Diario dal Busoni: Dal pedale alla brace

Con la prova di ieri sera ricomincia, dopo un giorno di pausa, questo diario busoniano. La posizione da cui ho osservato e osserverò le Finali di musica da camera è una posizione privilegiata e scomoda al contempo: quella del voltapagine. L’unica a cui non dovrò voltare sarà Anna Geniushene, che potrò godermi dalla platea, ma per tutti gli altri sarò sul palco a fare esercizi ginnici (voltar pagine sul Quintetto di Dvorak consuma più calorie di quaranta minuti di corsa). Ciò che ho potuto appurare grazie a questa particolare esperienza, è come cambi la prospettiva, come molte percezioni sonore sul palco poi siano diverse nel pubblico e verso la fine della serata avevo ormai imparato a riconoscere le corrispondenze palco-sala (pur dovendomi concentrare sul non perdere una nota delle parti).

Ho così potuto osservare da vicino e riflettere con cura anche in seguito sull’aspetto cameristico dei tre pianisti esibitisi (Dmytro Choni, Xingyu Lu e EunSeong Kim) confrontandomi anche con chi in sala ascoltava [fra cui l’intrepida Sofia che ha preso appunti da fuori per confrontarli con le mie impressioni]. Passiamo dunque alle prove.

Il biondo Dmytro ha suonato il Quintetto di Schumann, forse il quintetto più difficile per l’insieme, riuscendo con un discreto successo ad arrivare alla fine. Dei tre della serata è stato quello che più rivolgeva la sua attenzione agli altri, che più ascoltava e che più è stato incollato al Quartetto di Cremona (e anche, che più ha permesso al Quartetto di rimanere incollato a lui). Tuttavia è stato colpito da un attacco di pedalite acuta, la stessa che ha smussato tutti gli angoli della Sesta di Prokofiev, che nell’ambiente cameristico ha creato dei concreti problemi di limpidezza di tessitura [“Questo a pedalate arriva a Vienna” ha scritto Sofia]. Questo probabilmente era la difficoltà, così spesso sottovalutata, della Finale cameristica: sapersi reinventare come cameristi. E difatti saper abbandonare il pedale abbondante, saper uscire dal proprio mondo e creare musica, saper creare entusiasmo ed energia con un quartetto d’archi, magari anche avendo quell’intuito musicale o lo sguardo esperto che permettono di capire come meglio relazionarsi a quattro strumentisti ad arco. Lo Schumann di Choni non aveva sicuramente falle, era ben studiato e ben eseguito, ma ha peccato proprio nella ricerca di questo aspetto, oltre che ad una cautela veramente eccessiva che sull’altare della prudenza ha sacrificato lo slancio e l’intensità, indebolendo fortemente la resa. Dei tre, dal palco, è stato comunque quello che più mi ha colpito, anche per la lettura attenta della parte.

Migliore come limpidezza l’esecuzione del Quintetto di Dvorak ad opera del nostro cinese fungiforme preferito. Xingyu è partito molto bene, con più moderazione nel pedale e un suono meno pastoso che permetteva meglio agli archi di emergere nelle loro caratteristiche, ma temo abbia scelto il Quintetto sbagliato. Non parlo delle sbavature tecniche o delle note sporche, purtroppo presenti e destabilizzanti, ma del fatto che il pianista cinese non fa dell’abilità timbrica il proprio cavallo di battaglia: potete immaginare la difficoltà con cui è rimasto in sella sui rapidi scarti e gli energici sbuffi di quel cavallo pazzo che è il Quintetto di Dvorak. I momenti di pura magia e suggestione, quelli dal carattere capriccioso e appassionato, quelli intensamente lirici e quelli spavaldamente danzanti sono stati interpretati con suono fin troppo omogeneo o passando dalla monotonia all’aggressività. Più chiuso nel suo mondo rispetto a Dmytro, Xingyu ha dato anche molta meno attenzione al quartetto, non riuscendo soprattutto a creare un dialogo di colori con i diversi colpi d’arco.

