Diario dal Tchaikovsky: E adesso si fa sul serio

10.22, Courtyard Hotel, Mosca

Non me ne vogliano i gentili lettori per il ritardo con cui inizio questa Campana (soprattutto lei, gentile lettrice), ma ammetto che la giornata di ieri ha messo a dura prova la mia per fortuna inestinguibile passione per l’ascolto. Avendo ammesso due concorrenti in più e avendo deciso di iniziare alle 13 e non alle 12, dopo oltre quattro ore di musica (entrati alle 13, usciti alle 17. 45) abbiamo avuto solo un’ora di stacco prima di ricominciare con altre tre ore e passa di musica: giusto il tempo di mangiare, andare in cerca di un terribile gelato russo per la mia appassionante rubrica su Instagram e tornare. Ecco, quell’ora persa mi sa che l’ho dormita stamattina.

Ma con la giornata di ieri andiamo anche nel vivo del Concorso! Superata la fastidiosa prima prova (sul cui programma mi trovo un po’ perplesso), si inizia finalmente con il grande repertorio. Grande anche perché il Tchaikovsky è famoso per le sue richieste di repertorio ampio e maestoso. Incontreremo ben poca musica francese in questa seconda fase, ma non per questo abbiamo perso l’interesse timbrico e la raffinatezza, anzi!

A cominciare è stato il russo Yemelyanov (per gli amici Emiliano) sullo Yamaha, partito male, ma finito molto bene. Partito male perché né la Canzone elegiaca di Tchaikovsky né lo Scherzo dalla Patetica trascritto da Feinberg hanno saputo liberarsi da una certa piattezza. La Canzone era estremamente immobile, con quei ribattuti che non portavano da nessuna parte, ma senza quella poetica contemplazione: mi sono mancate le sognanti atmosfere della Romanza di Anna Geniushene. Proprio bruttino invece lo Scherzo. La mefistofelica trascrizione richiede un controllo maniacale dello strumento, di modo che tutti i concitati elementi del brillante movimento riescano a trovare una loro dimensione timbrica che non faccia rimpiangere (troppo) l’orchestra, ma restituisca quel brivido d’eccitazione che si riversa con dinamismo nell’elemento di marcia. Molto meglio le Variazioni su un tema di Corelli, in cui Emiliano ha sfoggiato un suono saldo, scuro, ruvido ma non pestato, mai brutto, severo ma cantabile. Le Variazioni sono state un concentrato di suoni, timbri, situazioni, contrasti. Certo, al contosto di una discreta episodicità, ma di grande effetto ed efficacia drammaturgica (fantastica la travolgente cavalcata della Diciottesima Variazione!). Meravigliosa infine la Sonata di Barber, in cui il suono naturalmente squadrato e definito del pianista russo ha trovato perfetta collocazione. La splendida Sonata è stata eseguita con lucidità ed intelligenza, sapendo spaziare dalla chiarezza del primo movimento all’agile valzerino del secondo, dal fraseggio scolpito del terzo all’ottima tenuta ritmica della fuga finale: veramente un’eseguzione spettacolare. L’unica cosa che si può criticare è una certa generale rigidità che raramente ha concesso spazio alle morbidezze così tipiche di Barber, che emergono negli angoli anche di questa Sonata a contrastare magnificamente con le sezioni più astrali, e un tono più da Sesta di Prokofiev che da sonata americana. Insomma più Nasa e meno Sputnik.

A seguire il mio non amatissimo Shishkin, il quale ha però staccato sullo Steinway una delle migliori prove che gli abbia sentito. Non tanto per le Tre Mazurche op. 59 iniziali, un po’ smorte, non sempre chiare nel fraseggio e con spirito molto più arenskijano che chopiniano, ma per il Secondo Scherzo, suonado con splendida eleganza e disinvolta agilità. Mi ha dunque emozionato? Nope, l’ho apprezzato. Ho passato molto tempo ad ascoltarlo chiedendomi perché pur essendo tutto così ben fatto io non riuscissi ad empatizzarvi e infine ho compreso perché in quello Scherzo abbia percepito questa distanza: non c’è fluire nella musica di Shish. Il palestrato pianista lampioniforme ha la tendenza a ragionare per compartimenti stagni, interrompendo la consequenzialità tra un episodio e l’altro a favore di una lucida disanima di ciò che succede dentro. Senza però portarlo all’eccesso di un glaciale approccio scientifico (che avrebbe comunque un suo perché). Così bloccato tra decadente eleganza e meccanicità del discorso, il pianista non riesce ad appellarsi né alle mie viscere passionali, né all’esaltazione cerebrale. Riesco tutt’al più ad apprezzarlo. Questo discorso vale totalmente anche per la Seconda Sonata di Rachmaninov, su cui però l’opera di arenskizzazione si è fatta ancora più pesante. Non mi dispiace l’idea di un Rac più elegante e decadente, ma sacrificare l’impulso drammatico per piegare tutto sotto il proprio immobile suono mi pare un po’ eccessivo. Diverso il discorso per gli Studi op. 4 di Prokofiev. Qui l’elemento meccanicistico di Shish è riuscito a realizzarsi in tutta la sua disinvoltura, sebbene bisogna notare che ancora una volta il pianista abbia faticato a staccarsi dal suo suono per ricercare sonorità a tratti più taglianti, a tratti timbricamente più raffinate (questo soprattutto su alcuni elementi del Terzo e del Quarto Studio). Ciononostante devo ammettere che l’eleganza del pianista ha donato una patina decadente assolutamente fantastica sul Secondo. Ciò che invece mi ha finalmente, pienamente emozionato è stata la Canzona Serenata di Metner: cominciata veramente nelle più delicate atmosfere la Canzona ha trovato una cantabilità intima ma sobria, condotta magnificamente fino allo splendido ritorno dell’elemento di Reminescenza. E lì, scattano i brividi.

