre finalistissimi, i tre pianisti assurti all’empireo del Concorso Busoni.

Ma, come sempre, prima di osservare i risultati delle Finali cameristiche, andiamo a vedere come sono andate le esecuzioni di ieri sera!

La prima ad esibirsi è stata la russa Anna Geniushene, l’unica che ho potuto finalmente ascoltarmi dalla platea. La tecnologica pianista, regina della previdenza, non sapendo cosa aspettarsi come voltapagine e non volendo portarsi dietro troppi chili di parti, se l’è cavata con un iPad con annesso pedale per voltate (che per inciso le ho visto utilizzare poco fa anche in prova con l’Orchestra Haydn su Beethoven [ops, spoiler!]). Dei sei pianisti mi sento di dire che sia stata quella più attenta e che più ha dialogato con il Quartetto di Cremona, ipotesi presente nei miei appunti che è stata poi in seguito confermata. Il suo Schumann ha avuto le caratteristiche già osservate nella Semifinale solistica (nella quale ha eseguito i Phantasiestücke op. 111), dimostrazione di una maturità espressiva e stilistica che non prevede scelte casuali. Rispetto alla prova solistica era però meno lanciata l’esecuzione, con conseguente anche ammorbidimento del suono, minore aggressività e maggiore attenzione ai dialoghi, ma al prezzo di quello slancio schumanniano e quell’energia che è emersa con maggiore chiarezza forse solo nel terzo movimento e in alcuni momenti del quarto. Molto ben condotto tutto, tecnicamente solido come ‘na roccia, musicalmente raffinato, il suo Quintetto di Schumann sembrava calibrato alla perfezione con gli archi, con una chiarezza della tessitura veramente ottima (anche raggiunta grazie ad un oculato uso del pedale di risonanza).

A confermare la positività della serata, la prova del coreano JaeYeon Won, amorevolmente detto “facciotta” per il suo volto incredibilmente bonario, è stata una vera rivelazione. Certo, avevo già fatto notare l’originalità della sua personalità artistica nella Sonata n. 7 di Prokofiev in Finale solistica, ma nel Quintetto di Dvorak il pianista ha mostrato con chiarezza che i suoi 29 anni sono sintomo di una notevole esperienza musicale. Dei sei, il suo è stato secondo me il Quintetto più riuscito, in cui il pianista è riuscito in maniera più interessante a scambiarsi ruoli con i vari archi, ad emergere quando necessario con suono brillante e chiaro e a tornare in secondo piano lasciando la guida all’arco di turno. Finalmente c’è stato anche modo di sentire quel Quintetto eseguito con un’intenzione stilistica ben chiara ed elaborata, con frequenti cambi di umore, timbro e suono che assecondavano la capricciosa scrittura e ben si adattavano alla varietà arcolaia del quartetto. L’uso del pedale è stato anche qui più calibrato, non un elemento costante, ma un colore prezioso da utilizzare con cura. Sono stato parecchio contento di notare che i miei pareri dal palcoscenico, dove avevo ripreso possesso della mia rumorosa panchetta da voltapagine, sono stati confermati dalla solita paziente e pervicace Sofia, che ha confermato le mie impressioni dalla platea. Insomma una prova so convincing, that you might say,  he already Won the competition! (badum-tsch) [perdoname madre por mi umorismo pessimo]

Il croato Ivan, dopo l’ “entrata con camicia trionfalmente fuori dai panta” [cit. Sofia], ha eseguito il Quintetto di Brahms, scelta coraggiosa operata dal pianista ventenne (come EunSeong Kim ieri). Dei tre della serata la sua è la prova che mi è piaciuta di meno. Nonostante il suono fosse più adatto e plasmabile rispetto al Brahms di EunSeong, anche il Brahms di Ivan è stato interpretato con una certa noncuranza del Quartetto che gli stava intorno. Raro il contatto con i musicisti, sia visivo che musicale, e l’intero Quintetto ha dato l’impressione di essere una lettura molto scolastica e un po’ superficiale, impressione che ha avuto Sofia dal pubblico, ma cui posso dare conferma io stesso dal palco. La parte del Quintetto era stata ben poco aperta, considerando che eccetto un paio di diteggiature nel quarto movimento non ho visto alcuna annotazione e il libro stava aperto con fatica sul leggio. Certo questo dimostra l’incredibile facilità tecnica e abilità di lettura del pianista, che nell’affrontare il leonino Quintetto non ha versato troppe gocce di sudore (ma che si è isolato a tal punto da dimenticarsi anche di darmi dei cenni nei punti in cui voleva che girassi prima). Forse è questo che la giuria ha apprezzato così tanto!

