Diario dal Tchaikovsky: il Risveglio

Ore 9.18, The Courtyard Hotel, Mosca.

Mentre scopro il piacere di far colazione con salmone affumicato e musica vagamente trash vagamente Signore degli Anelli come sottofondo, riprendo in mano la Campana dello Zio Tom non senza emozione.

Sono passati due anni dal Diario dal Busoni e per due anni ho coltivato il sogno di girare per i più importanti concorsi pianistici del mondo come giornalista, tenendo i miei diari quotidiani e studiando la prossima generazione di grandi pianisti mentre muove i suoi primi passi nelle più grandi arene del globo. Due anni dopo, il Concorso Tchaikovsky mi ha invitato. Ancora non ci posso credere davvero.

Ma l’inaugurazione di lunedì deve fugare ogni dubbio: sono veramente qui, ero veramente in platea mentre Gergiev, Trifonov e ARIUNBAAR GANBATAAR (scusatemi, è un nome che si può scrivere solo in caps lock) aprivano il sedicesimo Concorso Tchaikovsky, a sessantuno anni dalla prima edizione. Del concerto non parlerò, ma non posso nascondere che l’emozione di esserci, di vedere con i miei occhi ciò che succedeva, di sentire il suono dell’Orchestra del Marinskij sul palco della Sala Grande del Conservatorio Tchaikovsky è roba da far tremare i polsi.

Ma viah, so benissimo perché qualcuno potrebbe decidere di leggersi una mia pagina di blog, andiamo al punto: la prima giornata di prove. Ieri, martedì, si è tenuta la prima turnata di concorrenti di questo Tchaikovsky. Si sono esibiti, in ordine, Ming Xie, Yuchong Wu, Ke Yi Yang, Konstantin Yemelyanov, Dmitri Shishkin, Tianxu An, Arseny Mun e Artem Yasynskyy. Preparatevi perché la gente è tanta e ha suonato tanto. Sarà una lunga Campana.

Partiamo col dire che, come si può aspettare da un concorso simile, il livello è stato veramente altissimo e il pubblico moscovita affollava entusiasta la Sala Grande applaudendo con generosità ogni concorrente in una vera festa della musica, come l’ha descritta una Ingrid Fliter incontrata per caso in platea: davvero uno spettacolo per gli occhi (la platea, non la Fliter. Cioè, anche la Fliter, ma qui mi sto riferendo alla platea).

Il cinese Xie, primo della giornata e apparentemente appena uscito dal suo ultimo shooting per Armani (almeno a guardare la sua foto sul libretto), ha fatto una buona prova, ben assolvendo all’ingrato compito di aprire le danze per tutti. Il suo approccio è caratterizzato da una grande leggerezza e una frizzante brillantezza che hanno reso l’op. 31 n. 3 di Beethoven una sonata veramente classica, tutta brio e giocosità. Bene anche il Preludio e Fuga, ben condotto e concluso anche se non sempre controllato il fraseggio, e non male Natha-Valse e Impromptu di Tchaikovsky, sebbene un suono diverso e un’eleganza più salotto e meno saloon sarebbe stata apprezzata. Ciò su cui il pianista ha però davvero brillato è stato lo Studio op. 25 n. 6 di Chopin, le temibili terze, che il pianista cinese ha affrontato con abilità che non esito a definire surreale: così agili e leggere erano le sue terze da dare l’impressione di un glissando. Probabilmente per la tensione, però, il pianista venticinquenne si è mangiato via molta della sua prova correndo come un pazzo. Questo è successo su Beethoven (con dei forsennati “attacca” tra tutti i tempi che non hanno premiato), su un confuso op. 39 n. 1 di Rachmaninov e su una Campanella piuttosto buttata. Sempre bello però il suono, con buona sintonia tra il pianista e il suo Fazioli.

