Diario dal Busoni: Los Tres Pianisteros

Sì, quello del titolo è un chiaro omaggio alla mia infanzia e al meraviglioso Los Tres Caballeros della Disney, guardato tante volte da consumare la cassetta. Ma è anche un modo un po’ leggero per riferirmi ai nostri tre finalistissimi, i tre pianisti assurti all’empireo del Concorso Busoni.

Ma, come sempre, prima di osservare i risultati delle Finali cameristiche, andiamo a vedere come sono andate le esecuzioni di ieri sera!

La prima ad esibirsi è stata la russa Anna Geniushene, l’unica che ho potuto finalmente ascoltarmi dalla platea. La tecnologica pianista, regina della previdenza, non sapendo cosa aspettarsi come voltapagine e non volendo portarsi dietro troppi chili di parti, se l’è cavata con un iPad con annesso pedale per voltate (che per inciso le ho visto utilizzare poco fa anche in prova con l’Orchestra Haydn su Beethoven [ops, spoiler!]). Dei sei pianisti mi sento di dire che sia stata quella più attenta e che più ha dialogato con il Quartetto di Cremona, ipotesi presente nei miei appunti che è stata poi in seguito confermata. Il suo Schumann ha avuto le caratteristiche già osservate nella Semifinale solistica (nella quale ha eseguito i Phantasiestücke op. 111), dimostrazione di una maturità espressiva e stilistica che non prevede scelte casuali. Rispetto alla prova solistica era però meno lanciata l’esecuzione, con conseguente anche ammorbidimento del suono, minore aggressività e maggiore attenzione ai dialoghi, ma al prezzo di quello slancio schumanniano e quell’energia che è emersa con maggiore chiarezza forse solo nel terzo movimento e in alcuni momenti del quarto. Molto ben condotto tutto, tecnicamente solido come ‘na roccia, musicalmente raffinato, il suo Quintetto di Schumann sembrava calibrato alla perfezione con gli archi, con una chiarezza della tessitura veramente ottima (anche raggiunta grazie ad un oculato uso del pedale di risonanza).

A confermare la positività della serata, la prova del coreano JaeYeon Won, amorevolmente detto “facciotta” per il suo volto incredibilmente bonario, è stata una vera rivelazione. Certo, avevo già fatto notare l’originalità della sua personalità artistica nella Sonata n. 7 di Prokofiev in Finale solistica, ma nel Quintetto di Dvorak il pianista ha mostrato con chiarezza che i suoi 29 anni sono sintomo di una notevole esperienza musicale. Dei sei, il suo è stato secondo me il Quintetto più riuscito, in cui il pianista è riuscito in maniera più interessante a scambiarsi ruoli con i vari archi, ad emergere quando necessario con suono brillante e chiaro e a tornare in secondo piano lasciando la guida all’arco di turno. Finalmente c’è stato anche modo di sentire quel Quintetto eseguito con un’intenzione stilistica ben chiara ed elaborata, con frequenti cambi di umore, timbro e suono che assecondavano la capricciosa scrittura e ben si adattavano alla varietà arcolaia del quartetto. L’uso del pedale è stato anche qui più calibrato, non un elemento costante, ma un colore prezioso da utilizzare con cura. Sono stato parecchio contento di notare che i miei pareri dal palcoscenico, dove avevo ripreso possesso della mia rumorosa panchetta da voltapagine, sono stati confermati dalla solita paziente e pervicace Sofia, che ha confermato le mie impressioni dalla platea. Insomma una prova so convincing, that you might say,  he already Won the competition! (badum-tsch) [perdoname madre por mi umorismo pessimo]

