Diario dal Tchaikovsky: Primi Risultati

9.49 The Courtyard Hotel, Mosca.

Ogni volta parto pensando di essere perfettamente in tempo, “Quest’oggi la Campana la scrivo con tutta la calma del mondo”, HA! Illuso. Il Tchaikovsky ti fa passare 14 concorrenti al posto di 12 e scopri la mattina stessa che le prove inizieranno un’ora prima. Salvo poi arrivare al conservatori per scoprire che sei tu ad esser mona e hai visto l’orario europeo (alle 12) e non quello russo (alle 13). Dannazione. Beh, caffè sotto al conservatorio e si finisce di scrivere.

Come si potrà evincere dal titolo e da questa mia prima, sconclusionata introduzione, ieri sera sono arrivati i primi risultati: da 25 candidati si dovrebbe passare a 12 ma come il buon Matsuev ha annunciatom visto il livello eccezionalmente alto (che si traduce con: non sapevo chi scegliere LOL li famo passa’ tutti regà [ma si scrive ancora LOL nel 2019?]) ne hanno promossi due in più alle semifinali. Ma prima di commentare questi risultati, bisogna commentare tutte le prove di ieri, già che c’è molto da dire (strano).

Comincio col dire che il miracolo del secondo giorno non si è ripetuto, ma il livello era comunque, com’è da aspettarsi, decisamente molto alto. Primo della giornata Liu Xiaoyu, di cui noterò di sfuggita come il nome contenga tutte le vocali tranne la “e” e ciò lo renda nella mia testa estremamente simile a quelle parole tipo “aiuola” che alle elementari ti danno da imparare per pronunciare bene le vocali. Ciò detto, il ventiduenne canadese è partito con un Preludio e Fuga di Bach un po’ introverso ma con bel suono, con un buon inizio misterioso della Fuga ma un po’ romantico nella conduzione e non sempre chiarissimo. A seguire la Waldstein (anco’?), iniziata un po’ “meh” per tenuta ritmica, un po’ instabile, con una gamma di dinamiche notevole ma forse esagerata (alcuni pianissimissimissimo erano così pianissimissimissimo che scomparivano nel pianoforte). Notevole però per dolcezza e delicatezza, sia nelle sincopi che nel bellissimo secondo tempo. A seguire lo Studio op. 10 n. 4 di Chopin, molto ben controllato, digitalmente disinvolto, musicalmente molto azzeccato (se si perdona qualche eccesso nel turbinoso finale). Con l’Etude-Tableau op. 39 n. 9 il nostro vocalico pianista ha invece tirato fuori un bel suono diverso, più squadrato e con ricerca di timbri, ampio ma senza pestare, non trascinante ma dai begli accordi, ben appoggiati sul suo Steinway. A seguire, ovviamente, La Campanella, sia mai che mi dimentichi come faccia. Purtroppo qui il pianista, dopo un inizio ben riuscito, ha staccato dei tempi folli su cui ha inopinatamente scelto di correre ancor più, non sempre con i migliori risultati: l’ansia da concorso non perdona. Bene la Romanza op. 5 di Tchaikovsky e la Danza dei quattro cigni sempre di Tchaik trascritta da Wild, con buona ricerca timbrica, ma non particolarmente brillanti per lirismo (soprattutto la Romanza ovviamente).

