Diario dal Busoni: Fine del viaggio

Con la serata di ieri, 1 settembre, si è conclusa questa sessantunesima edizione del Concorso Pianistico Internazionale/Internationaler Klavierwettbewerb/International Piano Competition Ferruccio Busoni, Membro della Fédération Mondiale des Concours Internationaux de Musique, Membro della Alink-Argerich Foundation, Primo del Suo Nome, Padre di Carriere, Sfornatore di talenti (titoli che manco Daenerys Targaryen).

La Finalissima ha visto, come quasi tutti voi lettori saprete, la vittoria del croato Ivan Krpan, cui è stato dato il Primo premio. Come potrete sicuramente immaginare viste le mie precenti pagine, non mi trovo concorde in questa decisione. Ma vediamo le cose con calma.

Della prova di ieri sera, Ivan è stato sicuramente il migliore. Anna Geniushene ha purtroppo accusato pesantemente la stanchezza, offrendo una prova decisamente sottotono rispetto alle precedenti. Il suono era sempre bello e preciso, ma poco appoggiato e la stanchezza la portava a tirarsi indietro quando poteva essere più lanciata. Timbricamente interessante e dalla musicalità indubbia, la pianista russa ha eseguito un Imperatore di Beethoven con un piglio severo che non m’è dispiaciuto, ma che sarebbe stato meglio se associato anche ad una maggiore energia e libertà nei momenti gagliardi, oltre ad una maggiore pulizia tecnica e un migliore controllo delle dinamiche, nonché di legato. Con lo scrupolo e l’attenzione che la contraddistinguono, tuttavia, la sua prova è stata quella migliore per insieme con l’orchestra e dei tre è stata l’unica ad aver veramente dialogato con gli strumenti ed essersi adattata all’orchestra (e su questo ne parlerò più sotto). Terzo posto per lei (ma altri due premi speciali vinti, quindi la sentiremo di nuovo).

Più convincente la prova di Jaeyeon (sì, chiunque lo senta in streaming non concorderà, ma vi assicuro che la differenza sonora cambia tantissimo la capacità di coinvolgimento del pubblico), che non a caso ha anche vinto il Premio del Pubblico quella sera (probabilmente anche grazie alla splendida prova cameristica di due giorni prima). Il suo Quarto di Beethoven è stato il più dei tre concerti, nonostante una brutta tendenza a correre e ad essere troppo instabile di metronomo, sintomo di un’agitazione parecchio invadente. Molto bello il suono, tecnicamente più preciso di Anna (ma più evidenti gli errori fatti) e musicalmente interessante, soprattutto nelle cadenze del primo movimento. È stato l’unico della serata a raggiungermi espressivamente, ma ha avuto dei grossi problemi a relazionarsi con l’orchestra, sia per l’instabilità agogica, sia per la fretta nei dialoghi, che non dava i dovuti respiri nemmeno nel secondo movimento. Il terzo tempo è stato poi ben realizzato, ma la stanchezza (e il mal di schiena atroce) si è fatta sentire ed è mancata quel carattere spigliato e divertente così tipico del Rondò. Secondo posto per Jaeyeon.

Giungiamo infine al nostro Premio Busoni: Ivan Krpan. Che dire, il suo Quinto di Beethoven è stato il concerto più convincente ieri sera. Il suo suono riempie senza problemi il secco Teatro Comunale e si è distinto bene rispetto all’Orchestra Haydn. È stato quello che meglio ha retto tecnicamente, mostrando anche la forza di tirare dritto con determinazione dopo due quasi-vuoti che avrebbero fatto panicare chiunque. Tecnicamente brillante, buono il carattere, determinato il pianista, tutto molto bene insomma, dunque perché non condivido con il Primo premio? Molto semplice, non c’era molto altro in quell’Imperatore. Non c’era un interessante respiro musicale, ma soprattutto non c’erano cura per i dettagli e ricerca timbrica. Si potrà argomentare sul fatto che il ragazzo ha vent’anni, ma è un’argomentazione molto debole. In un’intervista che ho fatto a Mari Kodama (e che vedrete su Amadeus Online tra qualche giorno), lei giustamente ha messo in risalto la necessità di avere un Primo premio che sia già maturo e pronto per intraprendere le tournée che sono parte del Premio. Ebbene, Ivan Krpan secondo me non ha quella maturità. Tecnicamente, ad esempio, deve ancora risolvere un grande problema, ossia la tendenza a bloccare e irrigidire il polso ogni volta che tenta di andare oltre il forte, con conseguente suono metallico e pestato veramente fastidioso. Osservando le prove precedenti inoltre, non ho mai avuto la sensazione di trovarmi di fronte ad un artista unico.

