Diario dal Busoni: Dal pedale alla brace

Con la prova di ieri sera ricomincia, dopo un giorno di pausa, questo diario busoniano. La posizione da cui ho osservato e osserverò le Finali di musica da camera è una posizione privilegiata e scomoda al contempo: quella del voltapagine. L’unica a cui non dovrò voltare sarà Anna Geniushene, che potrò godermi dalla platea, ma per tutti gli altri sarò sul palco a fare esercizi ginnici (voltar pagine sul Quintetto di Dvorak consuma più calorie di quaranta minuti di corsa). Ciò che ho potuto appurare grazie a questa particolare esperienza, è come cambi la prospettiva, come molte percezioni sonore sul palco poi siano diverse nel pubblico e verso la fine della serata avevo ormai imparato a riconoscere le corrispondenze palco-sala (pur dovendomi concentrare sul non perdere una nota delle parti).

Ho così potuto osservare da vicino e riflettere con cura anche in seguito sull’aspetto cameristico dei tre pianisti esibitisi (Dmytro Choni, Xingyu Lu e EunSeong Kim) confrontandomi anche con chi in sala ascoltava [fra cui l’intrepida Sofia che ha preso appunti da fuori per confrontarli con le mie impressioni]. Passiamo dunque alle prove.

Il biondo Dmytro ha suonato il Quintetto di Schumann, forse il quintetto più difficile per l’insieme, riuscendo con un discreto successo ad arrivare alla fine. Dei tre della serata è stato quello che più rivolgeva la sua attenzione agli altri, che più ascoltava e che più è stato incollato al Quartetto di Cremona (e anche, che più ha permesso al Quartetto di rimanere incollato a lui). Tuttavia è stato colpito da un attacco di pedalite acuta, la stessa che ha smussato tutti gli angoli della Sesta di Prokofiev, che nell’ambiente cameristico ha creato dei concreti problemi di limpidezza di tessitura [“Questo a pedalate arriva a Vienna” ha scritto Sofia]. Questo probabilmente era la difficoltà, così spesso sottovalutata, della Finale cameristica: sapersi reinventare come cameristi. E difatti saper abbandonare il pedale abbondante, saper uscire dal proprio mondo e creare musica, saper creare entusiasmo ed energia con un quartetto d’archi, magari anche avendo quell’intuito musicale o lo sguardo esperto che permettono di capire come meglio relazionarsi a quattro strumentisti ad arco. Lo Schumann di Choni non aveva sicuramente falle, era ben studiato e ben eseguito, ma ha peccato proprio nella ricerca di questo aspetto, oltre che ad una cautela veramente eccessiva che sull’altare della prudenza ha sacrificato lo slancio e l’intensità, indebolendo fortemente la resa. Dei tre, dal palco, è stato comunque quello che più mi ha colpito, anche per la lettura attenta della parte.

Migliore come limpidezza l’esecuzione del Quintetto di Dvorak ad opera del nostro cinese fungiforme preferito. Xingyu è partito molto bene, con più moderazione nel pedale e un suono meno pastoso che permetteva meglio agli archi di emergere nelle loro caratteristiche, ma temo abbia scelto il Quintetto sbagliato. Non parlo delle sbavature tecniche o delle note sporche, purtroppo presenti e destabilizzanti, ma del fatto che il pianista cinese non fa dell’abilità timbrica il proprio cavallo di battaglia: potete immaginare la difficoltà con cui è rimasto in sella sui rapidi scarti e gli energici sbuffi di quel cavallo pazzo che è il Quintetto di Dvorak. I momenti di pura magia e suggestione, quelli dal carattere capriccioso e appassionato, quelli intensamente lirici e quelli spavaldamente danzanti sono stati interpretati con suono fin troppo omogeneo o passando dalla monotonia all’aggressività. Più chiuso nel suo mondo rispetto a Dmytro, Xingyu ha dato anche molta meno attenzione al quartetto, non riuscendo soprattutto a creare un dialogo di colori con i diversi colpi d’arco.

Il Quintetto di Brahms del nostro caro Dio Pesshhto ha riconfermato la maestria tecnica del ventenne sudcoreano con le mani d’acciaio, ma anche la scarsa plasmabilità del suo brillante e imponente suono, questa volta per fortuna non peshtato. Con questa difficoltà a scendere dal podio del solista, EunSeong ha dato filo da torcere al Quartetto di Cremona che, arrivato al terzo quintetto di fila, ha dovuto sforzare notevolmente il proprio suono per poter emergere rispetto al roboante pianista. Nonostante non ci siano stati gravi problemi di insieme, quest’indifferenza sonora di EunSeong ha impedito al Quintetto di emergere nel suo essere, in primo luogo, un fare musica insieme, non un concerto per pianoforte e orchestra d’archi. Impressionante, comunque, la cura del pianista nello studio della sua parte (solo uno il dubbio e ben seguiti i fraseggi e tutte le annotazioni presenti sulla sua parte), che però ha peccato di superficialità nell’approccio col quartetto. La dimostrazione che in una prova cameristica sono diverse le richieste, ma è sempre e comunque uno solo l’obiettivo: fare musica. La narcisistica tendenza del solista, che lo porta a volte a sovrapporsi all’autore di cui esegue la musica, è tollerabile nel monologo, ma non nel dialogo.

Ma bisogna anche fare attenzione al peso che la tensione ha per tutti questi pianisti. La vera difficoltà della prova cameristica, infatti, è il riuscire ad uscire dal proprio esclusivo e concentrato mondo per ascoltare veramente gli altri, una sfida incredibile se consideriamo quanto debbano questi musicisti sopravvivere alla tensione da concorso e da diretta streaming. Posso dirvi nei dettagli quante volte le mani di Choni, di Lu e persino dell’inossidabile Kim abbiano tremato, l’istante prima di suonare accordo o appena appoggiata un’ottava, posso contare le volte in cui alcuni gesti nervosi e incontrollati hanno fatto loro sbattere le mani contro il coperchio della tastiera, posso confermare la tensione che provano fin da quando si avvicinano al retro palco e cercano con fatica di confrontarsi con il loro voltapagine per chiarire i punti difficili, quando magari vorrebbero solo isolarsi nella ricerca di una solidità interiore. Non stupisce dunque che i pianisti abbiano scelto di avvolgersi nel mantello del pedale per trovare quell’atmosfera di sicurezza così importante! Sull’aspetto voltapagine lo scettro del più previdente va a Xingyu, l’unico ad aver preparato la parte per facilitarne una voltata, non sapendo chi sarebbe stato il malcapitato voltatore degli infiniti ritornelli e rapide voltate del Quintetto di Dvorak.