Il Quintetto di Brahms del nostro caro Dio Pesshhto ha riconfermato la maestria tecnica del ventenne sudcoreano con le mani d’acciaio, ma anche la scarsa plasmabilità del suo brillante e imponente suono, questa volta per fortuna non peshtato. Con questa difficoltà a scendere dal podio del solista, EunSeong ha dato filo da torcere al Quartetto di Cremona che, arrivato al terzo quintetto di fila, ha dovuto sforzare notevolmente il proprio suono per poter emergere rispetto al roboante pianista. Nonostante non ci siano stati gravi problemi di insieme, quest’indifferenza sonora di EunSeong ha impedito al Quintetto di emergere nel suo essere, in primo luogo, un fare musica insieme, non un concerto per pianoforte e orchestra d’archi. Impressionante, comunque, la cura del pianista nello studio della sua parte (solo uno il dubbio e ben seguiti i fraseggi e tutte le annotazioni presenti sulla sua parte), che però ha peccato di superficialità nell’approccio col quartetto. La dimostrazione che in una prova cameristica sono diverse le richieste, ma è sempre e comunque uno solo l’obiettivo: fare musica. La narcisistica tendenza del solista, che lo porta a volte a sovrapporsi all’autore di cui esegue la musica, è tollerabile nel monologo, ma non nel dialogo.

Ma bisogna anche fare attenzione al peso che la tensione ha per tutti questi pianisti. La vera difficoltà della prova cameristica, infatti, è il riuscire ad uscire dal proprio esclusivo e concentrato mondo per ascoltare veramente gli altri, una sfida incredibile se consideriamo quanto debbano questi musicisti sopravvivere alla tensione da concorso e da diretta streaming. Posso dirvi nei dettagli quante volte le mani di Choni, di Lu e persino dell’inossidabile Kim abbiano tremato, l’istante prima di suonare accordo o appena appoggiata un’ottava, posso contare le volte in cui alcuni gesti nervosi e incontrollati hanno fatto loro sbattere le mani contro il coperchio della tastiera, posso confermare la tensione che provano fin da quando si avvicinano al retro palco e cercano con fatica di confrontarsi con il loro voltapagine per chiarire i punti difficili, quando magari vorrebbero solo isolarsi nella ricerca di una solidità interiore. Non stupisce dunque che i pianisti abbiano scelto di avvolgersi nel mantello del pedale per trovare quell’atmosfera di sicurezza così importante! Sull’aspetto voltapagine lo scettro del più previdente va a Xingyu, l’unico ad aver preparato la parte per facilitarne una voltata, non sapendo chi sarebbe stato il malcapitato voltatore degli infiniti ritornelli e rapide voltate del Quintetto di Dvorak.

Non resto ora che vedere se gli altri tre pianisti del concorso sapranno affrontare con maggior successivo l’impegnativa sfida rappresentata da queste Finali cameristiche!

Diario dal Busoni: La rivincita di Dio Pessshhhto

Si sono concluse le Finali solistiche, ma prima di andare ai risultati, condivido qui i miei personali commenti ai candidati esibitisi.

La prova di ieri ha visto esibirsi EunSeong Kim, Leonora Armellini, Xingyu Lu, JaeYeon Won, Ivan Krpan e Julius Asal.

Come il caro lettore potrà intuire dal titolo vagamente epico, la prova di EunSeong Kim, amorevolmente soprannominato “Dio Pessshhhto” in onore dell’irruente Semifinale solistica, è stata veramente ottima. Sarà stato meno nervoso, sarà stato più in confidenza con la sala e con il pianoforte, sarà che qualuno gli avrà detto di moderare il suono, ma non sembrava nemmeno lo stesso pianista. Il giovane coreano ha saputo sfoggiare la sua indubbia abilità tecnica in un’ottima Toccata Newen di Benzecry, un ben realizzato ed interessante Preludio e Fuga BWV 552 di Bach/Busoni, forse un po’ troppo pedalizzato nella fuga, un’ottima ed estroversa Sonata n. 5 di Skrjabin, su cui ha realizzato alcuni prodigi di tecnica ma anche di interesse musicale, e infine una 111 di Beethoven che ha mostrato una maturità espressiva assolutamente al di sopra di ogni aspettativa, con grande presenza scenica e gesti di “maschia virilità” [cit. da Il Pianoforte di Casella]. Chapeau, Dio Peshto, sono ben felice di ricredermi!