A seguire è stata la volta di Tianxu An, il mio karateka preferito. L’attacco sui medesimi Studi op. 4 di Prokofiev mi ha chiarito con fermezza quanta diversità di timbri si possano trovare e quanto il lato provocatorio del giovane Prok emerga meglio su un suono più squadrato e tagliente, che potremmo definire un suono polemico (sarà per quello che mi piace tanto?). D’altronde, il nostro Quinto Dan sul suo Yangtze River mancava di quella morbida eleganza che aveva reso così splendido il Secondo Studio di Shish, la cui disinvoltura digitale era una spanna sopra. A seguire le non fantastiche Variazioni su un Preludio di Chopin di Rachmaninov, su cui ho apprezzato la comparsa di una tensione espressiva (dopo un’ora di Shish!), ma di cui non ho apprezzato la realizzazione sia timbrica che drammatica: alcuni punti avevano davvero la forza espressiva di una ciabatta. Insomma, diciamo pure che dopo l’iniziale apprezzamento per i timbri diversi ho iniziato lievemente ad assopirmi insieme alla vecchietta una fila più avanti, rinvenuta apposta per il finale dopo che avevo iniziato seriamente a preoccuparmi. Molto meglio invece le Brahms-Paganini, con il primo libro delle temibili Variazioni. Partito bene con un tema squillante e chiaro, un suono severo ma meno tagliente, un carattere capriccioso assai convincente, tecnicamente davvero buono e al contempo sobrio. E per la prima volta dall’inizio del Concorso, Quinto Dan si è concesso anche dei momenti di tenue poesia.

Quinto Dan 2
La D’Orio fornisce sempre le migliori immagini

A seguire (di nuovo sullo Steinway) il trentaduenne russo Andrey Gugnin, che ha attaccato una Settima di Prokofiev con ottimo piglio, fraseggio e varietà: ogni elemento era ben pensato, ben tenuto nel traseggio anche nei punti più affollati. Ma ciò che mi è piaciuto di più nella sua Settima è stata la coerenza nella frammentazione, che ha reso veramente apprezzabile tutta la scienza polifonica e contrappuntistica di questa Sonata. Ciò che non mi ha convinto moltissimo del pianista è stato il suono, non trascendente né per quantità né per qualità, efficace ma non duttile. Mi è piaciuto però come ha saputo differenziare l’atmosfera con l’inizio del secondo movimento, con intensa emozionalità ma poca forza evocativa e soprattutto tensione. Oh beh, almeno non è un pazzo esagerato, mille volte meglio così. Ottimo e sapientemente preparato l’attacco del terzo tempo, in cui il pianista si è scontrato di nuovo con i propri limiti sonori (si percepiva distintamente il suo desiderio di voler andare oltre un certo livello dinamico senza però riuscire ad emergere). Fantastica però la tenuta ritmica, anche al costo di sporcare: questo ha concesso al pianista di mantenere vivo l’affanno fino all’ultima nota. E poi a chi interessa davvero se ci son due note mancate in un salto, quando c’è un senso musicale? Uscito e rientrato, il pianista ha attaccato non so con quale sovrumana abilità il delicatissimo inizio del Preludio dalla Partita in mi minore di Bach/Rachmaninov. Un Preludio che in realtà non è riuscito a trovare una propria dimensione stilistica ben chiara, rimanendo un po’ insoddisfacente come la giga conclusiva, cui mancava un po’ di freschezza ritmica. Molto meglio la Gavotta centrale, questa sì perfettamente individuata e godibilissima. A concludere la sua prova la Terza Sonata di Chopin, iniziata con perentoria enunciazione, evidentemente ben studiata e digerita, anche se con alcune cose affettate erano un po’ incoerenti con il resto della resa. Bello il secondo tempo, soprattutto nell’ispirata sezione centrale. Assolutamente meraviglioso, invece, il primo tema dal terzo movimento: dopo ormai quattro ore di musica mi son riscoperto fresco come al primo ascolto di fronte alla sublime bellezza di quel canto, così semplice, intenso e al contempo sottovoce, con un’atmosfera da vera pelle d’oca. Peccato non sia riuscito a creare varietà timbrica nei successivi episodi, non replicando il miracolo in quello che è uno dei passaggi più belli mai scritti da Chopin: l’entrata del secondo elemento. Ottime le scale dell’ultimo movimento, ma ammetto un po’ tanto, troppo pesante e sovraccarico, fin dalla perorazione iniziale. Però EHI! non ha rallentato come un pazzo durante le temibili sestine conclusive, bravoh!