Non resto ora che vedere se gli altri tre pianisti del concorso sapranno affrontare con maggior successivo l’impegnativa sfida rappresentata da queste Finali cameristiche!

Diario dal Busoni: La rivincita di Dio Pessshhhto

Si sono concluse le Finali solistiche, ma prima di andare ai risultati, condivido qui i miei personali commenti ai candidati esibitisi.

La prova di ieri ha visto esibirsi EunSeong Kim, Leonora Armellini, Xingyu Lu, JaeYeon Won, Ivan Krpan e Julius Asal.

Come il caro lettore potrà intuire dal titolo vagamente epico, la prova di EunSeong Kim, amorevolmente soprannominato “Dio Pessshhhto” in onore dell’irruente Semifinale solistica, è stata veramente ottima. Sarà stato meno nervoso, sarà stato più in confidenza con la sala e con il pianoforte, sarà che qualuno gli avrà detto di moderare il suono, ma non sembrava nemmeno lo stesso pianista. Il giovane coreano ha saputo sfoggiare la sua indubbia abilità tecnica in un’ottima Toccata Newen di Benzecry, un ben realizzato ed interessante Preludio e Fuga BWV 552 di Bach/Busoni, forse un po’ troppo pedalizzato nella fuga, un’ottima ed estroversa Sonata n. 5 di Skrjabin, su cui ha realizzato alcuni prodigi di tecnica ma anche di interesse musicale, e infine una 111 di Beethoven che ha mostrato una maturità espressiva assolutamente al di sopra di ogni aspettativa, con grande presenza scenica e gesti di “maschia virilità” [cit. da Il Pianoforte di Casella]. Chapeau, Dio Peshto, sono ben felice di ricredermi!

La prova di Leonora Armellini è stata, con tutta l’onestà concessami, una delle migliori prove di Busoni cui abbia assistito nella mia breve ma intensa frequentazione del mio Concorso cittadino. La pianista padovana ha eseguito una Fantasia cromatica e Fuga di Bach/Busoni convincente fin dalle prime note, con suono personale, enorme senso musicale e drammatico e una Fuga realizzata con cura timbrica impressionante. Ha poi proseguito con la 101 di Beethoven, eseguita, soprattutto nel primo movimento, con un carattere un po’ romantico e lirico, che ha svelato momenti di grande poeticità. Tecnicamente praticamente perfetta, anche qui il fugato del quarto movimento è stato un culmine di maestria allo strumento. La Toccata Newen di Benzecry è stata interpretata con meno presenza tecnica e possanza di suono rispetto a quella di EunSeong, ma con più spazio e maggiore ricerca timbrica, rendendola, di fatto, meno muscoli e più raffinatezza. La Sonata n. 2 di Prokofiev ha concluso con energia la prova dimostrando ciò che più mi ha entusiasmato di questa prova: il dimenticare di essere ad un concorso, ascoltare una prova come se fosse un concerto e godermela appieno.

È stato poi il turno di Xingyu Lu, che c’ha offerto uno splendido Le Carillon d’Orléans di Hersant, come brano contemporaneo, proseguendo poi con il Preludio, Fuga e Allegro BWV 998 di Bach/Busoni. Il trittico è stato eseguito bene, ma con una certa impassibilità, un suono un po’ di plastica e una differenziazione delle voci che riguardava solo la dinamica e mai la timbrica [Sofia disse: questo coi timbri ci fa i francobolli]. Anche il corale Wachtet auf, ruft uns die Stimme ha confermato questa impressione, aggiungendo però una buona capacità di creare atmosfera. La 110 di Beethoven è stata eseguita con un bel carattere morbido e chiaro, con buona capacità di cambiare carattere e resa tecnica, ma ancora la stessa impermeabilità di suono e timbro che gli ha reso dura la vita durante la Fuga, nel quale le entrate ben marcate dei soggetti facevano perdere consapevolezza delle altre voci. Dopo una prova di buon livello, ci son rimasto quasi un po’ male a vedere un Petrouchka non all’altezza del resto. Certo, non mancavano anche qui dei momenti molto belli, soprattutto nel secondo movimento, ma il trittico stravinskijano è stato tecnicamente non sempre preciso, timbricamente assai povero e dal fraseggio ogni tanto un po’ incerto. Peccato!

Nel pomeriggio ha continuato poi il coreano JaeYeon Won, che, eccetto per un vuotino prima del finale, ha iniziato la sua prova con un’ottima Sonata HOB XVI:48 di Haydn. Molto meno riuscite le Variazioni su un proprio tema op. 21 n. 1 di Brahms, brano che è stato colpito da numerosi dubbi, vari problemi tecnici, un fraseggio assai poco chiaro e una resa molto debole. È stato bravo il pianista a non farsi demoralizzare e a proseguire con Just as the sun is always di Mason, brano nel quale (come per tutti i contemporanei pomeridiani) mi son trovato a girar le pagine. Con tanto di scherzetto sulla disposizione delle parti. (“Credevi che partissi con tre pagine aperte e invece no!”) Dopo una ottima Aria variata alla maniera italiana BWV 989 di Bach/Busoni, dal carattere secondo me ben centrato e dal bellissimo suono, Won ha eseguito una Sonata n. 7 di Prokofiev che è riuscita nel duro compito di essere interessante. Non sempre precisa, non sempre marcata ritmicamente, ma estremamente personale, segno di una maturazione del brano che fin dalle prime note un po’ più moderate di tempo ha mostrato equilibri sonori e giochi timbrici che rendevano nuova ogni battuta.