Infatti i tre pianisti su menzionati sono stati anche gli stessi a passare in Finalissima, con un risultato che non ci ha sorpresi troppo (anche se avrei preferito EunSeong al posto di Ivan per quella fantastica Finale solistica). Ad Anna è andato il Premio del Quartetto di Cremona, che consiste in una serie di concerti con il Quartetto col pianista con cui loro si sono trovati meglio nelle due ore e un quarto totali di prova (“more than enough!” ha commentato la sorprendente fanciulla russa). Fra Premio della Junior Jury e Premio del Quartetto, la pianista ha già accumulato un paio di bei concerti, oltre a quelli che le arriveranno come finalistissima del Concorso. Sono molto contento anche per il rubicondo JaeYeon, di cui ho apprezzato la maturità espressiva, e incuriosito dalla prova di Ivan il conquistatore. Domani sera infatti i tre pianisti si sfideranno a colpi di Beethoven (buffa immagine), eseguendo infatti Anna e Ivan il Quinto Concerto e JaeYeon il Quarto.

Siamo così arrivati al penultimo giorno di concorso, ma non disperate: un particolare dietro le quinte vi accompagnerà domani, nell’attesa della Finalissima. Una conversazione di fronte a tre caffè (uno per me, due per lui) con il meraviglioso Giulio Passadori, accordatore, noleggiatore, rivenditore e psicologo pianistico, colonna portante del Concorso Pianistico Ferruccio Busoni.

Diario dal Busoni: La rivincita di Dio Pessshhhto

Si sono concluse le Finali solistiche, ma prima di andare ai risultati, condivido qui i miei personali commenti ai candidati esibitisi.

La prova di ieri ha visto esibirsi EunSeong Kim, Leonora Armellini, Xingyu Lu, JaeYeon Won, Ivan Krpan e Julius Asal.

Come il caro lettore potrà intuire dal titolo vagamente epico, la prova di EunSeong Kim, amorevolmente soprannominato “Dio Pessshhhto” in onore dell’irruente Semifinale solistica, è stata veramente ottima. Sarà stato meno nervoso, sarà stato più in confidenza con la sala e con il pianoforte, sarà che qualuno gli avrà detto di moderare il suono, ma non sembrava nemmeno lo stesso pianista. Il giovane coreano ha saputo sfoggiare la sua indubbia abilità tecnica in un’ottima Toccata Newen di Benzecry, un ben realizzato ed interessante Preludio e Fuga BWV 552 di Bach/Busoni, forse un po’ troppo pedalizzato nella fuga, un’ottima ed estroversa Sonata n. 5 di Skrjabin, su cui ha realizzato alcuni prodigi di tecnica ma anche di interesse musicale, e infine una 111 di Beethoven che ha mostrato una maturità espressiva assolutamente al di sopra di ogni aspettativa, con grande presenza scenica e gesti di “maschia virilità” [cit. da Il Pianoforte di Casella]. Chapeau, Dio Peshto, sono ben felice di ricredermi!

La prova di Leonora Armellini è stata, con tutta l’onestà concessami, una delle migliori prove di Busoni cui abbia assistito nella mia breve ma intensa frequentazione del mio Concorso cittadino. La pianista padovana ha eseguito una Fantasia cromatica e Fuga di Bach/Busoni convincente fin dalle prime note, con suono personale, enorme senso musicale e drammatico e una Fuga realizzata con cura timbrica impressionante. Ha poi proseguito con la 101 di Beethoven, eseguita, soprattutto nel primo movimento, con un carattere un po’ romantico e lirico, che ha svelato momenti di grande poeticità. Tecnicamente praticamente perfetta, anche qui il fugato del quarto movimento è stato un culmine di maestria allo strumento. La Toccata Newen di Benzecry è stata interpretata con meno presenza tecnica e possanza di suono rispetto a quella di EunSeong, ma con più spazio e maggiore ricerca timbrica, rendendola, di fatto, meno muscoli e più raffinatezza. La Sonata n. 2 di Prokofiev ha concluso con energia la prova dimostrando ciò che più mi ha entusiasmato di questa prova: il dimenticare di essere ad un concorso, ascoltare una prova come se fosse un concerto e godermela appieno.

È stato poi il turno di Xingyu Lu, che c’ha offerto uno splendido Le Carillon d’Orléans di Hersant, come brano contemporaneo, proseguendo poi con il Preludio, Fuga e Allegro BWV 998 di Bach/Busoni. Il trittico è stato eseguito bene, ma con una certa impassibilità, un suono un po’ di plastica e una differenziazione delle voci che riguardava solo la dinamica e mai la timbrica [Sofia disse: questo coi timbri ci fa i francobolli]. Anche il corale Wachtet auf, ruft uns die Stimme ha confermato questa impressione, aggiungendo però una buona capacità di creare atmosfera. La 110 di Beethoven è stata eseguita con un bel carattere morbido e chiaro, con buona capacità di cambiare carattere e resa tecnica, ma ancora la stessa impermeabilità di suono e timbro che gli ha reso dura la vita durante la Fuga, nel quale le entrate ben marcate dei soggetti facevano perdere consapevolezza delle altre voci. Dopo una prova di buon livello, ci son rimasto quasi un po’ male a vedere un Petrouchka non all’altezza del resto. Certo, non mancavano anche qui dei momenti molto belli, soprattutto nel secondo movimento, ma il trittico stravinskijano è stato tecnicamente non sempre preciso, timbricamente assai povero e dal fraseggio ogni tanto un po’ incerto. Peccato!