A seguire sempre sullo Steinway è stato l’americano Kenneth Brobergh (vecchio, hai vinto l’Argento al Cliburn due anni fa, che ci fai qui?) su cui nutro pareri contrastanti. Contrastanti perché il suo Bach mi ha completamente conquistato: si poteva davvero sentire tutto il Barocco negli arpeggiati del La bemolle maggiore dal primo volume, si sentiva benissimo come ricercasse timbricamente un suono solare, energico e con sonorità da Brandeburghese. Bellissimo, Kenny. Ottima anche la 110, però un po’ inibita: qui è iniziata la parte che mi dà dei dubbi. Bello il primo tempo, dalle dolci tinte chiare e dai contorni morbidi e ben robusto il secondo, sebbene ogni tanto alcuni tempi drammatici non fossero proprio azzeccati (con conseguente caduta dell’effetto sorpresa), ma ciò che non mi ha convinto è stata la cantabilità del terzo movimento, in cui il pianista avrebbe potuto abbandonare il chiarore dei primi tempi per un tono più ponderoso che inutilmente si è atteso. Così come un legato più nettamente cantabile, che sarebbe stato molto apprezzato in quello che è forse uno dei temi più belli di tutta l’opera del buon Ludwig. Molto bene invece la fuga, soprattutto il tono veramente paradisiaco della ripresa. Sullo Studio op. 39 n. 8 di Rachmaninov il discorso è affine: più dolcezza, morbidezza, più crepuscolo e meno alba per usare un riferimento visivo. Non si può certo dire che non sia stato ben suonato, ma c’era qualcosa nel carattere che mi mancava. Bella l’op. 25 n. 5 di Chopin che emerge da Rac, con splendido carattere negli arpeggiati e quasi un accenno di vero legato dolce e cantabile nel tema centrale: ci stiamo avvicinando. Su Wilde Jagd di Liszt, che in genere è un “liberi tutti” per i macinatori seriali, Broberg è riuscito dare una buona esecuzione, con avere foga ma senza brutto suono, pur ahimé buttando spesso e sacrificando alcuni dettagli di fraseggio anche nella ben espansiva sezione centrale. Ottima la polifonia nella Dumka di Tchaikovsky, affrontata con eleganza e molto senso del fraseggio, seppur ancora senza ombre. Per il solare americano era sicuramente più adatta la parte centrale, affrontata con frenesia danzante e splendido suono. Da risentire sicuramente.

broberg-silver-van-cliburn
Vardaeo che contento che era Broberg al Cliburn

È stata poi la volta dello Yamaha suonato dallo spagnolo Alber Cano Smit, che purtroppo ha ceduto al nervosismo da Tchaikovsky. Lo si è percepito nitidamente già da Bach, molto teso e rigido, cosa che lo ha portato a esagerare e strascicare alcuni tempi e fraseggi. Non diversa l’op. 31 n. 2 di Beethoven, in cui un buon suono non ha trovato la necessaria consistenza, né ricchezza di dettagli che La Tempesta potrebbe offrire. Una generale assenza di chiarezza nelle linee è stato probabilmente il principale problema, ma per tutta la sua prova si è percepita l’ansia del pianista e diamine, le spalle eran così contratte che ancora un po’ ci toccava le orecchie. Non molto meglio le furibonde ottave dell’op. 25 n. 10 di Chopin, iniziato non male, ma un po’ corso nella parte centrale e soprattutto ciccato nella ripresa: esattamente dove sbagliano tutti. Vi giuro, dovrebbero vietare ‘sto Studio ai concorsi, nelle ottave per modo contrario della ripresa nove pianisti su dieci vanno in tilt. Ouff. Bello l’inizio del Decimo Trascendentale, poi un po’ instabile tecnicamente e con difficoltà a lanciarsi nel climax. Particolare la Romanza op. 51 n. 5 di Tchaikovsky, che vi giuro avrei scambiato per un brano spagnolo, e finalmente un po’ più appoggiato lo Studio op. 39 n. 9 di Rachmaninov, finalmente con qualche bel dettaglio. Veramente un peccato, ma anche questa è esperienza purtroppo.

Non molto diverso George Harliono (sempre sullo Yamaha). Dopo un discreto Bach, l’Appassionata (risalve, quanto tempo) è stata un prodigio del PESHTO, assai instabile e rigida, senza idee particolarmente riuscite, con suono duro e spigoloso, non senza cose belle per carità, soprattutto nel tono più schiettamente patetico, ma decisamente non maturo (e ce credo c’ha diciotto anni). Discorso affine sul Natha Valse di Tchaikovsky, cui mancava un po’ di eleganza che non fosse affettazione (lo so, è difficile su quel brano), però concluso bene. Non male l’op. 25 n. 5 di Chopin, molto chiaro e ben fraseggiato, ma molto rigido, credo per una certa fissità del polso. L’op. 39 n. 6 di Rachmaninov è iniziato con una tega, ma ha dato una degna dimore al suono secco del giovane britannico, che si è distinto per il gran controllo nella velocità, per quanto ricca di accenti un po’ convulsi. Non ottimo il controllo e la consequenzialità dinamica, ma brillante. Non male Harmonies du Soir, abbastanza misterioso all’inizio ma un po’ povero di timbri, ma finalmente con un suono più aperto nei maestosi climax (quelli sì, da brividi), in cui il pianista ha finalmente iniziato a respirare con la musica, pur senza abbandonare una certa rigidità.