È stato poi il turno dell’indubbio talento di Ivan Krpan, che però ha mostrato delle incertezze anche musicali già dal corale Ich ruf zu Dir di Bach/Busoni, concluso in maniera un po’ buttata. Meglio la Sonata n. 11 op. 22 di Beethoven, su cui ha trovato un carattere splendidamente beethoveniano riuscendo ad affrontare con successo tecnico e musicale la sonata, nonostante il suono tendesse a tratti ad irrigidirsi. Ciò che lo ostacolava, sia in Bach/Busoni che in Beethoven, era una certa pesantezza e carenza di controllo della mano sinistra, un po’ caciarona e granitica lì sotto [la mano de La Cosa, l’ha definita Sofia, che ormai mi fornisce suggestive immagini durante tutto il concorso]. Dopo un ben realizzato e squadrato Dramatis Personae di Lenot di cui, confermo, è riuscito a fare quasi tutte le note (not bad), è stato il turno della Sonata n. 2 di Chopin, brano su cui non ho concordato sul carattere pesantissimo e aggressivo, che sarebbe stato a suo agio più in una Sonata di Rachmaninov. La sonata è stata anche colpita da un vuoto molto pesante nel primo movimento, che era caratterizzato da un’instabilità agogica un po’ eccessiva. Questa caratteristica sonora è stata confermata anche da secondo e terzo tempo, mostrando nel celebre crescendo della Marcia Funebre la difficoltà del volitivo croato di dare ampiezza al suo suono, come aveva saputo fare invece EunSeong. Anche il Finale è apparso poco compreso e pesante, facendo rimpiangere quello di Andreatta in Semifinale: un gran peccato dopo un Beethoven ed un Lenot così ottimi e interessanti!

La prova di Asal è stata un piccolo colpo al cuore: il pianista tedesco mi aveva colpito tantissimo in Semifinale per l’incredibile maturità espressiva. Ed infatti anche qui era partito con un ottimo Hypnòs di Bellafronte, mostrando una certa dimestichezza col repertorio contemporaneo. È stato poi il turno della prima Ciaccona di Bach/Busoni del concorso (come solo ora la prima? ma se normalmente su dodici finalisti la portano in cinque/sei? e ora come faccio a soddisfare la mia dose biennale di ciaccone?). Il brano è apparso, mi duole dirlo, sproporzionato per le mani del pianista e forse poco maturo. I momenti poetici erano splendidi, ma le parti tecniche non funzionavano e finivano per innervosirlo e farlo cascare anche nei punti in cui avrebbe potuto far venire i brividi. L’ho visto, prima del brano contemporaneo, quasi in panico al momento di tornare sul palco e infatti Dramatis Personae è stato impreciso e non ha espresso le potenzialità notevoli che questo pianista ha nel repertorio contemporaneo. Sue caratteristiche efficaci, che sono state percepite nella Sonata op. 10 n. 1 e nei Préludes 10, 11, 12 e 13 dall’op. 32 di Rachmaninov, sono la grande capacità di creare immagini e atmosfere e la facilità di espressione, ma ormai il nervosismo aveva avuto la meglio e su Beethoven il suono è risultato eccessivamente spigoloso, mentre su Rachmaninov ottimi momenti si alternavano ad una carenza di controllo e di coerenza sonora. Sommo dolore, seguirò però con grande interesse il percorso di crescità di questo valido musicista.

Giunti dunque al termine, i risultati. Sui dodici sono passati costoro: Choni Dmytro, Geniushene Anna, Kim EunSeong, Krpan Ivan, Lu Xingyu, Won JaeYeon. Non male, devo essere sincero, ma c’è, il lettore lo avrà capito, una grande assente per me fra questi, che avrebbe assolutamente meritato: Leonora Armellini, la cui prova avevo preferito a quelle di molti altri. Mi felicito però della presenza di Dmytro, Anna e EunSeong e, sebbene me lo aspettassi, sono dispiaciuto per l’assenza di Larry Weng e Julius Asal, che sono felice di aver avuto l’opportunità di conoscere e che seguirò da vicino nei prossimi anni. Ma questi sono i concorsi e il giudizio della giuria si rispetta: non che questo però mi impedisca di esprimermi in totale franchezza sulle mie opinioni personali!

La prossima pagina di diario uscirà dopodomani, quest’oggi è giorno un po’ di riposo dopo la tirata busoniana degli ultimi sei giorni, e sarà una pagina particolare, perchè avrò modo di osservare i pianisti a pochi centimetri dal loro naso (sì, mi hanno di nuovo cooptato per voltar le pagine su tutti i Quintetti della Finale di musica da camera). Un’esperienza nuova!

Diario dal Busoni: Al via le Finali solistiche

Con le due prove di ieri, alle 15 e alle 20, è proseguito il Concorso Busoni. Giunti ormai alle Finali solistiche, dai ventiquattro pianisti iniziali siamo arrivati ai dodici finalisti, di cui i primi sei si sono esibiti ieri. Questi sono Larry Weng, Dmytro Choni, HanGon Rhyu, Anna Geniushene, Daniele Paolillo e Madoka Fukami.

Visto che il tempo stringe e a breve si ricomincia, direi di lanciarci subito sui commenti.

L’americano di origini cinesi Larry Weng si è esibito con alti e bassi. Probabilmente per nervosismo la sua prova è stata purtroppo molto sporca tecnicamente, partendo da una Toccata, Adagio e Fuga di Bach/Busoni che è stata affrontata con fatica. Molto meglio la Sonata n. 30 op. 109 di Beethoven, in cui il pianista ha dato prova di avere moltissime idee e di saper costruire frasi magnifiche. Belli il suono ed il carattere, con momenti di vera poeticità nell’Andante cantabile e molto espressivo conclusivo. Buona la sua interpretazione del brano contemporaneodi Mason Just as the sun is always, che ha beneficiato della chiarezza e della luminosità di suono tipiche ti questo pianista. Interessante la Sonata n. 7 di Prokofiev, tecnicamente non sempre ben controllata, ma caratterizzata ad una notevole chiarezza formale, una concezione orchestrale delle linee e dei fraseggi (sempre ben condotti anche quando più spezzettati) e con un Precipitato finale non troppo veloce, ma con un vivace impulso ritmico. Molto americano.

