Cremona Musica 2017: Un ultimo saluto ad Ivry Gitlis e riflessioni finali

Cremona Musica è finita, viva Cremona Musica!

Dopo tre giorni di tirata, scrivo questa Campana comodamente sdraiato sul mio copriletto arancione, con lo spirito gonfio di pensieri e il portafoglio sgonfio di denari.

Cremona Musica è d’altronde anche il permettersi qualche acquisto, saltellando tra uno stand e l’altro del reparto Edizioni Musicali, per tornare a Padova con nuovi libri e nuovi CD (e proseguire con la mia descoverta della musica contemporanea finlandese [dio, quanto è hipster questa cosa, mi è appena cresciuta di cinque centimetri la barba per reazione]). Esa-Pekka Salonen, è tutta colpa tua. Ma in ogni caso, la Fiera si è conclusa e se i miei piedi rigraziano, parte di me vorrebbe cibarsi di quell’aria ancora a lungo.

Perche è vero che il rumore è assordante, è vero che c’è calca (ma per chi è abituato alle dense masse di Lucca, si naviga che è un piacere), è vero che non sai mai dove sederti e finisci sempre sul prato fra i due padiglioni, però quanto si impara, quanto si pensa a Cremona!

Basti pensare alle riflessioni generate da Ivry Gitlis, che ieri ho potuto osservare per qualche minuto dar lezione a giovani violinisti (e avrei voluto assistervi per altre ore). Gitlis è stata la vera e propria star di Cremona Musica, non solo per la sua incredibile fama, ma per la sua capacità di pervadere ogni spazio (e tutti  i miei titoli) con la sua presenza ed il suo sguardo. Non puoi ignorarlo nemmeno se ci provi, questo è il suo carisma. E il suo messaggio di abbandono di ogni pretesa logica e razionale, quando ci si avvicina alla musica, ha per me trovato ulteriore carburante nella conferenza di Stuart Isacoff dedicata ai temperamenti, dimostrazione di come ogni idea di perfezione razionale venga a mancare persino nella struttura basilare della musica, cui inutilmente i secoli hanno cercato di inculcare logiche perfette persino nella distribuzione delle note.

Ma è finalmente giunto il momento di narrare brevemente della Media Lounge (nell’immagine in evidenza, una foto), per me una delle esperienza più interessanti. Quest’anno sono infatti stato invitato a far parte del gruppo di giornalisti, editori, responsabili di media vari (dalla radio alla televisione, da facebook ai blog) provenienti letteralmente dal mondo intero. Va da sè che già questo per un ragazzo di ventiquattro anni ancora studente porta un carico di interesse notevole. Attraverso le presentazioni e le brevi riflessioni dei partecipanti si è sviluppata una sorta di riflessione comune, cui ognuno portava un apporto, a volte anche critico nei confronti di chi era intervenuto prefedentemente.

La tematica principale di questa riflessione lunga tre giorni è legata alla diffusione della musica classica, argomento di cui bisogna più che mai parlare in questo preciso momento.

Parto subito con un’affermazione: non si può rendere pop la musica classica. La ragione è semplice, sono musiche nate con scopi, idee, approcci e pubblici diversi. Come si diceva anche il primo giorno: non puoi spiaccicare un concerto classico su Facebook e sperare di attrarre così nuovo pubblico, perché il format è semplicemente diverso. Al contempo, tuttavia, è necessario a mio avviso introdurre la musica classica nelle vite di chi non la conosce, di chi si barrica dietro il classico “non la capisco”, ma anche di chi, semplicemente, è curioso ma non dà seguito a questa curiosità. E questo non solo perché una buona partecipazione di pubblico è fondamentale per la sopravvivenza della nostra amata musica, ma anche perché l’esperienza musicale aiuta a crearsi uno spazio per sé nel rumoroso mondo moderno. Capire l’importanza vitale che può avere la musica (e la  classica soprattutto), tuttavia, va di pari passo col comprendere la natura profondamente diversa di chi bisogna coinvolgere. Siamo una società veloce come mai prima (anche se ogni secolo diceva la stessa cosa di quello precedente), pervasa dalla condivisione e soprattutto dall’interazione. La necessità di interazione è una delle grandi barriere della musica classica. Pensateci, ad un concerto pop o rock si ascolta, si balla, si beve birra, ci si prova con le ragazze, insomma ogni sano rito sociale.