Nel pomeriggio ha continuato poi il coreano JaeYeon Won, che, eccetto per un vuotino prima del finale, ha iniziato la sua prova con un’ottima Sonata HOB XVI:48 di Haydn. Molto meno riuscite le Variazioni su un proprio tema op. 21 n. 1 di Brahms, brano che è stato colpito da numerosi dubbi, vari problemi tecnici, un fraseggio assai poco chiaro e una resa molto debole. È stato bravo il pianista a non farsi demoralizzare e a proseguire con Just as the sun is always di Mason, brano nel quale (come per tutti i contemporanei pomeridiani) mi son trovato a girar le pagine. Con tanto di scherzetto sulla disposizione delle parti. (“Credevi che partissi con tre pagine aperte e invece no!”) Dopo una ottima Aria variata alla maniera italiana BWV 989 di Bach/Busoni, dal carattere secondo me ben centrato e dal bellissimo suono, Won ha eseguito una Sonata n. 7 di Prokofiev che è riuscita nel duro compito di essere interessante. Non sempre precisa, non sempre marcata ritmicamente, ma estremamente personale, segno di una maturazione del brano che fin dalle prime note un po’ più moderate di tempo ha mostrato equilibri sonori e giochi timbrici che rendevano nuova ogni battuta.

È stato poi il turno dell’indubbio talento di Ivan Krpan, che però ha mostrato delle incertezze anche musicali già dal corale Ich ruf zu Dir di Bach/Busoni, concluso in maniera un po’ buttata. Meglio la Sonata n. 11 op. 22 di Beethoven, su cui ha trovato un carattere splendidamente beethoveniano riuscendo ad affrontare con successo tecnico e musicale la sonata, nonostante il suono tendesse a tratti ad irrigidirsi. Ciò che lo ostacolava, sia in Bach/Busoni che in Beethoven, era una certa pesantezza e carenza di controllo della mano sinistra, un po’ caciarona e granitica lì sotto [la mano de La Cosa, l’ha definita Sofia, che ormai mi fornisce suggestive immagini durante tutto il concorso]. Dopo un ben realizzato e squadrato Dramatis Personae di Lenot di cui, confermo, è riuscito a fare quasi tutte le note (not bad), è stato il turno della Sonata n. 2 di Chopin, brano su cui non ho concordato sul carattere pesantissimo e aggressivo, che sarebbe stato a suo agio più in una Sonata di Rachmaninov. La sonata è stata anche colpita da un vuoto molto pesante nel primo movimento, che era caratterizzato da un’instabilità agogica un po’ eccessiva. Questa caratteristica sonora è stata confermata anche da secondo e terzo tempo, mostrando nel celebre crescendo della Marcia Funebre la difficoltà del volitivo croato di dare ampiezza al suo suono, come aveva saputo fare invece EunSeong. Anche il Finale è apparso poco compreso e pesante, facendo rimpiangere quello di Andreatta in Semifinale: un gran peccato dopo un Beethoven ed un Lenot così ottimi e interessanti!

La prova di Asal è stata un piccolo colpo al cuore: il pianista tedesco mi aveva colpito tantissimo in Semifinale per l’incredibile maturità espressiva. Ed infatti anche qui era partito con un ottimo Hypnòs di Bellafronte, mostrando una certa dimestichezza col repertorio contemporaneo. È stato poi il turno della prima Ciaccona di Bach/Busoni del concorso (come solo ora la prima? ma se normalmente su dodici finalisti la portano in cinque/sei? e ora come faccio a soddisfare la mia dose biennale di ciaccone?). Il brano è apparso, mi duole dirlo, sproporzionato per le mani del pianista e forse poco maturo. I momenti poetici erano splendidi, ma le parti tecniche non funzionavano e finivano per innervosirlo e farlo cascare anche nei punti in cui avrebbe potuto far venire i brividi. L’ho visto, prima del brano contemporaneo, quasi in panico al momento di tornare sul palco e infatti Dramatis Personae è stato impreciso e non ha espresso le potenzialità notevoli che questo pianista ha nel repertorio contemporaneo. Sue caratteristiche efficaci, che sono state percepite nella Sonata op. 10 n. 1 e nei Préludes 10, 11, 12 e 13 dall’op. 32 di Rachmaninov, sono la grande capacità di creare immagini e atmosfere e la facilità di espressione, ma ormai il nervosismo aveva avuto la meglio e su Beethoven il suono è risultato eccessivamente spigoloso, mentre su Rachmaninov ottimi momenti si alternavano ad una carenza di controllo e di coerenza sonora. Sommo dolore, seguirò però con grande interesse il percorso di crescità di questo valido musicista.