Migliore la prova di Dmytro Choni, che da un punto di vista tecnico è stato quasi impeccabile. Dopo un bel corale Nun komm’ der Heiden Heiland di Bach/Busoni, il pianista ucraino ha proseguito con una Sonata HOB XVI:31 n. 46 di Haydn eseguita molto bene, ma dal suono un po’ pesante e un po’ carente nei guizzi divertenti. Molto bello invece, proprio queste caratteristiche, l’intenso secondo movimento. Ci siamo poi confrontati con un altro brano contemporaneo, che capiterà di ascoltare diverse volte in queste Finali solistiche: la Toccata Newen di Benzecry. Vero brano di virtuosismo, la Toccata è stata interpretata da Dmytro con tante note, molto veloci molto ben suonate. Sfumature timbriche, interesse di fraseggio e consapevolezza degli elementi sono stati abbandonati per dare al brano un carattere di percussivo primitivismo, indubbiamente efficace! Bene poi l’inizio di Les cloches de Geneve di Liszt, che però è sfuggito di mano nei più concitati momenti centrali ed è terminato senza riuscire a recuperare quel carattere elegiaco con cui Dmytro magnificamente aveva iniziato. Molto buona la Sonata n. 6 di Prokofiev, tecnicamente notevolissima e dal bel suono, anche se, devo essere sincero, un po’ noiosa, forse per l’eccessivo carattere romantico, il suono rotondo anche dove poteva essere più sferzante, il pedale un po’ pesante e, in generale, un’interpretazione che non ha portato grande motivo di interesse su una Sonata già molto eseguita e nota. Indubbiamente solido.

Il giovane HanGon Rhyu, appena diciottenne, è partito con un ottimo corale Ich ruf zu Dir Herr Jesu Christ di Bach/Busoni, dimostrando come il carattere un po’ statico e meditativo del corale fosse quello in cui più si trova a suo agio. Del brano contemporaneo posso dire un po’ poco, essendo io stato cooptato come voltapagine (guarda mamma, sono in diretta!). Ho potuto però osservare lo scrupolo con cui ha realizzato i difficili ed intricati passaggi, ma anche un certo schematismo che non ha aiutato il già squadrato Dramatis Personae di Lenot. Buona la Sonata n. 31 op. 110 di Beethoven, soprattutto nel primo movimento, dimostrando ancora il proprio carattere adatto alla dolcezza e alla morbidezza di attacco, con un tono mite che purtroppo non riusciva a scalzarsi di dosso nemmeno nei più vivaci momenti. Nonostante la buona cura, l’affermazione vitale nella conclusiva fuga è quindi rimasto molto nascosto. Buono il Carnaval di Schumann, anche se con qualche nota svizzera, ma insomma, da quanto detto finora si può desumere il carattere mancato anche del frizzante brano schumanniano. Particolare come questo ’99 non suoni affatto come un ’99.

La sera la prova è proseguita con Anna Geniushene, che si è confermata nella mia opinione come una delle migliori finora. Bellissimo il suo corale Ich ruf zu Dir Herr Jesu Christ, con grande cura e intima espressione, soprattutto nei due crescendo da brividi. Molto buono anche il carattere della Sonata HOB XVI:31 n. 46 di Haydn, che ha beneficiato del suono un po’ secco e ligneo tipico di questa pianista. Non sono mancati i guizzi ed il sincero divertimento per la sorpresa, dandone quindi un’interpretazione diversa e a mio avviso più funzionante rispetto a Dmytro. Meno riuscito Just as the sun is always di Mason, brano di cui la pianista russa non sembrava molto convinta, ma diverso il discorso per l’imponente Sonata n. 8 di Prokofiev (sì, in un giorno ci siamo fatti tutte e tre le Sonate di Guerra di Prok). Ho sentito voci discordanti, c’è chi preferisce Prokofiev più limpido e chiaro, come quello di Larry, c’è chi lo preferisce meno assordante: onestamente io l’ho adorato. La sua Ottava è stata variegata, ricca di momenti interessanti, non mi ha mai lasciato andare. Qualche imprecisione tecnica e qualche momento di maggiore caoticità (soprattutto nel finale purtroppo un po’ buttato) non le hanno evitato di essere l’unica finora ad essere riuscita a creare grandi tensioni, a far passare con maestria l’intensità da una frase all’altra e ad avere un respiro musicale tale da sapere sempre quando e come interrompere una sezione per dare spazio ad un’altra. Il suono tagliente e squadrato non le ha impedito di alternare ai momenti più percussivi quel mondo fantastico e surreale che è così tipico di questa Sonata, riuscendo a creare atmosfere sonore di grande suggestione, anche grazie ad una cura timbrica veramente ottima. Insomma, ho apprezzato, decisamente.

Meno interessante la prova di Paolillo, invece, devo ammetterlo. Confermando le impressioni avute in semifinale, il pianista barese ha faticato ad utilizzare l’incredibile suono che si ritrova per fini musicali che trascendessero il suo splendido cantabile, creando una prova che nonostante il repertorio è risultata molto monotona. Buone alcune cose della Didone Abbandonata di Clementi, interpretata però con gusto tardo romantico un po’ eccessivo; tecnicamente imprecisa ed immatura la Sonata in si minore di Liszt e soprattutto buttata la Toccata Newen di Benzecry. Ogni brano era immerso in un pedale lunghissimo un po’ di comodo e la tenuta del tempo è stata spesso instabile. Non sempre un suono bello, profondo e scuro basta a tenere in piedi un’interpretazione, purtroppo!

