Diario dal Busoni: Fine del viaggio

Con la serata di ieri, 1 settembre, si è conclusa questa sessantunesima edizione del Concorso Pianistico Internazionale/Internationaler Klavierwettbewerb/International Piano Competition Ferruccio Busoni, Membro della Fédération Mondiale des Concours Internationaux de Musique, Membro della Alink-Argerich Foundation, Primo del Suo Nome, Padre di Carriere, Sfornatore di talenti (titoli che manco Daenerys Targaryen).

La Finalissima ha visto, come quasi tutti voi lettori saprete, la vittoria del croato Ivan Krpan, cui è stato dato il Primo premio. Come potrete sicuramente immaginare viste le mie precenti pagine, non mi trovo concorde in questa decisione. Ma vediamo le cose con calma.

Della prova di ieri sera, Ivan è stato sicuramente il migliore. Anna Geniushene ha purtroppo accusato pesantemente la stanchezza, offrendo una prova decisamente sottotono rispetto alle precedenti. Il suono era sempre bello e preciso, ma poco appoggiato e la stanchezza la portava a tirarsi indietro quando poteva essere più lanciata. Timbricamente interessante e dalla musicalità indubbia, la pianista russa ha eseguito un Imperatore di Beethoven con un piglio severo che non m’è dispiaciuto, ma che sarebbe stato meglio se associato anche ad una maggiore energia e libertà nei momenti gagliardi, oltre ad una maggiore pulizia tecnica e un migliore controllo delle dinamiche, nonché di legato. Con lo scrupolo e l’attenzione che la contraddistinguono, tuttavia, la sua prova è stata quella migliore per insieme con l’orchestra e dei tre è stata l’unica ad aver veramente dialogato con gli strumenti ed essersi adattata all’orchestra (e su questo ne parlerò più sotto). Terzo posto per lei (ma altri due premi speciali vinti, quindi la sentiremo di nuovo).

Più convincente la prova di Jaeyeon (sì, chiunque lo senta in streaming non concorderà, ma vi assicuro che la differenza sonora cambia tantissimo la capacità di coinvolgimento del pubblico), che non a caso ha anche vinto il Premio del Pubblico quella sera (probabilmente anche grazie alla splendida prova cameristica di due giorni prima). Il suo Quarto di Beethoven è stato il più dei tre concerti, nonostante una brutta tendenza a correre e ad essere troppo instabile di metronomo, sintomo di un’agitazione parecchio invadente. Molto bello il suono, tecnicamente più preciso di Anna (ma più evidenti gli errori fatti) e musicalmente interessante, soprattutto nelle cadenze del primo movimento. È stato l’unico della serata a raggiungermi espressivamente, ma ha avuto dei grossi problemi a relazionarsi con l’orchestra, sia per l’instabilità agogica, sia per la fretta nei dialoghi, che non dava i dovuti respiri nemmeno nel secondo movimento. Il terzo tempo è stato poi ben realizzato, ma la stanchezza (e il mal di schiena atroce) si è fatta sentire ed è mancata quel carattere spigliato e divertente così tipico del Rondò. Secondo posto per Jaeyeon.

Giungiamo infine al nostro Premio Busoni: Ivan Krpan. Che dire, il suo Quinto di Beethoven è stato il concerto più convincente ieri sera. Il suo suono riempie senza problemi il secco Teatro Comunale e si è distinto bene rispetto all’Orchestra Haydn. È stato quello che meglio ha retto tecnicamente, mostrando anche la forza di tirare dritto con determinazione dopo due quasi-vuoti che avrebbero fatto panicare chiunque. Tecnicamente brillante, buono il carattere, determinato il pianista, tutto molto bene insomma, dunque perché non condivido con il Primo premio? Molto semplice, non c’era molto altro in quell’Imperatore. Non c’era un interessante respiro musicale, ma soprattutto non c’erano cura per i dettagli e ricerca timbrica. Si potrà argomentare sul fatto che il ragazzo ha vent’anni, ma è un’argomentazione molto debole. In un’intervista che ho fatto a Mari Kodama (e che vedrete su Amadeus Online tra qualche giorno), lei giustamente ha messo in risalto la necessità di avere un Primo premio che sia già maturo e pronto per intraprendere le tournée che sono parte del Premio. Ebbene, Ivan Krpan secondo me non ha quella maturità. Tecnicamente, ad esempio, deve ancora risolvere un grande problema, ossia la tendenza a bloccare e irrigidire il polso ogni volta che tenta di andare oltre il forte, con conseguente suono metallico e pestato veramente fastidioso. Osservando le prove precedenti inoltre, non ho mai avuto la sensazione di trovarmi di fronte ad un artista unico.

