Non è straordinario come l’Adagietto della Quinta di Mahler riesca a farci percepire con sconvolgente portata emotiva lo sguardo del compositore?
La contemplazione, lo scorrere di immagini che si sovrappone al pensiero, uno stato d’animo, forse anche una condizione esistenziale. In quegli undici minuti di musica si concentra un uomo e dunque un mondo, in quelle note scritte con infinita perizia ed abilità si manifesta con lancinante precisione la strumentalità della tecnica all’espressione musicale.

Non so se sia l’ennesimo ritorno in treno da Roma, sull’ennesimo intercity che per oltre cinque ore mi tiene seduto ad ascoltare e contemplare il paesaggio tutte le volte che alzo lo sguardo dal portatile, però questo effetto di contemplazione mi sembra così appropriato per il nostro Gustav. Come nell’Andante moderato della Sesta, così vicina eppure cosi lontana alla sua precedente sorella. Scorrono le campagne laziale, toscana, emiliana ed infine veneta, man mano che il grigio cielo si scurisce e cala il Sole su questa giornata invernale. Tutto passa per i ridotti confini del finestrino di un treno.
Ben diversi erano i panorami di Mahler, eppure quanta identità si percepisce nell’atto della contemplazione paesaggistica? Non parlo di pittura sonora, ma di punto d’osservazione. E condizione, forse quella condizione esistenziale cui accennavo prima. Con questa mia goffa immedesimazione, non nell’autore ma nel suo atteggiamento, mi sono percepito infinitamente più vecchio. Alla mia ancora breve vita si è sommata quella di un uomo più vecchio, che a sua volta doveva averne vissute di vite, doveva averne passati di momenti intensi. Intensamente esaltati, intensamente gioiosi, intesamente furenti, intensamente malinconici.

Nessun autore, nemmeno il mio amatissimo Brahms, è capace di far sprofondare su di me il carico di un vissuto con questa efficacia. Tecnica strumentale raffinatissima che si esprime in un contenuto emotivo debordante, esagerato, instabile e che proprio per via di queste sue caratteristiche necessita di adagiarsi sulle spalle della coscienza di colui che ascolta. Come negli incredibili climax dell’Adagietto, come nel tema sperduto dell’oboe dell’Andante moderato.
Scarti umorali, contemplazione estatica, ma sporcata dal turbinio dei pensieri, fatica titanica, non solo per lo sforzo dell’agire, ma per il senso di ineluttabile sconfitta che ogni gesto sembra portarsi dietro: l’abbraccio di Mahler, forse ultimo dei grandi Wanderer romantici, è il più fido compagno per i lunghi viaggi solitari e melanconicamente pensierosi.

