Cremona Musica 2017: Un ultimo saluto ad Ivry Gitlis e riflessioni finali

Cremona Musica è finita, viva Cremona Musica!

Dopo tre giorni di tirata, scrivo questa Campana comodamente sdraiato sul mio copriletto arancione, con lo spirito gonfio di pensieri e il portafoglio sgonfio di denari.

Cremona Musica è d’altronde anche il permettersi qualche acquisto, saltellando tra uno stand e l’altro del reparto Edizioni Musicali, per tornare a Padova con nuovi libri e nuovi CD (e proseguire con la mia descoverta della musica contemporanea finlandese [dio, quanto è hipster questa cosa, mi è appena cresciuta di cinque centimetri la barba per reazione]). Esa-Pekka Salonen, è tutta colpa tua. Ma in ogni caso, la Fiera si è conclusa e se i miei piedi rigraziano, parte di me vorrebbe cibarsi di quell’aria ancora a lungo.

Perche è vero che il rumore è assordante, è vero che c’è calca (ma per chi è abituato alle dense masse di Lucca, si naviga che è un piacere), è vero che non sai mai dove sederti e finisci sempre sul prato fra i due padiglioni, però quanto si impara, quanto si pensa a Cremona!

Basti pensare alle riflessioni generate da Ivry Gitlis, che ieri ho potuto osservare per qualche minuto dar lezione a giovani violinisti (e avrei voluto assistervi per altre ore). Gitlis è stata la vera e propria star di Cremona Musica, non solo per la sua incredibile fama, ma per la sua capacità di pervadere ogni spazio (e tutti  i miei titoli) con la sua presenza ed il suo sguardo. Non puoi ignorarlo nemmeno se ci provi, questo è il suo carisma. E il suo messaggio di abbandono di ogni pretesa logica e razionale, quando ci si avvicina alla musica, ha per me trovato ulteriore carburante nella conferenza di Stuart Isacoff dedicata ai temperamenti, dimostrazione di come ogni idea di perfezione razionale venga a mancare persino nella struttura basilare della musica, cui inutilmente i secoli hanno cercato di inculcare logiche perfette persino nella distribuzione delle note.

Ma è finalmente giunto il momento di narrare brevemente della Media Lounge (nell’immagine in evidenza, una foto), per me una delle esperienza più interessanti. Quest’anno sono infatti stato invitato a far parte del gruppo di giornalisti, editori, responsabili di media vari (dalla radio alla televisione, da facebook ai blog) provenienti letteralmente dal mondo intero. Va da sè che già questo per un ragazzo di ventiquattro anni ancora studente porta un carico di interesse notevole. Attraverso le presentazioni e le brevi riflessioni dei partecipanti si è sviluppata una sorta di riflessione comune, cui ognuno portava un apporto, a volte anche critico nei confronti di chi era intervenuto prefedentemente.

La tematica principale di questa riflessione lunga tre giorni è legata alla diffusione della musica classica, argomento di cui bisogna più che mai parlare in questo preciso momento.

Parto subito con un’affermazione: non si può rendere pop la musica classica. La ragione è semplice, sono musiche nate con scopi, idee, approcci e pubblici diversi. Come si diceva anche il primo giorno: non puoi spiaccicare un concerto classico su Facebook e sperare di attrarre così nuovo pubblico, perché il format è semplicemente diverso. Al contempo, tuttavia, è necessario a mio avviso introdurre la musica classica nelle vite di chi non la conosce, di chi si barrica dietro il classico “non la capisco”, ma anche di chi, semplicemente, è curioso ma non dà seguito a questa curiosità. E questo non solo perché una buona partecipazione di pubblico è fondamentale per la sopravvivenza della nostra amata musica, ma anche perché l’esperienza musicale aiuta a crearsi uno spazio per sé nel rumoroso mondo moderno. Capire l’importanza vitale che può avere la musica (e la  classica soprattutto), tuttavia, va di pari passo col comprendere la natura profondamente diversa di chi bisogna coinvolgere. Siamo una società veloce come mai prima (anche se ogni secolo diceva la stessa cosa di quello precedente), pervasa dalla condivisione e soprattutto dall’interazione. La necessità di interazione è una delle grandi barriere della musica classica. Pensateci, ad un concerto pop o rock si ascolta, si balla, si beve birra, ci si prova con le ragazze, insomma ogni sano rito sociale.