Certo, la sua Semifinale è stata solida e convincente, ma la sua Finale solistica è stata affossata da una Seconda di Chopin pestata e con vuoti di memoria molto pesanti, la sua Finale cameristica è stata vissuta all’insegna della noncuranza nei confronti del Quartetto e questa Finalissima lo ha visto così indifferente all’orchestra, da coprire i soli dei legni nel primo movimento, per far risaltare un elemento di accompagnamento nel pianoforte assolutamente secondario. Certo, il pianista ha suono, ha un enorme talento tecnico e ha determinazione, ma gli manca ancora la cura del dettaglio e sembra non concepire con chiarezza il concetto di “poesia” da contrapporre al carattere più fiero che gli riesce meglio. Non mi si tiri in ballo il discorso degli anni, Julius Asal ha esattamente la stessa età e ha mostrato quanto si possa essere musicalmente maturi a vent’anni (non parliamo mica di quindicenni). Quindi devo ammettere di non condividere questa scelta, ma mi tiro anche indietro: la giuria ha le sue motivazioni.Prima fra tutte è il fatto che Krpan abbia una brillante carriera dinanzi a sé, una caratteristica che sicuramente farà onore al Concorso Busoni un giorno. Il discorso del suono è poi veramente più importante di quanto non gli si dia credito. Essere capaci di sfoggiare un suono convincente che possa riempire e adattarsi a qualsiasi sala, sia essa piccola o enorme, è una necessità fondamentale per un pianista che si appresti a fare dei tour nei prossimi anni lo porteranno in Europa, America e Asia. Il mio parere inoltre, come quello di molti altri pianisti e appassionati che seguono in streaming e dal vivo l’importante concorso, è tendenzialmente viziato dal gusto personale: io adoro i musicisti che mostrano di avere una ricerca musicale, timbrica e sonora propria. Non sempre però questa è la caratteristica che apre le porte del successo e, per citare Daniele Spini ieri sera al rinfresco post concorso, suonare la 111 di Beethoven in una sala da musica da camera e bucare la Filarmonia di Berlino con il Primo di Tchaikovsky è cosa assai diversa.

Come accennavo sopra, una menzione negativa va infine all’Orchestra Haydn diretta da Arvo Volmer, che ha faticato a seguire i solisti e a metterli a loro agio, contribuendo a render loro la vita complessa. Nell’orchestra stessa si salvano gli archi, compatti e sufficientemente precisi (anche se un po’ lentini ogni tanto), ma i fiati hanno avuto dei problemi di intonazione pesantissimi (i due oboi nell’Adagio dell’Imperatore avevano la grazia di un clacson in tangenziale), oltre a fastidiose difficoltà di insieme (i corni erano assolutamente incapaci di andare a tempo). Insomma, come ogni anno, l’Orchestra Haydn, che pure riserva degli ottimi concerti in stagione, dà quasi il peggio di sé al Busoni (eccetto quello splendido Secondo di Bartók con Alberto Ferro due anni fa): veramente un peccato!

E così dunque si conclude il Concorso Busoni e con esso questo mio diario personale. Come ogni anno mi sono trovato d’accordo e in disaccordo con la giuria, come ogni anno ho scoperto fantastici artisti (Anna Geniushene, Jaeyeon Won, Julius Asal, Eunseong Kim [Dio Pessshto redento!]) e ho visto la conferma di altri (il caso di Leonora Armellini basta per mille), e come ogni anno ho avuto l’opportunità di conoscere persone fantastiche, stringere amicizie e, per la prima volta, vivere questo concorso con la vicinanza della vivace e ironica Sofia (senza il cui supporto ammetto avrei fatto assai più fatica a fare tutto). Ma è stata anche l’occasione di mettermi in discussione e far nascere diverse riflessioni. A tal proposito vi invito a tenere d’occhio il sito di Amadeus, fra una settimana o giù di lì, perché nell’intervista alla Presidentessa di Giuria Mari Kodama potrete trovare numerosi spunti e, forse, le risposte ad alcune domande che vi starete ponendo. Io vi ringrazio per avermi seguito in così tanti (non me lo aspettavo davvero) e ci rivedremo con le mie future pagine di blog, coi miei prossimi articoli e con un nuovo Diario dal Busoni!

Diario dal Busoni: Giulio Passadori, l’Allegro Accordatore

Questo piccolo fuori scena del Concorso Busoni è dedicato ad una delle figure più rappresentative e amate del concorso stesso: Giulio Passadori, accordatore e spacciatore di grancoda del Busoni da dieci anni ormai. Fra una prova e l’altra per la Finalissima, andiamo a prenderci un caffè (io) e due caffè (lui [contemporaneamente, in tazze separate]).

GP: Ti stavo dicendo prima… Ieri, la prima volta che riesco ad andare a cena e sedermi, mi chiamano dal Busoni. “Giulio corri, c’è qualcosa che non va al piano”. Ossignur. Mollo tutto, in dieci minuti arrivo e c’è JaeYeon Won a cui non va bene il pianoforte. Finisco di controllarlo, è tutto a posto. Raggiungo Won  in aula 53 e gli chiedo “Maestro, che succede?”, “Il piano è troppo leggero!”, “E’ esattamente come l’ha provato”, “Non l’hai alleggerito?”, “Non dopo la prova”.
Devi sapere che io alleggerisco di un grammo i pianoforti per ogni prova, di default,

AT: Perché i pianisti sono più stanchi?

