Diario dal Busoni: Giulio Passadori, l’Allegro Accordatore

Questo piccolo fuori scena del Concorso Busoni è dedicato ad una delle figure più rappresentative e amate del concorso stesso: Giulio Passadori, accordatore e spacciatore di grancoda del Busoni da dieci anni ormai. Fra una prova e l’altra per la Finalissima, andiamo a prenderci un caffè (io) e due caffè (lui [contemporaneamente, in tazze separate]).

GP: Ti stavo dicendo prima… Ieri, la prima volta che riesco ad andare a cena e sedermi, mi chiamano dal Busoni. “Giulio corri, c’è qualcosa che non va al piano”. Ossignur. Mollo tutto, in dieci minuti arrivo e c’è JaeYeon Won a cui non va bene il pianoforte. Finisco di controllarlo, è tutto a posto. Raggiungo Won  in aula 53 e gli chiedo “Maestro, che succede?”, “Il piano è troppo leggero!”, “E’ esattamente come l’ha provato”, “Non l’hai alleggerito?”, “Non dopo la prova”.
Devi sapere che io alleggerisco di un grammo i pianoforti per ogni prova, di default,

AT: Perché i pianisti sono più stanchi?

GP: Esatto, quindi i pianoforti, entrambi, devono diventare almeno un grammo più leggeri e più potenti ad ogni round, anche perché arriva un quartetto o un’orchestra. *scacciando un’ape* Fuori dalle balle, ape, con tutto il rispetto del caso
*l’ape se ne va cortesemente*

AT: Beh, ti ha ascoltato.

GP: Basta saperle chiedere le cose!

AT: Anche alle api?

GP: Anche alle api, l’uomo che sussurra ai pianoforti saprà sussurrare anche a un’ape (ride). Comunque, che io li alleggerisca non è un mistero, lo faccio per loro. Si stancano veramente tanto, anche perché non riesci a staccarli dallo strumento, nonostante spesso non avrebbero bisogno di studiare così tanto durante il concorso.

E niente, lui pensava che, dopo la prova, io avessi alleggerito il pianoforte, cosa che assolutamente non esiste. “Non ma è troppo leggero”. “Ok, abbiamo un sacco di tempo, vuoi un grammo in più? Te lo rendo un grammo più pesante. Sta’ qui fermo e poi te lo riprovi”. Ho aperto la meccanica, ho tolto il teflon, effettivamente ci va via tre minuti. “Prova ora, è abbastanza?” “Sì” “Riprovalo e ridimmi, sicuro?” “Sì” “Prova gli acuti, come vanno” “Eh” Zazazac, spazzola, sistemati gli acuti “Così va bene? Sicuro? Riprovalo c’è un sacco di tempo” Avevamo secondi e secondi prima che la gente entrasse in sala

AT: Ah, tutto questo quaranta secondi prima?

GP: Ma anche trenta! (ride) Però se metti fretta ad uno in ansia non funziona. Poi facciotta ha suonato bene, per fortuna.

AT: Facciotta? Questo è un buon soprannome, lo devo riutilizzare. Sai che trovo sempre soprannomi  ai concorrenti ogni anno.

GP: Non voglio sapere il mio allora!

AT: Beh, tu non ne hai, sei un pilastro del Busoni.

GP: No, il pilastro del Busoni è Mario [il bidello in pensione che ancora viene a sbigliettare NdA]. E come dice lui “Trenta Busoni fatti, mai vinto uno” “Eh, Mario, studia di più, io son dieci anni che lo faccio e sono sempre arrivato in finale!” (ride)

AT: Ma, ascolta: qual è stata la cosa più assurda che ti è capitata al Busoni?