Certo, la sua Semifinale è stata solida e convincente, ma la sua Finale solistica è stata affossata da una Seconda di Chopin pestata e con vuoti di memoria molto pesanti, la sua Finale cameristica è stata vissuta all’insegna della noncuranza nei confronti del Quartetto e questa Finalissima lo ha visto così indifferente all’orchestra, da coprire i soli dei legni nel primo movimento, per far risaltare un elemento di accompagnamento nel pianoforte assolutamente secondario. Certo, il pianista ha suono, ha un enorme talento tecnico e ha determinazione, ma gli manca ancora la cura del dettaglio e sembra non concepire con chiarezza il concetto di “poesia” da contrapporre al carattere più fiero che gli riesce meglio. Non mi si tiri in ballo il discorso degli anni, Julius Asal ha esattamente la stessa età e ha mostrato quanto si possa essere musicalmente maturi a vent’anni (non parliamo mica di quindicenni). Quindi devo ammettere di non condividere questa scelta, ma mi tiro anche indietro: la giuria ha le sue motivazioni.Prima fra tutte è il fatto che Krpan abbia una brillante carriera dinanzi a sé, una caratteristica che sicuramente farà onore al Concorso Busoni un giorno. Il discorso del suono è poi veramente più importante di quanto non gli si dia credito. Essere capaci di sfoggiare un suono convincente che possa riempire e adattarsi a qualsiasi sala, sia essa piccola o enorme, è una necessità fondamentale per un pianista che si appresti a fare dei tour nei prossimi anni lo porteranno in Europa, America e Asia. Il mio parere inoltre, come quello di molti altri pianisti e appassionati che seguono in streaming e dal vivo l’importante concorso, è tendenzialmente viziato dal gusto personale: io adoro i musicisti che mostrano di avere una ricerca musicale, timbrica e sonora propria. Non sempre però questa è la caratteristica che apre le porte del successo e, per citare Daniele Spini ieri sera al rinfresco post concorso, suonare la 111 di Beethoven in una sala da musica da camera e bucare la Filarmonia di Berlino con il Primo di Tchaikovsky è cosa assai diversa.

Come accennavo sopra, una menzione negativa va infine all’Orchestra Haydn diretta da Arvo Volmer, che ha faticato a seguire i solisti e a metterli a loro agio, contribuendo a render loro la vita complessa. Nell’orchestra stessa si salvano gli archi, compatti e sufficientemente precisi (anche se un po’ lentini ogni tanto), ma i fiati hanno avuto dei problemi di intonazione pesantissimi (i due oboi nell’Adagio dell’Imperatore avevano la grazia di un clacson in tangenziale), oltre a fastidiose difficoltà di insieme (i corni erano assolutamente incapaci di andare a tempo). Insomma, come ogni anno, l’Orchestra Haydn, che pure riserva degli ottimi concerti in stagione, dà quasi il peggio di sé al Busoni (eccetto quello splendido Secondo di Bartók con Alberto Ferro due anni fa): veramente un peccato!

