Diario dal Busoni: Un trionfo femminile

Prosegue il Concorso Pianistico Internazionale Ferruccio Busoni a Bolzano e mi trovo a scrivere questa pagina di diario il mattino dopo, sul divano, ancora un po’ assonnato. Quella di ieri è stata una giornata intensa, tre prove con otto pianisti, dalle 11 di mattina alle 11 di sera. Si sono esibiti gli italiani Stefano Andreatta, Daniele Paolillo, Leonora Armellini, le giapponesi Yuka Morishige e Madoka Fukami, la russa Anna Geniushene e i coreani HanGon Rhyu e EunSeong Kim.

Il lettore potrà già comprenderlo dal titolo: le prove più interessanti sono state quelle di tre pianiste, in ordine di apparizione Yuka Morishige, Anna Geniushene e Leonora Armellini.

La pianista giapponese ha mostrato subito una buona comprensione dell’Indianisches Tagebuch n. 1 di Busoni, che ha reso con un bel suono squadrato, ponderato e controllato. Ciò che mi è piaciuto molto di Yuka è stata la capacità di variare sensibilmente suono, giungendo nella Sonata D664 di Schubert ad un suono dolcissimo e cantabile, forse un po’ troppo leggero, e su Prokofiev ad un suono ancora diverso, a tratti tagliente, a tratti fantasioso, chiaro, con un bel carattere e con un’ottima attenzione all’intreccio delle linee polifoniche.

Anna Geniushene, per gli appassionati di gossip anche moglie dell’altrettanto giovane pianista Lukas Geniusas, ha portato tutta un’altra personalità. I suoi Phantasiestücke op. 111 di Schumann erano interessantissimi, caratterizzati da un’idea sonoramente asciutta, ma sempre molto appassionata, che ha forse peccato di una certa aggressività nei momenti più perentori, ma ha offerto meravigliosi momenti di poesia. Le sue due Elegie di Busoni sono state esempio di cura dei dettagli, già dalla differenziazione timbrica fra il motivo di berceuse e il tema sovrastante, e l’op. 33 di Rachmaninov ha saputo creare un immaginario di approcci e caratteri che ben giustificano il titolo di Études-Tableaux, mostrando con chiarezza il fiero temperamento della pianista.

Ha terminato la giornata Leonora Armellini, verso la quale ammetto per chiarezza di essere legato da amicizia (ma questo più che un ostacolo, è stata ragione di ancor maggiore severità [sì, sono un pessimo amico]). Anche per questo posso affermare che la sua prova sia stata, come quella di Anna, veramente fantastica. Meno concentrata sul creare enormi quantità di suono o sul fornire un’esecuzione brillante, la pianista padovana ha tirato fuori una tavolozza di colori ed una raffinatezza musicale fino a quel momento inaudite. La sua Sonatina seconda di Busoni è stata esempio di chiarezza formale e suono nitido, mentre la Quarta Ballata di Chopin è stata un monumento all’intimità e al respiro, eseguita con ottima padronanza tecnica. La conclusiva Dante lisztiana è stata affrontata con meno virtuosismo e più narrazione, senza per questo rinunciare a qualche gesto tecnico ben riuscito, e nell’intera prova ci si poteva aspettare forse solo più brillantezza in alcuni passaggi e un maggior appoggio nei bassi.

Le altre prove sono state (quasi) tutte di buon livello, a conferma del presentimento avuto ieri. Andreatta ha dato prova di avere delle indubbie doti e buone idee, molto riuscita soprattutto la Sonata n. 5 op. 25 di Clementi, ma come molti ha peccato nell’assenza di archi di tensione, concentrandosi nei dettagli e perdendo lo schema generale e le lunghe frasi (per altro, forse l’inevitabile tensione, proprio la cura dei dettagli è risultata poi carente), problema che ha afflitto anche Rhyu, che dalla sua aveva una certa disinvoltura tecnica e un bel suono. Daniele Paolillo ha offerto un suono particolarissimo e personale, scuro e profondo, che si è sposato bene con la Fantasia nach J.S. Bach di Busoni, ma non è riuscito a creare contrasti nella Sonata op. 11 di Schumann che è risultata poi eccessivamente pesante e monotona. Buona la prova di Madoka Fukami, curatissima ed equilibratissima, ma eccessivamente piatta e dalla tavolozza timbrica un po’ limitata per i particolari Studi di Debussy