Il croato Ivan, dopo l’ “entrata con camicia trionfalmente fuori dai panta” [cit. Sofia], ha eseguito il Quintetto di Brahms, scelta coraggiosa operata dal pianista ventenne (come EunSeong Kim ieri). Dei tre della serata la sua è la prova che mi è piaciuta di meno. Nonostante il suono fosse più adatto e plasmabile rispetto al Brahms di EunSeong, anche il Brahms di Ivan è stato interpretato con una certa noncuranza del Quartetto che gli stava intorno. Raro il contatto con i musicisti, sia visivo che musicale, e l’intero Quintetto ha dato l’impressione di essere una lettura molto scolastica e un po’ superficiale, impressione che ha avuto Sofia dal pubblico, ma cui posso dare conferma io stesso dal palco. La parte del Quintetto era stata ben poco aperta, considerando che eccetto un paio di diteggiature nel quarto movimento non ho visto alcuna annotazione e il libro stava aperto con fatica sul leggio. Certo questo dimostra l’incredibile facilità tecnica e abilità di lettura del pianista, che nell’affrontare il leonino Quintetto non ha versato troppe gocce di sudore (ma che si è isolato a tal punto da dimenticarsi anche di darmi dei cenni nei punti in cui voleva che girassi prima). Forse è questo che la giuria ha apprezzato così tanto!

Infatti i tre pianisti su menzionati sono stati anche gli stessi a passare in Finalissima, con un risultato che non ci ha sorpresi troppo (anche se avrei preferito EunSeong al posto di Ivan per quella fantastica Finale solistica). Ad Anna è andato il Premio del Quartetto di Cremona, che consiste in una serie di concerti con il Quartetto col pianista con cui loro si sono trovati meglio nelle due ore e un quarto totali di prova (“more than enough!” ha commentato la sorprendente fanciulla russa). Fra Premio della Junior Jury e Premio del Quartetto, la pianista ha già accumulato un paio di bei concerti, oltre a quelli che le arriveranno come finalistissima del Concorso. Sono molto contento anche per il rubicondo JaeYeon, di cui ho apprezzato la maturità espressiva, e incuriosito dalla prova di Ivan il conquistatore. Domani sera infatti i tre pianisti si sfideranno a colpi di Beethoven (buffa immagine), eseguendo infatti Anna e Ivan il Quinto Concerto e JaeYeon il Quarto.

Siamo così arrivati al penultimo giorno di concorso, ma non disperate: un particolare dietro le quinte vi accompagnerà domani, nell’attesa della Finalissima. Una conversazione di fronte a tre caffè (uno per me, due per lui) con il meraviglioso Giulio Passadori, accordatore, noleggiatore, rivenditore e psicologo pianistico, colonna portante del Concorso Pianistico Ferruccio Busoni.

Diario dal Busoni: Dal pedale alla brace

Con la prova di ieri sera ricomincia, dopo un giorno di pausa, questo diario busoniano. La posizione da cui ho osservato e osserverò le Finali di musica da camera è una posizione privilegiata e scomoda al contempo: quella del voltapagine. L’unica a cui non dovrò voltare sarà Anna Geniushene, che potrò godermi dalla platea, ma per tutti gli altri sarò sul palco a fare esercizi ginnici (voltar pagine sul Quintetto di Dvorak consuma più calorie di quaranta minuti di corsa). Ciò che ho potuto appurare grazie a questa particolare esperienza, è come cambi la prospettiva, come molte percezioni sonore sul palco poi siano diverse nel pubblico e verso la fine della serata avevo ormai imparato a riconoscere le corrispondenze palco-sala (pur dovendomi concentrare sul non perdere una nota delle parti).

Ho così potuto osservare da vicino e riflettere con cura anche in seguito sull’aspetto cameristico dei tre pianisti esibitisi (Dmytro Choni, Xingyu Lu e EunSeong Kim) confrontandomi anche con chi in sala ascoltava [fra cui l’intrepida Sofia che ha preso appunti da fuori per confrontarli con le mie impressioni]. Passiamo dunque alle prove.