GP: La più bella forse è stata quella del sudamericano, oddio non mi ricordo nemmeno da dove venisse, forse uno stato vicino al Messico. C’è stato un concorrente giovane che veniva da uno di quei posti per cui uno come me deve guardare la cartina per sapere dov’è. Questo è arrivato con la mamma, perché aveva tipo quindici anni, dopo un viaggio terrificante. È stata bella la descrizione della partenza, perché arrivava da un paesino tra i monti e mi ha detto che a salutarlo, quando ha preso il pullman, c’erano il suo maestro di pianoforte, il prete e il farmacista! Io mi son visto la scenetta con l’allegro comitato che fa ciaociao col fazzoletto, poi questo prende, fa un viaggio di un sacco di ore per arrivare a prendere un altro pullman per poi arrivare a Città del Messico, da Città del Messico un volo per New York, da New York un volo per Parigi, da Parigi un volo per Roma, da Roma, non si sa perché, un treno per Verona e poi da Verona un treno per Bolzano. Sono arrivati qui, lui e la madre, dopo tipo cinquanta ore di viaggio tutti belli stropicciati, in ritardo rispetto alla sua prova pianoforte, ma gliel’ho fatta fare comunque. In attesa di poter fare la sua prova, è entrato in sala per ascoltare qualche candidato. Eh, erano tutti più bravi. Certo avevano anche un’altra età. E questo, con la cornice del Busoni, veder quei pianisti, un po’ vedere la giuria, è arrivato lì e non voleva suonare. Solo che io mi son visto il film del viaggio al ritroso di ‘sto qua, altre cinquanta ore di viaggio e cosa dici al prete, al maestro e al farmacista? “Com’è andata?” “Eh non ho suonato”. Se non sei passato puoi avere qualcuno con cui prendertela, ma se non suoni te la prendi con te stesso e capita di chiudere col pianoforte per una cosa del genere. E allora cosa fa l’allegro accordatore? “Beh, aspetta”, andiamo dietro al palco e scosto la tende, anche lì avevamo tantissimo tempo, era solo il suo turno, avevamo interi secondi.

Gli dico: “Guarda il signore lì con la camicia rossa, è il maestro Posio, di Mantova, che lavora anche alla Rai per le trasmissioni musicali”, poi gli faccio vedere PPK in fondo, “quello lì è Kainrath, il boss di tutto e di molto altro e non solo in Italia”, poi gli mostro il Signor Alink, “Fondazione Alink Argerich, concerti e concorsi in tutto il mondo”, poi gli ho fatto vedere il Maestro Bonatta e tanta altra gente che organizza concerti, festival, master, stagioni. E gli dico: “Guarda la giuria. Dimentica quella fila di corvi che sono lì ad aspettare l’errore e suona per tutti questi perché questa è una grandissima opportunità. Ti ho reso facile il pianoforte, mi son fatto il culo a capanna per preparartelo, adesso entri e suoni altrimenti ti spezzo tutte le dita. Suoni per tutta quella gente che ti ho indicato e vedrai che da qui spiccherai il volo” E lui è entrato e ha suonato. E l’hanno mandato a casa, naturalmente (ride). Tuttavia delle persone sopra menzionate non era presente nessuno in sala.

AT: Ah ecco, mi sembrava strano tutta ‘sta gente per una preselezione!

GP: Ma lui che c***o ne sa? Viene dal Messico! (ride) Vammi a contraddire! Ho indicato tot persone a caso, sedute in un posto ben preciso. Però ha suonato, senti, l’importante, anche per se stesso, era quello!

AT: Per concludere, i tuoi pianoforti sono famosi per avere un nome. Come li scegli?

GP: Ah, hanno tutti la loro storia. Quest’anno qui abbiamo avuto anche un nuovo arrivo: Thibaudet ha suonato su Eduard. E’ nuovo. L’ho comprato lo scorso anno e per fargli il rodaggio l’ho usato per una tournée di concerti all’aperto. (pausa di suspence) A Dicembre. Sennò vengon su fighetti i pianoforti! Devono capire che si va a lavorare! (ride)

AT: È splendido che ne parli come se fossero i tuoi figli!