La prova di Leonora Armellini è stata, con tutta l’onestà concessami, una delle migliori prove di Busoni cui abbia assistito nella mia breve ma intensa frequentazione del mio Concorso cittadino. La pianista padovana ha eseguito una Fantasia cromatica e Fuga di Bach/Busoni convincente fin dalle prime note, con suono personale, enorme senso musicale e drammatico e una Fuga realizzata con cura timbrica impressionante. Ha poi proseguito con la 101 di Beethoven, eseguita, soprattutto nel primo movimento, con un carattere un po’ romantico e lirico, che ha svelato momenti di grande poeticità. Tecnicamente praticamente perfetta, anche qui il fugato del quarto movimento è stato un culmine di maestria allo strumento. La Toccata Newen di Benzecry è stata interpretata con meno presenza tecnica e possanza di suono rispetto a quella di EunSeong, ma con più spazio e maggiore ricerca timbrica, rendendola, di fatto, meno muscoli e più raffinatezza. La Sonata n. 2 di Prokofiev ha concluso con energia la prova dimostrando ciò che più mi ha entusiasmato di questa prova: il dimenticare di essere ad un concorso, ascoltare una prova come se fosse un concerto e godermela appieno.

È stato poi il turno di Xingyu Lu, che c’ha offerto uno splendido Le Carillon d’Orléans di Hersant, come brano contemporaneo, proseguendo poi con il Preludio, Fuga e Allegro BWV 998 di Bach/Busoni. Il trittico è stato eseguito bene, ma con una certa impassibilità, un suono un po’ di plastica e una differenziazione delle voci che riguardava solo la dinamica e mai la timbrica [Sofia disse: questo coi timbri ci fa i francobolli]. Anche il corale Wachtet auf, ruft uns die Stimme ha confermato questa impressione, aggiungendo però una buona capacità di creare atmosfera. La 110 di Beethoven è stata eseguita con un bel carattere morbido e chiaro, con buona capacità di cambiare carattere e resa tecnica, ma ancora la stessa impermeabilità di suono e timbro che gli ha reso dura la vita durante la Fuga, nel quale le entrate ben marcate dei soggetti facevano perdere consapevolezza delle altre voci. Dopo una prova di buon livello, ci son rimasto quasi un po’ male a vedere un Petrouchka non all’altezza del resto. Certo, non mancavano anche qui dei momenti molto belli, soprattutto nel secondo movimento, ma il trittico stravinskijano è stato tecnicamente non sempre preciso, timbricamente assai povero e dal fraseggio ogni tanto un po’ incerto. Peccato!

Nel pomeriggio ha continuato poi il coreano JaeYeon Won, che, eccetto per un vuotino prima del finale, ha iniziato la sua prova con un’ottima Sonata HOB XVI:48 di Haydn. Molto meno riuscite le Variazioni su un proprio tema op. 21 n. 1 di Brahms, brano che è stato colpito da numerosi dubbi, vari problemi tecnici, un fraseggio assai poco chiaro e una resa molto debole. È stato bravo il pianista a non farsi demoralizzare e a proseguire con Just as the sun is always di Mason, brano nel quale (come per tutti i contemporanei pomeridiani) mi son trovato a girar le pagine. Con tanto di scherzetto sulla disposizione delle parti. (“Credevi che partissi con tre pagine aperte e invece no!”) Dopo una ottima Aria variata alla maniera italiana BWV 989 di Bach/Busoni, dal carattere secondo me ben centrato e dal bellissimo suono, Won ha eseguito una Sonata n. 7 di Prokofiev che è riuscita nel duro compito di essere interessante. Non sempre precisa, non sempre marcata ritmicamente, ma estremamente personale, segno di una maturazione del brano che fin dalle prime note un po’ più moderate di tempo ha mostrato equilibri sonori e giochi timbrici che rendevano nuova ogni battuta.