Il biondo Dmytro ha suonato il Quintetto di Schumann, forse il quintetto più difficile per l’insieme, riuscendo con un discreto successo ad arrivare alla fine. Dei tre della serata è stato quello che più rivolgeva la sua attenzione agli altri, che più ascoltava e che più è stato incollato al Quartetto di Cremona (e anche, che più ha permesso al Quartetto di rimanere incollato a lui). Tuttavia è stato colpito da un attacco di pedalite acuta, la stessa che ha smussato tutti gli angoli della Sesta di Prokofiev, che nell’ambiente cameristico ha creato dei concreti problemi di limpidezza di tessitura [“Questo a pedalate arriva a Vienna” ha scritto Sofia]. Questo probabilmente era la difficoltà, così spesso sottovalutata, della Finale cameristica: sapersi reinventare come cameristi. E difatti saper abbandonare il pedale abbondante, saper uscire dal proprio mondo e creare musica, saper creare entusiasmo ed energia con un quartetto d’archi, magari anche avendo quell’intuito musicale o lo sguardo esperto che permettono di capire come meglio relazionarsi a quattro strumentisti ad arco. Lo Schumann di Choni non aveva sicuramente falle, era ben studiato e ben eseguito, ma ha peccato proprio nella ricerca di questo aspetto, oltre che ad una cautela veramente eccessiva che sull’altare della prudenza ha sacrificato lo slancio e l’intensità, indebolendo fortemente la resa. Dei tre, dal palco, è stato comunque quello che più mi ha colpito, anche per la lettura attenta della parte.

Migliore come limpidezza l’esecuzione del Quintetto di Dvorak ad opera del nostro cinese fungiforme preferito. Xingyu è partito molto bene, con più moderazione nel pedale e un suono meno pastoso che permetteva meglio agli archi di emergere nelle loro caratteristiche, ma temo abbia scelto il Quintetto sbagliato. Non parlo delle sbavature tecniche o delle note sporche, purtroppo presenti e destabilizzanti, ma del fatto che il pianista cinese non fa dell’abilità timbrica il proprio cavallo di battaglia: potete immaginare la difficoltà con cui è rimasto in sella sui rapidi scarti e gli energici sbuffi di quel cavallo pazzo che è il Quintetto di Dvorak. I momenti di pura magia e suggestione, quelli dal carattere capriccioso e appassionato, quelli intensamente lirici e quelli spavaldamente danzanti sono stati interpretati con suono fin troppo omogeneo o passando dalla monotonia all’aggressività. Più chiuso nel suo mondo rispetto a Dmytro, Xingyu ha dato anche molta meno attenzione al quartetto, non riuscendo soprattutto a creare un dialogo di colori con i diversi colpi d’arco.

Il Quintetto di Brahms del nostro caro Dio Pesshhto ha riconfermato la maestria tecnica del ventenne sudcoreano con le mani d’acciaio, ma anche la scarsa plasmabilità del suo brillante e imponente suono, questa volta per fortuna non peshtato. Con questa difficoltà a scendere dal podio del solista, EunSeong ha dato filo da torcere al Quartetto di Cremona che, arrivato al terzo quintetto di fila, ha dovuto sforzare notevolmente il proprio suono per poter emergere rispetto al roboante pianista. Nonostante non ci siano stati gravi problemi di insieme, quest’indifferenza sonora di EunSeong ha impedito al Quintetto di emergere nel suo essere, in primo luogo, un fare musica insieme, non un concerto per pianoforte e orchestra d’archi. Impressionante, comunque, la cura del pianista nello studio della sua parte (solo uno il dubbio e ben seguiti i fraseggi e tutte le annotazioni presenti sulla sua parte), che però ha peccato di superficialità nell’approccio col quartetto. La dimostrazione che in una prova cameristica sono diverse le richieste, ma è sempre e comunque uno solo l’obiettivo: fare musica. La narcisistica tendenza del solista, che lo porta a volte a sovrapporsi all’autore di cui esegue la musica, è tollerabile nel monologo, ma non nel dialogo.

Ma bisogna anche fare attenzione al peso che la tensione ha per tutti questi pianisti. La vera difficoltà della prova cameristica, infatti, è il riuscire ad uscire dal proprio esclusivo e concentrato mondo per ascoltare veramente gli altri, una sfida incredibile se consideriamo quanto debbano questi musicisti sopravvivere alla tensione da concorso e da diretta streaming. Posso dirvi nei dettagli quante volte le mani di Choni, di Lu e persino dell’inossidabile Kim abbiano tremato, l’istante prima di suonare accordo o appena appoggiata un’ottava, posso contare le volte in cui alcuni gesti nervosi e incontrollati hanno fatto loro sbattere le mani contro il coperchio della tastiera, posso confermare la tensione che provano fin da quando si avvicinano al retro palco e cercano con fatica di confrontarsi con il loro voltapagine per chiarire i punti difficili, quando magari vorrebbero solo isolarsi nella ricerca di una solidità interiore. Non stupisce dunque che i pianisti abbiano scelto di avvolgersi nel mantello del pedale per trovare quell’atmosfera di sicurezza così importante! Sull’aspetto voltapagine lo scettro del più previdente va a Xingyu, l’unico ad aver preparato la parte per facilitarne una voltata, non sapendo chi sarebbe stato il malcapitato voltatore degli infiniti ritornelli e rapide voltate del Quintetto di Dvorak.

