Cremona Musica 2017: Un ultimo saluto ad Ivry Gitlis e riflessioni finali

Cremona Musica è finita, viva Cremona Musica!

Dopo tre giorni di tirata, scrivo questa Campana comodamente sdraiato sul mio copriletto arancione, con lo spirito gonfio di pensieri e il portafoglio sgonfio di denari.

Cremona Musica è d’altronde anche il permettersi qualche acquisto, saltellando tra uno stand e l’altro del reparto Edizioni Musicali, per tornare a Padova con nuovi libri e nuovi CD (e proseguire con la mia descoverta della musica contemporanea finlandese [dio, quanto è hipster questa cosa, mi è appena cresciuta di cinque centimetri la barba per reazione]). Esa-Pekka Salonen, è tutta colpa tua. Ma in ogni caso, la Fiera si è conclusa e se i miei piedi rigraziano, parte di me vorrebbe cibarsi di quell’aria ancora a lungo.

Perche è vero che il rumore è assordante, è vero che c’è calca (ma per chi è abituato alle dense masse di Lucca, si naviga che è un piacere), è vero che non sai mai dove sederti e finisci sempre sul prato fra i due padiglioni, però quanto si impara, quanto si pensa a Cremona!

Basti pensare alle riflessioni generate da Ivry Gitlis, che ieri ho potuto osservare per qualche minuto dar lezione a giovani violinisti (e avrei voluto assistervi per altre ore). Gitlis è stata la vera e propria star di Cremona Musica, non solo per la sua incredibile fama, ma per la sua capacità di pervadere ogni spazio (e tutti  i miei titoli) con la sua presenza ed il suo sguardo. Non puoi ignorarlo nemmeno se ci provi, questo è il suo carisma. E il suo messaggio di abbandono di ogni pretesa logica e razionale, quando ci si avvicina alla musica, ha per me trovato ulteriore carburante nella conferenza di Stuart Isacoff dedicata ai temperamenti, dimostrazione di come ogni idea di perfezione razionale venga a mancare persino nella struttura basilare della musica, cui inutilmente i secoli hanno cercato di inculcare logiche perfette persino nella distribuzione delle note.

Ma è finalmente giunto il momento di narrare brevemente della Media Lounge (nell’immagine in evidenza, una foto), per me una delle esperienza più interessanti. Quest’anno sono infatti stato invitato a far parte del gruppo di giornalisti, editori, responsabili di media vari (dalla radio alla televisione, da facebook ai blog) provenienti letteralmente dal mondo intero. Va da sè che già questo per un ragazzo di ventiquattro anni ancora studente porta un carico di interesse notevole. Attraverso le presentazioni e le brevi riflessioni dei partecipanti si è sviluppata una sorta di riflessione comune, cui ognuno portava un apporto, a volte anche critico nei confronti di chi era intervenuto prefedentemente.

La tematica principale di questa riflessione lunga tre giorni è legata alla diffusione della musica classica, argomento di cui bisogna più che mai parlare in questo preciso momento.

Parto subito con un’affermazione: non si può rendere pop la musica classica. La ragione è semplice, sono musiche nate con scopi, idee, approcci e pubblici diversi. Come si diceva anche il primo giorno: non puoi spiaccicare un concerto classico su Facebook e sperare di attrarre così nuovo pubblico, perché il format è semplicemente diverso. Al contempo, tuttavia, è necessario a mio avviso introdurre la musica classica nelle vite di chi non la conosce, di chi si barrica dietro il classico “non la capisco”, ma anche di chi, semplicemente, è curioso ma non dà seguito a questa curiosità. E questo non solo perché una buona partecipazione di pubblico è fondamentale per la sopravvivenza della nostra amata musica, ma anche perché l’esperienza musicale aiuta a crearsi uno spazio per sé nel rumoroso mondo moderno. Capire l’importanza vitale che può avere la musica (e la  classica soprattutto), tuttavia, va di pari passo col comprendere la natura profondamente diversa di chi bisogna coinvolgere. Siamo una società veloce come mai prima (anche se ogni secolo diceva la stessa cosa di quello precedente), pervasa dalla condivisione e soprattutto dall’interazione. La necessità di interazione è una delle grandi barriere della musica classica. Pensateci, ad un concerto pop o rock si ascolta, si balla, si beve birra, ci si prova con le ragazze, insomma ogni sano rito sociale.

