Mecenatismo, che se ne parli!

Avevo scritto qualche giorno fa che avrei dovuto parlare di ciò che organizzo. Questa è una prima occasione.

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Che cos’è Mecenatismo 2.0? Oltre ad essere un titolo non troppo brillante, è stato un evento svolto sabato 3 dicembre presso l’Auditorium Pollini di Padova e che speriamo sia il primo di una lunga serie, interamente dedicata al tema del mecenatismo artistico e culturale. L’ideazione e tutta la spinta del progetto è dovuta a Margherita Colonnello, mia fida compagna di organizzazione di robe da diversi anni ormai. In questo caso mi sono limitato a far parte del comitato organizzativo che si riuniva a intervalli di qualche mese nell’ufficio del Direttore,  a organizzare e scrivere un paio di cose, a gestire gli ospiti insieme ad un’altra fanciulla e, prima volta per me!, a fungere anche da presentatore del pomeriggio. L’evento era diviso in due: mattina tavola rotonda con sette ospiti, pomeriggio successione di discorsi da parte di altri relatori. Oltre sedici persone sono intervenute nel corso della giornata, portando i loro studi, la loro esperienza, le motivazioni che li spingono a finanziare o le modalità in cui hanno cercato finanziamenti. Moltissimi gli spunti, già da questa edizione, ma soprattutto tantissime le idee di come cambiare, come migliorare l’evento, come portare avanti il dialogo.
Di una cosa sono certo: aver iniziato a parlarne in un evento strutturato è stato importantissimo.

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Fin dal mattino ci sono state occasioni di capire cosa volesse dire attirare fondi, come funzionassero le forme di mecenatismo e quali concetti vadano approfonditi. I sette ospiti sono stati chiamati in diversi momenti della mattinata anche a scrivere un proprio hashtag legato al mecenatismo, per chiarire il loro principio fondamentale. Ciò che più mi è rimasto impresso è stata la maggiore necessità per molte strutture culturali e artistiche di cambiare rotta e iniziare a dotarsi seriamente di chi trovare fondi lo fa per professione, il tutto inserito in una diversa idea di progetto culturale, più ricco di collegamenti, meno a senso unico. Bisogna cambiare i termini con cui si ragiona di cultura, ma temo che il rischio di voler parlar nuovo a tutti i costi possa anche portare verso percorsi decisamente inconcludenti. Va da sé che provare e riprovare è l’unica soluzione possibile!

Del pomeriggio sarebbe bello parlare approfonditamente, ma devo essere sincero che saltellando dentro e fuori le quinte era difficile seguire con completezza tutti gli interventi. “Voci di mecenatismo”, una decina di minuti per relatore (con inevitabili sforamenti) in cui portare le propria esperienza, anche quella una buona e rara occasione di osservare chi il mecenatismo lo studia, chi lo pratica e chi lo cerca e lo organizza. Un po’ sul modello Ted, esattamente. E del presentare, beh, anche qui ho molto da imparare! Fra le cose più complesse ancora da gestire, il bloccare un relatore quando parla senza più cognizione del tempo, senza essere troppo invadenti eppure abbastanza decisi. Qualcosa che speravo fosse molto più semplice e immediato da fare!

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A contorno dell’evento principale, infine, il nostro primo tentativo di trasformare l’evento sul mecenatismo un atto di mecenatismo in sé, facendo esporre dieci progetti di realtà del padovano nel foyer dell’auditorium (cosa da migliorare per le prossime edizioni!) e facendo scegliere al pubblico il suo favorito tra i progetti presentati.

Fra le varie cose che organizzo per trovare scuse per non studiare, questa è la prima di cui scrivo. Forse perchè si è tenuta solo pochi giorni fa e sembra di essere ancora lì, forse perchè è stato il primo evento di questo tipo che mi sono trovato ad affrontare, forse perchè ho scoperto quanto divertente e al contempo stressante sia presentare. Questo è stato Mecenatismo 2.0 e ora ci troviamo di fronte all’aver iniziato qualcosa dalle grandissime potenzialità, che sta muovendo i primi passi.

Perchè parlare di mecenatismo, soprattutto in Italia, è ora più importante che mai: per non lasciar andare allo sbando il nostro enorme patrimonio artistico, per non chiudere le porte a tutto ciò che di nuovo e bello può essere creato in questo Stato, per non continuare a vedere festival chiudere, orchestre in crisi, palazzi storici interdetti alle visite, musei in costante difficoltà economica, per cercare di capire come anche qui possiamo veramente cambiare le cose e intraprendere un nuovo sentiero nel campo dell’organizzazione.

Tantissime le idee, tantissime le cose da fare: Mecenatismo 2.0 ha appena iniziato.

 

Roma, Modena, Padova, Torino

Da un treno in corsa si scrive bene per riflettere su cose appena successe.