A continuare sul carattere monotono (per misurare i gradi di noia bisognava osservare la frequenza dello sventolamento Jorge Luis Prats) c’ha pensato la prova di Madoka Fukami, che nonostante un’ottima resa del brano contemporaneo Vexierbilder II di Pesson, eseguito a memoria (impressive!). La sua (troppo?) lunga prova è proseguita con una Sonata HOB XVI:50 ben realizzata e condotta, dal timbro chiaro ed equilibrato. Anche Miroirs di Ravel è stato ben confezionato, ma, a parte uno splendido Oiseaux tristes, la raccolta è apparsa molto distante, con poco carattere e senza concreti punti di interesse timbrico: insomma, per l’appunto molto confezionato. Ho apprezzato comunque la precisione e lo scrupolo, caratteristiche con cui è proseguito il terzo Ich ruf zu Dir di Bach/Busoni del giorno, che ha però sofferto molto il confronto con l’intima intensità di Anna e l’ampia cantabilità di Daniele. La pianista giapponese è invece un po’ crollata nella Sonata n. 5 di Skrjabin, che, oltre all’imprecisione tecnica, è tornata ad un carattere di monotonia. It’s roof time for De Maria, yeahhh! [cit. Sofia].

Insomma, siamo riemersi dal Conservatorio che erano le 23.40 quasi, stanchi, vagamente a forma di poltrona, ma comunque contenti. E chiudere in bellezza la serata, ci ha accolti una Anna Geniushene sufficientemente rilassata e sufficientemente brilla, mentre passeggiava ondeggiante per Piazza Domenicani con il consorte.

Bei momenti e buffi ricordi di questa splendida Sessantunesima Edizione del Concorso Busoni!

Diario dal Busoni: I primi risultati

Eccoci qui, il 26 mattina, dopo che sono stati annunciati i 12 Finalisti del Busoni.

Prima di inoltrarci nel commento della cosa, tuttavia, vorrei terminare il resoconto dei pianisti che hanno suonato ieri, per finire di dare una panoramica di tutti i concorrenti del Concorso. Si sono esibiti infatti i cinque ultimi concorrenti, Ivan Krpan, Julian Trevelyan, Julius Asal, Yui Fushiki e Franck Laurent-Grandpré.

La prova mattutina è stata quella con l’età media più bassa (due ’97 e un ’98). Il croato Ivan Krpan è stato il primo dei ’97 ad esibirsi e ha fin da subito dato sfoggio del suo ottimo suono sulla Sonatina seconda di Busoni, brano ben studiato e con alcuni momenti molto belli, ma dall’interpretazione un po’ troppo romanticosa. Meglio le Variazioni su un tema di Schumann di Brahms e la Dante di Liszt, in cui il pianista ha dato sfoggio di ottima padronanza tecnica, buona varietà di carattere e bellissimo suono, nonostante una tendenza molto frequente a perdere di vista gli elementi nel caos del momento. La chiarezza della tessitura, il fraseggio delle voci e la direzione sono infatti risultate un po’ deboli, ma eccetto questo, si è trattato di una buona prova.

L’inglese Julian Trevelyan, il ’98, ha dato l’impressione di avere ancora molto da maturare, soprattutto tecnicamente. Sulla Sonata di Haydn e alcuni momenti di Gaspard de la Nuit (soprattutto Ondine), ha mostrato di avere dell’indubbio talento, buone idee musicali e una certa raffinatezza, ma nel complesso entrambi i brani hanno mostrato troppe imprecisioni tecniche, giungendo in Scarbo a momenti di totale caos. Forse è un po’ troppo ambizioso portare l’imponente trittico ravelliano, ma l’ambizione è proseguita con la scelta di suonare la difficile e pesante (ma meravigliosa) Toccata di Busoni, brano per cui sono richieste mani d’acciaio e profondità di sguardo. Probabilmente già debilitato da Scarbo, fin dal Preludio della Toccata il brano è apparso purtroppo tecnicamente non solido. Il talento del ragazzo (che è anche violinista e tenore a quanto pare, caspita) è però indubbio, quindi mi auguro di rivederlo in futuro.

Meravigliosa è stata invece la prova del tedesco Julius Asal che ha dato prova di incredibile maturità espressiva e saggezza nella scelta del programma. Certo, la scelta di iniziale con la Suite op. 14 di Bartók è al limite del masochismo, considerando quanto quel brano lasci l’interprete in mutande, e proprio quella Suite è stata ciò che ho meno apprezzato. Dalla Sonata D664 di Schubert, tuttavia, si è percepito l’incredibile sguardo poetico di questo ’97, che ha saputo dare una effusione lirica sempre intensa e contenuta, ben curando i contrasti nella Sonata, nonostante qualche piccola sporcatura nei passaggi di ottave e salti. Il secondo movimento bastava da solo a dargli un parere favorevole, ma come se non bastasse ha fatto seguire un meraviglioso Indianisches Tagebuch di Busoni, dimostrando grande piglio, ricerca timbrica e la capacità di produrre un’ottima quantità di suono dallo strumento, nonostante due sue braccia facciano a malapena una delle mie (e non che io sia un muscoloso energumeno). Decisamente una delle migliori e più godute prove dell’intero Busoni fino ad adesso.

Pomeriggio è stato un po’ meno soddisfacente. La giapponese Yui Fushiki ha fatto una buona prova, offrendo soprattutto un Carnaval di ottima fattura tecnica e di carattere, con ottimi gesti e un suono veramente convincente. Peccato per alcune imprecisioni e soprattutto per la minore resa data nel corale di Bach/Busoni Nun komm’ den Heiden Heiland e nelle (rullo di tamburi) Variazioni su un preludio di Chopin di Busoni (eddaje non potevano mancare nell’ultima prova del concorso a darmi il loro estremo saluto: ciao variazioni, ciao, vi ho voluto tanto bene, ora non ci vediamo più per un anno, pls). Ho apprezzato meno il francese Franck Laurent-Grandré, che forse per tensione ha perso molto il controllo nel Liebestod di Wagner/Liszt, ha recuperato un po’ con una buona e vitale Sonata K 332 di Mozart, è tornato un po’ giù con la Sonatina in diem nativitatis Christi di Busoni, poco chiara nella sua struttura, si è ripreso con l’inizio de La valse di Ravel, per poi tirare i remi in barca e buttare via mezzo finale. Una prova altalenante che però ha mostrato dei bei momenti.