GP: Esatto, quindi i pianoforti, entrambi, devono diventare almeno un grammo più leggeri e più potenti ad ogni round, anche perché arriva un quartetto o un’orchestra. *scacciando un’ape* Fuori dalle balle, ape, con tutto il rispetto del caso
*l’ape se ne va cortesemente*

AT: Beh, ti ha ascoltato.

GP: Basta saperle chiedere le cose!

AT: Anche alle api?

GP: Anche alle api, l’uomo che sussurra ai pianoforti saprà sussurrare anche a un’ape (ride). Comunque, che io li alleggerisca non è un mistero, lo faccio per loro. Si stancano veramente tanto, anche perché non riesci a staccarli dallo strumento, nonostante spesso non avrebbero bisogno di studiare così tanto durante il concorso.

E niente, lui pensava che, dopo la prova, io avessi alleggerito il pianoforte, cosa che assolutamente non esiste. “Non ma è troppo leggero”. “Ok, abbiamo un sacco di tempo, vuoi un grammo in più? Te lo rendo un grammo più pesante. Sta’ qui fermo e poi te lo riprovi”. Ho aperto la meccanica, ho tolto il teflon, effettivamente ci va via tre minuti. “Prova ora, è abbastanza?” “Sì” “Riprovalo e ridimmi, sicuro?” “Sì” “Prova gli acuti, come vanno” “Eh” Zazazac, spazzola, sistemati gli acuti “Così va bene? Sicuro? Riprovalo c’è un sacco di tempo” Avevamo secondi e secondi prima che la gente entrasse in sala

AT: Ah, tutto questo quaranta secondi prima?

GP: Ma anche trenta! (ride) Però se metti fretta ad uno in ansia non funziona. Poi facciotta ha suonato bene, per fortuna.

AT: Facciotta? Questo è un buon soprannome, lo devo riutilizzare. Sai che trovo sempre soprannomi  ai concorrenti ogni anno.

GP: Non voglio sapere il mio allora!

AT: Beh, tu non ne hai, sei un pilastro del Busoni.

GP: No, il pilastro del Busoni è Mario [il bidello in pensione che ancora viene a sbigliettare NdA]. E come dice lui “Trenta Busoni fatti, mai vinto uno” “Eh, Mario, studia di più, io son dieci anni che lo faccio e sono sempre arrivato in finale!” (ride)

AT: Ma, ascolta: qual è stata la cosa più assurda che ti è capitata al Busoni?

GP: La più bella forse è stata quella del sudamericano, oddio non mi ricordo nemmeno da dove venisse, forse uno stato vicino al Messico. C’è stato un concorrente giovane che veniva da uno di quei posti per cui uno come me deve guardare la cartina per sapere dov’è. Questo è arrivato con la mamma, perché aveva tipo quindici anni, dopo un viaggio terrificante. È stata bella la descrizione della partenza, perché arrivava da un paesino tra i monti e mi ha detto che a salutarlo, quando ha preso il pullman, c’erano il suo maestro di pianoforte, il prete e il farmacista! Io mi son visto la scenetta con l’allegro comitato che fa ciaociao col fazzoletto, poi questo prende, fa un viaggio di un sacco di ore per arrivare a prendere un altro pullman per poi arrivare a Città del Messico, da Città del Messico un volo per New York, da New York un volo per Parigi, da Parigi un volo per Roma, da Roma, non si sa perché, un treno per Verona e poi da Verona un treno per Bolzano. Sono arrivati qui, lui e la madre, dopo tipo cinquanta ore di viaggio tutti belli stropicciati, in ritardo rispetto alla sua prova pianoforte, ma gliel’ho fatta fare comunque. In attesa di poter fare la sua prova, è entrato in sala per ascoltare qualche candidato. Eh, erano tutti più bravi. Certo avevano anche un’altra età. E questo, con la cornice del Busoni, veder quei pianisti, un po’ vedere la giuria, è arrivato lì e non voleva suonare. Solo che io mi son visto il film del viaggio al ritroso di ‘sto qua, altre cinquanta ore di viaggio e cosa dici al prete, al maestro e al farmacista? “Com’è andata?” “Eh non ho suonato”. Se non sei passato puoi avere qualcuno con cui prendertela, ma se non suoni te la prendi con te stesso e capita di chiudere col pianoforte per una cosa del genere. E allora cosa fa l’allegro accordatore? “Beh, aspetta”, andiamo dietro al palco e scosto la tende, anche lì avevamo tantissimo tempo, era solo il suo turno, avevamo interi secondi.

Gli dico: “Guarda il signore lì con la camicia rossa, è il maestro Posio, di Mantova, che lavora anche alla Rai per le trasmissioni musicali”, poi gli faccio vedere PPK in fondo, “quello lì è Kainrath, il boss di tutto e di molto altro e non solo in Italia”, poi gli mostro il Signor Alink, “Fondazione Alink Argerich, concerti e concorsi in tutto il mondo”, poi gli ho fatto vedere il Maestro Bonatta e tanta altra gente che organizza concerti, festival, master, stagioni. E gli dico: “Guarda la giuria. Dimentica quella fila di corvi che sono lì ad aspettare l’errore e suona per tutti questi perché questa è una grandissima opportunità. Ti ho reso facile il pianoforte, mi son fatto il culo a capanna per preparartelo, adesso entri e suoni altrimenti ti spezzo tutte le dita. Suoni per tutta quella gente che ti ho indicato e vedrai che da qui spiccherai il volo” E lui è entrato e ha suonato. E l’hanno mandato a casa, naturalmente (ride). Tuttavia delle persone sopra menzionate non era presente nessuno in sala.