Giunti dunque al termine, i risultati. Sui dodici sono passati costoro: Choni Dmytro, Geniushene Anna, Kim EunSeong, Krpan Ivan, Lu Xingyu, Won JaeYeon. Non male, devo essere sincero, ma c’è, il lettore lo avrà capito, una grande assente per me fra questi, che avrebbe assolutamente meritato: Leonora Armellini, la cui prova avevo preferito a quelle di molti altri. Mi felicito però della presenza di Dmytro, Anna e EunSeong e, sebbene me lo aspettassi, sono dispiaciuto per l’assenza di Larry Weng e Julius Asal, che sono felice di aver avuto l’opportunità di conoscere e che seguirò da vicino nei prossimi anni. Ma questi sono i concorsi e il giudizio della giuria si rispetta: non che questo però mi impedisca di esprimermi in totale franchezza sulle mie opinioni personali!

La prossima pagina di diario uscirà dopodomani, quest’oggi è giorno un po’ di riposo dopo la tirata busoniana degli ultimi sei giorni, e sarà una pagina particolare, perchè avrò modo di osservare i pianisti a pochi centimetri dal loro naso (sì, mi hanno di nuovo cooptato per voltar le pagine su tutti i Quintetti della Finale di musica da camera). Un’esperienza nuova!

Diario dal Busoni: Al via le Finali solistiche

Con le due prove di ieri, alle 15 e alle 20, è proseguito il Concorso Busoni. Giunti ormai alle Finali solistiche, dai ventiquattro pianisti iniziali siamo arrivati ai dodici finalisti, di cui i primi sei si sono esibiti ieri. Questi sono Larry Weng, Dmytro Choni, HanGon Rhyu, Anna Geniushene, Daniele Paolillo e Madoka Fukami.

Visto che il tempo stringe e a breve si ricomincia, direi di lanciarci subito sui commenti.

L’americano di origini cinesi Larry Weng si è esibito con alti e bassi. Probabilmente per nervosismo la sua prova è stata purtroppo molto sporca tecnicamente, partendo da una Toccata, Adagio e Fuga di Bach/Busoni che è stata affrontata con fatica. Molto meglio la Sonata n. 30 op. 109 di Beethoven, in cui il pianista ha dato prova di avere moltissime idee e di saper costruire frasi magnifiche. Belli il suono ed il carattere, con momenti di vera poeticità nell’Andante cantabile e molto espressivo conclusivo. Buona la sua interpretazione del brano contemporaneodi Mason Just as the sun is always, che ha beneficiato della chiarezza e della luminosità di suono tipiche ti questo pianista. Interessante la Sonata n. 7 di Prokofiev, tecnicamente non sempre ben controllata, ma caratterizzata ad una notevole chiarezza formale, una concezione orchestrale delle linee e dei fraseggi (sempre ben condotti anche quando più spezzettati) e con un Precipitato finale non troppo veloce, ma con un vivace impulso ritmico. Molto americano.

Migliore la prova di Dmytro Choni, che da un punto di vista tecnico è stato quasi impeccabile. Dopo un bel corale Nun komm’ der Heiden Heiland di Bach/Busoni, il pianista ucraino ha proseguito con una Sonata HOB XVI:31 n. 46 di Haydn eseguita molto bene, ma dal suono un po’ pesante e un po’ carente nei guizzi divertenti. Molto bello invece, proprio queste caratteristiche, l’intenso secondo movimento. Ci siamo poi confrontati con un altro brano contemporaneo, che capiterà di ascoltare diverse volte in queste Finali solistiche: la Toccata Newen di Benzecry. Vero brano di virtuosismo, la Toccata è stata interpretata da Dmytro con tante note, molto veloci molto ben suonate. Sfumature timbriche, interesse di fraseggio e consapevolezza degli elementi sono stati abbandonati per dare al brano un carattere di percussivo primitivismo, indubbiamente efficace! Bene poi l’inizio di Les cloches de Geneve di Liszt, che però è sfuggito di mano nei più concitati momenti centrali ed è terminato senza riuscire a recuperare quel carattere elegiaco con cui Dmytro magnificamente aveva iniziato. Molto buona la Sonata n. 6 di Prokofiev, tecnicamente notevolissima e dal bel suono, anche se, devo essere sincero, un po’ noiosa, forse per l’eccessivo carattere romantico, il suono rotondo anche dove poteva essere più sferzante, il pedale un po’ pesante e, in generale, un’interpretazione che non ha portato grande motivo di interesse su una Sonata già molto eseguita e nota. Indubbiamente solido.