Il successivo, nel tardo pomeriggio, è stato uno dei concorrenti più attesi: il giovane Malofeev. Già lanciato in una carriera stellare in tutto il mondo, c’è chi dava scontata la sua vittoria. La sua prova, però, non mi ha convinto. C’era molta cattiveria nel modo di suonare di Malofeev, non saprei nemmeno come spiegarmi meglio: il suono era intrinsecamente duro. Non pestato, duro, sempre e rigorosamente. Se il peshto di Harliono era un riversare convulsamente la propria baldanza adolescenziale sul malcapitato Yamaha, il medesimo Yamaha ha accolto la glaciale violenza di Malofeev. Fin da Bach, preciso, per carità, ma con delle sleppe nella Fuga assolutamente fuori contesto e non di rado confuso nella polifonia. Bene l’inizio dell’Appassionata (siamo veramente su un altro livello rispetto ad Harliono), ma il discorso è sempre quello. Ogni tanto emergevano dei dettagli profondamente musicali, soprattutto nella costruzione di una drammaturgia musicale d’impatto, ma l’eccesso era costantemente dietro l’angolo e, probabilmente anche per il nervosismo, la cosa è andata peggiorando su secondo e terzo tempo, quest’ultimo letteralmente staccato a 2x. Vi giuro non so come abbia fatto ad arrivare fino alla fine era il doppio del metronomo. Sembravano gli anime guardati dal mio ex coinquilino al doppio della velocità perché così “ne posso vedere di più”. Ecco uguale “faccio il Presto dall’Appassionata al doppio della velocità così posso infilare un pezzo in più nella prova”. Chapeau, ma almeno non rallentarmi sulla coda perché è difficile. Fantastica però la sua Dumka, brano che si sa è letteralmente cresciuto addosso al pianista, con cura dei tempi magistrale e splendida sezione centrale (che fraseggi e che ebbrezza!). Mancava ancora qualcosa, certo, ma per un diciassettenne vi era qualcosa di splendido. Abbastanza bene l’op. 25 n. 11 di Chopin, sebbene non sempre molto chiaro e spesso con scelte musicali un po’ sconclusionate. Meglio l’op. 39 n. 6 di Rachmaninov, affrontata con splendido carattere grottesco, ma anche qui a volte facendo emergere dettagli secondari a volte ottimi, a volte non necessari. Bene la mole di suono, eccessiva per i tre autori precedenti ma qui al suo giusto posto. Simile il discorso per Liszt: un Mazeppa con tanto suono, veramente trascendente sugli elementi tecnici, persino con qualche momento di vera cantabilità nella sezione centrale e con una ripresa veramente funambolica. Oltre non vado, un parere sul ragazzo è troppo presto per darlo, ma a lui va tutta la mia stima per essere riuscito comunque ad esibirsi così, con tale concentrazione, nonostante il terribile lutto appena subito. Onestamente non so nemmeno come abbia fatto a suonare con questa tenuta.