Ed è giustissimo così!

Di fronte a questa affermazione molti potrebbero inorridire: “Ma quindi dobbiamo abbandonare il contenuto spirituale della musica e tornare alle tradizioni passate in cui si mangiava e si commerciava durante le opere?”. Normale pensarlo e normale chiudersi al nuovo, nel timore di questo rischio. Ma qui subentra ciò che ho affermato sopra: non si può rendere pop il concerto classico. È giusto puntare sulla diversità di ciò che offre il format, sull’arricchimento che ti dà un’esperienza artistica. Ma al contempo: chi ha mai affermato che il caro vecchio concerto classico debba venire soppiantato da formule pop?

Osservare, studiare e riflettere su meccanismi di marketing, evoluzioni sociali e logiche di mercato è fondamentale, così come capire cosa può applicarsi e cosa invece deve rimanere confinato ad altro. Esattamente come quando si progetta una campagna pubblicitaria sui social rispetto a quando lo si fa sui media tradizionali. Ed anche capire che la musica (tutta la musica) si fruisce su molti livelli diversi, da quello più a quello meno tecnico, che ha il suo notevole peso. È così per tutta l’arte, no? Non sono pittore e non sono storico dell’arte, eppure posso rimanere a contemplare un dipinto godendomi appieno un’esperienza artistica.

Il discorso è lungo e articolato e tira in ballo diverse professionalità, quindi anche il tradizionale pudore nei confronti dell’idea del denaro. Dopotutto, se facciamo questo lavoro, è perché ci muove una forte passione, eppure che c’è di sbagliato a pensare di guadagnarci una vita dignitosa? E chi organizza un teatro, un festival, chi ha una rivista in mano, non è forse (nei suoi limiti) un imprenditore culturale? Nel momento in cui il sostegno pubblico viene ridotto è fondamentale capirlo. Al contempo bisogna trovare l’equilibrio che permetta di raggiugere nuovi pubblici (che siano giovani, adulti, anziani o [nessuno ci pensa mai?] stranieri) senza tradire l’arte di cui ci facciamo strumento. Non solo per un discorso etico, ma anche perché le bugie hanno le gambe corte e spiaccicare format inefficaci per il solo gusto di dire “l’ho fatto”, è una mossa assai poco lungimirante. Come lo è puntare solo alla tradizione consolidata e che renda felici le innumerevoli Vecchie col Sacchetto® che popolano le sale concertistiche, senza preoccuparsi di costruire percorsi che facciano maturare l’aspettatore e lo coinvolgano in un’esperienza artistica reale, non accontendandosi dell’offrire semplice intrattenimento (e persino una gloriosa Sinfonia di Beethoven può diventarlo).

Parafrasando Tohru Sase, l’arguto direttore della rivista giapponese Sarasate, bisogna avere il coraggio di sapere che il mercato, a volte, te lo crei tu stesso. E, aggiungo io, bisogna capire come solleticare l’interesse del pubblico, guidarlo per mano nel nostro complesso mondo (avete mai provato ad immaginare quanto sia imbarazzante per uno spettatore non sapere quando applaudire?), capire quanto ci sia veramente utile ragionare sulle categorie (cosa significa musica classica, musica d’arte, musica colta? Come lo spiego?). E come dicevo più sopra, ricordarsi che la musica si fruisce a più livelli. Non ha senso pensare che tutto debbano fare divulgazione o creare format di introduzione, anzi è importante che chi vuole approfondire e specializzarsi si coordini con chi introduce e divulga, per creare quel percorso così prezioso che permetta alla musica classica di radicarsi nell’animo di sempre più persone.

Cremona Musica 2017: Ivry Gitlis e l’assenza del giudizio

Scrivo questa seconda pagina di diario dalla Media Lounge, dopo l’ultima riunione (tranquilli, arriverò anche a questo), immerso nel chaos dei padiglioni cremonesi, tra violinisti che si dilettano a provare i loro concerti preferiti (un altro Sibelius? Ancora?) e concerti di improbabili chitarristi autocompiaciuti.