Non resto ora che vedere se gli altri tre pianisti del concorso sapranno affrontare con maggior successivo l’impegnativa sfida rappresentata da queste Finali cameristiche!

Diario dal Busoni: I primi risultati

Eccoci qui, il 26 mattina, dopo che sono stati annunciati i 12 Finalisti del Busoni.

Prima di inoltrarci nel commento della cosa, tuttavia, vorrei terminare il resoconto dei pianisti che hanno suonato ieri, per finire di dare una panoramica di tutti i concorrenti del Concorso. Si sono esibiti infatti i cinque ultimi concorrenti, Ivan Krpan, Julian Trevelyan, Julius Asal, Yui Fushiki e Franck Laurent-Grandpré.

La prova mattutina è stata quella con l’età media più bassa (due ’97 e un ’98). Il croato Ivan Krpan è stato il primo dei ’97 ad esibirsi e ha fin da subito dato sfoggio del suo ottimo suono sulla Sonatina seconda di Busoni, brano ben studiato e con alcuni momenti molto belli, ma dall’interpretazione un po’ troppo romanticosa. Meglio le Variazioni su un tema di Schumann di Brahms e la Dante di Liszt, in cui il pianista ha dato sfoggio di ottima padronanza tecnica, buona varietà di carattere e bellissimo suono, nonostante una tendenza molto frequente a perdere di vista gli elementi nel caos del momento. La chiarezza della tessitura, il fraseggio delle voci e la direzione sono infatti risultate un po’ deboli, ma eccetto questo, si è trattato di una buona prova.

L’inglese Julian Trevelyan, il ’98, ha dato l’impressione di avere ancora molto da maturare, soprattutto tecnicamente. Sulla Sonata di Haydn e alcuni momenti di Gaspard de la Nuit (soprattutto Ondine), ha mostrato di avere dell’indubbio talento, buone idee musicali e una certa raffinatezza, ma nel complesso entrambi i brani hanno mostrato troppe imprecisioni tecniche, giungendo in Scarbo a momenti di totale caos. Forse è un po’ troppo ambizioso portare l’imponente trittico ravelliano, ma l’ambizione è proseguita con la scelta di suonare la difficile e pesante (ma meravigliosa) Toccata di Busoni, brano per cui sono richieste mani d’acciaio e profondità di sguardo. Probabilmente già debilitato da Scarbo, fin dal Preludio della Toccata il brano è apparso purtroppo tecnicamente non solido. Il talento del ragazzo (che è anche violinista e tenore a quanto pare, caspita) è però indubbio, quindi mi auguro di rivederlo in futuro.

Meravigliosa è stata invece la prova del tedesco Julius Asal che ha dato prova di incredibile maturità espressiva e saggezza nella scelta del programma. Certo, la scelta di iniziale con la Suite op. 14 di Bartók è al limite del masochismo, considerando quanto quel brano lasci l’interprete in mutande, e proprio quella Suite è stata ciò che ho meno apprezzato. Dalla Sonata D664 di Schubert, tuttavia, si è percepito l’incredibile sguardo poetico di questo ’97, che ha saputo dare una effusione lirica sempre intensa e contenuta, ben curando i contrasti nella Sonata, nonostante qualche piccola sporcatura nei passaggi di ottave e salti. Il secondo movimento bastava da solo a dargli un parere favorevole, ma come se non bastasse ha fatto seguire un meraviglioso Indianisches Tagebuch di Busoni, dimostrando grande piglio, ricerca timbrica e la capacità di produrre un’ottima quantità di suono dallo strumento, nonostante due sue braccia facciano a malapena una delle mie (e non che io sia un muscoloso energumeno). Decisamente una delle migliori e più godute prove dell’intero Busoni fino ad adesso.