Ed è giustissimo così!

Di fronte a questa affermazione molti potrebbero inorridire: “Ma quindi dobbiamo abbandonare il contenuto spirituale della musica e tornare alle tradizioni passate in cui si mangiava e si commerciava durante le opere?”. Normale pensarlo e normale chiudersi al nuovo, nel timore di questo rischio. Ma qui subentra ciò che ho affermato sopra: non si può rendere pop il concerto classico. È giusto puntare sulla diversità di ciò che offre il format, sull’arricchimento che ti dà un’esperienza artistica. Ma al contempo: chi ha mai affermato che il caro vecchio concerto classico debba venire soppiantato da formule pop?

Osservare, studiare e riflettere su meccanismi di marketing, evoluzioni sociali e logiche di mercato è fondamentale, così come capire cosa può applicarsi e cosa invece deve rimanere confinato ad altro. Esattamente come quando si progetta una campagna pubblicitaria sui social rispetto a quando lo si fa sui media tradizionali. Ed anche capire che la musica (tutta la musica) si fruisce su molti livelli diversi, da quello più a quello meno tecnico, che ha il suo notevole peso. È così per tutta l’arte, no? Non sono pittore e non sono storico dell’arte, eppure posso rimanere a contemplare un dipinto godendomi appieno un’esperienza artistica.

Il discorso è lungo e articolato e tira in ballo diverse professionalità, quindi anche il tradizionale pudore nei confronti dell’idea del denaro. Dopotutto, se facciamo questo lavoro, è perché ci muove una forte passione, eppure che c’è di sbagliato a pensare di guadagnarci una vita dignitosa? E chi organizza un teatro, un festival, chi ha una rivista in mano, non è forse (nei suoi limiti) un imprenditore culturale? Nel momento in cui il sostegno pubblico viene ridotto è fondamentale capirlo. Al contempo bisogna trovare l’equilibrio che permetta di raggiugere nuovi pubblici (che siano giovani, adulti, anziani o [nessuno ci pensa mai?] stranieri) senza tradire l’arte di cui ci facciamo strumento. Non solo per un discorso etico, ma anche perché le bugie hanno le gambe corte e spiaccicare format inefficaci per il solo gusto di dire “l’ho fatto”, è una mossa assai poco lungimirante. Come lo è puntare solo alla tradizione consolidata e che renda felici le innumerevoli Vecchie col Sacchetto® che popolano le sale concertistiche, senza preoccuparsi di costruire percorsi che facciano maturare l’aspettatore e lo coinvolgano in un’esperienza artistica reale, non accontendandosi dell’offrire semplice intrattenimento (e persino una gloriosa Sinfonia di Beethoven può diventarlo).

Parafrasando Tohru Sase, l’arguto direttore della rivista giapponese Sarasate, bisogna avere il coraggio di sapere che il mercato, a volte, te lo crei tu stesso. E, aggiungo io, bisogna capire come solleticare l’interesse del pubblico, guidarlo per mano nel nostro complesso mondo (avete mai provato ad immaginare quanto sia imbarazzante per uno spettatore non sapere quando applaudire?), capire quanto ci sia veramente utile ragionare sulle categorie (cosa significa musica classica, musica d’arte, musica colta? Come lo spiego?). E come dicevo più sopra, ricordarsi che la musica si fruisce a più livelli. Non ha senso pensare che tutto debbano fare divulgazione o creare format di introduzione, anzi è importante che chi vuole approfondire e specializzarsi si coordini con chi introduce e divulga, per creare quel percorso così prezioso che permetta alla musica classica di radicarsi nell’animo di sempre più persone.

Cremona Musica 2017: Ivry Gitlis e l’assenza del giudizio

Scrivo questa seconda pagina di diario dalla Media Lounge, dopo l’ultima riunione (tranquilli, arriverò anche a questo), immerso nel chaos dei padiglioni cremonesi, tra violinisti che si dilettano a provare i loro concerti preferiti (un altro Sibelius? Ancora?) e concerti di improbabili chitarristi autocompiaciuti.

