Diario dal Busoni: Terzo giorno di Semifinali

Il terzo giorno di semifinali non è stato dei migliori.

La prova mattutina non mi è dispiaciuta, con la temeraria esecuzione degli Studi op. 25 di Chopin e le immancabili 10 variazioni su un Preludio di Chopin (che ho sentito talmente tante volte da averle imparate per osmosi) ad opera del cinese Xingyu Lu. Gli studi sono partiti bene, con ottimo tocco, ma, arrivato verso la fine, sulle tempestose ottave del decimo il pianista ha perso un po’ la trebisonda e si è smarrito nell’alto mare del virtuosismo aggressivo.

Veramente ottima invece la prova di Maddalena Giacopuzzi, per me la migliore della giornata, che ha saputo dare un suono perfettamente nitido ma mai troppo secco sulla Toccata e Fuga BWV 911 di Bach, interpretata con magnifico piglio severo e grande cura dei registri anche se sacrificando un po’ l’impulso ritmico della Fuga, e ha offerto una Terza Sonata di Chopin veramente di splendida fattura, controllata ma appassionata, dal suono imponente ma non eccessivo, con splendidi fraseggi e momenti di grande poeticità nel Largo, soprattutto per la curata gestione dei piani sonori. Ottimo lo scuro e maestoso Finale, confermando la padronanza tecnica già mostrata nei movimenti precedenti. Un po’ di stanchezza ha purtroppo afflitto le Variazioni di Busoni (ancora? davvero?), che sono partite molto bene, ma sono sembrate poco interiorizzate e soprattutto poco apprezzate.

Diversa la situazione pomeridiana, che è stata forse la prova meno interessante di tutto il Busoni finora. Arisa Onoda, Jaeyon Won e Riyad Nicolas si sono succeduti sul palco, con approcci  molto diversi, ma purtroppo non molto riusciti. Arisa, dopo la sconfitta a San Remo, ha deciso di darsi al concertismo classico.

Scusate. Era una battuta dovuta.

Dicevo, la giapponese Arisa Onoda ha mostrato fin dal Rondò K 511 di Mozart uno splendido suono, unito ad una bella cura del carattere che mostrava una percezione quasi ipnotica dello splendido brano. Purtroppo l’esecuzione è stata bloccata più volte da vuoti ed incertezze che ne hanno ostacolato il contenuto espressivo e hanno mandato nel panico la giovane pianista, riuscita tuttavia a proseguire con determinazione. Le sue Variazioni su un Preludio di Chopin di Busoni (…) sono state la dimostrazione che ostinarsi a sceglierle quando non sono palesemente adatte alle proprie mani ed al proprio suono, non è una scelta vincente. Migliore l’esecuzione di Miroirs di Ravel, ben curato, ma purtroppo non molto diversificato nei colori e anche in questo caso disturbato da un vuoto che ha colpito il finale di una peraltro ottima Alborada. Non amo essere negativo, ma alcune cose devo dirle, è una questione di Sincerità (badum-tsch).

Il secondo del pomeriggio, il coreano Jaeyeon Won, ha dato una prova più solida, ma purtroppo molto poco curata nei dettagli. La sua Humoreske di Schumann è sembrata una lettura un po’ affrettata e poco interessante, nonostante un certo magistero tecnico. Più centrati sono stati i contrasti tra le varie sezioni. Abbastanza bene l’Elegia All’Italia! di Busoni, che però è apparsa discontinua e tecnicamente non solida (la maledetta sezione centrale di quell’Elegia ha mietuto più vittime di un friggizanzare). Meglio Szabadban di Bartók, con interessante caratterizzazione timbrica, buona resa tecnica e una concezione meno descrittivistica e più astratta. Mi permetto tuttavia di questionare sulla lunghezza del programma, che fra Humoreske, Elegia e Szabadban mi è sembrato durare ben più dei 40-45 minuti consentiti.