È stato poi il turno dell’indubbio talento di Ivan Krpan, che però ha mostrato delle incertezze anche musicali già dal corale Ich ruf zu Dir di Bach/Busoni, concluso in maniera un po’ buttata. Meglio la Sonata n. 11 op. 22 di Beethoven, su cui ha trovato un carattere splendidamente beethoveniano riuscendo ad affrontare con successo tecnico e musicale la sonata, nonostante il suono tendesse a tratti ad irrigidirsi. Ciò che lo ostacolava, sia in Bach/Busoni che in Beethoven, era una certa pesantezza e carenza di controllo della mano sinistra, un po’ caciarona e granitica lì sotto [la mano de La Cosa, l’ha definita Sofia, che ormai mi fornisce suggestive immagini durante tutto il concorso]. Dopo un ben realizzato e squadrato Dramatis Personae di Lenot di cui, confermo, è riuscito a fare quasi tutte le note (not bad), è stato il turno della Sonata n. 2 di Chopin, brano su cui non ho concordato sul carattere pesantissimo e aggressivo, che sarebbe stato a suo agio più in una Sonata di Rachmaninov. La sonata è stata anche colpita da un vuoto molto pesante nel primo movimento, che era caratterizzato da un’instabilità agogica un po’ eccessiva. Questa caratteristica sonora è stata confermata anche da secondo e terzo tempo, mostrando nel celebre crescendo della Marcia Funebre la difficoltà del volitivo croato di dare ampiezza al suo suono, come aveva saputo fare invece EunSeong. Anche il Finale è apparso poco compreso e pesante, facendo rimpiangere quello di Andreatta in Semifinale: un gran peccato dopo un Beethoven ed un Lenot così ottimi e interessanti!

La prova di Asal è stata un piccolo colpo al cuore: il pianista tedesco mi aveva colpito tantissimo in Semifinale per l’incredibile maturità espressiva. Ed infatti anche qui era partito con un ottimo Hypnòs di Bellafronte, mostrando una certa dimestichezza col repertorio contemporaneo. È stato poi il turno della prima Ciaccona di Bach/Busoni del concorso (come solo ora la prima? ma se normalmente su dodici finalisti la portano in cinque/sei? e ora come faccio a soddisfare la mia dose biennale di ciaccone?). Il brano è apparso, mi duole dirlo, sproporzionato per le mani del pianista e forse poco maturo. I momenti poetici erano splendidi, ma le parti tecniche non funzionavano e finivano per innervosirlo e farlo cascare anche nei punti in cui avrebbe potuto far venire i brividi. L’ho visto, prima del brano contemporaneo, quasi in panico al momento di tornare sul palco e infatti Dramatis Personae è stato impreciso e non ha espresso le potenzialità notevoli che questo pianista ha nel repertorio contemporaneo. Sue caratteristiche efficaci, che sono state percepite nella Sonata op. 10 n. 1 e nei Préludes 10, 11, 12 e 13 dall’op. 32 di Rachmaninov, sono la grande capacità di creare immagini e atmosfere e la facilità di espressione, ma ormai il nervosismo aveva avuto la meglio e su Beethoven il suono è risultato eccessivamente spigoloso, mentre su Rachmaninov ottimi momenti si alternavano ad una carenza di controllo e di coerenza sonora. Sommo dolore, seguirò però con grande interesse il percorso di crescità di questo valido musicista.

Giunti dunque al termine, i risultati. Sui dodici sono passati costoro: Choni Dmytro, Geniushene Anna, Kim EunSeong, Krpan Ivan, Lu Xingyu, Won JaeYeon. Non male, devo essere sincero, ma c’è, il lettore lo avrà capito, una grande assente per me fra questi, che avrebbe assolutamente meritato: Leonora Armellini, la cui prova avevo preferito a quelle di molti altri. Mi felicito però della presenza di Dmytro, Anna e EunSeong e, sebbene me lo aspettassi, sono dispiaciuto per l’assenza di Larry Weng e Julius Asal, che sono felice di aver avuto l’opportunità di conoscere e che seguirò da vicino nei prossimi anni. Ma questi sono i concorsi e il giudizio della giuria si rispetta: non che questo però mi impedisca di esprimermi in totale franchezza sulle mie opinioni personali!

La prossima pagina di diario uscirà dopodomani, quest’oggi è giorno un po’ di riposo dopo la tirata busoniana degli ultimi sei giorni, e sarà una pagina particolare, perchè avrò modo di osservare i pianisti a pochi centimetri dal loro naso (sì, mi hanno di nuovo cooptato per voltar le pagine su tutti i Quintetti della Finale di musica da camera). Un’esperienza nuova!