GP: E certo sono i miei figli, altrimenti non li chiamerei per nome. A te tua madre ti chiama per codice fiscale? (ride) PSSGLI vieni qui! (ride ancora) Comunque posso raccontare la storia di Rufus. Io vado sempre a scegliere i miei pianoforti su ad Amburgo e, avendo venduto un mio grancoda, dovevo comprarne uno nuovo. Mi chiamano tutti gli accordatori Steinway in Italia di fila per dirmi “Giulio, non andare a prendere il pianoforte, sono saliti tutti i concessionari italiani, se sali ora ti becchi lo scarto di tutti. Almeno prendi quello con il numero di matricola più basso” Che se c’è una cosa che non guardo è il numero di matricola, quello non suona mica. Ma me ne sono fregato e sono salito con mio cugino, entro io, provo gli strumenti, tre minuti e sono fuori. Ci si mette poco a scegliere, se hai dei dubbi li riprovi, se hai ancora dei dubbi riprovi con il dito indice, se sei destrimane usi quello della sinistra, perché così tendi di meno a compensare i difetti dello strumento. Entra mio cugino, esce anche lui dopo tre minuti, “Giulio, ce l’ho” ed era lo stesso: era Rufus. Guardiamo i numeri di matricola: era il più vecchio di tutti, che nessuno s’era filato. Ad oggi Rufus è il mio pianoforte con il maggior numero di incisioni.

AT: Ma perché il nome Rufus?

GP: Gliel’ha appiccicato Andrea De Biasi, inconsapevolmente. Quando è arrivato il pianoforte, Andrea è venuto a provarlo e continuava a dirmi “È troppo ruffiano, devi domarlo, è troppo ruffiano”. Chiamarlo “Il Ruffiano” non suonava bene e quindi… Rufus.

AT: Beh, direi che abbiamo parecchio materiale, grazie mille Giulio!

GP: E di che? Ah, per terminare, sai perché Won sentiva il pianoforte più leggero? Per fare in fretta non aveva spostato il pianoforte e ha suonato con lo strumento vicino al muro, quindi sentiva anche il suono riflesso. Quindi gli dava l’impressione di suonare di più ed essere più leggero. Infatti quando poi abbiamo spostato lo strumento io gliel’ho rialleggerito tutto e lui non s’è accorto di nulla. È tutta questione di psicologia!

Diario dal Busoni: Los Tres Pianisteros

Sì, quello del titolo è un chiaro omaggio alla mia infanzia e al meraviglioso Los Tres Caballeros della Disney, guardato tante volte da consumare la cassetta. Ma è anche un modo un po’ leggero per riferirmi ai nostri tre finalistissimi, i tre pianisti assurti all’empireo del Concorso Busoni.

Ma, come sempre, prima di osservare i risultati delle Finali cameristiche, andiamo a vedere come sono andate le esecuzioni di ieri sera!

La prima ad esibirsi è stata la russa Anna Geniushene, l’unica che ho potuto finalmente ascoltarmi dalla platea. La tecnologica pianista, regina della previdenza, non sapendo cosa aspettarsi come voltapagine e non volendo portarsi dietro troppi chili di parti, se l’è cavata con un iPad con annesso pedale per voltate (che per inciso le ho visto utilizzare poco fa anche in prova con l’Orchestra Haydn su Beethoven [ops, spoiler!]). Dei sei pianisti mi sento di dire che sia stata quella più attenta e che più ha dialogato con il Quartetto di Cremona, ipotesi presente nei miei appunti che è stata poi in seguito confermata. Il suo Schumann ha avuto le caratteristiche già osservate nella Semifinale solistica (nella quale ha eseguito i Phantasiestücke op. 111), dimostrazione di una maturità espressiva e stilistica che non prevede scelte casuali. Rispetto alla prova solistica era però meno lanciata l’esecuzione, con conseguente anche ammorbidimento del suono, minore aggressività e maggiore attenzione ai dialoghi, ma al prezzo di quello slancio schumanniano e quell’energia che è emersa con maggiore chiarezza forse solo nel terzo movimento e in alcuni momenti del quarto. Molto ben condotto tutto, tecnicamente solido come ‘na roccia, musicalmente raffinato, il suo Quintetto di Schumann sembrava calibrato alla perfezione con gli archi, con una chiarezza della tessitura veramente ottima (anche raggiunta grazie ad un oculato uso del pedale di risonanza).