La vera protagonista della prova pomeridiana, tuttavia, è stata La Vecchia col Sacchetto®. Capita spesso di vedere personaggi particolari in sala, l’altro giorno un tipo si è addormentato e ha iniziato a mugugnare nel sonno, ma questa è stata pura poesia. Nei momenti di maggiore intensità espressiva o raffinatezza timbrica, soprattutto del povero Franck, costei armeggiava con certosina cura in un rumoroso sacchetto di plastica per estrarre una in teoria proibita bottiglia d’acqua, svitava lentamente il tappo, beveva, riponeva la bottiglia nel sacchetto assicurandosi di metterci il maggior tempo possibile e riprendeva a respirare rumorosamente. Nonostante ci fossero almeno cinque paia d’occhi puntati su di lei, ogniqualvolta ripeteva questa chirurgica operazione di infastidimento collettivo, La Vecchia col Sacchetto® non percepiva pressione alcuna. Anzi, giunta ad un certo momento della prova, non paga di soffiarsi il naso per fortuna non troppo rumorosamente, ha lentamente armeggiato nella sua bianca borsa, per estrarre poi un secondo fazzoletto usato. Avesse estratto un cheeseburger l’avrei premiata per l’intima coerenza stilistica. Il mio Premio Busoni 2017, in ogni caso, va a lei.

Parlando di Premio Busoni, giungiamo dunque finalmente ai risultati! Come probabilmente saprete questa è la lista dei Finalisti: Weng Larry, Choni Dmytro, Rhyu HanGon, Geniushene Anna, Paolillo Daniele, Fukami Madoka, Kim Eunseong, Armellini Leonora, Lu Xingyu, Won Jaeyeon, Krpan Ivan, Asal Julius.

Beh, devo ammettere di essere molto d’accordo su questi risultati. Sono dispiaciuto per l’assenza di Yuka Morishige, Maddalena Giacopuzzi e Yui Fushiki, che avrei preferito ad alcuni altri, ma sono veramente contento che Larry Weng, Dmytro Choni, Anna Geniushene (che ha anche vinto il premio della Junior Jury), Leonora Armellini e Julius Asal siano passati. Questi ultimi tre sono stati tra l’altro i miei preferiti del concorso finora. Per questa prima prova la giuria ha compiuto una scelta che reputo veramente ottima, tenendo un livello medio veramente alto. Solo, sono un po’ perplesso dalla presenza del mio amato Pessshto-God Eunseong Kim, ma vedremo se in seconda prova sarà capace di unire una vena di poesia ed espressività allo tsunami sonoro con cui ha inondato la Sala Michelangeli. Mio caro Henry, mi dispiace per le tue corde.

Vedremo ora, questo pomeriggio e domani, come si svolgerano le Finali solistiche, con la speranza di poter trovare ancora così tanta bella musica.

Diario dal Busoni: Terzo giorno di Semifinali

Il terzo giorno di semifinali non è stato dei migliori.

La prova mattutina non mi è dispiaciuta, con la temeraria esecuzione degli Studi op. 25 di Chopin e le immancabili 10 variazioni su un Preludio di Chopin (che ho sentito talmente tante volte da averle imparate per osmosi) ad opera del cinese Xingyu Lu. Gli studi sono partiti bene, con ottimo tocco, ma, arrivato verso la fine, sulle tempestose ottave del decimo il pianista ha perso un po’ la trebisonda e si è smarrito nell’alto mare del virtuosismo aggressivo.

Veramente ottima invece la prova di Maddalena Giacopuzzi, per me la migliore della giornata, che ha saputo dare un suono perfettamente nitido ma mai troppo secco sulla Toccata e Fuga BWV 911 di Bach, interpretata con magnifico piglio severo e grande cura dei registri anche se sacrificando un po’ l’impulso ritmico della Fuga, e ha offerto una Terza Sonata di Chopin veramente di splendida fattura, controllata ma appassionata, dal suono imponente ma non eccessivo, con splendidi fraseggi e momenti di grande poeticità nel Largo, soprattutto per la curata gestione dei piani sonori. Ottimo lo scuro e maestoso Finale, confermando la padronanza tecnica già mostrata nei movimenti precedenti. Un po’ di stanchezza ha purtroppo afflitto le Variazioni di Busoni (ancora? davvero?), che sono partite molto bene, ma sono sembrate poco interiorizzate e soprattutto poco apprezzate.

Diversa la situazione pomeridiana, che è stata forse la prova meno interessante di tutto il Busoni finora. Arisa Onoda, Jaeyon Won e Riyad Nicolas si sono succeduti sul palco, con approcci  molto diversi, ma purtroppo non molto riusciti. Arisa, dopo la sconfitta a San Remo, ha deciso di darsi al concertismo classico.

Scusate. Era una battuta dovuta.

Dicevo, la giapponese Arisa Onoda ha mostrato fin dal Rondò K 511 di Mozart uno splendido suono, unito ad una bella cura del carattere che mostrava una percezione quasi ipnotica dello splendido brano. Purtroppo l’esecuzione è stata bloccata più volte da vuoti ed incertezze che ne hanno ostacolato il contenuto espressivo e hanno mandato nel panico la giovane pianista, riuscita tuttavia a proseguire con determinazione. Le sue Variazioni su un Preludio di Chopin di Busoni (…) sono state la dimostrazione che ostinarsi a sceglierle quando non sono palesemente adatte alle proprie mani ed al proprio suono, non è una scelta vincente. Migliore l’esecuzione di Miroirs di Ravel, ben curato, ma purtroppo non molto diversificato nei colori e anche in questo caso disturbato da un vuoto che ha colpito il finale di una peraltro ottima Alborada. Non amo essere negativo, ma alcune cose devo dirle, è una questione di Sincerità (badum-tsch).

Il secondo del pomeriggio, il coreano Jaeyeon Won, ha dato una prova più solida, ma purtroppo molto poco curata nei dettagli. La sua Humoreske di Schumann è sembrata una lettura un po’ affrettata e poco interessante, nonostante un certo magistero tecnico. Più centrati sono stati i contrasti tra le varie sezioni. Abbastanza bene l’Elegia All’Italia! di Busoni, che però è apparsa discontinua e tecnicamente non solida (la maledetta sezione centrale di quell’Elegia ha mietuto più vittime di un friggizanzare). Meglio Szabadban di Bartók, con interessante caratterizzazione timbrica, buona resa tecnica e una concezione meno descrittivistica e più astratta. Mi permetto tuttavia di questionare sulla lunghezza del programma, che fra Humoreske, Elegia e Szabadban mi è sembrato durare ben più dei 40-45 minuti consentiti.