Il giovane HanGon Rhyu, appena diciottenne, è partito con un ottimo corale Ich ruf zu Dir Herr Jesu Christ di Bach/Busoni, dimostrando come il carattere un po’ statico e meditativo del corale fosse quello in cui più si trova a suo agio. Del brano contemporaneo posso dire un po’ poco, essendo io stato cooptato come voltapagine (guarda mamma, sono in diretta!). Ho potuto però osservare lo scrupolo con cui ha realizzato i difficili ed intricati passaggi, ma anche un certo schematismo che non ha aiutato il già squadrato Dramatis Personae di Lenot. Buona la Sonata n. 31 op. 110 di Beethoven, soprattutto nel primo movimento, dimostrando ancora il proprio carattere adatto alla dolcezza e alla morbidezza di attacco, con un tono mite che purtroppo non riusciva a scalzarsi di dosso nemmeno nei più vivaci momenti. Nonostante la buona cura, l’affermazione vitale nella conclusiva fuga è quindi rimasto molto nascosto. Buono il Carnaval di Schumann, anche se con qualche nota svizzera, ma insomma, da quanto detto finora si può desumere il carattere mancato anche del frizzante brano schumanniano. Particolare come questo ’99 non suoni affatto come un ’99.

La sera la prova è proseguita con Anna Geniushene, che si è confermata nella mia opinione come una delle migliori finora. Bellissimo il suo corale Ich ruf zu Dir Herr Jesu Christ, con grande cura e intima espressione, soprattutto nei due crescendo da brividi. Molto buono anche il carattere della Sonata HOB XVI:31 n. 46 di Haydn, che ha beneficiato del suono un po’ secco e ligneo tipico di questa pianista. Non sono mancati i guizzi ed il sincero divertimento per la sorpresa, dandone quindi un’interpretazione diversa e a mio avviso più funzionante rispetto a Dmytro. Meno riuscito Just as the sun is always di Mason, brano di cui la pianista russa non sembrava molto convinta, ma diverso il discorso per l’imponente Sonata n. 8 di Prokofiev (sì, in un giorno ci siamo fatti tutte e tre le Sonate di Guerra di Prok). Ho sentito voci discordanti, c’è chi preferisce Prokofiev più limpido e chiaro, come quello di Larry, c’è chi lo preferisce meno assordante: onestamente io l’ho adorato. La sua Ottava è stata variegata, ricca di momenti interessanti, non mi ha mai lasciato andare. Qualche imprecisione tecnica e qualche momento di maggiore caoticità (soprattutto nel finale purtroppo un po’ buttato) non le hanno evitato di essere l’unica finora ad essere riuscita a creare grandi tensioni, a far passare con maestria l’intensità da una frase all’altra e ad avere un respiro musicale tale da sapere sempre quando e come interrompere una sezione per dare spazio ad un’altra. Il suono tagliente e squadrato non le ha impedito di alternare ai momenti più percussivi quel mondo fantastico e surreale che è così tipico di questa Sonata, riuscendo a creare atmosfere sonore di grande suggestione, anche grazie ad una cura timbrica veramente ottima. Insomma, ho apprezzato, decisamente.

Meno interessante la prova di Paolillo, invece, devo ammetterlo. Confermando le impressioni avute in semifinale, il pianista barese ha faticato ad utilizzare l’incredibile suono che si ritrova per fini musicali che trascendessero il suo splendido cantabile, creando una prova che nonostante il repertorio è risultata molto monotona. Buone alcune cose della Didone Abbandonata di Clementi, interpretata però con gusto tardo romantico un po’ eccessivo; tecnicamente imprecisa ed immatura la Sonata in si minore di Liszt e soprattutto buttata la Toccata Newen di Benzecry. Ogni brano era immerso in un pedale lunghissimo un po’ di comodo e la tenuta del tempo è stata spesso instabile. Non sempre un suono bello, profondo e scuro basta a tenere in piedi un’interpretazione, purtroppo!