Molte idee frullano in testa, ma ancora occupano un posto preminente le impressioni del secondo giorno. Quella di ieri è stata soprattutto una giornata di musica. Molti gli appuntamenti musicali che ci hanno permesso di sentire dei frammenti dell’arte di musicisti tra i più interessanti, nonostante l’ambiente “between a chemical factory and a psychiatric asylum” (cit. Itamar Golan prima del suo concerto). È stata l’occasione anche di intervistare l’interessantissimo pianista italiano (e mio concittadino) Enrico Pompili e la nota Valentina Lisitsa, famosa per aver saputo imbrigliare con arguzia e coraggio il pubblico di YouTube con video interamente dedicati al repertorio pianistico.

Ma ogni giorno di Cremona Musica 2017 porta con sè un po’ di Ivry Gitlis e ieri abbiamo avuto l’onore di vederlo premiato per la categoria Esecutore (insieme ai Corsi di Santa Cecilia per la categoria Progetto, a Stuart Isakoff per la categoria comunicazione e a Giovanni Sollima per la categoria Compositore). E in occasione di questa premiazione, oltre che poterlo sentir suonare ancora una volta, abbiamo potuto ascoltarlo parlare, con un tono più allegro e brillante rispetto alla mia intervista (forse, da buon istrione quale è, anche per la presenza del pubblico), ma complementare e incredibilmente coerente.

Di Gitlis si può dire che sia uno spirito naturale, intessuto di vita e con radici tanto nel terreno, quanto nell’aria. I suoi discorsi partono sempre da punti di vista unici e forti, che rifiutano il ricorso a delle categorie prestabilite. È una lotta, quella di questo anziano uomo che parla con lo sguardo, che smantella ogni sovrastruttura costruita da secoli di riflessioni (e comportamenti inconsapevoli). Come definire il concetto di giusto o sbagliato in musica? E soprattutto, è giusto applicarvi questi concetti? Ha senso definirli? Quanti giovani interpreti perdono le ore per raggiungere una maestria tecnica che non consiste nell’acquisire nuove potenzialità espressive, ma in una riproduzione asetticamente perfetta? Eppure questa è una necessità della contemporaneità, influenzata dal difficile ruolo dei concorsi e dalla ricerca della perfezione da parte delle case discografiche. Con sorprendente coincidenza, questo discorso è emerso anche durante l’interessante intervista con Valentina Lisitsa, che a questa domanda ha trovato una risposta. È davvero importante sentirsi “giusti” quando si suona? Non ho ancora una risposta, ma sono lieto che il compito di un critico musicale possa anche esprimersi in questi interrogativi. Anche perché il tema del giudizio è quanto mai complesso. Non è forse un’opinione già una forma di giudizio? E non è compito di un critico musicale anche l’esprimere le proprie opinioni e farsi garante di onestà e qualità?


Ma i discorsi di Gitlis riguardano un po’ tutta la vita. Quanto ci giudichiamo con severità? Quanto ci imponiamo regole estranee? Eppure alcune di queste regole sono importanti per il vivere comune. Quale dunque l’equilibrio o, come mi ha insegnato un concerto di Esa-Pekka Salonen, quale il nuovo sentiero?

Questi dubbi pervasivi si sedimentano anche nel campo dell’affettività, che Gitlis denuncia allontanarsi costantemente a causa di un sistema educativo che sembra non prevedere l’umanità. È una filosofia dell’amore, quella di Gitlis, che non si può banalizzare come una qualche stramberia new age o distorta rievocazione hippy. È un interrogativo serio: quale lo spazio per l’affetto e l’amore in un mondo che sembra sapere tutto della sua scienza, ma fatica a raggiugerlo nella sua sostanza più densa?

Tutti i discorsi fatti su questo argomento con Sofia sembrano qui trovare un ulteriore spunto, ma anche la conferma che questo desiderio di capire se si possa vivere con le regole di questo mondo, ma guardandolo in un altro modo, è una reale questione sulla quale interrogarsi.

Cremona Musica 2017: Ivry Gitlis e la forza del racconto

Dopo aver tenuto un diario di carattere tecnico come quello dal Busoni, dare lo spazio ad un diario dal carattere più narrativo e descrittivo non è semplice.

Ma qui siamo, a raccontare questo primo giorno di Cremona Musica 2017, negli ultimi momento di svacco in stanza, prima di rigettarsi nella mischia.