Unico “no” dall’inizio del Concorso è stato per me EunSeong Kim, che dopo un Preludio, Corale e Fuga di Franck molto romantico e ben eseguito, è stato pervaso dal Sacro Dio del Pessshto e dalla Toccata di Busoni alla Dante di Liszt ha testato i limiti di resistenza di Henry (il pianoforte), giungendo ad alcune risonanze metalliche così aggressive da scordare lo strumento. La sua indubbia abilità digitale (gran belle ottave) è stata messa al servizio del dio patrono dei panzer, con un effetto musicale purtroppo molto debole.

Bene. Questo è il mio racconto sulla giornata di ieri, con il mio solito personale gusto, su cui molti di voi potranno giustamente dissentire. E per fortuna! Ora, se non voglio presentarmi alle prossime prove in pigiama (che tanto ormai…), forse è il caso di scappare. Andate ad ascoltarvi le prove delle tre pianiste, capite se siete d’accordo con le mie piccole recensioni e tornate domani se vorrete avere ulteriori racconti dal Concorso Busoni!

Diario dal Busoni: Un promettente inizio

Si è appena conclusa la prima giornata del Concorso Pianistico Internazionale Ferruccio Busoni ed io riesumo il mio caro vecchio blog per narrare le vicende del mio concorso pianistico internazionale preferito (nonché quello più vicino casa). Da bravo appassionato, e lievemente fanatico, seguirò ogni singola prova del Busoni, utilizzando tutti gli strumenti critici a mia disposizione per farne un resoconto assolutamente e cocciutamente soggettivo.

Penso sia impossibile (se non criminale) nascondere in simile occasione il parere di chi scrive ed anzi, questo Diario dal Busoni nasce proprio per osservare da vicino il concorso ed i suoi concorrenti, tanto più che come ogni edizione ne ospitiamo una a casa. Non si stupisca il caro lettore, dunque, di vedermi scrivere in tono schietto e senza filtri!

Ma bando alle ciance e cominciamo con questo concorso, dunque. La mia prima giornata di Concorso Busoni si è rivelata a tutti gli effetti un buon inizio. Il livello dei sei candidati che si sono esibiti oggi, Florian Caroubi, Giorgio Trione Bartoli, Larry Weng, Hyoung Lok Choi, Dmytro Choni e Lukasz Krupinski (per quest’ultimo nome scopro la limitatezza della mia tastiera italiofona), è senza dubbio buono e i giovani musicisti si sono dimostrati molto diversi l’uno dall’altro.

Fra i candidati di oggi, la mia predilezione è andata senza dubbio all’americano Weng, all’ucraino Choni e al polacco Krupinski. Tre pianisti molto diversi, ma molto interessanti nel loro stile. Consiglio caldamente di andarsi a sentire le fiere e mature Ballate op. 10 di Brahms e magnificamente eseguite 10 variazioni su un Preludio di Chopin di Busoni di Weng, che spero di aver modo di ascoltare nella Settima Sonata di Prokofiev in Finale solistica. Molto buoni sono stati anche Aufenthalt di Schubert/Liszt, Hommage a Rameau e Mouvement dal primo volume di Images di Debussy e la Suite de danzas criollas di Ginastera, in cui Choni ha potuto mostrare la propria versatilità unita ad una solida tecnica, un fraseggio chiaro e ben condotto e una buona, anche se non incredibile, tavolozza timbrica. Molto buono lo Chopin di Krupinski, sia nell’ottima Barcarolle, di cui ha dato un’equilibrata, espressiva e ben curata interpretazione, che nella galante e leziosa, ma mai esagerata, Grande valse brillante op. 18.

Meno interessante ma tecnicamente impeccabile e dal suono limpidissimo l’esibizione del coreano Choi, distanziato espressivamente dal suo quasi omonimo Choni da ben più di una “n”. Buone le prove anche del francese Caroubi, cui è toccato il difficile compito di aprire, e dell’italiano Trione Bartoli, che però non sono riusciti a rimanere costanti nella costruzione dei loro archi espressivi e che, seppur in maniera molto diversa, non sono riusciti a far sgorgare da Henry (lo Steinway di Passadori) quel suono pieno e ampio che gli altri pianisti sono riusciti a creare.