E così dunque si conclude il Concorso Busoni e con esso questo mio diario personale. Come ogni anno mi sono trovato d’accordo e in disaccordo con la giuria, come ogni anno ho scoperto fantastici artisti (Anna Geniushene, Jaeyeon Won, Julius Asal, Eunseong Kim [Dio Pessshto redento!]) e ho visto la conferma di altri (il caso di Leonora Armellini basta per mille), e come ogni anno ho avuto l’opportunità di conoscere persone fantastiche, stringere amicizie e, per la prima volta, vivere questo concorso con la vicinanza della vivace e ironica Sofia (senza il cui supporto ammetto avrei fatto assai più fatica a fare tutto). Ma è stata anche l’occasione di mettermi in discussione e far nascere diverse riflessioni. A tal proposito vi invito a tenere d’occhio il sito di Amadeus, fra una settimana o giù di lì, perché nell’intervista alla Presidentessa di Giuria Mari Kodama potrete trovare numerosi spunti e, forse, le risposte ad alcune domande che vi starete ponendo. Io vi ringrazio per avermi seguito in così tanti (non me lo aspettavo davvero) e ci rivedremo con le mie future pagine di blog, coi miei prossimi articoli e con un nuovo Diario dal Busoni!

Lo sguardo di Mahler dal finestrino di un treno

Non è straordinario come l’Adagietto della Quinta di Mahler riesca a farci percepire con sconvolgente portata emotiva lo sguardo del compositore?

La contemplazione, lo scorrere di immagini che si sovrappone al pensiero, uno stato d’animo, forse anche una condizione esistenziale. In quegli undici minuti di musica si concentra un uomo e dunque un mondo, in quelle note scritte con infinita perizia ed abilità si manifesta con lancinante precisione la strumentalità della tecnica all’espressione musicale. 


Non so se sia l’ennesimo ritorno in treno da Roma, sull’ennesimo intercity che per oltre cinque ore mi tiene seduto ad ascoltare e contemplare il paesaggio tutte le volte che alzo lo sguardo dal portatile, però questo effetto di contemplazione mi sembra così appropriato per il nostro Gustav. Come nell’Andante moderato della Sesta, così vicina eppure cosi lontana alla sua precedente sorella. Scorrono le campagne laziale, toscana, emiliana ed infine veneta, man mano che il grigio cielo si scurisce e cala il Sole su questa giornata invernale. Tutto passa per i ridotti confini del finestrino di un treno. 

Ben diversi erano i panorami di Mahler, eppure quanta identità si percepisce nell’atto della contemplazione paesaggistica? Non parlo di pittura sonora, ma di punto d’osservazione. E condizione, forse quella condizione esistenziale cui accennavo prima. Con questa mia goffa immedesimazione, non nell’autore ma nel suo atteggiamento, mi sono percepito infinitamente più vecchio. Alla mia ancora breve vita si è sommata quella di un uomo più vecchio, che a sua volta doveva averne vissute di vite, doveva averne passati di momenti intensi. Intensamente esaltati, intensamente gioiosi, intesamente furenti, intensamente malinconici. 


Nessun autore, nemmeno il mio amatissimo Brahms, è capace di far sprofondare su di me il carico di un vissuto con questa efficacia. Tecnica strumentale raffinatissima che si esprime in un contenuto emotivo debordante, esagerato, instabile e che proprio per via di queste sue caratteristiche necessita di adagiarsi sulle spalle della coscienza di colui che ascolta. Come negli incredibili climax dell’Adagietto, come nel tema sperduto dell’oboe dell’Andante moderato. 

Scarti umorali, contemplazione estatica, ma sporcata dal turbinio dei pensieri, fatica titanica, non solo per lo sforzo dell’agire, ma per il senso di ineluttabile sconfitta che ogni gesto sembra portarsi dietro: l’abbraccio di Mahler, forse ultimo dei grandi Wanderer romantici, è il più fido compagno per i lunghi viaggi solitari e melanconicamente pensierosi.

La mia prima Sagra

Può sembrare strano, ma fino a ieri sera non avevo mai assistito ad una Sagra della Primavera di Stravinskij dal vivo. Nemmeno per le celebrazioni del 2013, nulla, sempre e solo sentita in CD.

Cosa mi perdevo.