Il secondo cinese del giorno è stato Yuchong Wu e, lo dico subito, la sua è stata la prova che più mi è piaciuta di tutta la giornata. E per una semplice ragione, disse Tommasi addentando il suo secondo muffin (voi non potete capire quanto sia buona la colazione qui, sto mangiando senza fermarmi da un’ora), il ventitreenne cinese è riuscito a trovare nel suo Yangtze River un suono diverso per ogni singolo compositore del programma. Il suo Preludio e Fuga (il Si minore dal secondo volume) ha goduto di un suono meno lucido e chiaro rispetto a Ming Xie, ma con molta più varietà timbrica ed espressiva. Con un suono più scuro e ruvido potrete ben immaginare come Beethoven abbia trovato la sua dimensione ideale. Wu ha suonato sempre la Sonata op. 31 n. 3, ma non sembrava nemmeno lo stesso brano, tanto coerente ed efficace era la sua interpretazione: ricca di dettagli, a tratti severa a tratti bonaria e scherzosa, mai esagerata, mai affrettata. Nel tenere il tempo con concentrazione il pianista ne ha di fatto esaltato l’elemento ritmico. Meno riuscito il cantabile del terzo tempo, con un legato un po’ goffo e non ben sostenuto dall’accompagnamento. Splendida La Leggierezza di Liszt, con suono diverso, espansivo ma non eccessivo, espressivo ma mai svenevole, tecnicamente elegantissimo. Bene anche l’op. 25 n. 6 di Chopin (ci saranno diversi doppioni in questa giornata), anche se le terze di Xie erano veramente insuperabili, ancora diverso il suono dell’op. 39 n. 9 di Rachmaninov, con buona presa del tasto e gran piglio, ottima la Polka di Tchaikovsky e meravigliosa l’atmosfera in cui ha immerso il Tema dal Tema e variazioni op. 19 n. 6.

Il successivo concorrente Ke Yang Yi, anche soprannominato “poliestere” dagli spettatori italiani a causa della improbabile camicia e della prevedibile sudata, ha staccato un’altra prova di buon livello, partendo da un Bach fresco e ben condotto, con vivacità e belle idee di registrazione. La 101 di Beethoven, scelta sempre coraggiosa ad un concorso, è stata realizzata con grazia e incredibile morbidezza, ma devo essere sincero che molto spesso un maggiore appoggio, una maggiore definizione mi sarebbero serviti, soprattutto nel secondo movimento. Tutto nel pianismo di Yang Yi è apollineo, paradisiaco, leggero, elegante, con splendido controllo timbrico e dinamico, ma sacrificando un po’ i contrasti e la profondità di sguardo che anima, per esempio, il terzo movimento. Stesso discorso per Notturno op. 10 n. 1 e Dumka di Tchaik, in cui sarebbe servito un altro suono e soprattutto un altro bilanciamento dei bassi del suo Yamaha. Sull’op. 10 n. 7 di Chopin il pianista ha trovato una dimensione più consona al suo suono, ma la fretta ha reso poco chiaro lo studio. Solo con l’op. 39 n. 3 di Rachmaninov e il decimo Trascendentale di Liszt l’angelico poliestere è riuscito a calarsi nel regno dei mortali e regalarci alcuni climax di solida e intensa musicalità.

A seguire il pianista ventenne, è stato il russo Konstantiv Yemelyanov, accolto fin dalla sua entrata da una trionfale ovazione (non a caso, a Mosca costui ci studia). Yemelyanov ha suonato sullo stesso pianoforte di Yang Yi, ma ha dimostrato quanta varietà sonora si possa tirar fuori da quello Yamaha. Il suo Bach (Do diesis minore dal secondo volume) è partito con carattere ponderoso e ottima polifonia, per poi passare ad una fuga energica ma severa, un po’ improvvisa solo nel finale. Bene Haydn, con splendido suono, tono sobrio e al contempo vivace, splendidi ribattuti e gran cura delle sonorità. Non avrebbe guastato, tuttavia, un po’ più di varietà e giocosità, soprattutto nel dialogo tra le due mani e nel passaggio da un movimento all’altro. Ma dove il pianista ha veramente dato il meglio è stato sulla combo Tchaik-Chop-Rac-Liszt. Ancora un po’ spento nella Romanza op. 5, il pianista ha tirato fuori una vivacità timbrica e di carattere che dalla Danza caratteristica op. 72 al Notturno op. 19 n. 2 ha portato fino ad uno dei più incredibili Studi op. 10 n. 2 che io abbia sentito (e il pubblico ha risposto con un’ovazione alla delicatezza dei fraseggi della sua mano sinistra), un incredibile op. 39 n. 6 di Rachmaninov (con quale affanno e tensione, superbo!) e soprattutto una Campanella di Liszt (e due) ricca di nuances, chiara ed elegante.

