La mia prima Sagra

Può sembrare strano, ma fino a ieri sera non avevo mai assistito ad una Sagra della Primavera di Stravinskij dal vivo. Nemmeno per le celebrazioni del 2013, nulla, sempre e solo sentita in CD.

Cosa mi perdevo.

Vuoi che fosse l’occasione, non si ascolta Gergiev alla guida dell’Accademia di Santa Cecilia tutti i giorni, ma è stata sconvolgente. Al concerto io e Nino c’eravamo arrivati preparati, ascolti in treno con partitura alla mano, per vedere com’era scritto questo tanto famoso Sacre du Printemps, ma non sarei mai potuto essere preparato a sufficienza per quello che mi aspettava. Non sarei mai potuto essere preparato per la sconvolgente carica primitiva ed erotica che Gergiev ha saputo dare alla suite. Dalle raffinatezze timbriche ed ipnotiche ai momenti più barbarici, direttore e orchestra hanno colto tutto l’auditorio in un enorme amplesso.


Parlar di sesso e di musica insieme potrebbe sembrare poco adatto, ma quanto spesso si sottovaluta la portata erotica della musica che suoniamo ed ascoltiamo! Se c’è qualcosa che libera tensioni e sensazioni inesprimibili a parole e che vengono dal più profondo della mente, questa è proprio la musica, che condivide il suo tratto istintivamente disinvolto con uno degli impulsi più forti e pervasivi che ci siano. 


Il discorso non può valere per tutte le musiche, avendo la composizione e l’esecuzione quel tratto intellettuale e costruttivo che lo sottrae al carattere meramente fisico, ma forse che anche l’erotismo non sia costituito da idee oltre che gesti fisici? Nella sua ritualità tribale, tra adorazioni e sacrifici, la Sagra della Primavera riesce a cogliere la forma più schietta, la matrice più profonda e ferina dell’animo, scatenando l’orchestra in infinite nuances, trasfigurando gli strumenti nei loro timbri, così come le pulsioni sessuali trasfigurano i volti e mostrano colori mai visti negli sguardi.


Quei colpi di timpani e grancassa, quei movimenti ipnotici, quei cambi subitanei, quell’intensità sconvolgente. Lo sguardo torvo di Gergiev mi ha rivelato con una chiarezza allucinante ed allucinata l’immenso erotismo tribale scatenato da Igor Stravinskij, popolando la mia mente di immagini. Suono trasfigurato in movimento. Ascolto trasfigurato in tatto. 

Andate a sentire Gergiev sulla Sagra della Primavera, fosse anche solo per rimanerne sconvolti un istante soltanto.

(Crediti per le foto a Musacchio & Iannello e alla pagina FB dell’Accademia, fonti costanti di splendide foto dai loro magnifici concerti)

Roma, Modena, Padova, Torino

Da un treno in corsa si scrive bene per riflettere su cose appena successe.


Per me ora si chiude una settimana tra le più vagabonde: da Padova a Roma mercoledì (concerto di Janine Jansen con Gavrylyuk), poi da Roma a Modena (concerto di Zimerman), da Modena a Padova (giorno libero per studiare), da Padova a Torino (concerto per l’EstOvest Festival). E ora quasi a Padova, di nuovo.

Non ti illudere, lettore, che passi così ogni settimana della mia vita! Ma per caso fortuito si sono ammassati in giorni vicini tre concerti cui volevo assolutamente andare, sui quali devo scrivere altrettante recensioni e per i quali ho dovuto vagare. Con quale soddisfazione però! Devo ammetterlo, viaggiare per concerti è una delle cose che amo di più, in assoluto. Andare a cercare i musicisti che amo, andare a caccia di programmi particolari, conoscere sempre persone nuove e divertirsi con amici che si reincontrano.