Ed è giustissimo così!

Di fronte a questa affermazione molti potrebbero inorridire: “Ma quindi dobbiamo abbandonare il contenuto spirituale della musica e tornare alle tradizioni passate in cui si mangiava e si commerciava durante le opere?”. Normale pensarlo e normale chiudersi al nuovo, nel timore di questo rischio. Ma qui subentra ciò che ho affermato sopra: non si può rendere pop il concerto classico. È giusto puntare sulla diversità di ciò che offre il format, sull’arricchimento che ti dà un’esperienza artistica. Ma al contempo: chi ha mai affermato che il caro vecchio concerto classico debba venire soppiantato da formule pop?

Osservare, studiare e riflettere su meccanismi di marketing, evoluzioni sociali e logiche di mercato è fondamentale, così come capire cosa può applicarsi e cosa invece deve rimanere confinato ad altro. Esattamente come quando si progetta una campagna pubblicitaria sui social rispetto a quando lo si fa sui media tradizionali. Ed anche capire che la musica (tutta la musica) si fruisce su molti livelli diversi, da quello più a quello meno tecnico, che ha il suo notevole peso. È così per tutta l’arte, no? Non sono pittore e non sono storico dell’arte, eppure posso rimanere a contemplare un dipinto godendomi appieno un’esperienza artistica.

Il discorso è lungo e articolato e tira in ballo diverse professionalità, quindi anche il tradizionale pudore nei confronti dell’idea del denaro. Dopotutto, se facciamo questo lavoro, è perché ci muove una forte passione, eppure che c’è di sbagliato a pensare di guadagnarci una vita dignitosa? E chi organizza un teatro, un festival, chi ha una rivista in mano, non è forse (nei suoi limiti) un imprenditore culturale? Nel momento in cui il sostegno pubblico viene ridotto è fondamentale capirlo. Al contempo bisogna trovare l’equilibrio che permetta di raggiugere nuovi pubblici (che siano giovani, adulti, anziani o [nessuno ci pensa mai?] stranieri) senza tradire l’arte di cui ci facciamo strumento. Non solo per un discorso etico, ma anche perché le bugie hanno le gambe corte e spiaccicare format inefficaci per il solo gusto di dire “l’ho fatto”, è una mossa assai poco lungimirante. Come lo è puntare solo alla tradizione consolidata e che renda felici le innumerevoli Vecchie col Sacchetto® che popolano le sale concertistiche, senza preoccuparsi di costruire percorsi che facciano maturare l’aspettatore e lo coinvolgano in un’esperienza artistica reale, non accontendandosi dell’offrire semplice intrattenimento (e persino una gloriosa Sinfonia di Beethoven può diventarlo).

Parafrasando Tohru Sase, l’arguto direttore della rivista giapponese Sarasate, bisogna avere il coraggio di sapere che il mercato, a volte, te lo crei tu stesso. E, aggiungo io, bisogna capire come solleticare l’interesse del pubblico, guidarlo per mano nel nostro complesso mondo (avete mai provato ad immaginare quanto sia imbarazzante per uno spettatore non sapere quando applaudire?), capire quanto ci sia veramente utile ragionare sulle categorie (cosa significa musica classica, musica d’arte, musica colta? Come lo spiego?). E come dicevo più sopra, ricordarsi che la musica si fruisce a più livelli. Non ha senso pensare che tutto debbano fare divulgazione o creare format di introduzione, anzi è importante che chi vuole approfondire e specializzarsi si coordini con chi introduce e divulga, per creare quel percorso così prezioso che permetta alla musica classica di radicarsi nell’animo di sempre più persone.

Mecenatismo, che se ne parli!

Avevo scritto qualche giorno fa che avrei dovuto parlare di ciò che organizzo. Questa è una prima occasione.