A seguire Malofeev è stata Sara Daneshpour, un guizzo di freschezza e leggerezza dopo la prova sovraccarica di Malofeev (pur rimanendo sullo Yamaha!), ma anche un deciso calo di tensione espressiva. Bene il suo Bach, severo e dall’ottima polifonia, con qualche rigidità sulla fuga, ma tutto sommato bene. Non male anche il primo tempo di Haydn, con buon controllo e brio, ma un secondo tempo un po’ strascicato e, devo ammetterlo, un po’ smortino nonostante l’eleganza. Meglio il terzo movimento, con fraseggio chiaro e belle agilità. Meno efficace la Suite da La bella addormentata di Tchaikovsky/Pletnev, un po’ confusa all’inizio, ma con migliori colori nelle danze successive. Non si può dire che la Daneshpour non sappia suonare, ma cosa manca? Me lo son chiesto molto durante la sua prova e credo che ciò che mancasse a quel Tchaikovsky fosse la freschezza dell’impulso ritmico, la vitalità, il trovare sincero interesse in ogni elemento che si sta suonando, più che puntare ad una buona esecuzione. Meglio l’op. 39 n. 1 di Rachmaninov, anche discretamente chiara e veramente ottima l’op. 10 n. 8 di Chopin, agile, sgranato e delicato. Molto bene Gnomenreigen di Liszt, con suono sempre molto sgranato e bei colori, delicato e guizzante. Forse questo è più il suo regno.

Cambio di pianoforte: sullo Steinway si è esibita Anna Geniushene, la quale è partita subito con un Bach un po’ romantico, ma dal suono bellissimo e dalla grande atmosfera sacrale che, lo ammetto, ha chiamato un applauso soffocato già tra Preludio e Fuga. Bene anche la fuga, con ottima differenziazione timbrica tra le voci, seppur ogni tanto non chiarissima anche a causa dell’abbondante pedale. Splendida la Sonata op. 25 n. 5 di Clementi, su cui la pianista russa ha tirato fuori un suono che, diamine, mi ha tenuto col fiato sospeso. Ottime le agilità e splendidi gli effetti timbrici, raffinati e non gratuiti, mentre non sempre chiarissima la direzione del fraseggio. Bene l’impulso ritmico, anche se a volte inutilmente frammentato. Dopo questo veramente meraviglioso inizio è stata la volta dei meno fortunati studi: l’op. 10 n. 10 di Chopin ha sofferto di un pedale un po’ pesante e di una certa goffaggine tecnica, nonostante le belle sonorità, segno forse di una certa rigidità in alcuni passaggi tecnici. Meglio l’op. 33 n. 5 di Rachmaninov, adattissimo alle sua capacità timbriche e affrontato con un suono diverso e perfettamente adatto. Peccato per alcune note sporche in mezzo alle nuvole sonore e per qualche elemento meno chiaro. Ottimo l’inizio del Decimo Trascendentale di Liszt (anche te t’ho sentito spesso eh), ma la pianista è stata, devo ammetterlo, spesso troppo cauta, non riuscendo a lanciarsi oltre l’elemento tecnico per trascendere (per l’appunto) il virtuosismo e lanciarsi nel far muica. Molto bello però il suono della mano sinistra con gli arpeggi alla destra e con gran carattere  e convinzione le ottave. Peccato per la tensione spezzata nel finale. Dove però Anna la russa ha dato veramente il meglio è stato nella Romanza op. 51 n. 5 di Tchaikovsky. Ben lontana dal sembrare un brano spagnolo come con Cano, questa Romanza è stata veramente un momento di preziosa musica, tale da farmi dimenticare per un secondo di essere ad un concorso. Eleganza, lirismo, tono elegiaco, c’era tutto. Che meraviglia assistere a questi piccoli prodigi musicali. Bene ma meno bene lo Scherzo à la Ruse, con ottima varietà di timbro e carattere, finalmente con suoni convincenti anche nelle parti squillante della destra, ma non sempre chiara in alcuni punti più concitati. Bello il finale, dal suono ampio e maestoso (e che ottave!), ma un po’ confuso e concluso un po’ in discesa. Speriamo meglio per la prossima prova, che riporti un po’ di quell’Anna-da-Busoni che mi ricordo ancora bene dal 2017.

Anna Geniushene
Anna is not amused.