Molte idee frullano in testa, ma ancora occupano un posto preminente le impressioni del secondo giorno. Quella di ieri è stata soprattutto una giornata di musica. Molti gli appuntamenti musicali che ci hanno permesso di sentire dei frammenti dell’arte di musicisti tra i più interessanti, nonostante l’ambiente “between a chemical factory and a psychiatric asylum” (cit. Itamar Golan prima del suo concerto). È stata l’occasione anche di intervistare l’interessantissimo pianista italiano (e mio concittadino) Enrico Pompili e la nota Valentina Lisitsa, famosa per aver saputo imbrigliare con arguzia e coraggio il pubblico di YouTube con video interamente dedicati al repertorio pianistico.

Ma ogni giorno di Cremona Musica 2017 porta con sè un po’ di Ivry Gitlis e ieri abbiamo avuto l’onore di vederlo premiato per la categoria Esecutore (insieme ai Corsi di Santa Cecilia per la categoria Progetto, a Stuart Isakoff per la categoria comunicazione e a Giovanni Sollima per la categoria Compositore). E in occasione di questa premiazione, oltre che poterlo sentir suonare ancora una volta, abbiamo potuto ascoltarlo parlare, con un tono più allegro e brillante rispetto alla mia intervista (forse, da buon istrione quale è, anche per la presenza del pubblico), ma complementare e incredibilmente coerente.

Di Gitlis si può dire che sia uno spirito naturale, intessuto di vita e con radici tanto nel terreno, quanto nell’aria. I suoi discorsi partono sempre da punti di vista unici e forti, che rifiutano il ricorso a delle categorie prestabilite. È una lotta, quella di questo anziano uomo che parla con lo sguardo, che smantella ogni sovrastruttura costruita da secoli di riflessioni (e comportamenti inconsapevoli). Come definire il concetto di giusto o sbagliato in musica? E soprattutto, è giusto applicarvi questi concetti? Ha senso definirli? Quanti giovani interpreti perdono le ore per raggiungere una maestria tecnica che non consiste nell’acquisire nuove potenzialità espressive, ma in una riproduzione asetticamente perfetta? Eppure questa è una necessità della contemporaneità, influenzata dal difficile ruolo dei concorsi e dalla ricerca della perfezione da parte delle case discografiche. Con sorprendente coincidenza, questo discorso è emerso anche durante l’interessante intervista con Valentina Lisitsa, che a questa domanda ha trovato una risposta. È davvero importante sentirsi “giusti” quando si suona? Non ho ancora una risposta, ma sono lieto che il compito di un critico musicale possa anche esprimersi in questi interrogativi. Anche perché il tema del giudizio è quanto mai complesso. Non è forse un’opinione già una forma di giudizio? E non è compito di un critico musicale anche l’esprimere le proprie opinioni e farsi garante di onestà e qualità?


Ma i discorsi di Gitlis riguardano un po’ tutta la vita. Quanto ci giudichiamo con severità? Quanto ci imponiamo regole estranee? Eppure alcune di queste regole sono importanti per il vivere comune. Quale dunque l’equilibrio o, come mi ha insegnato un concerto di Esa-Pekka Salonen, quale il nuovo sentiero?

Questi dubbi pervasivi si sedimentano anche nel campo dell’affettività, che Gitlis denuncia allontanarsi costantemente a causa di un sistema educativo che sembra non prevedere l’umanità. È una filosofia dell’amore, quella di Gitlis, che non si può banalizzare come una qualche stramberia new age o distorta rievocazione hippy. È un interrogativo serio: quale lo spazio per l’affetto e l’amore in un mondo che sembra sapere tutto della sua scienza, ma fatica a raggiugerlo nella sua sostanza più densa?

Tutti i discorsi fatti su questo argomento con Sofia sembrano qui trovare un ulteriore spunto, ma anche la conferma che questo desiderio di capire se si possa vivere con le regole di questo mondo, ma guardandolo in un altro modo, è una reale questione sulla quale interrogarsi.

Cremona Musica 2017: Ivry Gitlis e la forza del racconto

Dopo aver tenuto un diario di carattere tecnico come quello dal Busoni, dare lo spazio ad un diario dal carattere più narrativo e descrittivo non è semplice.

Ma qui siamo, a raccontare questo primo giorno di Cremona Musica 2017, negli ultimi momento di svacco in stanza, prima di rigettarsi nella mischia.