Diario dal Busoni: Al via le Finali solistiche

Con le due prove di ieri, alle 15 e alle 20, è proseguito il Concorso Busoni. Giunti ormai alle Finali solistiche, dai ventiquattro pianisti iniziali siamo arrivati ai dodici finalisti, di cui i primi sei si sono esibiti ieri. Questi sono Larry Weng, Dmytro Choni, HanGon Rhyu, Anna Geniushene, Daniele Paolillo e Madoka Fukami.

Visto che il tempo stringe e a breve si ricomincia, direi di lanciarci subito sui commenti.

L’americano di origini cinesi Larry Weng si è esibito con alti e bassi. Probabilmente per nervosismo la sua prova è stata purtroppo molto sporca tecnicamente, partendo da una Toccata, Adagio e Fuga di Bach/Busoni che è stata affrontata con fatica. Molto meglio la Sonata n. 30 op. 109 di Beethoven, in cui il pianista ha dato prova di avere moltissime idee e di saper costruire frasi magnifiche. Belli il suono ed il carattere, con momenti di vera poeticità nell’Andante cantabile e molto espressivo conclusivo. Buona la sua interpretazione del brano contemporaneodi Mason Just as the sun is always, che ha beneficiato della chiarezza e della luminosità di suono tipiche ti questo pianista. Interessante la Sonata n. 7 di Prokofiev, tecnicamente non sempre ben controllata, ma caratterizzata ad una notevole chiarezza formale, una concezione orchestrale delle linee e dei fraseggi (sempre ben condotti anche quando più spezzettati) e con un Precipitato finale non troppo veloce, ma con un vivace impulso ritmico. Molto americano.

Migliore la prova di Dmytro Choni, che da un punto di vista tecnico è stato quasi impeccabile. Dopo un bel corale Nun komm’ der Heiden Heiland di Bach/Busoni, il pianista ucraino ha proseguito con una Sonata HOB XVI:31 n. 46 di Haydn eseguita molto bene, ma dal suono un po’ pesante e un po’ carente nei guizzi divertenti. Molto bello invece, proprio queste caratteristiche, l’intenso secondo movimento. Ci siamo poi confrontati con un altro brano contemporaneo, che capiterà di ascoltare diverse volte in queste Finali solistiche: la Toccata Newen di Benzecry. Vero brano di virtuosismo, la Toccata è stata interpretata da Dmytro con tante note, molto veloci molto ben suonate. Sfumature timbriche, interesse di fraseggio e consapevolezza degli elementi sono stati abbandonati per dare al brano un carattere di percussivo primitivismo, indubbiamente efficace! Bene poi l’inizio di Les cloches de Geneve di Liszt, che però è sfuggito di mano nei più concitati momenti centrali ed è terminato senza riuscire a recuperare quel carattere elegiaco con cui Dmytro magnificamente aveva iniziato. Molto buona la Sonata n. 6 di Prokofiev, tecnicamente notevolissima e dal bel suono, anche se, devo essere sincero, un po’ noiosa, forse per l’eccessivo carattere romantico, il suono rotondo anche dove poteva essere più sferzante, il pedale un po’ pesante e, in generale, un’interpretazione che non ha portato grande motivo di interesse su una Sonata già molto eseguita e nota. Indubbiamente solido.

Il giovane HanGon Rhyu, appena diciottenne, è partito con un ottimo corale Ich ruf zu Dir Herr Jesu Christ di Bach/Busoni, dimostrando come il carattere un po’ statico e meditativo del corale fosse quello in cui più si trova a suo agio. Del brano contemporaneo posso dire un po’ poco, essendo io stato cooptato come voltapagine (guarda mamma, sono in diretta!). Ho potuto però osservare lo scrupolo con cui ha realizzato i difficili ed intricati passaggi, ma anche un certo schematismo che non ha aiutato il già squadrato Dramatis Personae di Lenot. Buona la Sonata n. 31 op. 110 di Beethoven, soprattutto nel primo movimento, dimostrando ancora il proprio carattere adatto alla dolcezza e alla morbidezza di attacco, con un tono mite che purtroppo non riusciva a scalzarsi di dosso nemmeno nei più vivaci momenti. Nonostante la buona cura, l’affermazione vitale nella conclusiva fuga è quindi rimasto molto nascosto. Buono il Carnaval di Schumann, anche se con qualche nota svizzera, ma insomma, da quanto detto finora si può desumere il carattere mancato anche del frizzante brano schumanniano. Particolare come questo ’99 non suoni affatto come un ’99.