Fine della prima sessione-albergo-acqua-zuppa-gelato scrauso-si rientra: è la volta di Gadjiev. Beh, non c’è paragone tra la prima, costipata prova e quella di ieri sera. Pur rimasto sullo Steinway, il suo suono era molto più convincente, pur mantenendo quella tanto agognata duttilità. La sua Dante lisztiana era discutibile, lo ammetto, ma nella discussione io sono decisamente a favore: a prescindere dalle note sporche, l’Inspector Gadjiev ha trovato una quantità di suoni e timbri, perennemente alla ricerca del miglior colore per dipingere le atmosfere più infernali e misteriose o quelle più estatiche e paradisiache. Il suo pianismo è ricco di dettagli, infilati in ogni piega dello spartito finanche a renderlo sovraccarico, ma sempre coerente con una visione. Una visione che nel pianista è spesso intossicante, ma dal grande fascino. Temo che in questo subentri veramente il gusto. Da queste premesse, comunque, potrete comprendere quanto siano stati centrati i brani skrjabiniani: il Feuillet d’album, lo Studio op. 8 n. 8, i Preludi 2, 3 e 4 dall’op. 16, il Poema op. 32 n. 1 e lo Studio op. 42 n. 5. Con suono delicato e al contempo nitido, Gadjiev ha qui restituito alla perfezione quel decadente salotto tardo ottocentesco che Shishkin aveva un po’ inopinatamente affibbato al suo intero programma. Non che all’eleganza sia stata sacrificata l’espressività: il bellissimo fraseggio dell’op. 8 n. 8 o il carattere di intensa sacralità del Preludio op. 16 n. 4 restano a testimoniarlo. Meno riuscito lo Studio op. 42 n. 5, partito molto bene, ma poco definito nei bassi (con i caratteristici salti) e senza quello slancio e quell’apertura appassionata che ne caratterizzano il finale. Ciò che invece non mi aspettavo è la differenza di suono trovata sulla Sesta di Prokofiev. Qui Gadjiev ha saputo trovare una varietà sonora sempre al servizio di un discorso musicalmente teso, con chiarezza polifonica che non posso che definire sbalorditiva, senza che venisse sacrificato il carattere grottesco o la forza espressiva ed evocativa delle varie situazioni. Ancora diverso il suono sul secondo movimento, tra l’altro molto ben realizzato tecnicamente anche se a volte un po’ troppo pesanti gli accordi staccati, e così sul terzo, che non ha trovato nel primo climax quella maestosità espressiva richiesta, ma è riuscito finalmente a raggiungerla nel secondo. Splendido il quarto movimento, dal carattere eccitato e fantasioso, tecnicamente eccelso e soprattutto con chiarezza di fraseggio e duttilità timbrica sempre al servizio dell’esigenza espressiva. Alla fine, col suono la regola è sempre quella: non conta quanto ce l’hai grande, ma come lo usi. (E ancora non mi hanno chiamato a Colorado, com’è possibile?)