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Che cos’è Mecenatismo 2.0? Oltre ad essere un titolo non troppo brillante, è stato un evento svolto sabato 3 dicembre presso l’Auditorium Pollini di Padova e che speriamo sia il primo di una lunga serie, interamente dedicata al tema del mecenatismo artistico e culturale. L’ideazione e tutta la spinta del progetto è dovuta a Margherita Colonnello, mia fida compagna di organizzazione di robe da diversi anni ormai. In questo caso mi sono limitato a far parte del comitato organizzativo che si riuniva a intervalli di qualche mese nell’ufficio del Direttore,  a organizzare e scrivere un paio di cose, a gestire gli ospiti insieme ad un’altra fanciulla e, prima volta per me!, a fungere anche da presentatore del pomeriggio. L’evento era diviso in due: mattina tavola rotonda con sette ospiti, pomeriggio successione di discorsi da parte di altri relatori. Oltre sedici persone sono intervenute nel corso della giornata, portando i loro studi, la loro esperienza, le motivazioni che li spingono a finanziare o le modalità in cui hanno cercato finanziamenti. Moltissimi gli spunti, già da questa edizione, ma soprattutto tantissime le idee di come cambiare, come migliorare l’evento, come portare avanti il dialogo.
Di una cosa sono certo: aver iniziato a parlarne in un evento strutturato è stato importantissimo.

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Fin dal mattino ci sono state occasioni di capire cosa volesse dire attirare fondi, come funzionassero le forme di mecenatismo e quali concetti vadano approfonditi. I sette ospiti sono stati chiamati in diversi momenti della mattinata anche a scrivere un proprio hashtag legato al mecenatismo, per chiarire il loro principio fondamentale. Ciò che più mi è rimasto impresso è stata la maggiore necessità per molte strutture culturali e artistiche di cambiare rotta e iniziare a dotarsi seriamente di chi trovare fondi lo fa per professione, il tutto inserito in una diversa idea di progetto culturale, più ricco di collegamenti, meno a senso unico. Bisogna cambiare i termini con cui si ragiona di cultura, ma temo che il rischio di voler parlar nuovo a tutti i costi possa anche portare verso percorsi decisamente inconcludenti. Va da sé che provare e riprovare è l’unica soluzione possibile!

Del pomeriggio sarebbe bello parlare approfonditamente, ma devo essere sincero che saltellando dentro e fuori le quinte era difficile seguire con completezza tutti gli interventi. “Voci di mecenatismo”, una decina di minuti per relatore (con inevitabili sforamenti) in cui portare le propria esperienza, anche quella una buona e rara occasione di osservare chi il mecenatismo lo studia, chi lo pratica e chi lo cerca e lo organizza. Un po’ sul modello Ted, esattamente. E del presentare, beh, anche qui ho molto da imparare! Fra le cose più complesse ancora da gestire, il bloccare un relatore quando parla senza più cognizione del tempo, senza essere troppo invadenti eppure abbastanza decisi. Qualcosa che speravo fosse molto più semplice e immediato da fare!

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A contorno dell’evento principale, infine, il nostro primo tentativo di trasformare l’evento sul mecenatismo un atto di mecenatismo in sé, facendo esporre dieci progetti di realtà del padovano nel foyer dell’auditorium (cosa da migliorare per le prossime edizioni!) e facendo scegliere al pubblico il suo favorito tra i progetti presentati.

Fra le varie cose che organizzo per trovare scuse per non studiare, questa è la prima di cui scrivo. Forse perchè si è tenuta solo pochi giorni fa e sembra di essere ancora lì, forse perchè è stato il primo evento di questo tipo che mi sono trovato ad affrontare, forse perchè ho scoperto quanto divertente e al contempo stressante sia presentare. Questo è stato Mecenatismo 2.0 e ora ci troviamo di fronte all’aver iniziato qualcosa dalle grandissime potenzialità, che sta muovendo i primi passi.

Perchè parlare di mecenatismo, soprattutto in Italia, è ora più importante che mai: per non lasciar andare allo sbando il nostro enorme patrimonio artistico, per non chiudere le porte a tutto ciò che di nuovo e bello può essere creato in questo Stato, per non continuare a vedere festival chiudere, orchestre in crisi, palazzi storici interdetti alle visite, musei in costante difficoltà economica, per cercare di capire come anche qui possiamo veramente cambiare le cose e intraprendere un nuovo sentiero nel campo dell’organizzazione.

Tantissime le idee, tantissime le cose da fare: Mecenatismo 2.0 ha appena iniziato.