Le prime impressioni di Cremona Musica sono complesse: innanzitutto ti fanno male le orecchie. Immaginatevi tre padiglioni ampi, interamente riempiti di strumenti, gente e gente che suona gli strumenti. Contemporaneamente. Il premio lo vince comunque lo stand dedicato agli attrezzi di liuteria, con dimostrazione pratica di trapani su ciocchi di legno e timpani di passanti.

La seconda impressione è la sensazione di spaesamento. Cremona Musica è un po’ una Lucca Comics della musica classica ma senza i cosplayer (anche se i musicisti sono creature già sottratte al tempo di loro). Nonostante non sia sicuramente enorme come la fiera fumettistica lucchese, per un musicista è il paese dei balocchi: oltre agli strumenti si tengono appuntamenti costanti nei vari spazi, da concerti a lezioni, da workshop a presentazioni.


La terza impressione che arriva da Cremona Musica, infine, riguarda le persone. Intendo le persone che conosci in quest’occasione, di cui conosci le idee, i racconti e gli aneddoti, come Sandro Cappelletto e Leonard Bernstein, o le riflessioni sulla critica musicale con Gianluca Iavarone e Federico Capitoni o, per arrivare al titolo, il poter intervistare (anche se non è proprio il termine adatto) Ivry Gitlis. Non di una vera e propria intervista si è trattato, ma di una conversazione, che più che sulla musica, si è incentrata su tematiche interiori, come la solitudine, il rumore, i rapporti umani, anche traslati allo strumento, con il suo rifiuto di ogni etichetta e termine vuoto (“stile? cos’è lo stile? esiste?” o anche “approccio, io non ho bisogno di nessun approccio con il violino, non significa nulla”), questione che mi ha spiazzato, così abituato ad un diverso modo di vedere. Ma anche momenti buffi (“Alessandro, you look so much like a young man from the Romantic era” o anche “How old are you?” “24!” “Poor you!”) e occasioni di guardare negli occhi un uomo che nella vita ha visto tanto con uno sguardo veramente unico. L’intervista ad Ivry Gitlis uscirà fra qualche giorno su Amadeus online, e spero sinceramente di riuscire a rendere anche solo la metà di quanto ha comunicato.

Molti altri i momenti interessanti della giornata, come assistere alle masterclass dei docenti di Santa Cecilia completamente gratis, le riunioni della Media Lounge (di cui scriverò più avanti), le presentazioni di libri, festival, pianoforti che cambiano temperamento durante l’esecuzione…

Insomma, Cremona Musica è sempre un grande buffet, in cui venir trascinati per tre intensi giorni.

Diario dal Busoni: Giulio Passadori, l’Allegro Accordatore

Questo piccolo fuori scena del Concorso Busoni è dedicato ad una delle figure più rappresentative e amate del concorso stesso: Giulio Passadori, accordatore e spacciatore di grancoda del Busoni da dieci anni ormai. Fra una prova e l’altra per la Finalissima, andiamo a prenderci un caffè (io) e due caffè (lui [contemporaneamente, in tazze separate]).

GP: Ti stavo dicendo prima… Ieri, la prima volta che riesco ad andare a cena e sedermi, mi chiamano dal Busoni. “Giulio corri, c’è qualcosa che non va al piano”. Ossignur. Mollo tutto, in dieci minuti arrivo e c’è JaeYeon Won a cui non va bene il pianoforte. Finisco di controllarlo, è tutto a posto. Raggiungo Won  in aula 53 e gli chiedo “Maestro, che succede?”, “Il piano è troppo leggero!”, “E’ esattamente come l’ha provato”, “Non l’hai alleggerito?”, “Non dopo la prova”.
Devi sapere che io alleggerisco di un grammo i pianoforti per ogni prova, di default,

AT: Perché i pianisti sono più stanchi?

GP: Esatto, quindi i pianoforti, entrambi, devono diventare almeno un grammo più leggeri e più potenti ad ogni round, anche perché arriva un quartetto o un’orchestra. *scacciando un’ape* Fuori dalle balle, ape, con tutto il rispetto del caso
*l’ape se ne va cortesemente*

AT: Beh, ti ha ascoltato.

GP: Basta saperle chiedere le cose!

AT: Anche alle api?

GP: Anche alle api, l’uomo che sussurra ai pianoforti saprà sussurrare anche a un’ape (ride). Comunque, che io li alleggerisca non è un mistero, lo faccio per loro. Si stancano veramente tanto, anche perché non riesci a staccarli dallo strumento, nonostante spesso non avrebbero bisogno di studiare così tanto durante il concorso.