Vuoi che fosse l’occasione, non si ascolta Gergiev alla guida dell’Accademia di Santa Cecilia tutti i giorni, ma è stata sconvolgente. Al concerto io e Nino c’eravamo arrivati preparati, ascolti in treno con partitura alla mano, per vedere com’era scritto questo tanto famoso Sacre du Printemps, ma non sarei mai potuto essere preparato a sufficienza per quello che mi aspettava. Non sarei mai potuto essere preparato per la sconvolgente carica primitiva ed erotica che Gergiev ha saputo dare alla suite. Dalle raffinatezze timbriche ed ipnotiche ai momenti più barbarici, direttore e orchestra hanno colto tutto l’auditorio in un enorme amplesso.


Parlar di sesso e di musica insieme potrebbe sembrare poco adatto, ma quanto spesso si sottovaluta la portata erotica della musica che suoniamo ed ascoltiamo! Se c’è qualcosa che libera tensioni e sensazioni inesprimibili a parole e che vengono dal più profondo della mente, questa è proprio la musica, che condivide il suo tratto istintivamente disinvolto con uno degli impulsi più forti e pervasivi che ci siano. 


Il discorso non può valere per tutte le musiche, avendo la composizione e l’esecuzione quel tratto intellettuale e costruttivo che lo sottrae al carattere meramente fisico, ma forse che anche l’erotismo non sia costituito da idee oltre che gesti fisici? Nella sua ritualità tribale, tra adorazioni e sacrifici, la Sagra della Primavera riesce a cogliere la forma più schietta, la matrice più profonda e ferina dell’animo, scatenando l’orchestra in infinite nuances, trasfigurando gli strumenti nei loro timbri, così come le pulsioni sessuali trasfigurano i volti e mostrano colori mai visti negli sguardi.


Quei colpi di timpani e grancassa, quei movimenti ipnotici, quei cambi subitanei, quell’intensità sconvolgente. Lo sguardo torvo di Gergiev mi ha rivelato con una chiarezza allucinante ed allucinata l’immenso erotismo tribale scatenato da Igor Stravinskij, popolando la mia mente di immagini. Suono trasfigurato in movimento. Ascolto trasfigurato in tatto. 

Andate a sentire Gergiev sulla Sagra della Primavera, fosse anche solo per rimanerne sconvolti un istante soltanto.

(Crediti per le foto a Musacchio & Iannello e alla pagina FB dell’Accademia, fonti costanti di splendide foto dai loro magnifici concerti)

Un primo, grande passo

“Perché non apri un blog?”

Già, perché? Non mi ero mai posto la questione, semplice. E anche una volta posta la risposta è stata rapida: “Che avrò mai da raccontare?” “Scherzi? Con tutti i giri che fai, i concerti che vai a vedere, la roba che organizzi e le riflessioni musicali e non! Sarebbe bello vedere un blog di un ragazzo di ventitré anni che vive per la musica classica”

Sarà che sono facilmente suggestionabile, ma l’ho fatto. Ringrazio il ragazzo di mia sorella per avermi messo la pulce nell’orecchio e mia sorella per il nome. Come iniziare però?

Nessun primo passo è migliore del raccontare di un altro molto più importante primo passo, cui ho avuto modo di assistere sabato scorso, il 19 novembre: Alter Amy, composta dal giovane Piergiorgio Ratti, diretta dal giovane Lorenzo Passerini alla guida dell’ensemble della giovane Orchestra Antonio Vivaldi, con la direzione di produzione della giovane Olga Introzzi, il libretto e la sceneggiatura del giovane Marco Venturi e la regia dell’un po’ meno giovane Stefano Scherini. Insomma un’opera gggiovane sotto ogni aspetto.

Un viaggio di quattro ore in macchina per andare da Padova a Sondrio con Pippo (Filippo Muraro) e Lea (Leonora Armellini) per poter assistere a questo spettacolo, che si proponeva di portare una nuova concezione dell’opera in teatro. Un’unione di opera lirica, musical, musica pop, jazz, dance ed elettronica, un’alternanza tra canto lirico, canto moderno, danza, musica sinfonica, improvvisazione e recitazione. Senza dubbio un obiettivo maestoso e col rischio di terminare in un’accozzaglia informe di stili, destinati a mordersi i calcagni vicendevolmente senza mai trovare un reale contatto. Ebbene è riuscito il nostro Piergiorgio Ratti a scongiutare il rischio? Con suo grande merito sì, eccome!