Le prime impressioni di Cremona Musica sono complesse: innanzitutto ti fanno male le orecchie. Immaginatevi tre padiglioni ampi, interamente riempiti di strumenti, gente e gente che suona gli strumenti. Contemporaneamente. Il premio lo vince comunque lo stand dedicato agli attrezzi di liuteria, con dimostrazione pratica di trapani su ciocchi di legno e timpani di passanti.

La seconda impressione è la sensazione di spaesamento. Cremona Musica è un po’ una Lucca Comics della musica classica ma senza i cosplayer (anche se i musicisti sono creature già sottratte al tempo di loro). Nonostante non sia sicuramente enorme come la fiera fumettistica lucchese, per un musicista è il paese dei balocchi: oltre agli strumenti si tengono appuntamenti costanti nei vari spazi, da concerti a lezioni, da workshop a presentazioni.


La terza impressione che arriva da Cremona Musica, infine, riguarda le persone. Intendo le persone che conosci in quest’occasione, di cui conosci le idee, i racconti e gli aneddoti, come Sandro Cappelletto e Leonard Bernstein, o le riflessioni sulla critica musicale con Gianluca Iavarone e Federico Capitoni o, per arrivare al titolo, il poter intervistare (anche se non è proprio il termine adatto) Ivry Gitlis. Non di una vera e propria intervista si è trattato, ma di una conversazione, che più che sulla musica, si è incentrata su tematiche interiori, come la solitudine, il rumore, i rapporti umani, anche traslati allo strumento, con il suo rifiuto di ogni etichetta e termine vuoto (“stile? cos’è lo stile? esiste?” o anche “approccio, io non ho bisogno di nessun approccio con il violino, non significa nulla”), questione che mi ha spiazzato, così abituato ad un diverso modo di vedere. Ma anche momenti buffi (“Alessandro, you look so much like a young man from the Romantic era” o anche “How old are you?” “24!” “Poor you!”) e occasioni di guardare negli occhi un uomo che nella vita ha visto tanto con uno sguardo veramente unico. L’intervista ad Ivry Gitlis uscirà fra qualche giorno su Amadeus online, e spero sinceramente di riuscire a rendere anche solo la metà di quanto ha comunicato.

Molti altri i momenti interessanti della giornata, come assistere alle masterclass dei docenti di Santa Cecilia completamente gratis, le riunioni della Media Lounge (di cui scriverò più avanti), le presentazioni di libri, festival, pianoforti che cambiano temperamento durante l’esecuzione…

Insomma, Cremona Musica è sempre un grande buffet, in cui venir trascinati per tre intensi giorni.

Lo sguardo di Mahler dal finestrino di un treno

Non è straordinario come l’Adagietto della Quinta di Mahler riesca a farci percepire con sconvolgente portata emotiva lo sguardo del compositore?

La contemplazione, lo scorrere di immagini che si sovrappone al pensiero, uno stato d’animo, forse anche una condizione esistenziale. In quegli undici minuti di musica si concentra un uomo e dunque un mondo, in quelle note scritte con infinita perizia ed abilità si manifesta con lancinante precisione la strumentalità della tecnica all’espressione musicale. 


Non so se sia l’ennesimo ritorno in treno da Roma, sull’ennesimo intercity che per oltre cinque ore mi tiene seduto ad ascoltare e contemplare il paesaggio tutte le volte che alzo lo sguardo dal portatile, però questo effetto di contemplazione mi sembra così appropriato per il nostro Gustav. Come nell’Andante moderato della Sesta, così vicina eppure cosi lontana alla sua precedente sorella. Scorrono le campagne laziale, toscana, emiliana ed infine veneta, man mano che il grigio cielo si scurisce e cala il Sole su questa giornata invernale. Tutto passa per i ridotti confini del finestrino di un treno. 

Ben diversi erano i panorami di Mahler, eppure quanta identità si percepisce nell’atto della contemplazione paesaggistica? Non parlo di pittura sonora, ma di punto d’osservazione. E condizione, forse quella condizione esistenziale cui accennavo prima. Con questa mia goffa immedesimazione, non nell’autore ma nel suo atteggiamento, mi sono percepito infinitamente più vecchio. Alla mia ancora breve vita si è sommata quella di un uomo più vecchio, che a sua volta doveva averne vissute di vite, doveva averne passati di momenti intensi. Intensamente esaltati, intensamente gioiosi, intesamente furenti, intensamente malinconici. 