La sera la prova è proseguita con Anna Geniushene, che si è confermata nella mia opinione come una delle migliori finora. Bellissimo il suo corale Ich ruf zu Dir Herr Jesu Christ, con grande cura e intima espressione, soprattutto nei due crescendo da brividi. Molto buono anche il carattere della Sonata HOB XVI:31 n. 46 di Haydn, che ha beneficiato del suono un po’ secco e ligneo tipico di questa pianista. Non sono mancati i guizzi ed il sincero divertimento per la sorpresa, dandone quindi un’interpretazione diversa e a mio avviso più funzionante rispetto a Dmytro. Meno riuscito Just as the sun is always di Mason, brano di cui la pianista russa non sembrava molto convinta, ma diverso il discorso per l’imponente Sonata n. 8 di Prokofiev (sì, in un giorno ci siamo fatti tutte e tre le Sonate di Guerra di Prok). Ho sentito voci discordanti, c’è chi preferisce Prokofiev più limpido e chiaro, come quello di Larry, c’è chi lo preferisce meno assordante: onestamente io l’ho adorato. La sua Ottava è stata variegata, ricca di momenti interessanti, non mi ha mai lasciato andare. Qualche imprecisione tecnica e qualche momento di maggiore caoticità (soprattutto nel finale purtroppo un po’ buttato) non le hanno evitato di essere l’unica finora ad essere riuscita a creare grandi tensioni, a far passare con maestria l’intensità da una frase all’altra e ad avere un respiro musicale tale da sapere sempre quando e come interrompere una sezione per dare spazio ad un’altra. Il suono tagliente e squadrato non le ha impedito di alternare ai momenti più percussivi quel mondo fantastico e surreale che è così tipico di questa Sonata, riuscendo a creare atmosfere sonore di grande suggestione, anche grazie ad una cura timbrica veramente ottima. Insomma, ho apprezzato, decisamente.

Meno interessante la prova di Paolillo, invece, devo ammetterlo. Confermando le impressioni avute in semifinale, il pianista barese ha faticato ad utilizzare l’incredibile suono che si ritrova per fini musicali che trascendessero il suo splendido cantabile, creando una prova che nonostante il repertorio è risultata molto monotona. Buone alcune cose della Didone Abbandonata di Clementi, interpretata però con gusto tardo romantico un po’ eccessivo; tecnicamente imprecisa ed immatura la Sonata in si minore di Liszt e soprattutto buttata la Toccata Newen di Benzecry. Ogni brano era immerso in un pedale lunghissimo un po’ di comodo e la tenuta del tempo è stata spesso instabile. Non sempre un suono bello, profondo e scuro basta a tenere in piedi un’interpretazione, purtroppo!

A continuare sul carattere monotono (per misurare i gradi di noia bisognava osservare la frequenza dello sventolamento Jorge Luis Prats) c’ha pensato la prova di Madoka Fukami, che nonostante un’ottima resa del brano contemporaneo Vexierbilder II di Pesson, eseguito a memoria (impressive!). La sua (troppo?) lunga prova è proseguita con una Sonata HOB XVI:50 ben realizzata e condotta, dal timbro chiaro ed equilibrato. Anche Miroirs di Ravel è stato ben confezionato, ma, a parte uno splendido Oiseaux tristes, la raccolta è apparsa molto distante, con poco carattere e senza concreti punti di interesse timbrico: insomma, per l’appunto molto confezionato. Ho apprezzato comunque la precisione e lo scrupolo, caratteristiche con cui è proseguito il terzo Ich ruf zu Dir di Bach/Busoni del giorno, che ha però sofferto molto il confronto con l’intima intensità di Anna e l’ampia cantabilità di Daniele. La pianista giapponese è invece un po’ crollata nella Sonata n. 5 di Skrjabin, che, oltre all’imprecisione tecnica, è tornata ad un carattere di monotonia. It’s roof time for De Maria, yeahhh! [cit. Sofia].