Alter Amy è un primo tentativo, una grande prova di un lavoro in corso d’opera (ha-ha gioco di parole voluto!), ma può vantare l’abilità compositiva del suo ideatore: i lunghi intermezzi musicali hanno la dignità per esser riassunti in una suite da concerto; il linguaggio musicale sa veleggiare tra citazioni fondanti e mai gratuite, pur mantenendo sempre una forte personalità; le orchestrazioni sono di finissima fattura, sia che siano per l’ensemble che per le parti in elettronica; le idee motiviche e drammaturgiche sono brillanti; ma soprattutto i diversi generi musicali riescono agilmente ad integrarsi l’uno con l’altro senza quasi mai far percepire lo scarto o la gratuità della contrapposizione. Un successo totale!


Ma di cosa parlava Alter Amy? L’opera ha fatto del contrasto non solo il proprio linguaggio musicale: affiancare la diva del pop Amy Winehouse alla Bradamante dell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto è stato un’ardua sfida, risolta attraverso il furbo espediente della giovane cantante che, sfinita dall’alcol e dalle canne, si accascia sul divano e sogna. Espediente furbo anche quello del regista e ottimo attore Stefano Schierino che entra sul palco per dialogare con il direttore d’orchestra e spiegare in questo modo trama e significato con notevole autoironia. Dal suo divano, Amy proietta nell’Orlando Furioso, sorprendentemente aderente alle tematiche, tutte le proprie ansie e i propri desideri. Così il rapporto conflittuale con l’ex marito Blake si trasforma nell’eroica storia d’amore con Ruggiero, il padre despota viene rappresentato dalla strega Alcina, colpevole di aver prosciugato l’amore dalla coppia e di aver succhiato via ogni vita da Ruggiero e Bradamante, e l’incapacità di riprendere le redini della propria vita trova la propria risoluzione nell’impulso vitalistico dell’eroina onirica. Attraverso la proiezione della propria vita nella classicità, Amy trova un’alternativa alla propria condizione. Alla fine dello spettacolo resta solo l’amaro in bocca nel constatare come la cantante non abbia avuto la fortuna di sognare Bradamante nel mondo reale e, oppressa dai desideri di successo del padre, sconvolta dall’amore per Blake, tormentata dalle folli regole del mondo dello spettacolo, si sia perduta per sempre, annegata nell’alcol. Ma per il pubblico del Teatro Sociale di Sondrio è potuta rivivere ancora una sera e raccontare la propria storia con travolgente espressione: un ulteriore successo per Ratti e la sua ciurma!

Certo, molto ha ancora l’opera da crescere, per migliorare sia musicalmente che in alcune sue finezze esecutive, ma l’impulso è notevole. La produzione ha tra l’altro confermato l’acutezza delle sue scelte, anche se più dimestichezza servirà al cast per poter meglio rendere vocalmente ma soprattutto attorialmente i propri difficili ruoli. Una menzione va comunque al baritono Daniele Caputo, per il ruolo del padre di Amy e Alcina.

È stato impossibile uscire dal teatro senza avere la testa piena di domande. Questa dissolvenza dei confini operistici tradizionali può rappresentare un nuovo percorso musicale? L’unione musicale e di arti può rispondere all’esigenza di un nuovo pubblico interessato non solo ad emozionarsi con le opere del passato, ma desideroso di trovare un riflesso della propria società? È possibile creare un linguaggio musicale dotto ma capace di inserirsi nel tessuto uditivo che appartiene al mondo d’oggi? Come applicare queste idee anche a tematiche distanti dal mondo della cantante pop? Questo stile, maturato e perfezionato, potrebbe venire accettato all’interno dei più tradizionali teatri lirici? Che poi, sono i teatri lirici la giusta cornice per quest’opera?

Alter Amy ha provato a dare la sua prima risposta a questi interrogativi e se questo è solo il primo, grande passo, allora senza dubbio molti altri e sempre più grandi avranno da seguire!