Primo della sera invece è stato Dmitry Shishkin. Celebre ai più per le sue partecipazioni a molti concorsi internazionali (fra cui lo stesso Tchaikovsky di quattro anni fa), il nostro Shish ci ha dato un notevole saggio delle sue qualità pianistiche, ossia nobilità, eleganza, un suono limpido e luminoso. Se poi vi aggiungiamo la figura alta e slanciata non possiamo che paragonare il pianista ad un lampione econ il suo corrispettivo lucente, Shish condivide ahimè anche l’espressività. È pur vero che il suo Bach (Sol maggiore, primo libro) è stato staccato con tempi rapidi e perfettamente tenuti, ma fin dalla Fuga si è percepito quello che è a mio avviso il più grande problema del pianista: ogni tanto macina note senza veramente pensare a ciò che sta facendo. La cosa è diventata più che lampante (pun intended) sulla Waldstein, in cui le agili volate e le contorte scalette ogni tanto perdevano qualsiasi intento espressivo, qualsiasi direzionalità, per diventare veramente solo note eseguite molto velocemente con abbastanza definizione ma comunque in modo confuso, perché non si capisce dove vogliano andare a parare. In Beethoven a mancarmi nel limpido pianista (Mastrolindo lo si era soprannominato al Busoni di diversi anni fa) è stato proprio il senso, una ricerca di espressività, che può pure essere sacrale, o misteriosa, o essenziale, ma che vi sia insomma. Sullo Scherzo à la Russe di Tchaik il discorso è affine, Shish cambia attacco del tasto, ma il suo suono non ottiene più profondità e non v’è traccia né di slancio appassionato e danzante né di quell’atmosfera da coro russo che caratterizza la parte centrale.

Meglio l’op. 10 n. 4 di Chopin, impressionante per controllo e definizione, meno bene Rachmaninov (un op. 39 n. 8 senza quasi nessuna concessione all’agogica) ma fantastica La Campanella (e tre), che del luminoso suono del nostro Shish ha fatto un punto di forza, insieme alla impressionante resa digitale e a una più nitida chiarezza di fraseggio. Ma per interesse timbrico, raffinatezza e fraseggio, devo ammetterlo: meglio Yemelyanov. Comunque il pubblico è andato in delirio, quindi chissà.

Il candidato successivo, Tianxu An, è stato quello che ha ahimè più sofferto la tensione da Concorso Tchaikovsky. Il ventenne cinese ha attaccato il suo Bach con suono teso e rigido, migliorando nella fuga in chiarezza della polifonia e dell’impulso ritmico, ma andando via via irrigidendosi sull’op. 10 n. 10 di Chopin e sull’op. 39 n. 6 di Rac (con delle sferzate ai bassi da vero karateka che gli son valse il soprannome di Quinto Dan [Dan sta per Dannazione, afferma Antonella D’Orio]). Simile il discorso sullo Scherzo Fantasia op. 72 n. 1′ di Tchaik, di cui devo essere sincero non ho capito molto, e meglio l’Appassionata, per quanto esagerato e manieristico su alcuni dettagli di fraseggio e sempre ahimè piuttosto rigido. Peccato perché il pianista ha suono e ogni tanto riesce a rendere davvero incandescente il suo Yangtze River. A chiudere il programma una Wilde Jagd lisztiana affrontata con la placida furia di una tempesta silenziosa. Così vuole la via del karateka.