Dopo l’intervallo c’è stata la prova del siriano Riyad Nicolas, prova che ho veramente apprezzato poco. Partito con due Sonate di Scarlatti, se nella prima lenta sembrava solo un po’ romanticoso, nella seconda ha avuto un lieve tracollo: il suono scuro e pesantissimo non è stato annullato dal carattere gaio della Sonata (lo streaming rende malissimo la pesantezza sonora percepita), che ha avuto per di più un bel buco di passaggio alla destra e un problema di nitidezza nelle agilità. L’Elegia All’Italia! di Busoni (niente Variazioni per due concorrenti, un sogno), è stata affrontata con scarsa comprensione, molte imprecisione e una parte centrale che, più che pizza e mandolino, sembrava un gargoyle che ballava una grottesca polka. Il Gaspard de la Nuit successivo ha proseguito su questo binario, offrendo un brano che di Ravel aveva poco e sembrava uscito dalla grande letteratura russa (non avevo mai notato quanto Moussorgky ci fosse in Le Gibet, che fosse intenzionale?), in cui i problemi tecnici si sono susseguiti nonostante la discreta lentezza e il carattere timbrico di un brano tardo romantico. Peccato, davvero! Ma una prova non riuscita può capitare a chiunque e la pressione cui sottostanno questi pianisti è veramente notevole, c’è chi reagisce meglio e chi peggio.

Quest’oggi sono invece proseguite le prove, ma ne scriverò nella pagina di stasera/domani mattina, momento in cui oltre al resoconto quotidiano, avrò anche modo di commentare i risultati di questa prima e intensa fase del Concorso Busoni.

 

 

Roma, Modena, Padova, Torino

Da un treno in corsa si scrive bene per riflettere su cose appena successe.


Per me ora si chiude una settimana tra le più vagabonde: da Padova a Roma mercoledì (concerto di Janine Jansen con Gavrylyuk), poi da Roma a Modena (concerto di Zimerman), da Modena a Padova (giorno libero per studiare), da Padova a Torino (concerto per l’EstOvest Festival). E ora quasi a Padova, di nuovo.

Non ti illudere, lettore, che passi così ogni settimana della mia vita! Ma per caso fortuito si sono ammassati in giorni vicini tre concerti cui volevo assolutamente andare, sui quali devo scrivere altrettante recensioni e per i quali ho dovuto vagare. Con quale soddisfazione però! Devo ammetterlo, viaggiare per concerti è una delle cose che amo di più, in assoluto. Andare a cercare i musicisti che amo, andare a caccia di programmi particolari, conoscere sempre persone nuove e divertirsi con amici che si reincontrano.

Sicuramente Janine Jansen è un’artista per cui vale la pena fare Padova-Roma. Dopo averla conosciuta al suo festival ad Utrecht, quest’anno, ed essermi inebriato della sua presenza e di tutta la fantastica musica ascoltata a non finire per cinque giorni, rivederla e constatare come, assurdamente!, ancora si ricordasse di me è stato un grandissimo piacere. Il programma era dei più fantasici, soprattutto per un amante del ‘900 come me. Dopo una janiniana Terza di Brahms, si è passati ad una nervosa e aspra Sonata di Poulenc, alle rarefatte atmosfere e raffinato equilibrio dei magnifici Mythes di Szymanowski fino alla distesa, ma temperamentale Seconda Sonata di Prokofiev. (Janiniana = aggettivo, interpretazione caratterizzata da varietà timbrica, suono marcato e al contempo leggero, intensità espressiva viscerale, non sempre fedele alla prassi esecutiva, ma sempre un grande esempio di musica).

Un altra condizione che mi rende così caro l’andare a Roma è l’ambiente. Non parlo solo dell’insostituibile Nino (Antonino Fiumara), ma di tutto quell’ambiente post concerto che riesce sempre crearsi all’uscita dal Parco della Musica. E si fa mezzanotte a mangiare panini onto e bere birra che è un piacere.