A continuare sul carattere monotono (per misurare i gradi di noia bisognava osservare la frequenza dello sventolamento Jorge Luis Prats) c’ha pensato la prova di Madoka Fukami, che nonostante un’ottima resa del brano contemporaneo Vexierbilder II di Pesson, eseguito a memoria (impressive!). La sua (troppo?) lunga prova è proseguita con una Sonata HOB XVI:50 ben realizzata e condotta, dal timbro chiaro ed equilibrato. Anche Miroirs di Ravel è stato ben confezionato, ma, a parte uno splendido Oiseaux tristes, la raccolta è apparsa molto distante, con poco carattere e senza concreti punti di interesse timbrico: insomma, per l’appunto molto confezionato. Ho apprezzato comunque la precisione e lo scrupolo, caratteristiche con cui è proseguito il terzo Ich ruf zu Dir di Bach/Busoni del giorno, che ha però sofferto molto il confronto con l’intima intensità di Anna e l’ampia cantabilità di Daniele. La pianista giapponese è invece un po’ crollata nella Sonata n. 5 di Skrjabin, che, oltre all’imprecisione tecnica, è tornata ad un carattere di monotonia. It’s roof time for De Maria, yeahhh! [cit. Sofia].

Insomma, siamo riemersi dal Conservatorio che erano le 23.40 quasi, stanchi, vagamente a forma di poltrona, ma comunque contenti. E chiudere in bellezza la serata, ci ha accolti una Anna Geniushene sufficientemente rilassata e sufficientemente brilla, mentre passeggiava ondeggiante per Piazza Domenicani con il consorte.

Bei momenti e buffi ricordi di questa splendida Sessantunesima Edizione del Concorso Busoni!

Diario dal Busoni: I primi risultati

Eccoci qui, il 26 mattina, dopo che sono stati annunciati i 12 Finalisti del Busoni.

Prima di inoltrarci nel commento della cosa, tuttavia, vorrei terminare il resoconto dei pianisti che hanno suonato ieri, per finire di dare una panoramica di tutti i concorrenti del Concorso. Si sono esibiti infatti i cinque ultimi concorrenti, Ivan Krpan, Julian Trevelyan, Julius Asal, Yui Fushiki e Franck Laurent-Grandpré.

La prova mattutina è stata quella con l’età media più bassa (due ’97 e un ’98). Il croato Ivan Krpan è stato il primo dei ’97 ad esibirsi e ha fin da subito dato sfoggio del suo ottimo suono sulla Sonatina seconda di Busoni, brano ben studiato e con alcuni momenti molto belli, ma dall’interpretazione un po’ troppo romanticosa. Meglio le Variazioni su un tema di Schumann di Brahms e la Dante di Liszt, in cui il pianista ha dato sfoggio di ottima padronanza tecnica, buona varietà di carattere e bellissimo suono, nonostante una tendenza molto frequente a perdere di vista gli elementi nel caos del momento. La chiarezza della tessitura, il fraseggio delle voci e la direzione sono infatti risultate un po’ deboli, ma eccetto questo, si è trattato di una buona prova.

L’inglese Julian Trevelyan, il ’98, ha dato l’impressione di avere ancora molto da maturare, soprattutto tecnicamente. Sulla Sonata di Haydn e alcuni momenti di Gaspard de la Nuit (soprattutto Ondine), ha mostrato di avere dell’indubbio talento, buone idee musicali e una certa raffinatezza, ma nel complesso entrambi i brani hanno mostrato troppe imprecisioni tecniche, giungendo in Scarbo a momenti di totale caos. Forse è un po’ troppo ambizioso portare l’imponente trittico ravelliano, ma l’ambizione è proseguita con la scelta di suonare la difficile e pesante (ma meravigliosa) Toccata di Busoni, brano per cui sono richieste mani d’acciaio e profondità di sguardo. Probabilmente già debilitato da Scarbo, fin dal Preludio della Toccata il brano è apparso purtroppo tecnicamente non solido. Il talento del ragazzo (che è anche violinista e tenore a quanto pare, caspita) è però indubbio, quindi mi auguro di rivederlo in futuro.

Meravigliosa è stata invece la prova del tedesco Julius Asal che ha dato prova di incredibile maturità espressiva e saggezza nella scelta del programma. Certo, la scelta di iniziale con la Suite op. 14 di Bartók è al limite del masochismo, considerando quanto quel brano lasci l’interprete in mutande, e proprio quella Suite è stata ciò che ho meno apprezzato. Dalla Sonata D664 di Schubert, tuttavia, si è percepito l’incredibile sguardo poetico di questo ’97, che ha saputo dare una effusione lirica sempre intensa e contenuta, ben curando i contrasti nella Sonata, nonostante qualche piccola sporcatura nei passaggi di ottave e salti. Il secondo movimento bastava da solo a dargli un parere favorevole, ma come se non bastasse ha fatto seguire un meraviglioso Indianisches Tagebuch di Busoni, dimostrando grande piglio, ricerca timbrica e la capacità di produrre un’ottima quantità di suono dallo strumento, nonostante due sue braccia facciano a malapena una delle mie (e non che io sia un muscoloso energumeno). Decisamente una delle migliori e più godute prove dell’intero Busoni fino ad adesso.