AT: Ah ecco, mi sembrava strano tutta ‘sta gente per una preselezione!

GP: Ma lui che c***o ne sa? Viene dal Messico! (ride) Vammi a contraddire! Ho indicato tot persone a caso, sedute in un posto ben preciso. Però ha suonato, senti, l’importante, anche per se stesso, era quello!

AT: Per concludere, i tuoi pianoforti sono famosi per avere un nome. Come li scegli?

GP: Ah, hanno tutti la loro storia. Quest’anno qui abbiamo avuto anche un nuovo arrivo: Thibaudet ha suonato su Eduard. E’ nuovo. L’ho comprato lo scorso anno e per fargli il rodaggio l’ho usato per una tournée di concerti all’aperto. (pausa di suspence) A Dicembre. Sennò vengon su fighetti i pianoforti! Devono capire che si va a lavorare! (ride)

AT: È splendido che ne parli come se fossero i tuoi figli!

GP: E certo sono i miei figli, altrimenti non li chiamerei per nome. A te tua madre ti chiama per codice fiscale? (ride) PSSGLI vieni qui! (ride ancora) Comunque posso raccontare la storia di Rufus. Io vado sempre a scegliere i miei pianoforti su ad Amburgo e, avendo venduto un mio grancoda, dovevo comprarne uno nuovo. Mi chiamano tutti gli accordatori Steinway in Italia di fila per dirmi “Giulio, non andare a prendere il pianoforte, sono saliti tutti i concessionari italiani, se sali ora ti becchi lo scarto di tutti. Almeno prendi quello con il numero di matricola più basso” Che se c’è una cosa che non guardo è il numero di matricola, quello non suona mica. Ma me ne sono fregato e sono salito con mio cugino, entro io, provo gli strumenti, tre minuti e sono fuori. Ci si mette poco a scegliere, se hai dei dubbi li riprovi, se hai ancora dei dubbi riprovi con il dito indice, se sei destrimane usi quello della sinistra, perché così tendi di meno a compensare i difetti dello strumento. Entra mio cugino, esce anche lui dopo tre minuti, “Giulio, ce l’ho” ed era lo stesso: era Rufus. Guardiamo i numeri di matricola: era il più vecchio di tutti, che nessuno s’era filato. Ad oggi Rufus è il mio pianoforte con il maggior numero di incisioni.

AT: Ma perché il nome Rufus?

GP: Gliel’ha appiccicato Andrea De Biasi, inconsapevolmente. Quando è arrivato il pianoforte, Andrea è venuto a provarlo e continuava a dirmi “È troppo ruffiano, devi domarlo, è troppo ruffiano”. Chiamarlo “Il Ruffiano” non suonava bene e quindi… Rufus.

AT: Beh, direi che abbiamo parecchio materiale, grazie mille Giulio!

GP: E di che? Ah, per terminare, sai perché Won sentiva il pianoforte più leggero? Per fare in fretta non aveva spostato il pianoforte e ha suonato con lo strumento vicino al muro, quindi sentiva anche il suono riflesso. Quindi gli dava l’impressione di suonare di più ed essere più leggero. Infatti quando poi abbiamo spostato lo strumento io gliel’ho rialleggerito tutto e lui non s’è accorto di nulla. È tutta questione di psicologia!

Diario dal Busoni: Los Tres Pianisteros

Sì, quello del titolo è un chiaro omaggio alla mia infanzia e al meraviglioso Los Tres Caballeros della Disney, guardato tante volte da consumare la cassetta. Ma è anche un modo un po’ leggero per riferirmi ai nostri tre finalistissimi, i tre pianisti assurti all’empireo del Concorso Busoni.

Ma, come sempre, prima di osservare i risultati delle Finali cameristiche, andiamo a vedere come sono andate le esecuzioni di ieri sera!

La prima ad esibirsi è stata la russa Anna Geniushene, l’unica che ho potuto finalmente ascoltarmi dalla platea. La tecnologica pianista, regina della previdenza, non sapendo cosa aspettarsi come voltapagine e non volendo portarsi dietro troppi chili di parti, se l’è cavata con un iPad con annesso pedale per voltate (che per inciso le ho visto utilizzare poco fa anche in prova con l’Orchestra Haydn su Beethoven [ops, spoiler!]). Dei sei pianisti mi sento di dire che sia stata quella più attenta e che più ha dialogato con il Quartetto di Cremona, ipotesi presente nei miei appunti che è stata poi in seguito confermata. Il suo Schumann ha avuto le caratteristiche già osservate nella Semifinale solistica (nella quale ha eseguito i Phantasiestücke op. 111), dimostrazione di una maturità espressiva e stilistica che non prevede scelte casuali. Rispetto alla prova solistica era però meno lanciata l’esecuzione, con conseguente anche ammorbidimento del suono, minore aggressività e maggiore attenzione ai dialoghi, ma al prezzo di quello slancio schumanniano e quell’energia che è emersa con maggiore chiarezza forse solo nel terzo movimento e in alcuni momenti del quarto. Molto ben condotto tutto, tecnicamente solido come ‘na roccia, musicalmente raffinato, il suo Quintetto di Schumann sembrava calibrato alla perfezione con gli archi, con una chiarezza della tessitura veramente ottima (anche raggiunta grazie ad un oculato uso del pedale di risonanza).