Dopo l’intervallo c’è stata la prova del siriano Riyad Nicolas, prova che ho veramente apprezzato poco. Partito con due Sonate di Scarlatti, se nella prima lenta sembrava solo un po’ romanticoso, nella seconda ha avuto un lieve tracollo: il suono scuro e pesantissimo non è stato annullato dal carattere gaio della Sonata (lo streaming rende malissimo la pesantezza sonora percepita), che ha avuto per di più un bel buco di passaggio alla destra e un problema di nitidezza nelle agilità. L’Elegia All’Italia! di Busoni (niente Variazioni per due concorrenti, un sogno), è stata affrontata con scarsa comprensione, molte imprecisione e una parte centrale che, più che pizza e mandolino, sembrava un gargoyle che ballava una grottesca polka. Il Gaspard de la Nuit successivo ha proseguito su questo binario, offrendo un brano che di Ravel aveva poco e sembrava uscito dalla grande letteratura russa (non avevo mai notato quanto Moussorgky ci fosse in Le Gibet, che fosse intenzionale?), in cui i problemi tecnici si sono susseguiti nonostante la discreta lentezza e il carattere timbrico di un brano tardo romantico. Peccato, davvero! Ma una prova non riuscita può capitare a chiunque e la pressione cui sottostanno questi pianisti è veramente notevole, c’è chi reagisce meglio e chi peggio.

Quest’oggi sono invece proseguite le prove, ma ne scriverò nella pagina di stasera/domani mattina, momento in cui oltre al resoconto quotidiano, avrò anche modo di commentare i risultati di questa prima e intensa fase del Concorso Busoni.

 

 

Diario dal Busoni: Un trionfo femminile

Prosegue il Concorso Pianistico Internazionale Ferruccio Busoni a Bolzano e mi trovo a scrivere questa pagina di diario il mattino dopo, sul divano, ancora un po’ assonnato. Quella di ieri è stata una giornata intensa, tre prove con otto pianisti, dalle 11 di mattina alle 11 di sera. Si sono esibiti gli italiani Stefano Andreatta, Daniele Paolillo, Leonora Armellini, le giapponesi Yuka Morishige e Madoka Fukami, la russa Anna Geniushene e i coreani HanGon Rhyu e EunSeong Kim.

Il lettore potrà già comprenderlo dal titolo: le prove più interessanti sono state quelle di tre pianiste, in ordine di apparizione Yuka Morishige, Anna Geniushene e Leonora Armellini.

La pianista giapponese ha mostrato subito una buona comprensione dell’Indianisches Tagebuch n. 1 di Busoni, che ha reso con un bel suono squadrato, ponderato e controllato. Ciò che mi è piaciuto molto di Yuka è stata la capacità di variare sensibilmente suono, giungendo nella Sonata D664 di Schubert ad un suono dolcissimo e cantabile, forse un po’ troppo leggero, e su Prokofiev ad un suono ancora diverso, a tratti tagliente, a tratti fantasioso, chiaro, con un bel carattere e con un’ottima attenzione all’intreccio delle linee polifoniche.

Anna Geniushene, per gli appassionati di gossip anche moglie dell’altrettanto giovane pianista Lukas Geniusas, ha portato tutta un’altra personalità. I suoi Phantasiestücke op. 111 di Schumann erano interessantissimi, caratterizzati da un’idea sonoramente asciutta, ma sempre molto appassionata, che ha forse peccato di una certa aggressività nei momenti più perentori, ma ha offerto meravigliosi momenti di poesia. Le sue due Elegie di Busoni sono state esempio di cura dei dettagli, già dalla differenziazione timbrica fra il motivo di berceuse e il tema sovrastante, e l’op. 33 di Rachmaninov ha saputo creare un immaginario di approcci e caratteri che ben giustificano il titolo di Études-Tableaux, mostrando con chiarezza il fiero temperamento della pianista.

Ha terminato la giornata Leonora Armellini, verso la quale ammetto per chiarezza di essere legato da amicizia (ma questo più che un ostacolo, è stata ragione di ancor maggiore severità [sì, sono un pessimo amico]). Anche per questo posso affermare che la sua prova sia stata, come quella di Anna, veramente fantastica. Meno concentrata sul creare enormi quantità di suono o sul fornire un’esecuzione brillante, la pianista padovana ha tirato fuori una tavolozza di colori ed una raffinatezza musicale fino a quel momento inaudite. La sua Sonatina seconda di Busoni è stata esempio di chiarezza formale e suono nitido, mentre la Quarta Ballata di Chopin è stata un monumento all’intimità e al respiro, eseguita con ottima padronanza tecnica. La conclusiva Dante lisztiana è stata affrontata con meno virtuosismo e più narrazione, senza per questo rinunciare a qualche gesto tecnico ben riuscito, e nell’intera prova ci si poteva aspettare forse solo più brillantezza in alcuni passaggi e un maggior appoggio nei bassi.

Le altre prove sono state (quasi) tutte di buon livello, a conferma del presentimento avuto ieri. Andreatta ha dato prova di avere delle indubbie doti e buone idee, molto riuscita soprattutto la Sonata n. 5 op. 25 di Clementi, ma come molti ha peccato nell’assenza di archi di tensione, concentrandosi nei dettagli e perdendo lo schema generale e le lunghe frasi (per altro, forse l’inevitabile tensione, proprio la cura dei dettagli è risultata poi carente), problema che ha afflitto anche Rhyu, che dalla sua aveva una certa disinvoltura tecnica e un bel suono. Daniele Paolillo ha offerto un suono particolarissimo e personale, scuro e profondo, che si è sposato bene con la Fantasia nach J.S. Bach di Busoni, ma non è riuscito a creare contrasti nella Sonata op. 11 di Schumann che è risultata poi eccessivamente pesante e monotona. Buona la prova di Madoka Fukami, curatissima ed equilibratissima, ma eccessivamente piatta e dalla tavolozza timbrica un po’ limitata per i particolari Studi di Debussy

Unico “no” dall’inizio del Concorso è stato per me EunSeong Kim, che dopo un Preludio, Corale e Fuga di Franck molto romantico e ben eseguito, è stato pervaso dal Sacro Dio del Pessshto e dalla Toccata di Busoni alla Dante di Liszt ha testato i limiti di resistenza di Henry (il pianoforte), giungendo ad alcune risonanze metalliche così aggressive da scordare lo strumento. La sua indubbia abilità digitale (gran belle ottave) è stata messa al servizio del dio patrono dei panzer, con un effetto musicale purtroppo molto debole.