Ultimo del primo giro di quarti di finale il coerano Dohyun Kim, che si è esibito sullo Yamaha. Ben appoggiato l’inizio del Sol diesis minore dal primo volume bachiano, con suono smorzato e attutito che favoriva molto un tono sobrio e intimo, ma non introverso. Bene anche la Fuga, coerente con questo suono anche al costo di perdere un po’ di chiarezza. Bello anche il suono morbido di Mozart, anche se spesso manchevole di nervo quando la Sonata K332 presenta le sue parti più drammatiche. Molto romantico nella pedalizzazione generosa e non sempre disinvolto sulle agilità (quanto mi è mancato il Mozart di Mao il fanciullino!). Bella l’intimità del secondo tempo, per quanto un po’ smortino, ma un po’ meglio il terzo. Bene lo Studio di Rachmaninov (op. 39 n. 6), con suono ben distinto, scuro e intenso, ottimo nell’affannoso e dalla polifonia chiara e non eccessiva, più omogeneo rispetto all’interpretazione di Malof, ma meno esaltante. Terrificantemente veloce (anche troppo) ma miracolosamente in piedi l’op. 10 n. 8 di Chopin, non sempre chiarissimo nel senso musicale, ma molto pulito. Molto bello il fraseggio di Mazeppa, più morigerato rispetto ad alcuni altri Liszt caciaroni e con splendido cantabile nella parte centrale. Ottimi i salti e le ottave, con sorprendente distinzione timbrica e dinamica dei diversi piani sonori anche nei punti tecnicamente più impervi. Bello. Bello anche “Un poco di Chopin” di Tchaikovsky, elegante e con bei bassi e molto belli gli squilli iniziale de Lo Schiaccianoci nella trascrizione di Pletnev, con splendida vitalità ritmica. Delicata e misteriosa la Fata dei confetti, bene i colori della Tarantella, sebbene a volte un po’ impacciata e non male anche il Trepak con cui ha concluso questa selezione, nonostante mi mancasse un po’ di carattere più ruvidamente russo. Ma tutto sommato una buona prova.

Bene, eccoci dunque alla fine di questa lunga, lunghissima Campana: è il momento dei risultati. A passare sono stati Tianxu An (Quinto Dan, ci rivediamo!), Kenneth Broberg (yei, un po’ di positività!), Alexander Gadjiev (yei, un italiano in semifinale!), Anna Geniushene (yei, hanno premiato la Romanza!), Andrey Gugnin (uhm, ok), Sara Daneshpour (uhm, ok dai), Konstantin Yemelyanov (yei, c’è Emiliano in semifinale!) Alexandre Kantorow (yei, c’è Kantor in semifinale!), Dohyun Kim (ok, dai), Philipp Kopachevsky (yei, c’è Philippo in semifinale!), Alexey Melnikov (yei, c’è Melny in semifinale!), Arseny Tarasevich-Nikolayev (yei, c’è Arsenio in semifinale!), Mao Fujita (yei, c’è il fanciullino in semifinale!) e Dmitry Shishkin (prevedibile ma anche giusto). Sono un po’ triste per l’assenza di Beisembayev (l’elegante gargoyle), Wu (che mi era piaciuto molto, il primo giorno), Yasynskyyyyyyy e Yashkin (CiuffoBoy), ma con tutti gli altri sono assai concorde. E sì, c’è un grande assente: Malofeev. In barba a tutte le voce che lo volevano già vincitore del Concorso, non ha passato la prima prova. Lo davo per scontato persino io, ma a quanto pare la giuria l’ha ritenuto ancora immaturo: un’ulteriore dimostrazione che niente è certo in un concorso pianistico. Sarà per la prossima, il ragazzo è giovane e ha tutto il tempo per riprendersi e ripresentarsi con altra maturità al prossimo grande concorso di qui a 3-4 anni. E, ne sono certo, con ben altri risultati.

Questo è quanto, dunque: speravo di poter alleggerire le prossime campane dovendo passare a soli sei candidati al giorno, ma me ne hanno piazzato uno in più. Poco male, la seconda prova è quella in cui finalmente si inizia a fare musica sul serio, con il grande repertorio e la libera scelta. Che il Concorso Tchaikovsky 2019 abbia finalmente inizio.