A confermare la positività della serata, la prova del coreano JaeYeon Won, amorevolmente detto “facciotta” per il suo volto incredibilmente bonario, è stata una vera rivelazione. Certo, avevo già fatto notare l’originalità della sua personalità artistica nella Sonata n. 7 di Prokofiev in Finale solistica, ma nel Quintetto di Dvorak il pianista ha mostrato con chiarezza che i suoi 29 anni sono sintomo di una notevole esperienza musicale. Dei sei, il suo è stato secondo me il Quintetto più riuscito, in cui il pianista è riuscito in maniera più interessante a scambiarsi ruoli con i vari archi, ad emergere quando necessario con suono brillante e chiaro e a tornare in secondo piano lasciando la guida all’arco di turno. Finalmente c’è stato anche modo di sentire quel Quintetto eseguito con un’intenzione stilistica ben chiara ed elaborata, con frequenti cambi di umore, timbro e suono che assecondavano la capricciosa scrittura e ben si adattavano alla varietà arcolaia del quartetto. L’uso del pedale è stato anche qui più calibrato, non un elemento costante, ma un colore prezioso da utilizzare con cura. Sono stato parecchio contento di notare che i miei pareri dal palcoscenico, dove avevo ripreso possesso della mia rumorosa panchetta da voltapagine, sono stati confermati dalla solita paziente e pervicace Sofia, che ha confermato le mie impressioni dalla platea. Insomma una prova so convincing, that you might say,  he already Won the competition! (badum-tsch) [perdoname madre por mi umorismo pessimo]

Il croato Ivan, dopo l’ “entrata con camicia trionfalmente fuori dai panta” [cit. Sofia], ha eseguito il Quintetto di Brahms, scelta coraggiosa operata dal pianista ventenne (come EunSeong Kim ieri). Dei tre della serata la sua è la prova che mi è piaciuta di meno. Nonostante il suono fosse più adatto e plasmabile rispetto al Brahms di EunSeong, anche il Brahms di Ivan è stato interpretato con una certa noncuranza del Quartetto che gli stava intorno. Raro il contatto con i musicisti, sia visivo che musicale, e l’intero Quintetto ha dato l’impressione di essere una lettura molto scolastica e un po’ superficiale, impressione che ha avuto Sofia dal pubblico, ma cui posso dare conferma io stesso dal palco. La parte del Quintetto era stata ben poco aperta, considerando che eccetto un paio di diteggiature nel quarto movimento non ho visto alcuna annotazione e il libro stava aperto con fatica sul leggio. Certo questo dimostra l’incredibile facilità tecnica e abilità di lettura del pianista, che nell’affrontare il leonino Quintetto non ha versato troppe gocce di sudore (ma che si è isolato a tal punto da dimenticarsi anche di darmi dei cenni nei punti in cui voleva che girassi prima). Forse è questo che la giuria ha apprezzato così tanto!

Infatti i tre pianisti su menzionati sono stati anche gli stessi a passare in Finalissima, con un risultato che non ci ha sorpresi troppo (anche se avrei preferito EunSeong al posto di Ivan per quella fantastica Finale solistica). Ad Anna è andato il Premio del Quartetto di Cremona, che consiste in una serie di concerti con il Quartetto col pianista con cui loro si sono trovati meglio nelle due ore e un quarto totali di prova (“more than enough!” ha commentato la sorprendente fanciulla russa). Fra Premio della Junior Jury e Premio del Quartetto, la pianista ha già accumulato un paio di bei concerti, oltre a quelli che le arriveranno come finalistissima del Concorso. Sono molto contento anche per il rubicondo JaeYeon, di cui ho apprezzato la maturità espressiva, e incuriosito dalla prova di Ivan il conquistatore. Domani sera infatti i tre pianisti si sfideranno a colpi di Beethoven (buffa immagine), eseguendo infatti Anna e Ivan il Quinto Concerto e JaeYeon il Quarto.

Siamo così arrivati al penultimo giorno di concorso, ma non disperate: un particolare dietro le quinte vi accompagnerà domani, nell’attesa della Finalissima. Una conversazione di fronte a tre caffè (uno per me, due per lui) con il meraviglioso Giulio Passadori, accordatore, noleggiatore, rivenditore e psicologo pianistico, colonna portante del Concorso Pianistico Ferruccio Busoni.

Diario dal Busoni: La rivincita di Dio Pessshhhto

Si sono concluse le Finali solistiche, ma prima di andare ai risultati, condivido qui i miei personali commenti ai candidati esibitisi.