Foto by D’Orio

Dopo il nostro Quinto Dan è stata la volta di Arseny Mun, altro russo accolto con grande fragore dal pubblico, che ha iniziato con un ottimo Bach, superato qualche nervosismo iniziale sul Preludio (oh ma iniziano tutti con Bach? Son pazzi?), dal suono definito e i bei cambi di registro, subinatei ma non eccessivi. Eccessiva era invece la successiva Appassionata (e due), ricca di spunti e slanci appassionati, ma veramente letta con il gusto tardo romantico di un Rachmaninov. Ho apprezzato alcuni pedali, più nettamente beethoveniani rispetto a quelli di Shish, così come alcune intemperanze che nascevano da un’idea espressiva di un ventenne appassionato, ma ogni tanto la mole di suono e il suono schiacciato rendevano veramente pesante la già di per sé complessa Sonata. Non male la coda della Sonata, indubbiamente un Beethoven/Rachmaninov di trascinante energia drammatica. Bello anche lo studio op. 10 n. 1 di Chopin/Rachmaninov, anch’esso eseguito con spolvero tecnico alla destra (ma in realtà comprendosi alcuni passaggi furbescamente con una sinistra da vero carro armato). Sorprendente poi come arrivato su Rachmaninov abbia improvvisamente tirato il freno a mano del suo panzer, mancando di chiarezza fino alla ripresa dell’op. 39 n. 3, questa sì perfettamente raggiunta e condotta alla fine. Sulla Campanella di Liszt (e tre) il discorso è fondamentalmente lo stesso: bel carattere ma spesso eccessivo negli effetti, non al livello dell’elfica Campanella di Yemelyanov e di quella shintillante di Shish. Dove il giovane russo ha dato il meglio, però, è stata la Dumka, affrontata con vera ricchezza di timbri e comprensione del valore epico, nostalgico e improvvisamente lanciato ed appassionato, sapendo trarre sempre il giusto suono dal suo Yamaha.

Ha chiuso la prima giornata di prove Artem Yasynskyyy, che ci ha regalato forse il miglior Bach di tutta la giornata. Partito con un suono un po’ stridulo, forse per il nervosismo, il pianista ucraino si è ben presto ripreso, riuscendo a non essere eccessivo sul ritmo puntato del suo Sol minore (secondo volume), con sobrietà ma senza fermare troppo il discorso. Ottima la fuga, con cura timbrica spettacolare nei controsoggetti e nei divertimenti, mantenendo sempre limpida la polifonia e nitido ma non brillante il suono del suo Steinway e chiudendo con i giusti tempi musicali. Molto bene Beethoven (indovinate: l’Appassionata!), con morigerati ma ben condotti scarti timbrici, carattere appassionato mai eccessivo, tenicamente disinvolto e ricco di dettagli musicali, anche se a volte non costante nel seguirli (ad esempio in alcuni accenti e sforzati). Buono il II tempo, nonostante il tema partito aggressivo, e soprattutto buono l’ultimo movimento, con un ritmo chiaro e ben tenuto che ha esaltato il carattere da moto perpetuo di questo finale. Ottima la coda, finalmente non corsa a perdifiato ma tenuta sempre sotto controllo (a volte anche troppo, ma l’ha portata a compimento splendidamente). Bene anche Tchaikovsky, anche se rimpiangevo il suono di Wu, con ottimi timbri e splendida pedalizzazione. Ottimo l’op. 10 n. 1 di Chopin, ben altra cosa per chiarezza della destra e fraseggio della sinistra rispetto a quello di Mun, fino ad arrivare all’op. 39 n. 6 di Rac con finalemnte un altro suono e interessanti idee drammatiche e timbriche, anche se il trascinante affanno di Yemelyanov non l’ho più risentito. A concludere con un po’ di stanchezza ma tenendo ben botta, un Paganini/Liszt che, incredibile ma vero, NON era la Campanella bensì il Sesto in la minore, affrontato con chiarezza e piglio davvero violinistico.

Ecco! Questo è quanto per la mia prima, lunghissima Campana! Forse ora è tempo di chiuderla perché mi son tirato così tardi da starla finendo niente meno che in Sala Grande del Tchaikovsky stesso. Forse è il caso di sentirmi Gugnin che ci spara!