Da Roma a Modena, poi, è stato un caso. Quella sera dovevo essere a Padova, concerto dell’Orchestra di Padova e del Veneto, ma… Zimerman! Per citare Mattia Ometto, “ubi Zimerman, OPV cessat”. E via, Roma-Modena (evviva il diretto), esplorazione della città mentre scende un allegro terzetto di amici da Padova, poi concerto fantastico. Uno Zimerman più umano del solito, ardentemente preso dalla musica, capace sì della sua incredibile scienza del tocco, ma che non ha rinunciato in nessun frangente alla sua personalità pur essendo sempre e assolutamente schubertiano. Dei due ultimi capolavori di Schubert, la Sonata D959 e la D960, ha dato due interpretazioni profondamente diverse, ma ricchissime di spunti: penso non dimenticherò mai quel secondo movimento della 959, così come la sconvolgente accettazione del proprio destino così tipica della 960, capace di contenere l’apocalisse in una bolla danzante di ricordi. Avevo già sentito il programma a Parma, questa primavera, ma devo ammettere che sono rimasto ugualmente se non ancora più emozionato! Rimando ogni specifica osservazione alla recensione, di prossima uscita. Post concerto si torna a Padova in macchina, tra amici e non può mancare l’hamburger delle due di notte, chiacchierando tra amici di musica, gossip di conservatorio e personaggi del trash televisivo e youtubiano.

E poi via, un giorno a Padova, studio, Animali fantastici e dove trovarli (una serata decisamente ben spesa) e la mattina dopo a scrivere la recensione sul concerto della Jansen e partire per Torino. Torino! Ogni volta che ci torno la amo di più. Apparentemente immemore del mal tempo, c’erano dei colori fantastici in questi due giorni. Qui ho avuto l’occasione di andare a trovare Claudio Pasceri, il direttore artistico dell’EstOvest Festival, che mi ha invitato al concerto di ieri pomeriggio. Interamente dedicato all’interessantissima figura di Isang Yun, compositore coreano nato nel 1917 e morto nel ’95, ho potuto scoprire del repertorio mai sentito e immergermi nella adattissima cornice del Museo Ettore Fico. Si sfruttassero più spesso i musei per farci musica! Ho potuto visitare le sue sale prima di immergermi nella musica, un’esperienza che non manca mai di gettare nuovo sguardi. Di nuovo, post concerto, l’immancabile cibo, principale coprotagonista di ogni viaggio musicale. Pizza con burrata e salsiccia, è stato il tuo turno. E il mio stomaco ti ricorda ancora con affetto.


Ora eccomi arrivato a Padova, dove finalmente potrò dedicarmi di nuovo allo studio, alla scrittura e all’organizzazione, di cui forse scriverò qualcosa di nuovo nei prossimi giorni. Ad maiora!

Un primo, grande passo

“Perché non apri un blog?”

Già, perché? Non mi ero mai posto la questione, semplice. E anche una volta posta la risposta è stata rapida: “Che avrò mai da raccontare?” “Scherzi? Con tutti i giri che fai, i concerti che vai a vedere, la roba che organizzi e le riflessioni musicali e non! Sarebbe bello vedere un blog di un ragazzo di ventitré anni che vive per la musica classica”

Sarà che sono facilmente suggestionabile, ma l’ho fatto. Ringrazio il ragazzo di mia sorella per avermi messo la pulce nell’orecchio e mia sorella per il nome. Come iniziare però?

Nessun primo passo è migliore del raccontare di un altro molto più importante primo passo, cui ho avuto modo di assistere sabato scorso, il 19 novembre: Alter Amy, composta dal giovane Piergiorgio Ratti, diretta dal giovane Lorenzo Passerini alla guida dell’ensemble della giovane Orchestra Antonio Vivaldi, con la direzione di produzione della giovane Olga Introzzi, il libretto e la sceneggiatura del giovane Marco Venturi e la regia dell’un po’ meno giovane Stefano Scherini. Insomma un’opera gggiovane sotto ogni aspetto.

Un viaggio di quattro ore in macchina per andare da Padova a Sondrio con Pippo (Filippo Muraro) e Lea (Leonora Armellini) per poter assistere a questo spettacolo, che si proponeva di portare una nuova concezione dell’opera in teatro. Un’unione di opera lirica, musical, musica pop, jazz, dance ed elettronica, un’alternanza tra canto lirico, canto moderno, danza, musica sinfonica, improvvisazione e recitazione. Senza dubbio un obiettivo maestoso e col rischio di terminare in un’accozzaglia informe di stili, destinati a mordersi i calcagni vicendevolmente senza mai trovare un reale contatto. Ebbene è riuscito il nostro Piergiorgio Ratti a scongiutare il rischio? Con suo grande merito sì, eccome!