E niente, lui pensava che, dopo la prova, io avessi alleggerito il pianoforte, cosa che assolutamente non esiste. “Non ma è troppo leggero”. “Ok, abbiamo un sacco di tempo, vuoi un grammo in più? Te lo rendo un grammo più pesante. Sta’ qui fermo e poi te lo riprovi”. Ho aperto la meccanica, ho tolto il teflon, effettivamente ci va via tre minuti. “Prova ora, è abbastanza?” “Sì” “Riprovalo e ridimmi, sicuro?” “Sì” “Prova gli acuti, come vanno” “Eh” Zazazac, spazzola, sistemati gli acuti “Così va bene? Sicuro? Riprovalo c’è un sacco di tempo” Avevamo secondi e secondi prima che la gente entrasse in sala

AT: Ah, tutto questo quaranta secondi prima?

GP: Ma anche trenta! (ride) Però se metti fretta ad uno in ansia non funziona. Poi facciotta ha suonato bene, per fortuna.

AT: Facciotta? Questo è un buon soprannome, lo devo riutilizzare. Sai che trovo sempre soprannomi  ai concorrenti ogni anno.

GP: Non voglio sapere il mio allora!

AT: Beh, tu non ne hai, sei un pilastro del Busoni.

GP: No, il pilastro del Busoni è Mario [il bidello in pensione che ancora viene a sbigliettare NdA]. E come dice lui “Trenta Busoni fatti, mai vinto uno” “Eh, Mario, studia di più, io son dieci anni che lo faccio e sono sempre arrivato in finale!” (ride)

AT: Ma, ascolta: qual è stata la cosa più assurda che ti è capitata al Busoni?

GP: La più bella forse è stata quella del sudamericano, oddio non mi ricordo nemmeno da dove venisse, forse uno stato vicino al Messico. C’è stato un concorrente giovane che veniva da uno di quei posti per cui uno come me deve guardare la cartina per sapere dov’è. Questo è arrivato con la mamma, perché aveva tipo quindici anni, dopo un viaggio terrificante. È stata bella la descrizione della partenza, perché arrivava da un paesino tra i monti e mi ha detto che a salutarlo, quando ha preso il pullman, c’erano il suo maestro di pianoforte, il prete e il farmacista! Io mi son visto la scenetta con l’allegro comitato che fa ciaociao col fazzoletto, poi questo prende, fa un viaggio di un sacco di ore per arrivare a prendere un altro pullman per poi arrivare a Città del Messico, da Città del Messico un volo per New York, da New York un volo per Parigi, da Parigi un volo per Roma, da Roma, non si sa perché, un treno per Verona e poi da Verona un treno per Bolzano. Sono arrivati qui, lui e la madre, dopo tipo cinquanta ore di viaggio tutti belli stropicciati, in ritardo rispetto alla sua prova pianoforte, ma gliel’ho fatta fare comunque. In attesa di poter fare la sua prova, è entrato in sala per ascoltare qualche candidato. Eh, erano tutti più bravi. Certo avevano anche un’altra età. E questo, con la cornice del Busoni, veder quei pianisti, un po’ vedere la giuria, è arrivato lì e non voleva suonare. Solo che io mi son visto il film del viaggio al ritroso di ‘sto qua, altre cinquanta ore di viaggio e cosa dici al prete, al maestro e al farmacista? “Com’è andata?” “Eh non ho suonato”. Se non sei passato puoi avere qualcuno con cui prendertela, ma se non suoni te la prendi con te stesso e capita di chiudere col pianoforte per una cosa del genere. E allora cosa fa l’allegro accordatore? “Beh, aspetta”, andiamo dietro al palco e scosto la tende, anche lì avevamo tantissimo tempo, era solo il suo turno, avevamo interi secondi.