Pomeriggio è stato un po’ meno soddisfacente. La giapponese Yui Fushiki ha fatto una buona prova, offrendo soprattutto un Carnaval di ottima fattura tecnica e di carattere, con ottimi gesti e un suono veramente convincente. Peccato per alcune imprecisioni e soprattutto per la minore resa data nel corale di Bach/Busoni Nun komm’ den Heiden Heiland e nelle (rullo di tamburi) Variazioni su un preludio di Chopin di Busoni (eddaje non potevano mancare nell’ultima prova del concorso a darmi il loro estremo saluto: ciao variazioni, ciao, vi ho voluto tanto bene, ora non ci vediamo più per un anno, pls). Ho apprezzato meno il francese Franck Laurent-Grandré, che forse per tensione ha perso molto il controllo nel Liebestod di Wagner/Liszt, ha recuperato un po’ con una buona e vitale Sonata K 332 di Mozart, è tornato un po’ giù con la Sonatina in diem nativitatis Christi di Busoni, poco chiara nella sua struttura, si è ripreso con l’inizio de La valse di Ravel, per poi tirare i remi in barca e buttare via mezzo finale. Una prova altalenante che però ha mostrato dei bei momenti.

La vera protagonista della prova pomeridiana, tuttavia, è stata La Vecchia col Sacchetto®. Capita spesso di vedere personaggi particolari in sala, l’altro giorno un tipo si è addormentato e ha iniziato a mugugnare nel sonno, ma questa è stata pura poesia. Nei momenti di maggiore intensità espressiva o raffinatezza timbrica, soprattutto del povero Franck, costei armeggiava con certosina cura in un rumoroso sacchetto di plastica per estrarre una in teoria proibita bottiglia d’acqua, svitava lentamente il tappo, beveva, riponeva la bottiglia nel sacchetto assicurandosi di metterci il maggior tempo possibile e riprendeva a respirare rumorosamente. Nonostante ci fossero almeno cinque paia d’occhi puntati su di lei, ogniqualvolta ripeteva questa chirurgica operazione di infastidimento collettivo, La Vecchia col Sacchetto® non percepiva pressione alcuna. Anzi, giunta ad un certo momento della prova, non paga di soffiarsi il naso per fortuna non troppo rumorosamente, ha lentamente armeggiato nella sua bianca borsa, per estrarre poi un secondo fazzoletto usato. Avesse estratto un cheeseburger l’avrei premiata per l’intima coerenza stilistica. Il mio Premio Busoni 2017, in ogni caso, va a lei.

Parlando di Premio Busoni, giungiamo dunque finalmente ai risultati! Come probabilmente saprete questa è la lista dei Finalisti: Weng Larry, Choni Dmytro, Rhyu HanGon, Geniushene Anna, Paolillo Daniele, Fukami Madoka, Kim Eunseong, Armellini Leonora, Lu Xingyu, Won Jaeyeon, Krpan Ivan, Asal Julius.

Beh, devo ammettere di essere molto d’accordo su questi risultati. Sono dispiaciuto per l’assenza di Yuka Morishige, Maddalena Giacopuzzi e Yui Fushiki, che avrei preferito ad alcuni altri, ma sono veramente contento che Larry Weng, Dmytro Choni, Anna Geniushene (che ha anche vinto il premio della Junior Jury), Leonora Armellini e Julius Asal siano passati. Questi ultimi tre sono stati tra l’altro i miei preferiti del concorso finora. Per questa prima prova la giuria ha compiuto una scelta che reputo veramente ottima, tenendo un livello medio veramente alto. Solo, sono un po’ perplesso dalla presenza del mio amato Pessshto-God Eunseong Kim, ma vedremo se in seconda prova sarà capace di unire una vena di poesia ed espressività allo tsunami sonoro con cui ha inondato la Sala Michelangeli. Mio caro Henry, mi dispiace per le tue corde.

Vedremo ora, questo pomeriggio e domani, come si svolgerano le Finali solistiche, con la speranza di poter trovare ancora così tanta bella musica.

Diario dal Busoni: Un trionfo femminile

Prosegue il Concorso Pianistico Internazionale Ferruccio Busoni a Bolzano e mi trovo a scrivere questa pagina di diario il mattino dopo, sul divano, ancora un po’ assonnato. Quella di ieri è stata una giornata intensa, tre prove con otto pianisti, dalle 11 di mattina alle 11 di sera. Si sono esibiti gli italiani Stefano Andreatta, Daniele Paolillo, Leonora Armellini, le giapponesi Yuka Morishige e Madoka Fukami, la russa Anna Geniushene e i coreani HanGon Rhyu e EunSeong Kim.