A confermare la positività della serata, la prova del coreano JaeYeon Won, amorevolmente detto “facciotta” per il suo volto incredibilmente bonario, è stata una vera rivelazione. Certo, avevo già fatto notare l’originalità della sua personalità artistica nella Sonata n. 7 di Prokofiev in Finale solistica, ma nel Quintetto di Dvorak il pianista ha mostrato con chiarezza che i suoi 29 anni sono sintomo di una notevole esperienza musicale. Dei sei, il suo è stato secondo me il Quintetto più riuscito, in cui il pianista è riuscito in maniera più interessante a scambiarsi ruoli con i vari archi, ad emergere quando necessario con suono brillante e chiaro e a tornare in secondo piano lasciando la guida all’arco di turno. Finalmente c’è stato anche modo di sentire quel Quintetto eseguito con un’intenzione stilistica ben chiara ed elaborata, con frequenti cambi di umore, timbro e suono che assecondavano la capricciosa scrittura e ben si adattavano alla varietà arcolaia del quartetto. L’uso del pedale è stato anche qui più calibrato, non un elemento costante, ma un colore prezioso da utilizzare con cura. Sono stato parecchio contento di notare che i miei pareri dal palcoscenico, dove avevo ripreso possesso della mia rumorosa panchetta da voltapagine, sono stati confermati dalla solita paziente e pervicace Sofia, che ha confermato le mie impressioni dalla platea. Insomma una prova so convincing, that you might say,  he already Won the competition! (badum-tsch) [perdoname madre por mi umorismo pessimo]

Il croato Ivan, dopo l’ “entrata con camicia trionfalmente fuori dai panta” [cit. Sofia], ha eseguito il Quintetto di Brahms, scelta coraggiosa operata dal pianista ventenne (come EunSeong Kim ieri). Dei tre della serata la sua è la prova che mi è piaciuta di meno. Nonostante il suono fosse più adatto e plasmabile rispetto al Brahms di EunSeong, anche il Brahms di Ivan è stato interpretato con una certa noncuranza del Quartetto che gli stava intorno. Raro il contatto con i musicisti, sia visivo che musicale, e l’intero Quintetto ha dato l’impressione di essere una lettura molto scolastica e un po’ superficiale, impressione che ha avuto Sofia dal pubblico, ma cui posso dare conferma io stesso dal palco. La parte del Quintetto era stata ben poco aperta, considerando che eccetto un paio di diteggiature nel quarto movimento non ho visto alcuna annotazione e il libro stava aperto con fatica sul leggio. Certo questo dimostra l’incredibile facilità tecnica e abilità di lettura del pianista, che nell’affrontare il leonino Quintetto non ha versato troppe gocce di sudore (ma che si è isolato a tal punto da dimenticarsi anche di darmi dei cenni nei punti in cui voleva che girassi prima). Forse è questo che la giuria ha apprezzato così tanto!

Infatti i tre pianisti su menzionati sono stati anche gli stessi a passare in Finalissima, con un risultato che non ci ha sorpresi troppo (anche se avrei preferito EunSeong al posto di Ivan per quella fantastica Finale solistica). Ad Anna è andato il Premio del Quartetto di Cremona, che consiste in una serie di concerti con il Quartetto col pianista con cui loro si sono trovati meglio nelle due ore e un quarto totali di prova (“more than enough!” ha commentato la sorprendente fanciulla russa). Fra Premio della Junior Jury e Premio del Quartetto, la pianista ha già accumulato un paio di bei concerti, oltre a quelli che le arriveranno come finalistissima del Concorso. Sono molto contento anche per il rubicondo JaeYeon, di cui ho apprezzato la maturità espressiva, e incuriosito dalla prova di Ivan il conquistatore. Domani sera infatti i tre pianisti si sfideranno a colpi di Beethoven (buffa immagine), eseguendo infatti Anna e Ivan il Quinto Concerto e JaeYeon il Quarto.

Siamo così arrivati al penultimo giorno di concorso, ma non disperate: un particolare dietro le quinte vi accompagnerà domani, nell’attesa della Finalissima. Una conversazione di fronte a tre caffè (uno per me, due per lui) con il meraviglioso Giulio Passadori, accordatore, noleggiatore, rivenditore e psicologo pianistico, colonna portante del Concorso Pianistico Ferruccio Busoni.