Glissiamo e andiamo avanti: Alexey Melnikov, sempre sullo Steinway. E signori, io una Sonata di Liszt come quella staccata dal nostro Melny ancora la devo sentire in concerto, figuriamoci in concorso. Sublime è l’unico modo per descriverla: morbida nel suono ma con carattere, tecnicamente smagliante, con dei respiri musicali bellissimi, così preziosi in un concorso in cui tutto sospendono un po’ il fiato fino alla fine!, ma anche con una profondità di sguardo data nella ricerca sempre del carattere migliore senza mai perdere di coerenza e coesione. Vi giuro, potessi riportare indietro il tempo riascolterei da capo tutta la Sonata solo per poter piangere in quei cantabili così dolci e semplici o per potermi esaltare nelle parti più concitate e maestose. Siamo ben lontani dalle mefitiche atmosfere gadjieviane, ma che bellezza! Ciò che invece mi ha convinto di meno è stato il resto della prova: il suo Skrjabin (una selezione di sette Preludi dall’op. 11) ha mancato di quella definizione e di quella tavolozza timbrica cui Gadjiev ci aveva abituato prima, presentando uno Skrjabin in realtà nettamente romantico, dal tono appassionato, un po’ confuso e molto omogeneo come suono. Tono che si sposava molto meglio con l’Etude-Tabelau op. 33 n. 3 di Rachmaninov, che ha purtroppo tenuto sempre lo stesso attacco del tasto di Liszt e Skrjabin, ma che ha goduto di alcuni fantastici effetti ondeggianti. A concludere la prova gli Studi op. 2 di Prokofiev (is this the new Campanella?), che hanno fondamentalmente confermato questa impressione. Confrontati con le due esecuzioni precedenti, gli Studi di Melny mancavano del prodigioso meccanismo shishano o dei taglienti colpi di karate di Quinto Dan, non riuscendo il senza dubbio bellissimo ma inamovibile suono di Melnikov a trovare la sfumatura adatta a questi studi. Molto bello però il collegamento tra Terzo e Quarto Studio, esaltante nella sua forza drammatica. Comunque quella Sonata di Liszt era ‘na robba incredibile, non potete capire.

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Ciao mamma, scrivo di musica classica con i meme

 

A terminare la lunga ed intensa giornata è stato Philipp Kopachevsky, sullo Yamaha. Il ventinovenne russo è stato l’unico che mi è piaciuto di meno in seconda prova, rispetto alla prima. Forse perché il suo Carnaval di Schumann (geniale, chi lo suona più il Carnaval, è passato di moda quindici anni fa) sembrava più Quadri da un’esposizione di Mussorgskij, con quella palette timbrica ampia e variegata che avevamo potuto apprezzare nel Liszt/Paganini, ma che qui appariva un po’ fuori posto. Sull’altare della sperimentazione sonora sono stati immolati quel senso dello schumanesco che pure nelle prime battute sembrava presente, ma ho apprezzato la sua disinvoltura nel prendersi libertà di tempo, apparentemente immune alla tensione da Concorso Tchaikovsky. Ma nonostante le indubbie abilità del nostro Philippo non son convinto di questo Schumann, così vario, ma anche poco spontaneo, poco ingenuo e facilmente sovraccarico negli slanci più appassionati. Forse era anche quel suono sempre così pieno e brillante a non restituirmi quella sonorità tedesca che tanto è bella in questo brano. Però è un po’ come con Shishkin: non gli si può certo dire che abbia suonato male, al massimo che non si è d’accordo e dunque subentra anche qui una questione di puro gusto. La Canzona serenata di Metner invece l’ho trovata oggettivamente superficiale, manchevole delle atmosfere languide e sognanti di Shish, senza quel senso di nostalgia. Niente brividi all’elemento-reminescenza. Un po’ meglio Vers la flamme di Skrjabin, soprattutto nell’accendesi del movimento che porta a combustione l’intero brano, ma un’atmosfera immobile più algida e soffocante avrebbe favorito di molto il contrasto con l’accensione della prima fiamma e al culmine della deflagrazione mancava la forza evocativa di cui questo brano è colmo, soprattutto nell’assenza di nitidezza negli accordi ribattuti nel registro alto dello strumento: qui Skrjabin si appella veramente a sonorità aliene. Sulla conclusiva trascrizione di Ginzburg dalla Prima Suite del Peer Gynt di Grieg non ho molto da dire: meh. Già la trascrizione stessa non mi ha convinto, ma l’esecuzione di Philippo è stata insoddisfacente nell’evocare i timbri orchestrali fin dall’elegiaco Mattino, o il lugubre e maestoso carattere della Morte di Ase, o la sensualità rigonfia della Danza di Anitra. Per finire con un Nell’antro del Re della Montagna partito bene nel carattere grottesco, ma a fin di prova un po’ buttato in caciara senza raggiungere la frenetica esaltazione. Ma non tutto è colpa di Philippo, è proprio la trascizione che non è baciata dal dio del pianismo. Che la trascrizione se la sia scelta lui, quindi sia comunque sua responsabilità, beh, lo taceremo per eleganza.

Così dunque si è conclusa la serata di una delle giornate più impegnative. Miei preferiti dei sette di oggi direi Emiliano, Gadjiev e Melny, con particolare distinzione per Gugnin e Shish. Ma tutto è ancora da decidere e tra mezz’ora qua si ricomincia con altre quattro, vorticose ore di musica: buon ascolto a tutti!

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