Nessun autore, nemmeno il mio amatissimo Brahms, è capace di far sprofondare su di me il carico di un vissuto con questa efficacia. Tecnica strumentale raffinatissima che si esprime in un contenuto emotivo debordante, esagerato, instabile e che proprio per via di queste sue caratteristiche necessita di adagiarsi sulle spalle della coscienza di colui che ascolta. Come negli incredibili climax dell’Adagietto, come nel tema sperduto dell’oboe dell’Andante moderato. 

Scarti umorali, contemplazione estatica, ma sporcata dal turbinio dei pensieri, fatica titanica, non solo per lo sforzo dell’agire, ma per il senso di ineluttabile sconfitta che ogni gesto sembra portarsi dietro: l’abbraccio di Mahler, forse ultimo dei grandi Wanderer romantici, è il più fido compagno per i lunghi viaggi solitari e melanconicamente pensierosi.

La mia prima Sagra

Può sembrare strano, ma fino a ieri sera non avevo mai assistito ad una Sagra della Primavera di Stravinskij dal vivo. Nemmeno per le celebrazioni del 2013, nulla, sempre e solo sentita in CD.

Cosa mi perdevo.

Vuoi che fosse l’occasione, non si ascolta Gergiev alla guida dell’Accademia di Santa Cecilia tutti i giorni, ma è stata sconvolgente. Al concerto io e Nino c’eravamo arrivati preparati, ascolti in treno con partitura alla mano, per vedere com’era scritto questo tanto famoso Sacre du Printemps, ma non sarei mai potuto essere preparato a sufficienza per quello che mi aspettava. Non sarei mai potuto essere preparato per la sconvolgente carica primitiva ed erotica che Gergiev ha saputo dare alla suite. Dalle raffinatezze timbriche ed ipnotiche ai momenti più barbarici, direttore e orchestra hanno colto tutto l’auditorio in un enorme amplesso.


Parlar di sesso e di musica insieme potrebbe sembrare poco adatto, ma quanto spesso si sottovaluta la portata erotica della musica che suoniamo ed ascoltiamo! Se c’è qualcosa che libera tensioni e sensazioni inesprimibili a parole e che vengono dal più profondo della mente, questa è proprio la musica, che condivide il suo tratto istintivamente disinvolto con uno degli impulsi più forti e pervasivi che ci siano. 


Il discorso non può valere per tutte le musiche, avendo la composizione e l’esecuzione quel tratto intellettuale e costruttivo che lo sottrae al carattere meramente fisico, ma forse che anche l’erotismo non sia costituito da idee oltre che gesti fisici? Nella sua ritualità tribale, tra adorazioni e sacrifici, la Sagra della Primavera riesce a cogliere la forma più schietta, la matrice più profonda e ferina dell’animo, scatenando l’orchestra in infinite nuances, trasfigurando gli strumenti nei loro timbri, così come le pulsioni sessuali trasfigurano i volti e mostrano colori mai visti negli sguardi.


Quei colpi di timpani e grancassa, quei movimenti ipnotici, quei cambi subitanei, quell’intensità sconvolgente. Lo sguardo torvo di Gergiev mi ha rivelato con una chiarezza allucinante ed allucinata l’immenso erotismo tribale scatenato da Igor Stravinskij, popolando la mia mente di immagini. Suono trasfigurato in movimento. Ascolto trasfigurato in tatto. 

Andate a sentire Gergiev sulla Sagra della Primavera, fosse anche solo per rimanerne sconvolti un istante soltanto.

(Crediti per le foto a Musacchio & Iannello e alla pagina FB dell’Accademia, fonti costanti di splendide foto dai loro magnifici concerti)

Roma, Modena, Padova, Torino

Da un treno in corsa si scrive bene per riflettere su cose appena successe.


Per me ora si chiude una settimana tra le più vagabonde: da Padova a Roma mercoledì (concerto di Janine Jansen con Gavrylyuk), poi da Roma a Modena (concerto di Zimerman), da Modena a Padova (giorno libero per studiare), da Padova a Torino (concerto per l’EstOvest Festival). E ora quasi a Padova, di nuovo.

Non ti illudere, lettore, che passi così ogni settimana della mia vita! Ma per caso fortuito si sono ammassati in giorni vicini tre concerti cui volevo assolutamente andare, sui quali devo scrivere altrettante recensioni e per i quali ho dovuto vagare. Con quale soddisfazione però! Devo ammetterlo, viaggiare per concerti è una delle cose che amo di più, in assoluto. Andare a cercare i musicisti che amo, andare a caccia di programmi particolari, conoscere sempre persone nuove e divertirsi con amici che si reincontrano.