Sicuramente Janine Jansen è un’artista per cui vale la pena fare Padova-Roma. Dopo averla conosciuta al suo festival ad Utrecht, quest’anno, ed essermi inebriato della sua presenza e di tutta la fantastica musica ascoltata a non finire per cinque giorni, rivederla e constatare come, assurdamente!, ancora si ricordasse di me è stato un grandissimo piacere. Il programma era dei più fantasici, soprattutto per un amante del ‘900 come me. Dopo una janiniana Terza di Brahms, si è passati ad una nervosa e aspra Sonata di Poulenc, alle rarefatte atmosfere e raffinato equilibrio dei magnifici Mythes di Szymanowski fino alla distesa, ma temperamentale Seconda Sonata di Prokofiev. (Janiniana = aggettivo, interpretazione caratterizzata da varietà timbrica, suono marcato e al contempo leggero, intensità espressiva viscerale, non sempre fedele alla prassi esecutiva, ma sempre un grande esempio di musica).

Un altra condizione che mi rende così caro l’andare a Roma è l’ambiente. Non parlo solo dell’insostituibile Nino (Antonino Fiumara), ma di tutto quell’ambiente post concerto che riesce sempre crearsi all’uscita dal Parco della Musica. E si fa mezzanotte a mangiare panini onto e bere birra che è un piacere.


Da Roma a Modena, poi, è stato un caso. Quella sera dovevo essere a Padova, concerto dell’Orchestra di Padova e del Veneto, ma… Zimerman! Per citare Mattia Ometto, “ubi Zimerman, OPV cessat”. E via, Roma-Modena (evviva il diretto), esplorazione della città mentre scende un allegro terzetto di amici da Padova, poi concerto fantastico. Uno Zimerman più umano del solito, ardentemente preso dalla musica, capace sì della sua incredibile scienza del tocco, ma che non ha rinunciato in nessun frangente alla sua personalità pur essendo sempre e assolutamente schubertiano. Dei due ultimi capolavori di Schubert, la Sonata D959 e la D960, ha dato due interpretazioni profondamente diverse, ma ricchissime di spunti: penso non dimenticherò mai quel secondo movimento della 959, così come la sconvolgente accettazione del proprio destino così tipica della 960, capace di contenere l’apocalisse in una bolla danzante di ricordi. Avevo già sentito il programma a Parma, questa primavera, ma devo ammettere che sono rimasto ugualmente se non ancora più emozionato! Rimando ogni specifica osservazione alla recensione, di prossima uscita. Post concerto si torna a Padova in macchina, tra amici e non può mancare l’hamburger delle due di notte, chiacchierando tra amici di musica, gossip di conservatorio e personaggi del trash televisivo e youtubiano.

E poi via, un giorno a Padova, studio, Animali fantastici e dove trovarli (una serata decisamente ben spesa) e la mattina dopo a scrivere la recensione sul concerto della Jansen e partire per Torino. Torino! Ogni volta che ci torno la amo di più. Apparentemente immemore del mal tempo, c’erano dei colori fantastici in questi due giorni. Qui ho avuto l’occasione di andare a trovare Claudio Pasceri, il direttore artistico dell’EstOvest Festival, che mi ha invitato al concerto di ieri pomeriggio. Interamente dedicato all’interessantissima figura di Isang Yun, compositore coreano nato nel 1917 e morto nel ’95, ho potuto scoprire del repertorio mai sentito e immergermi nella adattissima cornice del Museo Ettore Fico. Si sfruttassero più spesso i musei per farci musica! Ho potuto visitare le sue sale prima di immergermi nella musica, un’esperienza che non manca mai di gettare nuovo sguardi. Di nuovo, post concerto, l’immancabile cibo, principale coprotagonista di ogni viaggio musicale. Pizza con burrata e salsiccia, è stato il tuo turno. E il mio stomaco ti ricorda ancora con affetto.


Ora eccomi arrivato a Padova, dove finalmente potrò dedicarmi di nuovo allo studio, alla scrittura e all’organizzazione, di cui forse scriverò qualcosa di nuovo nei prossimi giorni. Ad maiora!