Ma nonostante queste mie osservazioni, non c’è stata prova oggi che non avesse qualcosa da offrire, un’idea, una ricerca personale, uno stile.

E questo non può che farmi ben sperare in una ottima Sessantunesima Edizione del Concorso Busoni.

Lo sguardo di Mahler dal finestrino di un treno

Non è straordinario come l’Adagietto della Quinta di Mahler riesca a farci percepire con sconvolgente portata emotiva lo sguardo del compositore?

La contemplazione, lo scorrere di immagini che si sovrappone al pensiero, uno stato d’animo, forse anche una condizione esistenziale. In quegli undici minuti di musica si concentra un uomo e dunque un mondo, in quelle note scritte con infinita perizia ed abilità si manifesta con lancinante precisione la strumentalità della tecnica all’espressione musicale. 


Non so se sia l’ennesimo ritorno in treno da Roma, sull’ennesimo intercity che per oltre cinque ore mi tiene seduto ad ascoltare e contemplare il paesaggio tutte le volte che alzo lo sguardo dal portatile, però questo effetto di contemplazione mi sembra così appropriato per il nostro Gustav. Come nell’Andante moderato della Sesta, così vicina eppure cosi lontana alla sua precedente sorella. Scorrono le campagne laziale, toscana, emiliana ed infine veneta, man mano che il grigio cielo si scurisce e cala il Sole su questa giornata invernale. Tutto passa per i ridotti confini del finestrino di un treno. 

Ben diversi erano i panorami di Mahler, eppure quanta identità si percepisce nell’atto della contemplazione paesaggistica? Non parlo di pittura sonora, ma di punto d’osservazione. E condizione, forse quella condizione esistenziale cui accennavo prima. Con questa mia goffa immedesimazione, non nell’autore ma nel suo atteggiamento, mi sono percepito infinitamente più vecchio. Alla mia ancora breve vita si è sommata quella di un uomo più vecchio, che a sua volta doveva averne vissute di vite, doveva averne passati di momenti intensi. Intensamente esaltati, intensamente gioiosi, intesamente furenti, intensamente malinconici. 


Nessun autore, nemmeno il mio amatissimo Brahms, è capace di far sprofondare su di me il carico di un vissuto con questa efficacia. Tecnica strumentale raffinatissima che si esprime in un contenuto emotivo debordante, esagerato, instabile e che proprio per via di queste sue caratteristiche necessita di adagiarsi sulle spalle della coscienza di colui che ascolta. Come negli incredibili climax dell’Adagietto, come nel tema sperduto dell’oboe dell’Andante moderato. 

Scarti umorali, contemplazione estatica, ma sporcata dal turbinio dei pensieri, fatica titanica, non solo per lo sforzo dell’agire, ma per il senso di ineluttabile sconfitta che ogni gesto sembra portarsi dietro: l’abbraccio di Mahler, forse ultimo dei grandi Wanderer romantici, è il più fido compagno per i lunghi viaggi solitari e melanconicamente pensierosi.

La mia prima Sagra

Può sembrare strano, ma fino a ieri sera non avevo mai assistito ad una Sagra della Primavera di Stravinskij dal vivo. Nemmeno per le celebrazioni del 2013, nulla, sempre e solo sentita in CD.

Cosa mi perdevo.

Vuoi che fosse l’occasione, non si ascolta Gergiev alla guida dell’Accademia di Santa Cecilia tutti i giorni, ma è stata sconvolgente. Al concerto io e Nino c’eravamo arrivati preparati, ascolti in treno con partitura alla mano, per vedere com’era scritto questo tanto famoso Sacre du Printemps, ma non sarei mai potuto essere preparato a sufficienza per quello che mi aspettava. Non sarei mai potuto essere preparato per la sconvolgente carica primitiva ed erotica che Gergiev ha saputo dare alla suite. Dalle raffinatezze timbriche ed ipnotiche ai momenti più barbarici, direttore e orchestra hanno colto tutto l’auditorio in un enorme amplesso.


Parlar di sesso e di musica insieme potrebbe sembrare poco adatto, ma quanto spesso si sottovaluta la portata erotica della musica che suoniamo ed ascoltiamo! Se c’è qualcosa che libera tensioni e sensazioni inesprimibili a parole e che vengono dal più profondo della mente, questa è proprio la musica, che condivide il suo tratto istintivamente disinvolto con uno degli impulsi più forti e pervasivi che ci siano. 