Pomeriggio è stato un po’ meno soddisfacente. La giapponese Yui Fushiki ha fatto una buona prova, offrendo soprattutto un Carnaval di ottima fattura tecnica e di carattere, con ottimi gesti e un suono veramente convincente. Peccato per alcune imprecisioni e soprattutto per la minore resa data nel corale di Bach/Busoni Nun komm’ den Heiden Heiland e nelle (rullo di tamburi) Variazioni su un preludio di Chopin di Busoni (eddaje non potevano mancare nell’ultima prova del concorso a darmi il loro estremo saluto: ciao variazioni, ciao, vi ho voluto tanto bene, ora non ci vediamo più per un anno, pls). Ho apprezzato meno il francese Franck Laurent-Grandré, che forse per tensione ha perso molto il controllo nel Liebestod di Wagner/Liszt, ha recuperato un po’ con una buona e vitale Sonata K 332 di Mozart, è tornato un po’ giù con la Sonatina in diem nativitatis Christi di Busoni, poco chiara nella sua struttura, si è ripreso con l’inizio de La valse di Ravel, per poi tirare i remi in barca e buttare via mezzo finale. Una prova altalenante che però ha mostrato dei bei momenti.

La vera protagonista della prova pomeridiana, tuttavia, è stata La Vecchia col Sacchetto®. Capita spesso di vedere personaggi particolari in sala, l’altro giorno un tipo si è addormentato e ha iniziato a mugugnare nel sonno, ma questa è stata pura poesia. Nei momenti di maggiore intensità espressiva o raffinatezza timbrica, soprattutto del povero Franck, costei armeggiava con certosina cura in un rumoroso sacchetto di plastica per estrarre una in teoria proibita bottiglia d’acqua, svitava lentamente il tappo, beveva, riponeva la bottiglia nel sacchetto assicurandosi di metterci il maggior tempo possibile e riprendeva a respirare rumorosamente. Nonostante ci fossero almeno cinque paia d’occhi puntati su di lei, ogniqualvolta ripeteva questa chirurgica operazione di infastidimento collettivo, La Vecchia col Sacchetto® non percepiva pressione alcuna. Anzi, giunta ad un certo momento della prova, non paga di soffiarsi il naso per fortuna non troppo rumorosamente, ha lentamente armeggiato nella sua bianca borsa, per estrarre poi un secondo fazzoletto usato. Avesse estratto un cheeseburger l’avrei premiata per l’intima coerenza stilistica. Il mio Premio Busoni 2017, in ogni caso, va a lei.

Parlando di Premio Busoni, giungiamo dunque finalmente ai risultati! Come probabilmente saprete questa è la lista dei Finalisti: Weng Larry, Choni Dmytro, Rhyu HanGon, Geniushene Anna, Paolillo Daniele, Fukami Madoka, Kim Eunseong, Armellini Leonora, Lu Xingyu, Won Jaeyeon, Krpan Ivan, Asal Julius.

Beh, devo ammettere di essere molto d’accordo su questi risultati. Sono dispiaciuto per l’assenza di Yuka Morishige, Maddalena Giacopuzzi e Yui Fushiki, che avrei preferito ad alcuni altri, ma sono veramente contento che Larry Weng, Dmytro Choni, Anna Geniushene (che ha anche vinto il premio della Junior Jury), Leonora Armellini e Julius Asal siano passati. Questi ultimi tre sono stati tra l’altro i miei preferiti del concorso finora. Per questa prima prova la giuria ha compiuto una scelta che reputo veramente ottima, tenendo un livello medio veramente alto. Solo, sono un po’ perplesso dalla presenza del mio amato Pessshto-God Eunseong Kim, ma vedremo se in seconda prova sarà capace di unire una vena di poesia ed espressività allo tsunami sonoro con cui ha inondato la Sala Michelangeli. Mio caro Henry, mi dispiace per le tue corde.

Vedremo ora, questo pomeriggio e domani, come si svolgerano le Finali solistiche, con la speranza di poter trovare ancora così tanta bella musica.