Per me ora si chiude una settimana tra le più vagabonde: da Padova a Roma mercoledì (concerto di Janine Jansen con Gavrylyuk), poi da Roma a Modena (concerto di Zimerman), da Modena a Padova (giorno libero per studiare), da Padova a Torino (concerto per l’EstOvest Festival). E ora quasi a Padova, di nuovo.

Non ti illudere, lettore, che passi così ogni settimana della mia vita! Ma per caso fortuito si sono ammassati in giorni vicini tre concerti cui volevo assolutamente andare, sui quali devo scrivere altrettante recensioni e per i quali ho dovuto vagare. Con quale soddisfazione però! Devo ammetterlo, viaggiare per concerti è una delle cose che amo di più, in assoluto. Andare a cercare i musicisti che amo, andare a caccia di programmi particolari, conoscere sempre persone nuove e divertirsi con amici che si reincontrano.

Sicuramente Janine Jansen è un’artista per cui vale la pena fare Padova-Roma. Dopo averla conosciuta al suo festival ad Utrecht, quest’anno, ed essermi inebriato della sua presenza e di tutta la fantastica musica ascoltata a non finire per cinque giorni, rivederla e constatare come, assurdamente!, ancora si ricordasse di me è stato un grandissimo piacere. Il programma era dei più fantasici, soprattutto per un amante del ‘900 come me. Dopo una janiniana Terza di Brahms, si è passati ad una nervosa e aspra Sonata di Poulenc, alle rarefatte atmosfere e raffinato equilibrio dei magnifici Mythes di Szymanowski fino alla distesa, ma temperamentale Seconda Sonata di Prokofiev. (Janiniana = aggettivo, interpretazione caratterizzata da varietà timbrica, suono marcato e al contempo leggero, intensità espressiva viscerale, non sempre fedele alla prassi esecutiva, ma sempre un grande esempio di musica).

Un altra condizione che mi rende così caro l’andare a Roma è l’ambiente. Non parlo solo dell’insostituibile Nino (Antonino Fiumara), ma di tutto quell’ambiente post concerto che riesce sempre crearsi all’uscita dal Parco della Musica. E si fa mezzanotte a mangiare panini onto e bere birra che è un piacere.


Da Roma a Modena, poi, è stato un caso. Quella sera dovevo essere a Padova, concerto dell’Orchestra di Padova e del Veneto, ma… Zimerman! Per citare Mattia Ometto, “ubi Zimerman, OPV cessat”. E via, Roma-Modena (evviva il diretto), esplorazione della città mentre scende un allegro terzetto di amici da Padova, poi concerto fantastico. Uno Zimerman più umano del solito, ardentemente preso dalla musica, capace sì della sua incredibile scienza del tocco, ma che non ha rinunciato in nessun frangente alla sua personalità pur essendo sempre e assolutamente schubertiano. Dei due ultimi capolavori di Schubert, la Sonata D959 e la D960, ha dato due interpretazioni profondamente diverse, ma ricchissime di spunti: penso non dimenticherò mai quel secondo movimento della 959, così come la sconvolgente accettazione del proprio destino così tipica della 960, capace di contenere l’apocalisse in una bolla danzante di ricordi. Avevo già sentito il programma a Parma, questa primavera, ma devo ammettere che sono rimasto ugualmente se non ancora più emozionato! Rimando ogni specifica osservazione alla recensione, di prossima uscita. Post concerto si torna a Padova in macchina, tra amici e non può mancare l’hamburger delle due di notte, chiacchierando tra amici di musica, gossip di conservatorio e personaggi del trash televisivo e youtubiano.

E poi via, un giorno a Padova, studio, Animali fantastici e dove trovarli (una serata decisamente ben spesa) e la mattina dopo a scrivere la recensione sul concerto della Jansen e partire per Torino. Torino! Ogni volta che ci torno la amo di più. Apparentemente immemore del mal tempo, c’erano dei colori fantastici in questi due giorni. Qui ho avuto l’occasione di andare a trovare Claudio Pasceri, il direttore artistico dell’EstOvest Festival, che mi ha invitato al concerto di ieri pomeriggio. Interamente dedicato all’interessantissima figura di Isang Yun, compositore coreano nato nel 1917 e morto nel ’95, ho potuto scoprire del repertorio mai sentito e immergermi nella adattissima cornice del Museo Ettore Fico. Si sfruttassero più spesso i musei per farci musica! Ho potuto visitare le sue sale prima di immergermi nella musica, un’esperienza che non manca mai di gettare nuovo sguardi. Di nuovo, post concerto, l’immancabile cibo, principale coprotagonista di ogni viaggio musicale. Pizza con burrata e salsiccia, è stato il tuo turno. E il mio stomaco ti ricorda ancora con affetto.


Ora eccomi arrivato a Padova, dove finalmente potrò dedicarmi di nuovo allo studio, alla scrittura e all’organizzazione, di cui forse scriverò qualcosa di nuovo nei prossimi giorni. Ad maiora!