Il lettore potrà già comprenderlo dal titolo: le prove più interessanti sono state quelle di tre pianiste, in ordine di apparizione Yuka Morishige, Anna Geniushene e Leonora Armellini.

La pianista giapponese ha mostrato subito una buona comprensione dell’Indianisches Tagebuch n. 1 di Busoni, che ha reso con un bel suono squadrato, ponderato e controllato. Ciò che mi è piaciuto molto di Yuka è stata la capacità di variare sensibilmente suono, giungendo nella Sonata D664 di Schubert ad un suono dolcissimo e cantabile, forse un po’ troppo leggero, e su Prokofiev ad un suono ancora diverso, a tratti tagliente, a tratti fantasioso, chiaro, con un bel carattere e con un’ottima attenzione all’intreccio delle linee polifoniche.

Anna Geniushene, per gli appassionati di gossip anche moglie dell’altrettanto giovane pianista Lukas Geniusas, ha portato tutta un’altra personalità. I suoi Phantasiestücke op. 111 di Schumann erano interessantissimi, caratterizzati da un’idea sonoramente asciutta, ma sempre molto appassionata, che ha forse peccato di una certa aggressività nei momenti più perentori, ma ha offerto meravigliosi momenti di poesia. Le sue due Elegie di Busoni sono state esempio di cura dei dettagli, già dalla differenziazione timbrica fra il motivo di berceuse e il tema sovrastante, e l’op. 33 di Rachmaninov ha saputo creare un immaginario di approcci e caratteri che ben giustificano il titolo di Études-Tableaux, mostrando con chiarezza il fiero temperamento della pianista.

Ha terminato la giornata Leonora Armellini, verso la quale ammetto per chiarezza di essere legato da amicizia (ma questo più che un ostacolo, è stata ragione di ancor maggiore severità [sì, sono un pessimo amico]). Anche per questo posso affermare che la sua prova sia stata, come quella di Anna, veramente fantastica. Meno concentrata sul creare enormi quantità di suono o sul fornire un’esecuzione brillante, la pianista padovana ha tirato fuori una tavolozza di colori ed una raffinatezza musicale fino a quel momento inaudite. La sua Sonatina seconda di Busoni è stata esempio di chiarezza formale e suono nitido, mentre la Quarta Ballata di Chopin è stata un monumento all’intimità e al respiro, eseguita con ottima padronanza tecnica. La conclusiva Dante lisztiana è stata affrontata con meno virtuosismo e più narrazione, senza per questo rinunciare a qualche gesto tecnico ben riuscito, e nell’intera prova ci si poteva aspettare forse solo più brillantezza in alcuni passaggi e un maggior appoggio nei bassi.

Le altre prove sono state (quasi) tutte di buon livello, a conferma del presentimento avuto ieri. Andreatta ha dato prova di avere delle indubbie doti e buone idee, molto riuscita soprattutto la Sonata n. 5 op. 25 di Clementi, ma come molti ha peccato nell’assenza di archi di tensione, concentrandosi nei dettagli e perdendo lo schema generale e le lunghe frasi (per altro, forse l’inevitabile tensione, proprio la cura dei dettagli è risultata poi carente), problema che ha afflitto anche Rhyu, che dalla sua aveva una certa disinvoltura tecnica e un bel suono. Daniele Paolillo ha offerto un suono particolarissimo e personale, scuro e profondo, che si è sposato bene con la Fantasia nach J.S. Bach di Busoni, ma non è riuscito a creare contrasti nella Sonata op. 11 di Schumann che è risultata poi eccessivamente pesante e monotona. Buona la prova di Madoka Fukami, curatissima ed equilibratissima, ma eccessivamente piatta e dalla tavolozza timbrica un po’ limitata per i particolari Studi di Debussy

Unico “no” dall’inizio del Concorso è stato per me EunSeong Kim, che dopo un Preludio, Corale e Fuga di Franck molto romantico e ben eseguito, è stato pervaso dal Sacro Dio del Pessshto e dalla Toccata di Busoni alla Dante di Liszt ha testato i limiti di resistenza di Henry (il pianoforte), giungendo ad alcune risonanze metalliche così aggressive da scordare lo strumento. La sua indubbia abilità digitale (gran belle ottave) è stata messa al servizio del dio patrono dei panzer, con un effetto musicale purtroppo molto debole.

Bene. Questo è il mio racconto sulla giornata di ieri, con il mio solito personale gusto, su cui molti di voi potranno giustamente dissentire. E per fortuna! Ora, se non voglio presentarmi alle prossime prove in pigiama (che tanto ormai…), forse è il caso di scappare. Andate ad ascoltarvi le prove delle tre pianiste, capite se siete d’accordo con le mie piccole recensioni e tornate domani se vorrete avere ulteriori racconti dal Concorso Busoni!