Sicuramente Janine Jansen è un’artista per cui vale la pena fare Padova-Roma. Dopo averla conosciuta al suo festival ad Utrecht, quest’anno, ed essermi inebriato della sua presenza e di tutta la fantastica musica ascoltata a non finire per cinque giorni, rivederla e constatare come, assurdamente!, ancora si ricordasse di me è stato un grandissimo piacere. Il programma era dei più fantasici, soprattutto per un amante del ‘900 come me. Dopo una janiniana Terza di Brahms, si è passati ad una nervosa e aspra Sonata di Poulenc, alle rarefatte atmosfere e raffinato equilibrio dei magnifici Mythes di Szymanowski fino alla distesa, ma temperamentale Seconda Sonata di Prokofiev. (Janiniana = aggettivo, interpretazione caratterizzata da varietà timbrica, suono marcato e al contempo leggero, intensità espressiva viscerale, non sempre fedele alla prassi esecutiva, ma sempre un grande esempio di musica).

Un altra condizione che mi rende così caro l’andare a Roma è l’ambiente. Non parlo solo dell’insostituibile Nino (Antonino Fiumara), ma di tutto quell’ambiente post concerto che riesce sempre crearsi all’uscita dal Parco della Musica. E si fa mezzanotte a mangiare panini onto e bere birra che è un piacere.


Da Roma a Modena, poi, è stato un caso. Quella sera dovevo essere a Padova, concerto dell’Orchestra di Padova e del Veneto, ma… Zimerman! Per citare Mattia Ometto, “ubi Zimerman, OPV cessat”. E via, Roma-Modena (evviva il diretto), esplorazione della città mentre scende un allegro terzetto di amici da Padova, poi concerto fantastico. Uno Zimerman più umano del solito, ardentemente preso dalla musica, capace sì della sua incredibile scienza del tocco, ma che non ha rinunciato in nessun frangente alla sua personalità pur essendo sempre e assolutamente schubertiano. Dei due ultimi capolavori di Schubert, la Sonata D959 e la D960, ha dato due interpretazioni profondamente diverse, ma ricchissime di spunti: penso non dimenticherò mai quel secondo movimento della 959, così come la sconvolgente accettazione del proprio destino così tipica della 960, capace di contenere l’apocalisse in una bolla danzante di ricordi. Avevo già sentito il programma a Parma, questa primavera, ma devo ammettere che sono rimasto ugualmente se non ancora più emozionato! Rimando ogni specifica osservazione alla recensione, di prossima uscita. Post concerto si torna a Padova in macchina, tra amici e non può mancare l’hamburger delle due di notte, chiacchierando tra amici di musica, gossip di conservatorio e personaggi del trash televisivo e youtubiano.

E poi via, un giorno a Padova, studio, Animali fantastici e dove trovarli (una serata decisamente ben spesa) e la mattina dopo a scrivere la recensione sul concerto della Jansen e partire per Torino. Torino! Ogni volta che ci torno la amo di più. Apparentemente immemore del mal tempo, c’erano dei colori fantastici in questi due giorni. Qui ho avuto l’occasione di andare a trovare Claudio Pasceri, il direttore artistico dell’EstOvest Festival, che mi ha invitato al concerto di ieri pomeriggio. Interamente dedicato all’interessantissima figura di Isang Yun, compositore coreano nato nel 1917 e morto nel ’95, ho potuto scoprire del repertorio mai sentito e immergermi nella adattissima cornice del Museo Ettore Fico. Si sfruttassero più spesso i musei per farci musica! Ho potuto visitare le sue sale prima di immergermi nella musica, un’esperienza che non manca mai di gettare nuovo sguardi. Di nuovo, post concerto, l’immancabile cibo, principale coprotagonista di ogni viaggio musicale. Pizza con burrata e salsiccia, è stato il tuo turno. E il mio stomaco ti ricorda ancora con affetto.


Ora eccomi arrivato a Padova, dove finalmente potrò dedicarmi di nuovo allo studio, alla scrittura e all’organizzazione, di cui forse scriverò qualcosa di nuovo nei prossimi giorni. Ad maiora!