La prova di ieri ha visto esibirsi EunSeong Kim, Leonora Armellini, Xingyu Lu, JaeYeon Won, Ivan Krpan e Julius Asal.

Come il caro lettore potrà intuire dal titolo vagamente epico, la prova di EunSeong Kim, amorevolmente soprannominato “Dio Pessshhhto” in onore dell’irruente Semifinale solistica, è stata veramente ottima. Sarà stato meno nervoso, sarà stato più in confidenza con la sala e con il pianoforte, sarà che qualuno gli avrà detto di moderare il suono, ma non sembrava nemmeno lo stesso pianista. Il giovane coreano ha saputo sfoggiare la sua indubbia abilità tecnica in un’ottima Toccata Newen di Benzecry, un ben realizzato ed interessante Preludio e Fuga BWV 552 di Bach/Busoni, forse un po’ troppo pedalizzato nella fuga, un’ottima ed estroversa Sonata n. 5 di Skrjabin, su cui ha realizzato alcuni prodigi di tecnica ma anche di interesse musicale, e infine una 111 di Beethoven che ha mostrato una maturità espressiva assolutamente al di sopra di ogni aspettativa, con grande presenza scenica e gesti di “maschia virilità” [cit. da Il Pianoforte di Casella]. Chapeau, Dio Peshto, sono ben felice di ricredermi!

La prova di Leonora Armellini è stata, con tutta l’onestà concessami, una delle migliori prove di Busoni cui abbia assistito nella mia breve ma intensa frequentazione del mio Concorso cittadino. La pianista padovana ha eseguito una Fantasia cromatica e Fuga di Bach/Busoni convincente fin dalle prime note, con suono personale, enorme senso musicale e drammatico e una Fuga realizzata con cura timbrica impressionante. Ha poi proseguito con la 101 di Beethoven, eseguita, soprattutto nel primo movimento, con un carattere un po’ romantico e lirico, che ha svelato momenti di grande poeticità. Tecnicamente praticamente perfetta, anche qui il fugato del quarto movimento è stato un culmine di maestria allo strumento. La Toccata Newen di Benzecry è stata interpretata con meno presenza tecnica e possanza di suono rispetto a quella di EunSeong, ma con più spazio e maggiore ricerca timbrica, rendendola, di fatto, meno muscoli e più raffinatezza. La Sonata n. 2 di Prokofiev ha concluso con energia la prova dimostrando ciò che più mi ha entusiasmato di questa prova: il dimenticare di essere ad un concorso, ascoltare una prova come se fosse un concerto e godermela appieno.

È stato poi il turno di Xingyu Lu, che c’ha offerto uno splendido Le Carillon d’Orléans di Hersant, come brano contemporaneo, proseguendo poi con il Preludio, Fuga e Allegro BWV 998 di Bach/Busoni. Il trittico è stato eseguito bene, ma con una certa impassibilità, un suono un po’ di plastica e una differenziazione delle voci che riguardava solo la dinamica e mai la timbrica [Sofia disse: questo coi timbri ci fa i francobolli]. Anche il corale Wachtet auf, ruft uns die Stimme ha confermato questa impressione, aggiungendo però una buona capacità di creare atmosfera. La 110 di Beethoven è stata eseguita con un bel carattere morbido e chiaro, con buona capacità di cambiare carattere e resa tecnica, ma ancora la stessa impermeabilità di suono e timbro che gli ha reso dura la vita durante la Fuga, nel quale le entrate ben marcate dei soggetti facevano perdere consapevolezza delle altre voci. Dopo una prova di buon livello, ci son rimasto quasi un po’ male a vedere un Petrouchka non all’altezza del resto. Certo, non mancavano anche qui dei momenti molto belli, soprattutto nel secondo movimento, ma il trittico stravinskijano è stato tecnicamente non sempre preciso, timbricamente assai povero e dal fraseggio ogni tanto un po’ incerto. Peccato!

Nel pomeriggio ha continuato poi il coreano JaeYeon Won, che, eccetto per un vuotino prima del finale, ha iniziato la sua prova con un’ottima Sonata HOB XVI:48 di Haydn. Molto meno riuscite le Variazioni su un proprio tema op. 21 n. 1 di Brahms, brano che è stato colpito da numerosi dubbi, vari problemi tecnici, un fraseggio assai poco chiaro e una resa molto debole. È stato bravo il pianista a non farsi demoralizzare e a proseguire con Just as the sun is always di Mason, brano nel quale (come per tutti i contemporanei pomeridiani) mi son trovato a girar le pagine. Con tanto di scherzetto sulla disposizione delle parti. (“Credevi che partissi con tre pagine aperte e invece no!”) Dopo una ottima Aria variata alla maniera italiana BWV 989 di Bach/Busoni, dal carattere secondo me ben centrato e dal bellissimo suono, Won ha eseguito una Sonata n. 7 di Prokofiev che è riuscita nel duro compito di essere interessante. Non sempre precisa, non sempre marcata ritmicamente, ma estremamente personale, segno di una maturazione del brano che fin dalle prime note un po’ più moderate di tempo ha mostrato equilibri sonori e giochi timbrici che rendevano nuova ogni battuta.