Gli dico: “Guarda il signore lì con la camicia rossa, è il maestro Posio, di Mantova, che lavora anche alla Rai per le trasmissioni musicali”, poi gli faccio vedere PPK in fondo, “quello lì è Kainrath, il boss di tutto e di molto altro e non solo in Italia”, poi gli mostro il Signor Alink, “Fondazione Alink Argerich, concerti e concorsi in tutto il mondo”, poi gli ho fatto vedere il Maestro Bonatta e tanta altra gente che organizza concerti, festival, master, stagioni. E gli dico: “Guarda la giuria. Dimentica quella fila di corvi che sono lì ad aspettare l’errore e suona per tutti questi perché questa è una grandissima opportunità. Ti ho reso facile il pianoforte, mi son fatto il culo a capanna per preparartelo, adesso entri e suoni altrimenti ti spezzo tutte le dita. Suoni per tutta quella gente che ti ho indicato e vedrai che da qui spiccherai il volo” E lui è entrato e ha suonato. E l’hanno mandato a casa, naturalmente (ride). Tuttavia delle persone sopra menzionate non era presente nessuno in sala.

AT: Ah ecco, mi sembrava strano tutta ‘sta gente per una preselezione!

GP: Ma lui che c***o ne sa? Viene dal Messico! (ride) Vammi a contraddire! Ho indicato tot persone a caso, sedute in un posto ben preciso. Però ha suonato, senti, l’importante, anche per se stesso, era quello!

AT: Per concludere, i tuoi pianoforti sono famosi per avere un nome. Come li scegli?

GP: Ah, hanno tutti la loro storia. Quest’anno qui abbiamo avuto anche un nuovo arrivo: Thibaudet ha suonato su Eduard. E’ nuovo. L’ho comprato lo scorso anno e per fargli il rodaggio l’ho usato per una tournée di concerti all’aperto. (pausa di suspence) A Dicembre. Sennò vengon su fighetti i pianoforti! Devono capire che si va a lavorare! (ride)

AT: È splendido che ne parli come se fossero i tuoi figli!

GP: E certo sono i miei figli, altrimenti non li chiamerei per nome. A te tua madre ti chiama per codice fiscale? (ride) PSSGLI vieni qui! (ride ancora) Comunque posso raccontare la storia di Rufus. Io vado sempre a scegliere i miei pianoforti su ad Amburgo e, avendo venduto un mio grancoda, dovevo comprarne uno nuovo. Mi chiamano tutti gli accordatori Steinway in Italia di fila per dirmi “Giulio, non andare a prendere il pianoforte, sono saliti tutti i concessionari italiani, se sali ora ti becchi lo scarto di tutti. Almeno prendi quello con il numero di matricola più basso” Che se c’è una cosa che non guardo è il numero di matricola, quello non suona mica. Ma me ne sono fregato e sono salito con mio cugino, entro io, provo gli strumenti, tre minuti e sono fuori. Ci si mette poco a scegliere, se hai dei dubbi li riprovi, se hai ancora dei dubbi riprovi con il dito indice, se sei destrimane usi quello della sinistra, perché così tendi di meno a compensare i difetti dello strumento. Entra mio cugino, esce anche lui dopo tre minuti, “Giulio, ce l’ho” ed era lo stesso: era Rufus. Guardiamo i numeri di matricola: era il più vecchio di tutti, che nessuno s’era filato. Ad oggi Rufus è il mio pianoforte con il maggior numero di incisioni.

AT: Ma perché il nome Rufus?

GP: Gliel’ha appiccicato Andrea De Biasi, inconsapevolmente. Quando è arrivato il pianoforte, Andrea è venuto a provarlo e continuava a dirmi “È troppo ruffiano, devi domarlo, è troppo ruffiano”. Chiamarlo “Il Ruffiano” non suonava bene e quindi… Rufus.

AT: Beh, direi che abbiamo parecchio materiale, grazie mille Giulio!

GP: E di che? Ah, per terminare, sai perché Won sentiva il pianoforte più leggero? Per fare in fretta non aveva spostato il pianoforte e ha suonato con lo strumento vicino al muro, quindi sentiva anche il suono riflesso. Quindi gli dava l’impressione di suonare di più ed essere più leggero. Infatti quando poi abbiamo spostato lo strumento io gliel’ho rialleggerito tutto e lui non s’è accorto di nulla. È tutta questione di psicologia!

Mecenatismo, che se ne parli!

Avevo scritto qualche giorno fa che avrei dovuto parlare di ciò che organizzo. Questa è una prima occasione.