Il discorso non può valere per tutte le musiche, avendo la composizione e l’esecuzione quel tratto intellettuale e costruttivo che lo sottrae al carattere meramente fisico, ma forse che anche l’erotismo non sia costituito da idee oltre che gesti fisici? Nella sua ritualità tribale, tra adorazioni e sacrifici, la Sagra della Primavera riesce a cogliere la forma più schietta, la matrice più profonda e ferina dell’animo, scatenando l’orchestra in infinite nuances, trasfigurando gli strumenti nei loro timbri, così come le pulsioni sessuali trasfigurano i volti e mostrano colori mai visti negli sguardi.


Quei colpi di timpani e grancassa, quei movimenti ipnotici, quei cambi subitanei, quell’intensità sconvolgente. Lo sguardo torvo di Gergiev mi ha rivelato con una chiarezza allucinante ed allucinata l’immenso erotismo tribale scatenato da Igor Stravinskij, popolando la mia mente di immagini. Suono trasfigurato in movimento. Ascolto trasfigurato in tatto. 

Andate a sentire Gergiev sulla Sagra della Primavera, fosse anche solo per rimanerne sconvolti un istante soltanto.

(Crediti per le foto a Musacchio & Iannello e alla pagina FB dell’Accademia, fonti costanti di splendide foto dai loro magnifici concerti)

Mecenatismo, che se ne parli!

Avevo scritto qualche giorno fa che avrei dovuto parlare di ciò che organizzo. Questa è una prima occasione.

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Che cos’è Mecenatismo 2.0? Oltre ad essere un titolo non troppo brillante, è stato un evento svolto sabato 3 dicembre presso l’Auditorium Pollini di Padova e che speriamo sia il primo di una lunga serie, interamente dedicata al tema del mecenatismo artistico e culturale. L’ideazione e tutta la spinta del progetto è dovuta a Margherita Colonnello, mia fida compagna di organizzazione di robe da diversi anni ormai. In questo caso mi sono limitato a far parte del comitato organizzativo che si riuniva a intervalli di qualche mese nell’ufficio del Direttore,  a organizzare e scrivere un paio di cose, a gestire gli ospiti insieme ad un’altra fanciulla e, prima volta per me!, a fungere anche da presentatore del pomeriggio. L’evento era diviso in due: mattina tavola rotonda con sette ospiti, pomeriggio successione di discorsi da parte di altri relatori. Oltre sedici persone sono intervenute nel corso della giornata, portando i loro studi, la loro esperienza, le motivazioni che li spingono a finanziare o le modalità in cui hanno cercato finanziamenti. Moltissimi gli spunti, già da questa edizione, ma soprattutto tantissime le idee di come cambiare, come migliorare l’evento, come portare avanti il dialogo.
Di una cosa sono certo: aver iniziato a parlarne in un evento strutturato è stato importantissimo.

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Fin dal mattino ci sono state occasioni di capire cosa volesse dire attirare fondi, come funzionassero le forme di mecenatismo e quali concetti vadano approfonditi. I sette ospiti sono stati chiamati in diversi momenti della mattinata anche a scrivere un proprio hashtag legato al mecenatismo, per chiarire il loro principio fondamentale. Ciò che più mi è rimasto impresso è stata la maggiore necessità per molte strutture culturali e artistiche di cambiare rotta e iniziare a dotarsi seriamente di chi trovare fondi lo fa per professione, il tutto inserito in una diversa idea di progetto culturale, più ricco di collegamenti, meno a senso unico. Bisogna cambiare i termini con cui si ragiona di cultura, ma temo che il rischio di voler parlar nuovo a tutti i costi possa anche portare verso percorsi decisamente inconcludenti. Va da sé che provare e riprovare è l’unica soluzione possibile!

Del pomeriggio sarebbe bello parlare approfonditamente, ma devo essere sincero che saltellando dentro e fuori le quinte era difficile seguire con completezza tutti gli interventi. “Voci di mecenatismo”, una decina di minuti per relatore (con inevitabili sforamenti) in cui portare le propria esperienza, anche quella una buona e rara occasione di osservare chi il mecenatismo lo studia, chi lo pratica e chi lo cerca e lo organizza. Un po’ sul modello Ted, esattamente. E del presentare, beh, anche qui ho molto da imparare! Fra le cose più complesse ancora da gestire, il bloccare un relatore quando parla senza più cognizione del tempo, senza essere troppo invadenti eppure abbastanza decisi. Qualcosa che speravo fosse molto più semplice e immediato da fare!