Insomma, siamo riemersi dal Conservatorio che erano le 23.40 quasi, stanchi, vagamente a forma di poltrona, ma comunque contenti. E chiudere in bellezza la serata, ci ha accolti una Anna Geniushene sufficientemente rilassata e sufficientemente brilla, mentre passeggiava ondeggiante per Piazza Domenicani con il consorte.

Bei momenti e buffi ricordi di questa splendida Sessantunesima Edizione del Concorso Busoni!

Diario dal Busoni: Un promettente inizio

Si è appena conclusa la prima giornata del Concorso Pianistico Internazionale Ferruccio Busoni ed io riesumo il mio caro vecchio blog per narrare le vicende del mio concorso pianistico internazionale preferito (nonché quello più vicino casa). Da bravo appassionato, e lievemente fanatico, seguirò ogni singola prova del Busoni, utilizzando tutti gli strumenti critici a mia disposizione per farne un resoconto assolutamente e cocciutamente soggettivo.

Penso sia impossibile (se non criminale) nascondere in simile occasione il parere di chi scrive ed anzi, questo Diario dal Busoni nasce proprio per osservare da vicino il concorso ed i suoi concorrenti, tanto più che come ogni edizione ne ospitiamo una a casa. Non si stupisca il caro lettore, dunque, di vedermi scrivere in tono schietto e senza filtri!

Ma bando alle ciance e cominciamo con questo concorso, dunque. La mia prima giornata di Concorso Busoni si è rivelata a tutti gli effetti un buon inizio. Il livello dei sei candidati che si sono esibiti oggi, Florian Caroubi, Giorgio Trione Bartoli, Larry Weng, Hyoung Lok Choi, Dmytro Choni e Lukasz Krupinski (per quest’ultimo nome scopro la limitatezza della mia tastiera italiofona), è senza dubbio buono e i giovani musicisti si sono dimostrati molto diversi l’uno dall’altro.

Fra i candidati di oggi, la mia predilezione è andata senza dubbio all’americano Weng, all’ucraino Choni e al polacco Krupinski. Tre pianisti molto diversi, ma molto interessanti nel loro stile. Consiglio caldamente di andarsi a sentire le fiere e mature Ballate op. 10 di Brahms e magnificamente eseguite 10 variazioni su un Preludio di Chopin di Busoni di Weng, che spero di aver modo di ascoltare nella Settima Sonata di Prokofiev in Finale solistica. Molto buoni sono stati anche Aufenthalt di Schubert/Liszt, Hommage a Rameau e Mouvement dal primo volume di Images di Debussy e la Suite de danzas criollas di Ginastera, in cui Choni ha potuto mostrare la propria versatilità unita ad una solida tecnica, un fraseggio chiaro e ben condotto e una buona, anche se non incredibile, tavolozza timbrica. Molto buono lo Chopin di Krupinski, sia nell’ottima Barcarolle, di cui ha dato un’equilibrata, espressiva e ben curata interpretazione, che nella galante e leziosa, ma mai esagerata, Grande valse brillante op. 18.

Meno interessante ma tecnicamente impeccabile e dal suono limpidissimo l’esibizione del coreano Choi, distanziato espressivamente dal suo quasi omonimo Choni da ben più di una “n”. Buone le prove anche del francese Caroubi, cui è toccato il difficile compito di aprire, e dell’italiano Trione Bartoli, che però non sono riusciti a rimanere costanti nella costruzione dei loro archi espressivi e che, seppur in maniera molto diversa, non sono riusciti a far sgorgare da Henry (lo Steinway di Passadori) quel suono pieno e ampio che gli altri pianisti sono riusciti a creare.

Ma nonostante queste mie osservazioni, non c’è stata prova oggi che non avesse qualcosa da offrire, un’idea, una ricerca personale, uno stile.

E questo non può che farmi ben sperare in una ottima Sessantunesima Edizione del Concorso Busoni.