Bene. Questo è il mio racconto sulla giornata di ieri, con il mio solito personale gusto, su cui molti di voi potranno giustamente dissentire. E per fortuna! Ora, se non voglio presentarmi alle prossime prove in pigiama (che tanto ormai…), forse è il caso di scappare. Andate ad ascoltarvi le prove delle tre pianiste, capite se siete d’accordo con le mie piccole recensioni e tornate domani se vorrete avere ulteriori racconti dal Concorso Busoni!

Roma, Modena, Padova, Torino

Da un treno in corsa si scrive bene per riflettere su cose appena successe.


Per me ora si chiude una settimana tra le più vagabonde: da Padova a Roma mercoledì (concerto di Janine Jansen con Gavrylyuk), poi da Roma a Modena (concerto di Zimerman), da Modena a Padova (giorno libero per studiare), da Padova a Torino (concerto per l’EstOvest Festival). E ora quasi a Padova, di nuovo.

Non ti illudere, lettore, che passi così ogni settimana della mia vita! Ma per caso fortuito si sono ammassati in giorni vicini tre concerti cui volevo assolutamente andare, sui quali devo scrivere altrettante recensioni e per i quali ho dovuto vagare. Con quale soddisfazione però! Devo ammetterlo, viaggiare per concerti è una delle cose che amo di più, in assoluto. Andare a cercare i musicisti che amo, andare a caccia di programmi particolari, conoscere sempre persone nuove e divertirsi con amici che si reincontrano.

Sicuramente Janine Jansen è un’artista per cui vale la pena fare Padova-Roma. Dopo averla conosciuta al suo festival ad Utrecht, quest’anno, ed essermi inebriato della sua presenza e di tutta la fantastica musica ascoltata a non finire per cinque giorni, rivederla e constatare come, assurdamente!, ancora si ricordasse di me è stato un grandissimo piacere. Il programma era dei più fantasici, soprattutto per un amante del ‘900 come me. Dopo una janiniana Terza di Brahms, si è passati ad una nervosa e aspra Sonata di Poulenc, alle rarefatte atmosfere e raffinato equilibrio dei magnifici Mythes di Szymanowski fino alla distesa, ma temperamentale Seconda Sonata di Prokofiev. (Janiniana = aggettivo, interpretazione caratterizzata da varietà timbrica, suono marcato e al contempo leggero, intensità espressiva viscerale, non sempre fedele alla prassi esecutiva, ma sempre un grande esempio di musica).

Un altra condizione che mi rende così caro l’andare a Roma è l’ambiente. Non parlo solo dell’insostituibile Nino (Antonino Fiumara), ma di tutto quell’ambiente post concerto che riesce sempre crearsi all’uscita dal Parco della Musica. E si fa mezzanotte a mangiare panini onto e bere birra che è un piacere.


Da Roma a Modena, poi, è stato un caso. Quella sera dovevo essere a Padova, concerto dell’Orchestra di Padova e del Veneto, ma… Zimerman! Per citare Mattia Ometto, “ubi Zimerman, OPV cessat”. E via, Roma-Modena (evviva il diretto), esplorazione della città mentre scende un allegro terzetto di amici da Padova, poi concerto fantastico. Uno Zimerman più umano del solito, ardentemente preso dalla musica, capace sì della sua incredibile scienza del tocco, ma che non ha rinunciato in nessun frangente alla sua personalità pur essendo sempre e assolutamente schubertiano. Dei due ultimi capolavori di Schubert, la Sonata D959 e la D960, ha dato due interpretazioni profondamente diverse, ma ricchissime di spunti: penso non dimenticherò mai quel secondo movimento della 959, così come la sconvolgente accettazione del proprio destino così tipica della 960, capace di contenere l’apocalisse in una bolla danzante di ricordi. Avevo già sentito il programma a Parma, questa primavera, ma devo ammettere che sono rimasto ugualmente se non ancora più emozionato! Rimando ogni specifica osservazione alla recensione, di prossima uscita. Post concerto si torna a Padova in macchina, tra amici e non può mancare l’hamburger delle due di notte, chiacchierando tra amici di musica, gossip di conservatorio e personaggi del trash televisivo e youtubiano.

E poi via, un giorno a Padova, studio, Animali fantastici e dove trovarli (una serata decisamente ben spesa) e la mattina dopo a scrivere la recensione sul concerto della Jansen e partire per Torino. Torino! Ogni volta che ci torno la amo di più. Apparentemente immemore del mal tempo, c’erano dei colori fantastici in questi due giorni. Qui ho avuto l’occasione di andare a trovare Claudio Pasceri, il direttore artistico dell’EstOvest Festival, che mi ha invitato al concerto di ieri pomeriggio. Interamente dedicato all’interessantissima figura di Isang Yun, compositore coreano nato nel 1917 e morto nel ’95, ho potuto scoprire del repertorio mai sentito e immergermi nella adattissima cornice del Museo Ettore Fico. Si sfruttassero più spesso i musei per farci musica! Ho potuto visitare le sue sale prima di immergermi nella musica, un’esperienza che non manca mai di gettare nuovo sguardi. Di nuovo, post concerto, l’immancabile cibo, principale coprotagonista di ogni viaggio musicale. Pizza con burrata e salsiccia, è stato il tuo turno. E il mio stomaco ti ricorda ancora con affetto.


Ora eccomi arrivato a Padova, dove finalmente potrò dedicarmi di nuovo allo studio, alla scrittura e all’organizzazione, di cui forse scriverò qualcosa di nuovo nei prossimi giorni. Ad maiora!