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A contorno dell’evento principale, infine, il nostro primo tentativo di trasformare l’evento sul mecenatismo un atto di mecenatismo in sé, facendo esporre dieci progetti di realtà del padovano nel foyer dell’auditorium (cosa da migliorare per le prossime edizioni!) e facendo scegliere al pubblico il suo favorito tra i progetti presentati.

Fra le varie cose che organizzo per trovare scuse per non studiare, questa è la prima di cui scrivo. Forse perchè si è tenuta solo pochi giorni fa e sembra di essere ancora lì, forse perchè è stato il primo evento di questo tipo che mi sono trovato ad affrontare, forse perchè ho scoperto quanto divertente e al contempo stressante sia presentare. Questo è stato Mecenatismo 2.0 e ora ci troviamo di fronte all’aver iniziato qualcosa dalle grandissime potenzialità, che sta muovendo i primi passi.

Perchè parlare di mecenatismo, soprattutto in Italia, è ora più importante che mai: per non lasciar andare allo sbando il nostro enorme patrimonio artistico, per non chiudere le porte a tutto ciò che di nuovo e bello può essere creato in questo Stato, per non continuare a vedere festival chiudere, orchestre in crisi, palazzi storici interdetti alle visite, musei in costante difficoltà economica, per cercare di capire come anche qui possiamo veramente cambiare le cose e intraprendere un nuovo sentiero nel campo dell’organizzazione.

Tantissime le idee, tantissime le cose da fare: Mecenatismo 2.0 ha appena iniziato.

 

Roma, Modena, Padova, Torino

Da un treno in corsa si scrive bene per riflettere su cose appena successe.


Per me ora si chiude una settimana tra le più vagabonde: da Padova a Roma mercoledì (concerto di Janine Jansen con Gavrylyuk), poi da Roma a Modena (concerto di Zimerman), da Modena a Padova (giorno libero per studiare), da Padova a Torino (concerto per l’EstOvest Festival). E ora quasi a Padova, di nuovo.

Non ti illudere, lettore, che passi così ogni settimana della mia vita! Ma per caso fortuito si sono ammassati in giorni vicini tre concerti cui volevo assolutamente andare, sui quali devo scrivere altrettante recensioni e per i quali ho dovuto vagare. Con quale soddisfazione però! Devo ammetterlo, viaggiare per concerti è una delle cose che amo di più, in assoluto. Andare a cercare i musicisti che amo, andare a caccia di programmi particolari, conoscere sempre persone nuove e divertirsi con amici che si reincontrano.

Sicuramente Janine Jansen è un’artista per cui vale la pena fare Padova-Roma. Dopo averla conosciuta al suo festival ad Utrecht, quest’anno, ed essermi inebriato della sua presenza e di tutta la fantastica musica ascoltata a non finire per cinque giorni, rivederla e constatare come, assurdamente!, ancora si ricordasse di me è stato un grandissimo piacere. Il programma era dei più fantasici, soprattutto per un amante del ‘900 come me. Dopo una janiniana Terza di Brahms, si è passati ad una nervosa e aspra Sonata di Poulenc, alle rarefatte atmosfere e raffinato equilibrio dei magnifici Mythes di Szymanowski fino alla distesa, ma temperamentale Seconda Sonata di Prokofiev. (Janiniana = aggettivo, interpretazione caratterizzata da varietà timbrica, suono marcato e al contempo leggero, intensità espressiva viscerale, non sempre fedele alla prassi esecutiva, ma sempre un grande esempio di musica).

Un altra condizione che mi rende così caro l’andare a Roma è l’ambiente. Non parlo solo dell’insostituibile Nino (Antonino Fiumara), ma di tutto quell’ambiente post concerto che riesce sempre crearsi all’uscita dal Parco della Musica. E si fa mezzanotte a mangiare panini onto e bere birra che è un piacere.