È stato poi il turno dell’indubbio talento di Ivan Krpan, che però ha mostrato delle incertezze anche musicali già dal corale Ich ruf zu Dir di Bach/Busoni, concluso in maniera un po’ buttata. Meglio la Sonata n. 11 op. 22 di Beethoven, su cui ha trovato un carattere splendidamente beethoveniano riuscendo ad affrontare con successo tecnico e musicale la sonata, nonostante il suono tendesse a tratti ad irrigidirsi. Ciò che lo ostacolava, sia in Bach/Busoni che in Beethoven, era una certa pesantezza e carenza di controllo della mano sinistra, un po’ caciarona e granitica lì sotto [la mano de La Cosa, l’ha definita Sofia, che ormai mi fornisce suggestive immagini durante tutto il concorso]. Dopo un ben realizzato e squadrato Dramatis Personae di Lenot di cui, confermo, è riuscito a fare quasi tutte le note (not bad), è stato il turno della Sonata n. 2 di Chopin, brano su cui non ho concordato sul carattere pesantissimo e aggressivo, che sarebbe stato a suo agio più in una Sonata di Rachmaninov. La sonata è stata anche colpita da un vuoto molto pesante nel primo movimento, che era caratterizzato da un’instabilità agogica un po’ eccessiva. Questa caratteristica sonora è stata confermata anche da secondo e terzo tempo, mostrando nel celebre crescendo della Marcia Funebre la difficoltà del volitivo croato di dare ampiezza al suo suono, come aveva saputo fare invece EunSeong. Anche il Finale è apparso poco compreso e pesante, facendo rimpiangere quello di Andreatta in Semifinale: un gran peccato dopo un Beethoven ed un Lenot così ottimi e interessanti!

La prova di Asal è stata un piccolo colpo al cuore: il pianista tedesco mi aveva colpito tantissimo in Semifinale per l’incredibile maturità espressiva. Ed infatti anche qui era partito con un ottimo Hypnòs di Bellafronte, mostrando una certa dimestichezza col repertorio contemporaneo. È stato poi il turno della prima Ciaccona di Bach/Busoni del concorso (come solo ora la prima? ma se normalmente su dodici finalisti la portano in cinque/sei? e ora come faccio a soddisfare la mia dose biennale di ciaccone?). Il brano è apparso, mi duole dirlo, sproporzionato per le mani del pianista e forse poco maturo. I momenti poetici erano splendidi, ma le parti tecniche non funzionavano e finivano per innervosirlo e farlo cascare anche nei punti in cui avrebbe potuto far venire i brividi. L’ho visto, prima del brano contemporaneo, quasi in panico al momento di tornare sul palco e infatti Dramatis Personae è stato impreciso e non ha espresso le potenzialità notevoli che questo pianista ha nel repertorio contemporaneo. Sue caratteristiche efficaci, che sono state percepite nella Sonata op. 10 n. 1 e nei Préludes 10, 11, 12 e 13 dall’op. 32 di Rachmaninov, sono la grande capacità di creare immagini e atmosfere e la facilità di espressione, ma ormai il nervosismo aveva avuto la meglio e su Beethoven il suono è risultato eccessivamente spigoloso, mentre su Rachmaninov ottimi momenti si alternavano ad una carenza di controllo e di coerenza sonora. Sommo dolore, seguirò però con grande interesse il percorso di crescità di questo valido musicista.

Giunti dunque al termine, i risultati. Sui dodici sono passati costoro: Choni Dmytro, Geniushene Anna, Kim EunSeong, Krpan Ivan, Lu Xingyu, Won JaeYeon. Non male, devo essere sincero, ma c’è, il lettore lo avrà capito, una grande assente per me fra questi, che avrebbe assolutamente meritato: Leonora Armellini, la cui prova avevo preferito a quelle di molti altri. Mi felicito però della presenza di Dmytro, Anna e EunSeong e, sebbene me lo aspettassi, sono dispiaciuto per l’assenza di Larry Weng e Julius Asal, che sono felice di aver avuto l’opportunità di conoscere e che seguirò da vicino nei prossimi anni. Ma questi sono i concorsi e il giudizio della giuria si rispetta: non che questo però mi impedisca di esprimermi in totale franchezza sulle mie opinioni personali!

La prossima pagina di diario uscirà dopodomani, quest’oggi è giorno un po’ di riposo dopo la tirata busoniana degli ultimi sei giorni, e sarà una pagina particolare, perchè avrò modo di osservare i pianisti a pochi centimetri dal loro naso (sì, mi hanno di nuovo cooptato per voltar le pagine su tutti i Quintetti della Finale di musica da camera). Un’esperienza nuova!

Diario dal Busoni: Terzo giorno di Semifinali

Il terzo giorno di semifinali non è stato dei migliori.