Alter Amy è un primo tentativo, una grande prova di un lavoro in corso d’opera (ha-ha gioco di parole voluto!), ma può vantare l’abilità compositiva del suo ideatore: i lunghi intermezzi musicali hanno la dignità per esser riassunti in una suite da concerto; il linguaggio musicale sa veleggiare tra citazioni fondanti e mai gratuite, pur mantenendo sempre una forte personalità; le orchestrazioni sono di finissima fattura, sia che siano per l’ensemble che per le parti in elettronica; le idee motiviche e drammaturgiche sono brillanti; ma soprattutto i diversi generi musicali riescono agilmente ad integrarsi l’uno con l’altro senza quasi mai far percepire lo scarto o la gratuità della contrapposizione. Un successo totale!


Ma di cosa parlava Alter Amy? L’opera ha fatto del contrasto non solo il proprio linguaggio musicale: affiancare la diva del pop Amy Winehouse alla Bradamante dell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto è stato un’ardua sfida, risolta attraverso il furbo espediente della giovane cantante che, sfinita dall’alcol e dalle canne, si accascia sul divano e sogna. Espediente furbo anche quello del regista e ottimo attore Stefano Schierino che entra sul palco per dialogare con il direttore d’orchestra e spiegare in questo modo trama e significato con notevole autoironia. Dal suo divano, Amy proietta nell’Orlando Furioso, sorprendentemente aderente alle tematiche, tutte le proprie ansie e i propri desideri. Così il rapporto conflittuale con l’ex marito Blake si trasforma nell’eroica storia d’amore con Ruggiero, il padre despota viene rappresentato dalla strega Alcina, colpevole di aver prosciugato l’amore dalla coppia e di aver succhiato via ogni vita da Ruggiero e Bradamante, e l’incapacità di riprendere le redini della propria vita trova la propria risoluzione nell’impulso vitalistico dell’eroina onirica. Attraverso la proiezione della propria vita nella classicità, Amy trova un’alternativa alla propria condizione. Alla fine dello spettacolo resta solo l’amaro in bocca nel constatare come la cantante non abbia avuto la fortuna di sognare Bradamante nel mondo reale e, oppressa dai desideri di successo del padre, sconvolta dall’amore per Blake, tormentata dalle folli regole del mondo dello spettacolo, si sia perduta per sempre, annegata nell’alcol. Ma per il pubblico del Teatro Sociale di Sondrio è potuta rivivere ancora una sera e raccontare la propria storia con travolgente espressione: un ulteriore successo per Ratti e la sua ciurma!

Certo, molto ha ancora l’opera da crescere, per migliorare sia musicalmente che in alcune sue finezze esecutive, ma l’impulso è notevole. La produzione ha tra l’altro confermato l’acutezza delle sue scelte, anche se più dimestichezza servirà al cast per poter meglio rendere vocalmente ma soprattutto attorialmente i propri difficili ruoli. Una menzione va comunque al baritono Daniele Caputo, per il ruolo del padre di Amy e Alcina.

È stato impossibile uscire dal teatro senza avere la testa piena di domande. Questa dissolvenza dei confini operistici tradizionali può rappresentare un nuovo percorso musicale? L’unione musicale e di arti può rispondere all’esigenza di un nuovo pubblico interessato non solo ad emozionarsi con le opere del passato, ma desideroso di trovare un riflesso della propria società? È possibile creare un linguaggio musicale dotto ma capace di inserirsi nel tessuto uditivo che appartiene al mondo d’oggi? Come applicare queste idee anche a tematiche distanti dal mondo della cantante pop? Questo stile, maturato e perfezionato, potrebbe venire accettato all’interno dei più tradizionali teatri lirici? Che poi, sono i teatri lirici la giusta cornice per quest’opera?

Alter Amy ha provato a dare la sua prima risposta a questi interrogativi e se questo è solo il primo, grande passo, allora senza dubbio molti altri e sempre più grandi avranno da seguire!