Da Roma a Modena, poi, è stato un caso. Quella sera dovevo essere a Padova, concerto dell’Orchestra di Padova e del Veneto, ma… Zimerman! Per citare Mattia Ometto, “ubi Zimerman, OPV cessat”. E via, Roma-Modena (evviva il diretto), esplorazione della città mentre scende un allegro terzetto di amici da Padova, poi concerto fantastico. Uno Zimerman più umano del solito, ardentemente preso dalla musica, capace sì della sua incredibile scienza del tocco, ma che non ha rinunciato in nessun frangente alla sua personalità pur essendo sempre e assolutamente schubertiano. Dei due ultimi capolavori di Schubert, la Sonata D959 e la D960, ha dato due interpretazioni profondamente diverse, ma ricchissime di spunti: penso non dimenticherò mai quel secondo movimento della 959, così come la sconvolgente accettazione del proprio destino così tipica della 960, capace di contenere l’apocalisse in una bolla danzante di ricordi. Avevo già sentito il programma a Parma, questa primavera, ma devo ammettere che sono rimasto ugualmente se non ancora più emozionato! Rimando ogni specifica osservazione alla recensione, di prossima uscita. Post concerto si torna a Padova in macchina, tra amici e non può mancare l’hamburger delle due di notte, chiacchierando tra amici di musica, gossip di conservatorio e personaggi del trash televisivo e youtubiano.

E poi via, un giorno a Padova, studio, Animali fantastici e dove trovarli (una serata decisamente ben spesa) e la mattina dopo a scrivere la recensione sul concerto della Jansen e partire per Torino. Torino! Ogni volta che ci torno la amo di più. Apparentemente immemore del mal tempo, c’erano dei colori fantastici in questi due giorni. Qui ho avuto l’occasione di andare a trovare Claudio Pasceri, il direttore artistico dell’EstOvest Festival, che mi ha invitato al concerto di ieri pomeriggio. Interamente dedicato all’interessantissima figura di Isang Yun, compositore coreano nato nel 1917 e morto nel ’95, ho potuto scoprire del repertorio mai sentito e immergermi nella adattissima cornice del Museo Ettore Fico. Si sfruttassero più spesso i musei per farci musica! Ho potuto visitare le sue sale prima di immergermi nella musica, un’esperienza che non manca mai di gettare nuovo sguardi. Di nuovo, post concerto, l’immancabile cibo, principale coprotagonista di ogni viaggio musicale. Pizza con burrata e salsiccia, è stato il tuo turno. E il mio stomaco ti ricorda ancora con affetto.


Ora eccomi arrivato a Padova, dove finalmente potrò dedicarmi di nuovo allo studio, alla scrittura e all’organizzazione, di cui forse scriverò qualcosa di nuovo nei prossimi giorni. Ad maiora!

Un primo, grande passo

“Perché non apri un blog?”

Già, perché? Non mi ero mai posto la questione, semplice. E anche una volta posta la risposta è stata rapida: “Che avrò mai da raccontare?” “Scherzi? Con tutti i giri che fai, i concerti che vai a vedere, la roba che organizzi e le riflessioni musicali e non! Sarebbe bello vedere un blog di un ragazzo di ventitré anni che vive per la musica classica”

Sarà che sono facilmente suggestionabile, ma l’ho fatto. Ringrazio il ragazzo di mia sorella per avermi messo la pulce nell’orecchio e mia sorella per il nome. Come iniziare però?

Nessun primo passo è migliore del raccontare di un altro molto più importante primo passo, cui ho avuto modo di assistere sabato scorso, il 19 novembre: Alter Amy, composta dal giovane Piergiorgio Ratti, diretta dal giovane Lorenzo Passerini alla guida dell’ensemble della giovane Orchestra Antonio Vivaldi, con la direzione di produzione della giovane Olga Introzzi, il libretto e la sceneggiatura del giovane Marco Venturi e la regia dell’un po’ meno giovane Stefano Scherini. Insomma un’opera gggiovane sotto ogni aspetto.

Un viaggio di quattro ore in macchina per andare da Padova a Sondrio con Pippo (Filippo Muraro) e Lea (Leonora Armellini) per poter assistere a questo spettacolo, che si proponeva di portare una nuova concezione dell’opera in teatro. Un’unione di opera lirica, musical, musica pop, jazz, dance ed elettronica, un’alternanza tra canto lirico, canto moderno, danza, musica sinfonica, improvvisazione e recitazione. Senza dubbio un obiettivo maestoso e col rischio di terminare in un’accozzaglia informe di stili, destinati a mordersi i calcagni vicendevolmente senza mai trovare un reale contatto. Ebbene è riuscito il nostro Piergiorgio Ratti a scongiutare il rischio? Con suo grande merito sì, eccome!