La prova mattutina non mi è dispiaciuta, con la temeraria esecuzione degli Studi op. 25 di Chopin e le immancabili 10 variazioni su un Preludio di Chopin (che ho sentito talmente tante volte da averle imparate per osmosi) ad opera del cinese Xingyu Lu. Gli studi sono partiti bene, con ottimo tocco, ma, arrivato verso la fine, sulle tempestose ottave del decimo il pianista ha perso un po’ la trebisonda e si è smarrito nell’alto mare del virtuosismo aggressivo.

Veramente ottima invece la prova di Maddalena Giacopuzzi, per me la migliore della giornata, che ha saputo dare un suono perfettamente nitido ma mai troppo secco sulla Toccata e Fuga BWV 911 di Bach, interpretata con magnifico piglio severo e grande cura dei registri anche se sacrificando un po’ l’impulso ritmico della Fuga, e ha offerto una Terza Sonata di Chopin veramente di splendida fattura, controllata ma appassionata, dal suono imponente ma non eccessivo, con splendidi fraseggi e momenti di grande poeticità nel Largo, soprattutto per la curata gestione dei piani sonori. Ottimo lo scuro e maestoso Finale, confermando la padronanza tecnica già mostrata nei movimenti precedenti. Un po’ di stanchezza ha purtroppo afflitto le Variazioni di Busoni (ancora? davvero?), che sono partite molto bene, ma sono sembrate poco interiorizzate e soprattutto poco apprezzate.

Diversa la situazione pomeridiana, che è stata forse la prova meno interessante di tutto il Busoni finora. Arisa Onoda, Jaeyon Won e Riyad Nicolas si sono succeduti sul palco, con approcci  molto diversi, ma purtroppo non molto riusciti. Arisa, dopo la sconfitta a San Remo, ha deciso di darsi al concertismo classico.

Scusate. Era una battuta dovuta.

Dicevo, la giapponese Arisa Onoda ha mostrato fin dal Rondò K 511 di Mozart uno splendido suono, unito ad una bella cura del carattere che mostrava una percezione quasi ipnotica dello splendido brano. Purtroppo l’esecuzione è stata bloccata più volte da vuoti ed incertezze che ne hanno ostacolato il contenuto espressivo e hanno mandato nel panico la giovane pianista, riuscita tuttavia a proseguire con determinazione. Le sue Variazioni su un Preludio di Chopin di Busoni (…) sono state la dimostrazione che ostinarsi a sceglierle quando non sono palesemente adatte alle proprie mani ed al proprio suono, non è una scelta vincente. Migliore l’esecuzione di Miroirs di Ravel, ben curato, ma purtroppo non molto diversificato nei colori e anche in questo caso disturbato da un vuoto che ha colpito il finale di una peraltro ottima Alborada. Non amo essere negativo, ma alcune cose devo dirle, è una questione di Sincerità (badum-tsch).

Il secondo del pomeriggio, il coreano Jaeyeon Won, ha dato una prova più solida, ma purtroppo molto poco curata nei dettagli. La sua Humoreske di Schumann è sembrata una lettura un po’ affrettata e poco interessante, nonostante un certo magistero tecnico. Più centrati sono stati i contrasti tra le varie sezioni. Abbastanza bene l’Elegia All’Italia! di Busoni, che però è apparsa discontinua e tecnicamente non solida (la maledetta sezione centrale di quell’Elegia ha mietuto più vittime di un friggizanzare). Meglio Szabadban di Bartók, con interessante caratterizzazione timbrica, buona resa tecnica e una concezione meno descrittivistica e più astratta. Mi permetto tuttavia di questionare sulla lunghezza del programma, che fra Humoreske, Elegia e Szabadban mi è sembrato durare ben più dei 40-45 minuti consentiti.

Dopo l’intervallo c’è stata la prova del siriano Riyad Nicolas, prova che ho veramente apprezzato poco. Partito con due Sonate di Scarlatti, se nella prima lenta sembrava solo un po’ romanticoso, nella seconda ha avuto un lieve tracollo: il suono scuro e pesantissimo non è stato annullato dal carattere gaio della Sonata (lo streaming rende malissimo la pesantezza sonora percepita), che ha avuto per di più un bel buco di passaggio alla destra e un problema di nitidezza nelle agilità. L’Elegia All’Italia! di Busoni (niente Variazioni per due concorrenti, un sogno), è stata affrontata con scarsa comprensione, molte imprecisione e una parte centrale che, più che pizza e mandolino, sembrava un gargoyle che ballava una grottesca polka. Il Gaspard de la Nuit successivo ha proseguito su questo binario, offrendo un brano che di Ravel aveva poco e sembrava uscito dalla grande letteratura russa (non avevo mai notato quanto Moussorgky ci fosse in Le Gibet, che fosse intenzionale?), in cui i problemi tecnici si sono susseguiti nonostante la discreta lentezza e il carattere timbrico di un brano tardo romantico. Peccato, davvero! Ma una prova non riuscita può capitare a chiunque e la pressione cui sottostanno questi pianisti è veramente notevole, c’è chi reagisce meglio e chi peggio.

Quest’oggi sono invece proseguite le prove, ma ne scriverò nella pagina di stasera/domani mattina, momento in cui oltre al resoconto quotidiano, avrò anche modo di commentare i risultati di questa prima e intensa fase del Concorso Busoni.