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Che cos’è Mecenatismo 2.0? Oltre ad essere un titolo non troppo brillante, è stato un evento svolto sabato 3 dicembre presso l’Auditorium Pollini di Padova e che speriamo sia il primo di una lunga serie, interamente dedicata al tema del mecenatismo artistico e culturale. L’ideazione e tutta la spinta del progetto è dovuta a Margherita Colonnello, mia fida compagna di organizzazione di robe da diversi anni ormai. In questo caso mi sono limitato a far parte del comitato organizzativo che si riuniva a intervalli di qualche mese nell’ufficio del Direttore,  a organizzare e scrivere un paio di cose, a gestire gli ospiti insieme ad un’altra fanciulla e, prima volta per me!, a fungere anche da presentatore del pomeriggio. L’evento era diviso in due: mattina tavola rotonda con sette ospiti, pomeriggio successione di discorsi da parte di altri relatori. Oltre sedici persone sono intervenute nel corso della giornata, portando i loro studi, la loro esperienza, le motivazioni che li spingono a finanziare o le modalità in cui hanno cercato finanziamenti. Moltissimi gli spunti, già da questa edizione, ma soprattutto tantissime le idee di come cambiare, come migliorare l’evento, come portare avanti il dialogo.
Di una cosa sono certo: aver iniziato a parlarne in un evento strutturato è stato importantissimo.

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Fin dal mattino ci sono state occasioni di capire cosa volesse dire attirare fondi, come funzionassero le forme di mecenatismo e quali concetti vadano approfonditi. I sette ospiti sono stati chiamati in diversi momenti della mattinata anche a scrivere un proprio hashtag legato al mecenatismo, per chiarire il loro principio fondamentale. Ciò che più mi è rimasto impresso è stata la maggiore necessità per molte strutture culturali e artistiche di cambiare rotta e iniziare a dotarsi seriamente di chi trovare fondi lo fa per professione, il tutto inserito in una diversa idea di progetto culturale, più ricco di collegamenti, meno a senso unico. Bisogna cambiare i termini con cui si ragiona di cultura, ma temo che il rischio di voler parlar nuovo a tutti i costi possa anche portare verso percorsi decisamente inconcludenti. Va da sé che provare e riprovare è l’unica soluzione possibile!

Del pomeriggio sarebbe bello parlare approfonditamente, ma devo essere sincero che saltellando dentro e fuori le quinte era difficile seguire con completezza tutti gli interventi. “Voci di mecenatismo”, una decina di minuti per relatore (con inevitabili sforamenti) in cui portare le propria esperienza, anche quella una buona e rara occasione di osservare chi il mecenatismo lo studia, chi lo pratica e chi lo cerca e lo organizza. Un po’ sul modello Ted, esattamente. E del presentare, beh, anche qui ho molto da imparare! Fra le cose più complesse ancora da gestire, il bloccare un relatore quando parla senza più cognizione del tempo, senza essere troppo invadenti eppure abbastanza decisi. Qualcosa che speravo fosse molto più semplice e immediato da fare!

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A contorno dell’evento principale, infine, il nostro primo tentativo di trasformare l’evento sul mecenatismo un atto di mecenatismo in sé, facendo esporre dieci progetti di realtà del padovano nel foyer dell’auditorium (cosa da migliorare per le prossime edizioni!) e facendo scegliere al pubblico il suo favorito tra i progetti presentati.

Fra le varie cose che organizzo per trovare scuse per non studiare, questa è la prima di cui scrivo. Forse perchè si è tenuta solo pochi giorni fa e sembra di essere ancora lì, forse perchè è stato il primo evento di questo tipo che mi sono trovato ad affrontare, forse perchè ho scoperto quanto divertente e al contempo stressante sia presentare. Questo è stato Mecenatismo 2.0 e ora ci troviamo di fronte all’aver iniziato qualcosa dalle grandissime potenzialità, che sta muovendo i primi passi.

Perchè parlare di mecenatismo, soprattutto in Italia, è ora più importante che mai: per non lasciar andare allo sbando il nostro enorme patrimonio artistico, per non chiudere le porte a tutto ciò che di nuovo e bello può essere creato in questo Stato, per non continuare a vedere festival chiudere, orchestre in crisi, palazzi storici interdetti alle visite, musei in costante difficoltà economica, per cercare di capire come anche qui possiamo veramente cambiare le cose e intraprendere un nuovo sentiero nel campo dell’organizzazione.

Tantissime le idee, tantissime le cose da fare: Mecenatismo 2.0 ha appena iniziato.