Alter Amy è un primo tentativo, una grande prova di un lavoro in corso d’opera (ha-ha gioco di parole voluto!), ma può vantare l’abilità compositiva del suo ideatore: i lunghi intermezzi musicali hanno la dignità per esser riassunti in una suite da concerto; il linguaggio musicale sa veleggiare tra citazioni fondanti e mai gratuite, pur mantenendo sempre una forte personalità; le orchestrazioni sono di finissima fattura, sia che siano per l’ensemble che per le parti in elettronica; le idee motiviche e drammaturgiche sono brillanti; ma soprattutto i diversi generi musicali riescono agilmente ad integrarsi l’uno con l’altro senza quasi mai far percepire lo scarto o la gratuità della contrapposizione. Un successo totale!


Ma di cosa parlava Alter Amy? L’opera ha fatto del contrasto non solo il proprio linguaggio musicale: affiancare la diva del pop Amy Winehouse alla Bradamante dell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto è stato un’ardua sfida, risolta attraverso il furbo espediente della giovane cantante che, sfinita dall’alcol e dalle canne, si accascia sul divano e sogna. Espediente furbo anche quello del regista e ottimo attore Stefano Schierino che entra sul palco per dialogare con il direttore d’orchestra e spiegare in questo modo trama e significato con notevole autoironia. Dal suo divano, Amy proietta nell’Orlando Furioso, sorprendentemente aderente alle tematiche, tutte le proprie ansie e i propri desideri. Così il rapporto conflittuale con l’ex marito Blake si trasforma nell’eroica storia d’amore con Ruggiero, il padre despota viene rappresentato dalla strega Alcina, colpevole di aver prosciugato l’amore dalla coppia e di aver succhiato via ogni vita da Ruggiero e Bradamante, e l’incapacità di riprendere le redini della propria vita trova la propria risoluzione nell’impulso vitalistico dell’eroina onirica. Attraverso la proiezione della propria vita nella classicità, Amy trova un’alternativa alla propria condizione. Alla fine dello spettacolo resta solo l’amaro in bocca nel constatare come la cantante non abbia avuto la fortuna di sognare Bradamante nel mondo reale e, oppressa dai desideri di successo del padre, sconvolta dall’amore per Blake, tormentata dalle folli regole del mondo dello spettacolo, si sia perduta per sempre, annegata nell’alcol. Ma per il pubblico del Teatro Sociale di Sondrio è potuta rivivere ancora una sera e raccontare la propria storia con travolgente espressione: un ulteriore successo per Ratti e la sua ciurma!

Certo, molto ha ancora l’opera da crescere, per migliorare sia musicalmente che in alcune sue finezze esecutive, ma l’impulso è notevole. La produzione ha tra l’altro confermato l’acutezza delle sue scelte, anche se più dimestichezza servirà al cast per poter meglio rendere vocalmente ma soprattutto attorialmente i propri difficili ruoli. Una menzione va comunque al baritono Daniele Caputo, per il ruolo del padre di Amy e Alcina.

È stato impossibile uscire dal teatro senza avere la testa piena di domande. Questa dissolvenza dei confini operistici tradizionali può rappresentare un nuovo percorso musicale? L’unione musicale e di arti può rispondere all’esigenza di un nuovo pubblico interessato non solo ad emozionarsi con le opere del passato, ma desideroso di trovare un riflesso della propria società? È possibile creare un linguaggio musicale dotto ma capace di inserirsi nel tessuto uditivo che appartiene al mondo d’oggi? Come applicare queste idee anche a tematiche distanti dal mondo della cantante pop? Questo stile, maturato e perfezionato, potrebbe venire accettato all’interno dei più tradizionali teatri lirici? Che poi, sono i teatri lirici la giusta cornice per quest’opera?

Alter Amy ha provato a dare la sua prima risposta a questi interrogativi e se questo è solo il primo, grande passo, allora senza dubbio molti altri e sempre più grandi avranno da seguire!